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Archive for febbraio, 2015

Nuovo singolo per TR/ST

Reduce dal tour europeo che ha toccato anche la nostra penisola per ben tre date, TR/ST non si concede tregue e pubblica un nuovo singolo, “Slug”.

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Benjamin Clementine live, due date in Italia ad aprile

Potremo ammirare e commuoverci con il musicista, che ha stupito tutti in questo inizio 2015 con il suo album di debutto “At Least For Now”, a Bologna e Milano a metà aprile prossimo.

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Nathaniel Rateliff – Closer

Nathaniel Rateliff - CloserD.d.U.: 27/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Vorrei scriverti una lettera. Vorrei in questa lettera invitarti a venire con me. Mi sembra già di essere sull’auto che guiderò fino a raggiungerti. Vita dentro, fuori, dappertutto. Tu arriveresti, luminosa come sempre, a schiarire questo cuore. Gireremo a lungo, mi dirai di quel posto, sai ricordi te ne parlai. Andremo a Liverpool, non sarà Easy, certo, ma non ci fermeremo, Something beautiful ci aspetta. Guarda, senti, lo vedo già qui, non lo vedi anche tu? Mangeremo un gelato lì in quella gelateria all’angolo, seduti assieme alla brezza marina, a M. Ward che canta la sua “Color of water”, e riderai, e rideremo. Laughter, un riso che ci porterà a ridere ancora. Closer, mi sussurri, teneramente. Così poi scenderà la sera, distesi tra le nostre braccia staremo, una luce fioca di riflesso sull’acqua del Mare D’Irlanda illuminerà i nostri visi. Winded. At the end.

Valentina Loreto

Godspeed You! Black Emperor, nuovo disco a sorpresa in uscita il 31 marzo.

E così, in un noioso martedì pomeriggio di inverno, la Constellation Records annuncia un immenso ritorno facendo sussultare gli animi di tutti noi amanti del post-rock e dei GY!BE: ebbene sì, i nostri beniamini pubblicheranno il prossimo 31 marzo un nuovo album, “Asunder, Sweet And Other Distress”.

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Romare – Projections (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 23/02/2015

Romare - Projections

Un paesino qualsiasi della costa est dell’America settentrionale – zona New York, per intenderci – una giornata di Luglio da caldo equatoriale nel quartiere più nero dei neri.
Era la più “mamy” di tutto il ghetto, pensò Holly mentre la madre armeggiava con un grosso blocco di ghiaccio all’interno della sala da pranzo. Come le fosse venuta l’idea di portare un blocco di ghiaccio all’interno di quella piccola sala da pranzo non era dato saperlo, ma la signora Markinflow ne sapeva una più di satana e in questo momento persino lo stesso satana avrebbe sentito freddo. Holly se ne stava in intimo e canottiera e piegava e riguardava la sua gonna a balze, controllò la camicetta, preparò calzini colorati e ricontrollò per l’ultima volta lo stato perfetto delle sue scarpe nere: anche qui la Mamy ne sapeva una più del diavolo, erano vecchie scarpe da bowling riadattate e rese elegantissime, non se ne sarebbe accorto nessuno.
Le 7 e 55, Holly cominciò a vestirsi con calma, poi si dedicò ai bigodini e a una perfetta cotonatura, magari William l’avrebbe vista e, beh, non sarebbe mai uscita di casa stropicciata. Varcò l’uscio con passo deciso, evitando accuratamente i fanciulli già neri e sporchi di strada che armeggiavano con l’idrante pronti per creare anche per oggi il loro parco acquatico e raggiunse l’autobus.
Il vecchio signor Brown resident della fermata dell’autobus da giorni lontani rimase di sasso:
“ Signore altissimo dei cieli padre dell’universo che dio ti abbia in gloria Holly”.

 “Salve signor Brown”

 “Madre dei cieli che governa l’universo dove vai così vestita?”

“ A un appuntamento signor Brown”

 “Figlia di dio nemica di satana, sei caduta nelle grinfie del demonio? dové è William ?”

“ No signor brown sto andando giù in città, ho un colloquio al mall per la gelateria”

 “Ma signore onnipotente padre di Abramo scrittore della Bibbia ma sono 20 km”
“ Ha ragione signor Brown ma dobbiamo mangiare e la Mamy non lavora da qualche tempo”.

“ Che dio ti copra di spirito santo piccola Holly e ti faccia percorrere quei km sotto la sua protezione, volando come una farfalla senza caldo né sete per tutti i giorni dell’Universo !”

 Arrivò l’autobus e Holly ci salì ridendo e sollevata, le benedizioni del signor Brown non avevano mai fatto male a nessuno e forse l’avrebbero aiutata. Entrò al mall e poi nell’ufficio del personale, attese il suo turno e quando il direttore gli chiese di parlare e di dargli due motivi per assumerla, Holly si levò una scarpa e la mise sopra la scrivania del direttore:
Vede signor Foodman queste non sono scarpe normali sono scarpe da bowling e mi fanno male, ma hanno vinto tante gare quando mio padre ci manteneva con questo stupido sport. Sono state la nostra ragione di vita e continuano ad esserlo e per quanto male facciano tornano utili e mi hanno portato qui, per continuare il loro ruolo dare speranza e un pancake a me e mia madre. E non importa quante vesciche mi verranno e non importa quanto il mio piede soffrirà, loro non mi abbandoneranno e impareranno con me ogni mossa per fare il gelato più buono del mondo.
Il signor Foodman era stupefatto, non aveva esperienza, non aveva forse nemmeno mai assaggiato la sua famosa Chococup, ma l’avrebbe imparata a fare poi parló:
“Sono 20 miglia tutti i giorni e se perdi l’autobus e arrivi in ritardo non ti pagherò, ma se come dici tu, non hai paura di camminare e nemmeno hai paura di quelle scarpe allora torna domani e imparerai a fare la Chococup”.
A Holly batteva forte il cuore “Chococup Chococup”, il nome era ancora più dolce del gusto, ne avrebbe fatte migliaia e alla millesima ne avrebbe portata una fino al signor Brown. Era una donna felice mentre sull’autobus guardava le scarpe che ancora erano perfettamente lucide come lucido era il sogno appena realizzato.

