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Panda Bear – Panda Bear Meets the Grim Reaper

Data di Uscita: 13/01/2015

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Are you mad?
Yeah I’m mad.

Ancora a distanza di tempo quell’immagine mi si para davanti. E ancora a distanza di tempo mi meraviglio. Le lucciole se ne stavano lì a vorticare a mezz’aria come indispettite dal mio stupore. E’ in quel momento che il mio pensiero si è rivolto indietro a cercare di nuovo il tuo volto. Mi confessasti piena di stupore di non averle mai viste prima. Le lucciole dico. La cosa ti riempì di gioia e mi strappasti un sorriso. Le lucciole se ne stavano lì a vorticare a mezz’aria. Forse indispettite dal mio stupore. Io me ne stavo lì in piedi ad osservare quella nube in continua evoluzione che splendeva nel buio. Ho una retina facilmente impressionabile. Sì che l’oscurità non riconquistava mai per intero i miei occhi. Una pulsazione dietro l’altra. Sincronizzazione collettiva. Emergenza rituale di fantasie caotiche. Caleidoscopio inarrestabile. Intreccio inconcludente. Senza scopo alcuno se non l’intreccio in sé. Io me ne stavo lì. In piedi. A bocca aperta. Mentre lui se ne stava là. Continuando a suonare. E per la prima volta sentii le loro voci. Tutte assieme.

      Oggi è arrivato un nuovo paziente. Numero quaratatrè. E’ giovane. La faccia pulita. Una frangia di capelli scuri calata sugli occhi. Si è presentato in maniera educata ed ha risposto a tutte le domande che gli sono state poste. Verrà sistemato nell’ala ovest. Non penso creerà problemi.
      Il nuovo paziente si è presentato nel mio ufficio la mattina presto. Mi ha chiesto gentilmente il permesso di poter lavorare il legno. Alla mia faccia stupita ha risposto di aver visto tutto l’occorrente di cui ha bisogno nel capanno dove il giardiniere ripone gli attrezzi e dove vengono sistemati i mobili ormai inutilizzabili. Devo sentire gli altri membri del Consiglio.
      Questa notte numero quarantatrè si è svegliato e ha cominciato a parlare. E’ il motivo per cui si trova qui. L’infermiere è venuto subito a chiamarmi. Quando sono arrivato l’ho trovato in silenzio. L’ho accompagnato in giardino per prendere dell’aria e per farlo tranquillizzare. Non ce n’era bisogno. Il paziente era calmo. Non era però il momento di comunicare lui che la sua richiesta aveva ricevuto risposta affermativa dal Consiglio.
      Il nuovo paziente si è recato questa mattina al capanno. Rimarrà sempre sotto la sorveglianza di due persone. Verrò chiamato immediatamente in caso di necessità. Ha cominciato ad osservare il materiale a sua disposizione. Bussava il legno e lo annusava. Lo sfiorava come per saggiarne la fragilità. Ha raccolto in un angolo alcuni pezzi e poi è tornato nella sala comune.

Ti piacerebbe qui. L’aria è pulita. Non si deve far caso ai cocci di bottiglia sopra i muri che circondano il giardino. La quiete pare qualcosa di palpabile sotto questi alberi. Le stagioni sono miti. E pure la pioggia non ha nulla di melanconico. Anzi. Proprio durante i temporali che lontano da qui potrebbero sembrare i più spaventosi ci ritroviamo tutti nella sala comune. Pazienti e personale. Solo lo scrosciare della pioggia è udibile. E i tuoni. Ma il ritmo caridaco rallenta. Come una macchina a vapore privata del carbone. Come un’altalena abbandonata per correre verso la cena. Poi. Una volta passato il temporale il cielo è più terso che mai.

      Gli infermieri mi hanno chiamato che erano circa le due del pomeriggio. Il paziente quarantatrè lavorava di gran lena mentre discuteva animatamente con suo padre. I dialoghi nella sua testa prendevano vita attraverso le sue stesse corde vocali. Sì che la sua voce ne era trasformata. Prima docile ed acuta nell’impersonare sé stesso. Quindi grave e autorevole nel ruolo paterno. Rivolgeva lui accuse subito mitigate dalla nostalgia. E quello rispondeva appellandosi alla caducità della vita umana. Nel frattempo armeggiava col la sega e con la pialla. Sciorinava preghiere e rimpianti. Si rispondeva pieno di compassione per sé stesso che ciò che è inevitabile si deve affrontare. Pure con la certezza di uscirne sconfitti.
      Numero quarantatrè lavora oramai senza sosta. Alla sera devo recarmi di persona e ordinargli di ritornare dentro l’istituto. Oggi l’ho ritrovato a discutere ancora come di fronte ad uno specchio. Ma non era il padre questa volta. Era un timbro dolce. Lo rincuorava. Lo rassicurava. Gli spiegava che il tempo è un’illusione che inganna chi ci crede. Accortosi della mia presenza si è voltato a fissare i miei occhi. Mi ha sorriso. E con una voce ancora diversa m’ha detto di non preoccuparmi. Presto tutto avrebbe ritrovato l’armonia mancante. Mi chiedo a cosa si riferisse.
      Mi sono recato al capanno. Il sole era calato oltre l’orizzonte da poco ché ancora dipingeva come un acquerello i controni delle colline all’orizzonte. Il paziente quarantatrè pare aver finito il suo lavoro. Nel capanno ho trovato un’elaborata costruzione in legno. Assolutamente incomprensibile. Eppure dall’apparente logica. Frutto di un ingegno deviato ma metodico. Tornato dentro l’istituto sono passato dalla sala comune. L’ho trovato intento a giocare a scacchi con un vecchio maestro dal tono severo ma compito. Mi sono chiesto se fosse un ricordo d’infanzia. Mi sono risposto che sì. Si trattava di un ricordo d’infanzia. Della mia.

Ci ritroveremmo a passeggiare per questi viottoli quando l’aria è più mite. Mi racconteresti di tutte le infinite storie che hai sentito nel tuo viaggio per raggiungermi. Ti perderesti in descrizioni elaborate del profumo dei fiori. E mi diresti di tutte le cose che potresti dipingere in un posto come questo. Io rimarrei in silenzio ad ascoltare tutto ciò che hai da dirmi. Assaporandone l’intonazione e le intenzioni. Cercando di interpetare i tuoi pensieri. Cercando di decifrare i miei.

      Oggi il paziente quarantatrè mi ha chiesto di poter portare nella sala comune la sua costruzione. L’ho lasciato fare senza porre domande. Sono sicuro che presto avrò le risposte che mi permetteranno di completare il quadro.

Mi confessasti piena di stupore di non averle mai viste prima. Le lucciole dico. Se ne stavano lì a vorticare a mezz’aria. Sicuramente indispettite dal mio stupore. Il paziente quarantatrè se ne stava là. Continuando a suonare l’Arabesque di Debussy. Non lo sapevo. Non potevo saperlo che sapesse suonare il pianoforte così bene. Non l’aveva mai suonato durante tutta la sua permanenza. Suonava. E cantava. E quella che sembrava essere un’astratta scultura in legno vibrava e risuonava accarezzata dal suo cantare. E riproponeva tutte quelle voci che avevo sentito lui interpretare. Mentre le lucciole danzavano. Sincrone e splendenti. Sorrido. Ti piacerebbe qui.

Pietro Liuzzo Scorpo

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