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Robin Bacior – Water Dreams (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 13/01/2015

Robin Bacior – Water Dreams

Quando la nave attraccò sentì il vuoto esplodergli nel petto. Con tutta probabilità nessuno attorno a lui se ne accorse in quel momento. Né alcuno sentì nulla. Però se uno guardasse con attenzione le fotografie apparse sui giornali il giorno seguente al suo arrivo nel nuovo mondo potrebbe intuirlo. Ai margini di quel bianco e nero se ne può scorgere il volto sbiadito e disorientato. I sensi ancora in alto mare. La giacca logorata dalla salsedine. Nella cui tasca era conservata una lettera con poche righe d’augurio per una buona traversata ed un disegno approssimativo delle strade che avrebbe calpestato di lì a poco. Una mappa incerta che lo avrebbe condotto ad un’economica sistemazione provvisoria nell’attesa di trovare lavoro ed un alloggio che in futuro avrebbe chiamato casa. Quella sensazione di vuoto non se ne andò nemmeno quando si incamminò lungo la scaletta. E restò lì. Deflagrata nell’indifferente caciara di un’esaltazione collettiva costellata di sogni e ambizioni. Restò lì pure quando prese ad incamminarsi per il pontile. In mezzo alla ressa che si sarebbe poi diluita tra le strade sconosciute della grande città di cui poteva scorgeva i palazzi oltre berretti e i canti festanti. E’ difficile descrivere la sensazione che si prova in quei momenti se non la si è vissuta. Da fuori pare di osservare un fiume a testa in giù. Che dal mare risale verso terra per poi tuffarsi in un oceano di ben altra natura. Ecco. Lui si trovava in quel fiume riflesso in uno specchio. Ve lo state figurando? E’ un salmone nuovo al mondo che sale per le rapide e i meandri e seguendo la corrente si tufferà nell’oceano. E poi da lì. Buona fortuna. Ché l’oceano da qualunque prospettiva lo si guardi rimane sterminato. Allo specchio o a testa in giù. Sterminato. Ed accoglie corsi d’acqua di qualsiasi provenienza. E parla tutte le lingue. Ed è di ogni colore. E’ bianco come la spuma delle onde che si infrangono sulle alte scogliere irlandesi. E’ nero come le profondità abissali solcate dalle navi provenienti dall’Africa in tempi non troppo remoti. E’ grigio come quando la mattina presto le imbarcazioni dei pescatori siciliani scivolano verso la terraferma. Se ne accorse subito mentre cercava di seguire quello scarabocchio che aveva conservato nella tasca della giacca per tutto il viaggio. Era una mappa che però lo disorientava. Tracciata da un cartografo con la labirintite. Disegnata da un pirata annoiato dalla bonaccia che non ha mai sepolto un tesoro. Si ritrovò ben presto perso a vagare alla ricerca di un approdo di fortuna. Lo trovò dopo qualche ora. Era una locanda abbastanza economica con un letto disponibile in una grande camerata condivisa. Si distese subito sul letto e chiuse gli occhi. Non riusciva però ad addormentarsi. Quel vuoto che sentiva tra lo stomaco ed il petto era un peso opprimente. Cercò di non pensarci. Aguzzò tutti i suoi sensi per prendere coscienza di ciò che lo circondava. Come se volesse a provare a sé stesso di essere reale. L’odore di polvere. Le lenzuola rigide. Il vociare proveniente dalla strada. I fischi delle navi in partenza in lontananza. Poi notò delle note di pianoforte nascoste tra le pieghe dei rumori della notte. Sembravano entrare in punta dei piedi nella stanza. Ovattati. E piano piano tutto il resto passò in secondo piano. Poi si affacciarono le note di un violoncello. I fischi delle navi. Il vociare indistinto. Le lenzuola. La polvere. Vennero presto relegati in un angolo della veglia. Quelle note sembravano provenire da un mondo sommerso. Cominciarono a scorrere sulla sua pelle. Sciolsero i muscoli. Scivolarono sulle palpebre pesanti. E poi scesero come acqua di sorgente tra lo stomaco ed il petto. C’era solo la musica e nient’altro. Il respiro si fece regolare. Come la risacca su ciottoli lucidi. Tutto diventò così cristallino da poter ammirare la propria ombra sul fondale. E sorvolò rovine di città sommerse. Navi scomparse con la stiva ricolma di tesori. Faglie oceaniche che allontanano i continenti sì che l’acqua che ne bagna le sponde sia la loro unica congiunzione. Quindi la corrente lo riportò al suo letto. L’odore di salsedine entrava dalla finestra. La luce dell’alba guidava il ritorno dei pescatori verso casa.

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