Mirko Perozzi

Colapesce – Egomostro

Data di Uscita: 04/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Colapesce - Egomostro

Ho corso per interminabili kilometri, e poi per cosa? Arrivo e il cielo è cupo, l’aria irrespirabile, il terreno fragile, tanto che nemmeno mi sostiene. Non fa freddo, non è più tempo per il freddo, né per la pioggia e la neve e tutte quelle cose lì che portavano le braccia ad incrociarsi sul petto afferrando le spalle, ad abbassare il viso e soffiare e soffiare per scaldarsi, quel tanto che permettesse ai denti di non battere. E il cuore.

Dentro la bocca dell’io estraggo il dente,
crolla la mia integrità
hai un fucile già carico, carico a paure
vuoi spararmi contro?

Mi viene in mente una di quelle scene da film, la classica in cui qualcuno dice “va’ pure tranquillo, ci sono io qui a proteggerti le spalle”. Un oceano di paure / mi tiene lontano da te. Mi volto di scatto: dietro di me c’è solo un immenso portone che potrebbe essere sfondato da un secondo all’altro. Le mie spalle sono scoperte. Schiudo la bocca e sento che mai potranno più le parole uscire in volo. Chiudo gli occhi e sento il freddo gelido di un oggetto metallico a contatto con la mia pelle. Costruisci la tua strategia per difenderti / quando si tratta di esistere, dice una canzone. Nessun altro dice qualcosa.

Non ho mai pensato che in questa vita qualcuno potesse avere un ruolo marginale. O meglio, tutti potrebbero averlo, ma perché non osservare l’altra faccia della medaglia? Tizio ha un ruolo marginale nella mia vita, ma ha sicuramente un posto privilegiato. Quindi Tizio è per Caio qualcosa di magnifico, irripetibile, eccezionale. Che importanza ha che nella mia vita Tizio non ha alcuna importanza? Un estraneo ti asciugherà le tue ultime lacrime, sempre una canzone, sempre la stessa. Credo sia una risposta.

Nel mezzo poi c’è tutta la vita.
Disintegro i pensieri negativi quando nel sonno mi stringi da dietro. Un mondo nuovo, che è poi lo stesso, il nostro degli sguardi visti da dietro, del silenzio della tua bocca, del sorriso delle tue labbra. Butti giù il portone, qualcuno ha detto freddo? Il vento non sempre porta freddo, così come il freddo non porta sempre vento. E’ solo la tua voce, nella tempesta di una vita senza tempo, di un sogno senza cielo.
La tua voce ricorda il vento nella stagione calda / Come ombre di stelle sono i nei della tua pelle.
L’ombra ci avvolge e nella luce siamo lampi.
Mentre prendo appunti sulla grazia del tuo viso sento il corpo che avanza senza una direzione. E i miei passi si confondono con l’andare di un gabbiano sulla riva di una spiaggia che mai è esistita. Quando rientrerai, sarò lì dove ero prima che tu uscissi.

Ci sono dei giorni in cui le ore sono briciole
raccolgo i minuti sopra il tavolo
la vita è solo una manciata di domeniche

E’ quello che avrei voluto dirti mentre i tuoi occhi mi guardavano e la mia mano continuava a muoversi in attesa di una risposta che era forse la mia unica certezza. Le mie due certezze / se le sfiori entro in crisi.
E così questa crisi non avrà mai fine, così come non ha mai avuto un inizio. Distinguere una paura da una fine, / sbarazzami dal peso delle frustrazioni / e smetterla di trascinarsi i ricordi dentro al letto.

Poi c’è una canzone. Una canzone in cui si dice:
non c’è una formula
che fermi una lacrima

Amare basta e lo faccio a testa alta.

Valentina Loreto

TR/ST @ Locomotiv Club, Bologna (10/02/2015)

Un breve ascolto, durante la lettura

La neve lungo i binari mentre lentamente il cielo dismetteva i suoi colori rossastri e si copriva di blu, piano piano, fino al nero. Questa è la prima, indissolubile, immagine che mi resta del mio arrivo a Bologna. Avevo inseguito la neve per chilometri, a cavallo di direttrici metalliche che talvolta andavano intersecandosi con altre, o costeggiavano paesaggi collinari fino ad approdare in pianure via via totali. (altro…)

Ibeyi – Ibeyi

Data di Uscita: 16/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Ibeyi - Ibeyi

