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Dan Mangan + Blacksmith – Club Meds

Data di Uscita: 12/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Dan Mangan + Blacksmith - Club Meds

Me ne sono andato da una città che per me aveva il sapore di una medicina amara, uno sciroppo denso e scuro che mi avevano insegnato essere indispensabile per sopravvivere. Percepivo quel retrogusto familiare in bocca ogni volta che venivo investito dall’alito della scelta ingiusta.
Viviamo, quell’aroma secco e coriaceo, tutte quelle volte in cui sopportiamo perché siamo certi che passerà, che accettare non vuol dire arrendersi ma significa smussare, mitigare.
Me ne sono andato, perché mi vedevo come un fazzoletto di carta appoggiato su un tavolo, minacciato dall’acqua appena uscita da un bicchiere rovesciato di proposito.
Ho accettato il primo impiego che ho trovato. Era giugno e sui giornali si ripetevano, pagina dopo pagina, gli annunci di lavori stagionali, dalle attività di fatica nei campi agli animatori nei parchi turistici. Scelsi qualcosa per cui il mio curriculum vitae potesse essere ben visto senza essere scartato con un laconico “troppo qualificato”: tutore presso un campo estivo di una scuola cattolica. Nella descrizione si parlava di ragazzi di natura problematica, tra i tredici e i diciassette anni.
Una volta arrivato scoprii che quegli adolescenti appartenevano tutti a famiglie facoltose, che li avevano mandati in quel centro nella speranza di ricevere indietro i loro figli un po’ più normali, ma anche per passare un’estate finalmente serena. Questi ragazzini non erano malati, ma ogni giorno passavano tutti dall’infermeria dove una psichiatra dall’atteggiamento fintamente caritatevole somministrava loro delle pillole che li rendevano obbedienti e, almeno apparentemente, felici.
Una volta parlai con uno di loro, che mi descrisse come lui, in quel campo, si sentisse come un uccellino avvolto in un batuffolo di cotone morbido, caldo, inodore. In quel nido artificiale si sentiva un po’ solo, il cibo aveva sempre lo stesso sapore e le voci apparivano tutte lontane, ma dormire un sonno senza sogni era sempre meglio che essere svegliato da un urlo.
Una di loro, Teresa, mi colpì subito per quella fioca scintilla che brillava nei suoi occhi che nessuna pillola sarebbe mai riuscita a spegnere del tutto. I cappelli biondi le cadevano ribelli sulle spalle e se qualche nuova ragazza del centro li sistemava in una treccia lei correva a vedersi allo specchio, si guardava da ogni angolazione, e poi la scioglieva tra le proteste dell’amica. Nessuno capiva questo suo comportamento (così diverso da come la sua madre adottiva avrebbe immaginato!), ma a me questi suoi gesti sono sempre sembrati come un rifiuto di cogliere dal terreno un fiore stupendo dopo averlo ammirato in tutto il suo splendore.
Non riporterò qui la storia della sua infanzia, posso solo dire che gli uomini possono essere crudeli quando hanno nelle mani la vita di una bambina.
Le insegnai come nascondere le pillole sotto la lingua e come bloccarle in gola quando una delle infermiere più esperte era di turno. Man mano che i giorni senza quei cocktail di calmanti ed antidepressivi passavano, Teresa riacquisiva lucidità e passione, ed io mi sentivo come uno studente che scopriva, su un foglietto stropicciato dimenticato sotto un armadio, le note a piè di pagina di un’incantevole poesia che non aveva mai compreso fino in fondo.
Dopo tre mesi sono ritornato nella città dai modi stretti e ruvidi. Pensando a Teresa, ero consapevole della mia fortuna di essere nato come uomo, bianco, in una famiglia agiata, circondato da una società in grado di perdonarmi.
Convinto che fosse mio, nostro compito, quello di accettare qualsiasi situazione grottesca nella quale possano inciampare i nostri piedi, cercando di vedere il lato positivo, anche se ci sembra di stare ruotando le facce di quel cubo che rappresenta la nostra vita da un’eternità.

Even though it seems easier to bury your head in the sand, the fog of self-delusion is much more miserable than the chaos of clarity

Filippo Righetto

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