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Viet Cong – Viet Cong (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 20/01/2015

Viet Cong – Viet Cong

La nebbia, ormai, è calata anche in città. In tempi che oggi abbiamo dimenticato, il fenomeno sarebbe stato considerato inusuale. Il traffico è solo un ricordo ora che il frutto post-industriale ha lasciato spazio al disuso. I palazzi grigi e macchiati dal particolato, i vetri delle finestre infranti, i lampioni che emanano una luce debole e tremolante per un retaggio energetico di cui in pochi hanno memoria, sono il nuovo epitaffio dell’abbandono. Sull’ambiente troneggia fiera la marcia andante dei freddi meccanismi, sebbene orfani di braccia indigenti, ancora in azione ad ostentare illusori frammenti d’umanità lacerata.

Sentì l’urgenza di sbrigarsi prima che facesse buio e, dopo una breve sosta per riprendere fiato, accelerò il passo. Mancava ancora un isolato. Intanto la nebbia scendeva ed il terzo piano degli edifici che incontrava lungo il suo percorso, già toccava il cielo e si confondeva con esso risultando in una mescolanza lugubre che odorava di romantica decadenza. Doveva fare in fretta.
Fu quando svoltò l’angolo che la vide, in mezzo alla carreggiata, immobile, che la fissava. Uno sguardo sfumato tra la sfida e la curiosità. Le gambe si fermarono e si ritrovarono una di fronte all’altra. Quando era bambina, prima che tutto andasse in frantumi, aveva avuto modo di compiacersi di qualche vecchio film western, e quella scena da resa dei conti la faceva sentire un’insperata, inattesa, protagonista. Non riusciva a capire se poteva dire soddisfatte le aspettative che aveva riposto nell’imprevisto ritrovamento: un biglietto nella tasca del cappotto che le chiedeva di essere presente a quell’appuntamento. La confusione prese ad aumentare. Solo loro due, nel silenzio più assoluto, in mezzo alla strada, lo sguardo fisso l’una sull’altra e un leggero movimento d’aria che spostava le rosse chiome ad entrambe. Poi la sorpresa lasciò spazio al disorientamento. Che diamine ci faceva una volpe in mezzo alla strada?

Stava seduta sulle zampe posteriori, le zampe anteriori invece erano tesi pilastri di un tempio elevato ad una divinità pagana che esige rispetto per concedere grazia. Gli occhi spalancati ed immobili erano pregni di misticismo, come i rosoni di un’antica chiesa illuminati da un sole calante, ammirati dal buio di una desolata navata. Sacralità selvatica, da riverire e temere, esacerbata dal grigiore mefitico di un deludente progresso che aveva fatto terra bruciata delle sue origini ancestrali.

La mano nascosta nella tasca del cappotto si strinse sul biglietto. Strinse forte, fino a quando il dolore non la fece riprendere dallo smarrimento. Estese lo sguardo oltre la figura singolare e si rese conto d’essere di fronte ad un enorme edificio dismesso. Non aveva nulla di particolarmente diverso dalle solite strutture che si potevano vedere in città, ma sentì forte il bisogno di entrare. Guardò l’orologio istigatore. Raccolse tutto il coraggio che aveva e decise fosse giunto il momento di dare luce al caso. S’incamminò verso l’ingresso e simulò disinteresse quando si rese conto che dall’animale, che aveva preso a venirle dietro, provenivano dei rumori meccanici, come di pistoni. Una volta dentro notò che l’unica strada percorribile erano le scale che conducevano al piano sotterraneo. Respirò a fondo e cominciò a scendere. Il percorso era obbligato e la condusse ad una stanza. La volpe sempre dietro di lei. Quel posto era inquietante. Qualcuno aveva trasformato quello scantinato in un laboratorio. Nella penombra scorse resti di tentativi falliti, carcasse di animali che non avevano resistito ad innesti di elementi artificiali. Avvertì dei passi lungo il corridoio.

Passi stanchi lungo il corridoio. Macchie d’olio sul camice e occhiali spessi. Il gemito di ossa doloranti, sospiri di frustrazione per tanti anni senza risultati, che sul suo corpo avevano compiuto quello che l’età non aveva avuto il tempo di portare a termine. Ma ora finalmente avrebbe potuto riposarsi. Uno sguardo nuovo si posò sull’orologio. Era giunto il tempo. L’omeostasi si era consacrata nel prototipo centotrentasette. Il tecno-archetipo aveva preso vita e il sacrificio che avrebbe decretato l’avvento di una nuova era, stava per compiersi.

Lei non lo sapeva, non poteva saperlo. Ma lì si sarebbe compiuto il suo destino. Destino determinato da una mano vecchia e delirante, sporca d’olio e guidata da occhi stanchi nascosti dietro degli occhiali spessi. Una mano che aveva fatto scivolare nella tasca del suo giubbotto un biglietto con un orario ed un luogo. Lei non lo sapeva perché fosse lì. Quindi si rivolse alla creatura che immobile la osservava, come se si aspettasse che fosse lei ad andarle incontro. Chi sei?

A passo ora timoroso continuava ad avanzare. Il sacrificio si stava compiendo. Il sacrificio che avrebbe saziato il primo appetito della sua creazione, del suo regalo al mondo, del suo nuovo dio. Dell’Entità superiore nelle fattezze di volpe. Si avvicinò alla porta del laboratorio e poté sentire urla strozzate nel sangue. Quindi si inginocchiò.

Avevamo bisogno di un dio. L’avevamo creato in passato. E poi l’abbiamo ucciso, accecati dagli avanzamenti delle nostre futili tecniche, e per poco quel vuoto esistenziale non ci ha risucchiati nel nulla eterno. Abbiamo visto con terrore la nostra fine e ancora lottiamo per la nostra sopravvivenza. Ma non faremo la fine del mondo che abbiamo creato, scomparso nella nebbia della storia. Perché, come in passato, abbiamo creato un dio. Ma questa volta avevamo le conoscenze per renderlo immortale.

La nebbia ha coperto ogni cosa. Ha fatto scomparire il mondo. Non è rimasto più niente da poter ammirare, neppure il carcame di quello che, in tempi che abbiamo dimenticato, sarebbe stata considerata civiltà. Il grigio sospeso è il nuovo comune denominatore che azzera tutto, che cancella gli errori, che crea il nulla dal quale si potrà plasmare nuovamente il mondo.

Giulia Delli Santi & Pietro Liuzzo Scorpo

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