Quel pomeriggio, stranamente, non erano in ritardo. Avrebbero potuto, a dirla tutta, rallentare il passo: il grosso orologio della stazione centrale segnava che erano da poco passate le 18, il treno sarebbe partito solo alle 18.27, e Jules si sarebbe volentieri fermato per un caficito e una sigaretta. Si guardò intorno per cercare sua sorella, per implorarla di arrestare la falcata carica di affanno che li aveva condotti di fronte al tabellone delle partenze con la fame d’aria e le palpitazioni. Non riusciva a vederla, ed era sicuro che l’avrebbe trovata al binario 1, già in cerca della loro carrozza.
Avrebbe voluto fermarsi, riprendere a respirare regolarmente, lasciare a terra i bagagli e permettere al sangue di affluire di nuovo alle dita. Si mosse verso Julie e la vide là dove si aspettava di trovarla; girata con le spalle verso il treno, guardava in direzione dell’ingresso principale. La corsa era finita, ora non si poteva far altro che aspettare; non c’era più nulla che Julie potesse fare per non concedere alla sua mente di raccogliere tutti i pensieri che si era faticosamente lasciata dietro; il suo cuore soffocava nel dolore, e lei poteva solo aspettare che il viaggio avesse inizio.
Si sistemarono in una delle carrozze centrali del Tren Francés, il grande convoglio che attraversava l’intero paese; seduti l’uno accanto all’altra, si dissero che così avrebbero avuto una spalla su cui poggiare la testa intorpidita dalla noia. In verità non sopportavano l’idea di specchiarsi per un tempo così lungo l’uno negli occhi dell’altra, e avere di fronte a sé l’immagine viva di un male così forte. Erano inseparabili Jules e Julie, gemelli nel corpo e nell’anima: si amavano, si odiavano e poi si adoravano sempre di più.
La carrozza stava popolandosi velocemente, ma i due giovani non erano distratti dall’entusiasmo dei turisti o dalla frenesia delle mamme con i loro bambini, non si curavano delle dolcezze delle giovani coppie né si accorgevano dei cantici spirituali delle signore più anziane; sentirono a malapena il rumore delle porte dei vagoni che si chiudevano e la locomotiva che fischiava, e videro lentamente la stazione che si muoveva. Il treno era finalmente partito. Solo allora si sedettero gli ultimi due passeggeri: un signore dagli occhi scuri e accesi come quelli di un bambino si sistemò di fronte a Jules e una piccola donna con lo sguardo dolce e languido gli si accomodò accanto.
Per Jules e Julie fu come risvegliarsi per un momento dallo stato di apparente apatia in cui si erano totalmente immersi dopo la corsa verso la stazione. Si ritrovarono ad osservare la coppia appena arrivata con un interesse talmente vivo che, forse, l’anziano signore chiese loro del fuego per accendere il sigaro che stringeva tra le dita della mano pur di deviare quegli sguardi fissi da sé e sua moglie; Jules si mise a cercare un accendino in tutte le tasche, e mentre andava tastandosi pensava a quanto fosse folle l’idea di fumare in treno, senza nemmeno nascondersi nella toilette di una carrozza, come se niente fosse. Aveva in tasca un vecchio accendino d’argento, l’unico oggetto di suo padre che aveva desiderato tenere con sé: lo aveva preso quella mattina, prima del funerale, ci aveva già acceso una lunga serie di sigarette e ogni volta che ne vedeva la fiamma si sentiva debolmente rassicurato dai ricordi. Lo avvicinò alla punta del sigaro che l’uomo ora teneva tra le labbra socchiuse. L’anziano sorrise, si fece accendere il sigaro, inspirò una profonda boccata da cui trattenne con avidità il fumo; anche la donna accennò un sorriso, posò i suoi occhi penetranti sui giovani gemelli e chiese loro da dove venissero. Julie, che pensava a quanto fosse fuori luogo quel sorriso di circostanza, rispose che venivano dal cimitero, dove avevano appena sepolto il padre. L’espressione dei due anziani non cambiò, entrambi sorridevano ancora.
L’uomo inspirò ancora una volta il fumo pungente del suo sigaro, poi si voltò verso la donna, e questa cominciò delicatamente a parlare. O forse a cantare. Prese a intonare quella che lentamente divenne la nenia che Jules e Julie ascoltavano dalla madre quando erano bambini e si sentirono totalmente assuefatti dalla dolcezza di quella voce e dalla forza del ricordo. Per la prima volta, su quel treno, potevano distinguere quelle parole che sempre avevano creduto intraducibili:
“Guarda le mani del mio uomo, hanno sollevato la terra e le hanno donato nuovi semi. La terra si è lasciata sollevare, si è lasciata fecondare e ha partorito nuovi frutti. Gli uomini e le donne sono la terra, e vivono e piangono finché non sono sfiniti come la terra sollevata prima della semina. Aspettano l’acqua e aspettano il sole, ma a nulla valle se non si lasciano sollevare. La mano che prepara gli uomini ad una nuova vita li solleva e li sfinisce, prima di donare loro i semi.”
Sembrava che fosse passato un tempo lunghissimo prima che la voce svanisse, e che Jules e Julie si rendessero conto che il treno era arrivato alla prima fermata. Non sapevano se si fossero addormentati, se gli si fosse annebbiata la vista con il fumo del sigaro, se avessero sognato. I posti che avevano di fronte erano vuoti, l’aria non profumava di tabacco, l’accendino era sul tavolino, le lacrime rigavano il volto di Julie. Si guardarono e non si dissero nulla, ma sapevano che la terra era stata sollevata, che erano sfiniti, e avrebbero lasciato che il sole ravvivasse il loro animo e l’acqua lenisse il loro dolore, che avrebbero aspettato i nuovi semi e che sarebbe rinata una nuova felicità.

Giulia Matteagi

Drake – If You’re Reading This It’s Too Late

Data di Uscita: 12/02/2015

Drake - If You're Reading This It's Too Late

Ricordo ancora la prima volta che lo vidi arrivare, scese da una lunghissima macchina scura sganciando un grosso rotolo di verdoni all’autista prima di spedirlo via, lontano, in una notte senza stelle. Così tanti soldi tutti assieme non li avevo mai visti, e mai li avrei visti più in vita mia. Si fece lasciare qui, nella solitudine del deserto californiano a pochi chilometri da Blythe, poco più in là l’Arizona. Spirava uno strano vento che presagiva pioggia, cosa insolita per un posto come questo poco avvezzo all’acqua, semmai tormentato dalla siccità. Nessun avventore al bancone, avevo deciso di uscire a farmi prendere a schiaffi dalle raffiche mentre chattavo con Sean e TJ su WhatsApp: non si erano ancora ripresi dai bagordi della notte precedente, la festa per i miei diciannove anni, la tequila arrivata dal vicino Messico e le ragazze ubriache. I postumi mi stavano complicando le cose qui al lavoro, ma dovevo a tutti costi rigare dritto, d’altra parte mi pagavano bene per i servizi notturni, non potevo correre il rischio di ritrovarmi col culo per terra senza uno straccio di occupazione. Una Red Bull e qualche sigaretta in faccia alla luna potevano salvarmi, d’altra parte ero da solo, fatta eccezione per quella coppia di altissime palme all’imbocco del vialetto, e le pompe di benzina a riposo, di fronte a questo blocco prefabbricato di colore giallo, chiamato pretenziosamente “Tavola Calda”.
Invece arrivò lui, a innestarsi quale alieno in una cornice direi surreale; l’auto dalla quale scese si dileguò a grande velocità fino a perdersi sull’orizzonte destro, il ragazzo si girò guardingo, come a sincerarsi che nessuno lo avesse pedinato, si sistemò il cappuccio della felpa sul capo e, mani in tasca, entrò sfilandomi accanto. Spensi velocemente la Lucky Strike accesa solo un attimo prima, lo seguii all’interno per adempiere i miei compiti al bancone del bar, con una certa curiosità. Ordinò un anonimo cappuccino prima di sedersi al tavolino davanti al finestrone che dà sul piazzale, dove trascorse la notte annotando chissà cosa in un’agenda tascabile; di tanto in tanto lanciava lo sguardo tra gli arbusti del deserto, ma forse nemmeno lui sapeva cosa stava cercando.
Dopo quella notte tornò altre volte, da solo, con una vecchia utilitaria dai parafanghi consumati. Non riuscì mai a dismettere l’espressione marcatamente inquieta dal volto, nonostante la progressiva confidenza che si stava prendendo con me, tra reciproci racconti di vita nella vastità di questa California silenziosa e inabitata. In seguito mi rivelò che si sentiva braccato, dai fantasmi di una notorietà arrivata dirompente sebbene la sua giovane età e le invidie di chi gli contendeva la piazza. Difficile dargli torto, pur essendo il suo mondo distante anni luce dal mio, fatto di rinunce e sacrifici per raccattare qualche soldo in più. Era famoso quindi, era un rapper ma aveva il viso pulito e privo di quell’alone di temerarietà dato da cicatrici e sguardi torvi. Era famoso e naturalmente autocompiaciuto, tuttavia mi regalò la sua fiducia con una spontaneità disarmante, la stessa con la quale aveva cominciato a rivolgermi domande o a sputare fuori frasi sconnesse per dar voce all’irrequietezza interiore, mentre fumavamo insieme sotto la tettoia della stazione di servizio.

“Shit’s just crazy man, the whole energy out here is just changing, you know. It’s just getting dark, man, quick” / “I’m drinking more. I’m smoking more. We’re out here staying up so late that it’s early, like fuck. I’m not losing it though; I’m just venting. I’m not worried. It’s already too late for these guys, trust me. I’m just more worried about myself. You know? I just gotta come home.”

Casa era quella che aveva lasciato a Toronto una volta che divenne “qualcuno”, casa è quella in cui io torno ogni due o tre mesi per riabbracciare la mia famiglia e accumulare il calore necessario a non sentire freddo nel vuoto di questo posto di confine. Durante le notti in cui ci tenevamo compagnia, con un bancone spartano come linea di separazione, mi disegnò chiare immagini innevate, la sua infanzia in un Canada dagli inverni tremendamente rigidi da intiepidire sulla strada con gli amici di sempre o tra le mura della propria cameretta a emulare idoli dell’hip hop, gli stessi che poi si sarebbero tramutati in rivali. Le lunghissime partite a basket nelle corti in cemento tra un palazzo e l’altro non erano così diverse dalle mie, gli stessi pantaloncini sudati su gambe esili, le mamme alla finestra ad ammonirci perentorie ché avremmo saltato la cena se non fossimo rincasati, le sonore risate e tutti i futuri possibili davanti. Sembrava che si allentasse la tensione sulla scia dei ricordi spensierati, ma la leggerezza durava poco e un’ombra tornava ben presto ad abbassargli lo sguardo.
Un paio di mesi fa eravamo intenti a disquisire su soldi e donne che gravitavano nell’ambiente rapper, sulle armi, le telefonate anonime e tutto ciò che metaforicamente diveniva ai suoi occhi una minaccia, quando un ubriaco piombò nel locale piazzandosi al bar, sullo sgabello di fianco al suo. Non la piantava di biascicare fesserie e ordinare drinks, e non potevo non accontentarlo; il ragazzo si alzò di scatto facendomi segno col capo che mi avrebbe atteso fuori. Il punto esatto, quello che preferiva, apriva una drammatica vista sul deserto desolato, e il vento spirava anomalo come la notte del primo incontro; quando mi smarcai dal disturbatore non c’era già più, era sparito nell’oscurità. Mi aveva lasciato un foglio bianco incastrato nella pompa di benzina più vicina: “If you’re reading this it’s too late”, recitava una scritta irregolare col pennarello nero.
Il negozio di vinili era meta di pellegrinaggio con i miei amici sin dal mio trasferimento in California, ma stamattina sfogliando i dischi non mi sarei mai aspettato di ritrovare la stessa grafia scura su fondo bianco a recitare le parole del biglietto, sulla copertina di un album. Drake era svanito tra le folate in mezzo al nulla ma non era un addio. Nel mio giorno libero la stanza dove vivo è inondata di luce; mi perdo a guardare dalla finestra la strada e la sabbia mentre la musica fluisce pezzo dopo pezzo, e parla con estrema franchezza delle paure e dei tormenti che già conoscevo. Una sequenza di spari, degli squilli insistenti e un numero disconnesso, costante malinconia di fondo su ritmiche scarne o complesse ma costantemente profonde, su cui s’innestano storie di pistole, di fama e successo, delusioni disillusioni e ansia da prestazione, inquietudine inestirpabile perfino a Miami, tra un party e l’altro. La parabola si conclude a New York City, un tardo pomeriggio, in un sommario e lucido bilancio esistenziale. E gli States sono sconfinati, ma semmai tornerà a farmi visita, il cappuccino lo offrirò io.

Federica Giaccani

“Just Like You”, il nuovo singolo dei Chromatics

Johnny Jewel ha pubblicato il primo estratto da “Dear Tommy”. (altro…)

Future Brown Mix Vol. 1

Ci siamo quasi, il 23 febbraio uscirà il primo LP dei Future Brown. Detto ciò il dream team composto da Nguzunguzu, Fatima Al Qadiri e J-Cush ci regala un mixtape.

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Ben Frost ha preparato un mixtape per la Q2 Music

Ben Frost lo conosciamo molto bene, con il suo ultimo disco “Aurora” ha scalato le classifiche del 2014. Ora è pronto un mixtape che fonde il suo gusto: tra musica classica, elettronica e metal.  (altro…)

Wildbirds & Peacedrums, la musica diventa performance teatrale

Mariam Wallentin e Andreas Werliin, reduci da un ottimo album uscito soltanto pochi mesi fa (quel “Rhythm” scelto anche da noi come uno dei dischi del mese di novembre, che potete trovare raccontato qui), si mettono alla prova in uno spettacolo teatrale, “Det Flygande Barnet”, che debutterà all’Orionteatern di Stoccolma questo weekend.

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Rone – Creatures

Data di Uscita: 09/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Rone - Creatures

Ho scritto una canzone e le ho dato il nome della signora vestita di nero, galante e rabbiosa, che entra nelle nostre vite senza chiedere permesso perché si siede ad un tavolo al quale è sempre invitata, dove appoggiamo il nostro primo sonaglio ed il nostro ultimo bastone.
La prima volta che lei mi rivolse la parola fu solo un attimo, un sospiro, mentre quando i suoi occhi senza tempo si concentrarono su di te tutte le lettere che compongono il tuo nome si diffusero nell’acqua, così chiare e distinte nonostante il liquido azzurro che ci abbracciava dolcemente e che entrava lentamente nei tuoi polmoni.
Avevi seguito me, io, che inseguivo un’idea, un principio, invece di dare valore, di darti valore, cercando un valore aggiunto non necessario. Il tuo corpo mi trascinava verso il fondo della piscina, il sorriso estatico come ultima espressione. Ti eri abbandonata alla follia e, coinvolta dai miei demoni, avevi macchiato la tua pelle di lampi rossi, di archi gialli, di linee e di sagome che scrivevano pensieri impuri su quello sfondo celeste.
Una volta riemerso, ansimando, presi il mio cuore e ci feci un buco nel mezzo, un cerchio perfetto, un foro attraverso il quale avremmo potuto continuare a parlarci anche se eravamo su due piani fisici differenti. Lo usai come planchette di una tavola ouija, una di quelle lastre di legno su cui sono incise lettere, numeri, raffigurati simboli esoterici, utilizzata nelle sedute spiritiche per comunicare con quelli che vengono volgarmente definiti spiriti. La planchette viene mossa fisicamente dalle mani della persona tramite, e compone la risposta che dà voce all’entità con cui ci si è messi in contatto.
Quella notte rubai le chiavi di tutte le macchine del mondo che hanno il motore spento e, utilizzando il fuoco di una cometa, le fusi in un enorme carro funebre di metallo nero come pietra lavica. Ci mettemmo in moto lasciando la città, passando per giardini naturali dove l’erba era altissima e soffice come cotone.
Il veicolo procedeva slittando su sentieri tracciati all’interno di foreste dimenticate, rivestiti dal ghiaccio che veste il bordo del mantello di chi non ha mai smesso di cercare. Non si fermò mai, volutamente o per l’imprevisto, e chiunque volesse salire su quella carrozza doveva fidarsi ed essere investito. Era l’unico modo per occupare una di quelle bare usate come musica e non come riposo eterno, perché la morte è tutto fuorchè adagiarsi su un letto di esperienze passate. È comunicazione alternativa, è fiamma e vento, è uno specchio che non riflette quel che ci aspettiamo, perché un dente non smette di esistere se viene nascosto da un sorriso. La carrozza era infestata dai mostri innocui della nostra infanzia. Da scheletri rivestiti da fasce muscolari, nervi, legamenti, da dita veloci che pizzicavano le corde di una moltitudine di violini, da bocche che sfamavano gli ingordi ugelli di trombe e tromboni. Da pelle che rabbrividiva alla vicinanza della nostra meta, una casa stregata formata da un’infinità di stanze in cui non esistevano letti singoli, che i più coraggiosi potevano già vedere sporgendosi sul lato sinistro di quel veicolo ritmico. Da occhi in grado di spalancarsi dallo stupore alla vista dello splendore accecante delle voci provenienti da quel nido, il cui desiderio di essere trovate si tramutava in un bagliore bianco che sovrastava qualsiasi forma e colore.
Da orecchie in grado di sentire l’unica parola che usciva dai loro polmoni stretti all’unisono, una risposta per tutti noi, inguaribili cercatori delle persone date per perse, al cui nome ci siamo stretti come in un abbraccio.

Vif…

Filippo Righetto

BADBADNOTGOOD & Ghostface Killah – Sour Soul

Data di Uscita: 24/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

BADBADNOTGOOD & Ghostface Killah - Sour Soul

Felpa nera con cappuccio largo che mi copre quasi interamente il viso, tirapugni in una tasca, coltello nell’altra, pantaloni ordinari, scarpe comode per l’eventuale fuga a gambe levate e il prezioso contenuto in una tasca che tengo appesa al collo, sotto la t-shirt.

Mi guardo intorno e ho paura di tutti: degli sbirri, delle gang e della gente comune. Devo attraversare questo maledetto quartiere per arrivare al luogo dello scambio e sento il cuore battere a mille sotto il velluto spesso. Non è la prima volta che faccio questa cosa, ma oggi è diverso, perché “la roba” è tutta mia.

Cammino piano per non attirare l’attenzione e raggiungo il luogo stabilito alle 11pm in punto. Il mio contatto è in ritardo e come un vero dilettante inizio a guardare l’orologio. Allora cerco di distrarmi, guardando una gru che in lontananza domina l’orizzonte.

Passano altri cinque minuti e decido che non è il caso di rischiare oltre. Faccio un passo e mi sento bussare alla schiena. Mi volto di scatto: è lui! Mi chiede se ce l’ho e io gli faccio la stessa domanda, annuiamo all’unisono e facciamo lo scambio, così come concordato.

La via del ritorno è sempre la più faticosa. Sento addosso un calore come se stessi andando a fuoco, cerco di tranquillizzarmi, di concentrarmi sul piacere che avrò da qui a pochi minuti. Cammino sul ghiaccio mentre sono in fiamme.

In lontananza vedo casa mia e tiro un sospiro di sollievo. Inconsciamente infilo una mano sotto la felpa per tastare il nuovo contenuto della mia sacca, quello per cui ho rischiato tutto. In quel preciso istante sento una voce che mi intima di alzare le mani, lentamente.

Non sono in grado di afferrare il coltello né il pugno di ferro per rompergli la faccia perché non ho le mani in tasca, mettercele adesso significherebbe provocare questo stronzo che mi minaccia alle spalle. Decido di seguire il suo consiglio, alzando lentamente le mani e voltandomi.

Cazzo è proprio un piedipiatti ed ha una pistola in mano. Mi chiede cosa ho sotto la felpa. Rispondo che non c’è nulla e che se vuole può controllare. Lui tira indietro il cane della rivoltella e mi dice di buttare immediatamente la roba a terra.

Decido di dargli retta ancora una volta. Mi sfilo la sacca dal collo e la adagio tra i miei piedi. Lo sbirro ha un sorriso a trentadue denti e mentre mi intima di fare un passo indietro sostiene di avermi fottuto, che è pronto a scommettere sul suo distintivo che quello è un mixtape!

All’udire di quella parola mi volto di scatto e inizio a correre, più forte che posso, ma quello prende la mira e mi centra alla schiena. Sono a terra, ancora vivo anche se non ho più sensibilità alle gambe. Intanto lui guadagna terreno su di me.

Inizio a sperare con tutto il cuore che almeno sia andata meglio all’altro tizio, quello che in tasca ha la mia di cassetta pirata: musica hip-hop sulla quale ho lavorato incessantemente per anni. Sto perdendo i sensi, ma sorrido perché almeno il mio testamento di libertà creativa è stato condiviso!

Maurizio Narciso

“The Blacker the Berry”, nuovo singolo per Kendrick Lamar

Kendrick Lamar ci sta facendo penare, il suo prossimo LP è tra i più attesi del 2015 e non vi sono certezze.

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Meritatissimo, Annie.

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Inventions – Peregrine

Eluvium (Matthew Cooper) e Mark T. Smith degli Explosions in the Sky stanno per sfornare un secondo disco con il moniker Inventions.

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Ólafur Arnalds & Alice Sara Ott – primo estratto da “The Chopin Project”

Con “Verses” abbiamo l’opportunità di ritornare nel mondo di Ólafur Arnalds, qui accompagnato dalla pianista Alice Sara Ott. Il nuovo “The Chopin Project” uscirà il 16 marzo.  (altro…)

Beck si porta a casa due Grammy Awards 2015

Con l’ultimo disco, Morning Phase, il cinico portavoce della generazione X si conquista i titoli di “album of the year” e “best rock album”, scavalcando veterani di portata quali U2 e Black Keys.

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Future Brown – Future Brown

Data di Uscita: 23/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Future Brown - Future Brown

Don’t waste my time, or waste my drink
Out my mind, and I can’t think
I’m fucked up in this club so why you talking to me?

Parlarono del progetto mentre Jay era comodamente seduto sulla poltrona girevole di Hatem, il barbiere tunisino all’angolo della strada in cui si erano trasferiti. La lama scorreva veloce sul volto del ragazzo, le piccole forbici per fare la barba venivano governate dal musulmano con estrema velocità ed efficacia. Contorni perfetti e un panno caldo e bagnato a completare l’opera, un servizio rilassante e qualitativamente altissimo. Fatima e gli altri erano tutti d’accordo: prima di riversare le tante idee sul pavimento vi era la necessità di creare un contenitore adeguato per raccogliere il tutto. Gestire un locale spesso significa andare incontro ad un potenziale pubblico, magari storpiando i propri gusti per avere un maggior incasso. Il mercato è fatto di domanda ed offerta quindi non c’è nulla di scandaloso nell’operare in tal direzione; tuttavia il parere personale intatto garantiva un divertimento purissimo durante le serate.
In pratica – il tutto mentre muratori slavi entravano per farsi radere da Hatem – arrivarono alla conclusione di unire le forze formando una squadra di lavoro coordinata. Dai drink proposti alle luci, dagli ospiti richiamati al colore degli interni tutto era oggetto di valutazione secondo i criteri del massimo piacere visivo, uditivo ecc ecc.

Quando entra in gioco l’abitudine è complesso stravolgere i programmi. L’usato sicuro è fonte di successo spesso assicurato, ma qui il caso raggiunge una complessità maggiore. Jay, con la barba perfettamente squadrata, raggiunse i pensieri dei compagni e l’organizzazione entrò in una successiva fase operativa. Non era più sufficiente sviluppare le serate dal dietro le quinte, ad una nuova creazione di beats si dovevano affiancare le voce di conoscenti sparsi per il Paese. Personalizzare il contesto e renderlo gradevole, amichevole: questo alla fine era il programma. Quattro amici che aprono la loro cerchia alla collaborazione con persone di fiducia, per ballare e sudare tenendo il sorriso stampato in faccia.
Belle ragazze, tequila, rum, grime music, hip hop, dancehall ed elettronica ripiena di glassa metallizzata.

Pussy wetter than nemo, money longer than the sea floor

Un mix a volte straniante che però ha il merito di fottersene del resto, senza per forza dover dire qualcosa, magari recuperando cliché del passato per fare grandi numeri. Il lavoro individuale confluisce senza regole prefissate in partenza, le vibrazioni seguono il proprio corso e le voci si inseriscono a cascata. Intrecci rap, clap, kick e snare sovrapposti a dettare un ritmo spezzato e rullato. C’è tutto per saltare e godere tra flash colorati. MVP.
Collane d’oro – c’è posto per varie declinazioni – e cori in loop tra synth duri, ma pronti a tradire originali non occidentali. Quando il ritmo fa respirare un attimo, la metrica e il flow impediscono comunque azioni rallentate. ASBESTOS. Tutti stretti ed interscambiabili in un minuscolo palco, una vera e propria dangerzone che dà spazio a tutti. Non ci sono scuse nelle notti del quartetto, la musica apre corridoi a volte melmosi in cui nuotare come se la sostanza fosse acqua purissima e non fango. Voci femminili crude si avvicinano a toni più sinuosi, risate e la solita drum machine caratteristica di Jay, Fatima e compagni. NO APOLOGY. Ritornelli che entrano in testa e ci resteranno per sempre (TALKIN’ BANDZ), esplosioni goderecce e culi che si muovono strusciandosi furiosi.

Let’s go stupid! Where’s my music

Alessandro Ferri

Kanye West e un misterioso countdown

La scorsa notte Kanye West, via Twitter, ha lanciato un sito nel quale compare un countdown che scorre inesorabile.

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Mount Eerie – Sauna

Data di Uscita: 03/02/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Mount Eerie - Sauna

So I make coffee while
looking out the window
and notice that I can’t
remember when
or if
I woke up.

Ancora sveglio. Di nuovo sveglio. Il vapore vortica. Riflette il pallore della neve. Si tinge del chiarore dei tizzoni ardenti. Lo avvolge e turbina silenziosamente. Si aggrappa al corpo nudo e nervoso. E poi lo abbandona. Bagnando la pelle di vaghi ricordi. Il calore sussurra del vuoto che c’è fuori. Di un mondo rimasto silenziosamente ad osservare quel cosmo raccolto tra poche assi di legno. Di un tempo speso a rincorrere la luce in grado di impressionare su un negativo mai soddisfatto la sua idea di estetica. La sua visione delle cose. La luce che potesse adagiarsi lieve tra le forme dei suoi pensieri. Senza disturbare il suo sonno. Senza incrinare la sua veglia. La luce che silenziosamente sfila tra le dita. E come il vapore. Non può essere afferrata. Dice. Parlami. Parlami ancora di come hai vinto la gravità diventando impalpabile nuvola. E quello risponde. Raccontami di come sei arrivato fin qui. Dimmi ciò che ti manca. Il vapore lo avvolge come una coperta. Insegnami come afferrarti. E la mia mano sarà dolce.
Fuori dalla finestra la neve cade orizzontale. Ed è solo un’ombra contro il cielo che ha perso ormai da parecchi chilometri qualsiasi tonalità di blu. Perpetuamente illuminato da una mattina che non trova più la sua conclusione. E il rito del caffè si ripete senza ormai una logica. Senza alcun sollievo. Osserva fuori dalla finestra il momento che ancora non è maturo. Si intrecciano le betulle. Mimetizzandosi e confondendosi tra loro. Come fili in un arazzo senza via di fuga dal bianco. Come nastro di Möbius.
Apre gli occhi. Si guarda attorno come se non si aspettasse di non trovare nulla di strano. Con gli occhi inquisitori di chi non riesce a fidarsi dei propri sensi. Eppure tutto sembra al proprio posto. Se solo trovasse la lampada. Sotto quel soffitto leggero di nuvole. Sorvolato da aerei bagnati di pioggia. E’ notte. Non è possibile. E’ un altro sogno.
Il tempo scorre uguale a sé stesso. Come un serpente che si mangia la coda. Era giunto fin lì da chissà dove. Da chissà quando. Rincorrendo il sole oltre ogni orizzonte. Fino a che non l’aveva ritrovato stanco a riposare su queste lande sterminate. Senza fine e senza niente. Sperando in un attimo di perfezione da poter catturare allo scoccare dell’otturatore. Ma ad ora solo un vuoto opprimente mai sazio di sé. E l’immagine del nulla asseconda il mondo che non si può vedere. Dovrebbe scorrere l’orizzonte a ritroso per ritrovare qualcosa di perduto. Raccoglie la macchina fotografica e decide di incamminarsi per le strade non segnate che conducono a quella catapecchia. Ancora una volta a caccia. Dice. Parlami. Parlami ancora di quanto questa neve ti è mancata. Di quanto hai sofferto la lontananza. Parlami. E poi lasciami andare.
Stacco. Nuovamente con gli occhi aperti. Ancora quelle ombre. Ancora quell’allungarsi sul pavimento impolverato. Sale la rabbia. Sale la frustrazione. Quanto ancora deve aspettare? Quanto ancora per avere una risposta? Manca. Sì. Manca. Qualcosa.
Un muro d’acqua s’infrange sulla porta. Ed entra. Trascinando con sé la scarsa mobilia. Il fiume nella stanza lo circonda. Da dove viene? Che fine ha fatto la neve? Che fino ho fatto io? Lacera la nebbia. Prima di uscire. Aspetta. Raccontami ancora degli oceani che non hai ancora visitato. Raccontami ancora di come le loro onde ti abbiano accolto anche se non avevano mai visto il tuo volto. E poi non lasciarmi ancora qui. Trascinami via. Perché sono ancora in grado di piangere. E le mie lacrime ti ricorderanno gli abbracci marini. E saremo un tutt’uno. Lontano da casa.
Stacco. Un momento di lucidità. Osserva le foto attaccate al muro. Tutti i tentativi falliti di illuminare i propri pensieri. Frammenti sbagliati di vita non vissuta. Dando sempre le spalle alla propria meta. Inseguendo lo zenith camminando all’indietro. Una finestra in frantumi su un passato dubbio. Che segna i passi compiuti ma ormai dimenticati. La luce perfetta. E’ per questo che si trova lì.
La porta vibra. Riverbera. Qualcosa vuole uscire. Svelto accatasta ciò che trova. Sperando di bloccare quegli incubi. Come erano arrivati fin lì? L’avevano inseguito. L’avevano trovato seguendo le molliche di pane che aveva lasciato ai piedi delle panchine sulle quali si era seduto a sfamare i passeri. L’avevano osservato ritrarre insoddisfatto raggi luminosi sfuggenti. No. Gli incubi no. Tratti di carboncino già gli aggrottano le sopracciglia. Scompigliano i capelli. Grovigli confusi sospesi a mezz’aria. Voci passate. A salutare. Si tappa le orecchie. Prende fiato. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo.
Nell’attesa di un evento che sembra non giungere mai si impara ad apprezzare il silenzio. Ripensa con fatica a tutte quelle frasi insipide. Ripensa a tutti i dialoghi nei quali si è sentito solo. Tutti i discorsi che gli hanno lasciato un vuoto dentro che solo quel vapore denso e penetrante può riempire. Dice. Parlami. Parlami ancora di quando hai perso la parola. E quello risponde. Raccontami dei segreti che racchiude il ghiaccio. E di quando tutto scivola via. E rimane solo il nudo mondo. Dice. No. Lasciami in pace. Non c’è niente. Sotto il ghiaccio non c’è niente. Né il mondo. Né le parole per descriverlo. E quello risponde. Non dirò più nulla. Dice. Va bene. Ma resta qui ancora un po’.
Stacco. Dice. Pensavo ci fossimo detti addio. Pensavo mi avreste finalmente lasciato in pace. Almeno qui. Mentre attendo che la luce si mostri per ciò che è. Pensavo che non sareste nuovamente tornati a bussare alla mia porta. Quelli rispondono. Ci hai portato tu. Ci hai trascinato qui contro la nostra volontà. E ti lamenti pure della nostra presenza. Dice. Non è così. Che ne sapete voi? E quelli lo apostrofano. Noi siamo quello che tu non vorresti sapere. Ma noi sappiamo. E sai anche tu. Dice. Io non voglio. No. Le botte. No. Gli abbandoni. E la fame. No. Lasciatemi in pace. E quelli rincarano. Quando hai alzato il pugno e l’hai calato forte sul suo volto. Quando l’hai abbandonata perché non riuscivi a perdonarti. Quando. Dice. Dove sei? Parlami. Parlami ancora. Ma il vapore non dice nulla. Si accoccola però al suo fianco. E lo avvolge. Mentre i fantasmi continuano a passare attraverso tutte le barriere che inutilmente cerca di erigere.
Proprio questo. Finalmente. La macchina scatta. E si imprime già pregustando sali d’argento e acidi. Questo momento. Questo momento è arrivato. La cosa lo riempie di gioia. Euforia. Finalmente ora può dormire. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo. Questo. Proprio questo. Di nuovo. La macchina scatta. Finalmente ora può riposarsi. Apre gli occhi. Un’altra volta. E la luce è ancora lì. Perfetta. Sempre lei. Questo è il momento. Questo. Scatta. Dice. Per favore. Ora posso dormire? E quello se ne sta zitto. Apre gli occhi. Questo. E’ questo il momento. Scatta. E vuole solo dormire. Apre gli occhi. Ancora. Di nuovo.
Di nuovo sveglio. Ancora sveglio. Scorre gli occhi sulla stanza. E incrocia lo specchio. Il volto è smunto. I capelli bianchi. Il corpo nudo e sottile. Nervoso. Gli occhi scavati. Le costole in rilievo. Da quanto è lì non se lo ricorda. Come se ancora avesse senso lo scorrere del tempo. Come se avesse ancora una logica. Una direzione preferenziale. Pure lì. Eppure il suo corpo sembra segnare questa direzione in maniera inequivocabile. Se solo si fosse ricordato di cosa significava essere vecchi. Se solo si fosse rassegnato all’idea di aver valicato l’ultimo orizzonte. Se solo si fosse accorto che altro non rimane da fare che sperare nella notte per riprendere una rincorsa senza fine. Parlami. Parlami ancora. Non volevo trattarti male. Per favore. Parlami ancora. E quello risponde. Raccontami di chi sei. Perché io non ti conosco. Dice. Parlami. Parlami ancora. Parlami di me.

Pietro Liuzzo Scorpo

Prefuse 73 torna con un album e due EP

Un album “Rivington Não Rio” (12 maggio) più due EP “Forsyth Gardens” (28 aprile) e “Every Color of Darkness” (14 luglio) segneranno il ritorno sulla scena di Guillermo Scott Herren, in arte Prefuse 73.

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