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Peals – Seltzer

Data di Uscita: 27/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Peals – Seltzer

Il tintinnio dei sonagli a vento che abbiamo sulla veranda non scuote minimamente l’animo di Isis, mentre io invece sento un colpo di balestra trafiggermi il coccige. (È così ridicolo usare il pronome personale “io”, la parola più abbietta del mondo, ma è necessario) Io sono terrorizzato, anche se come al solito all’esterno rimango sereno e rassicurante. Isis è una gatta, se ne fotte dell’uragano, ma io sono un falco pellegrino e ci tengo a queste ridicole penne brune che mi si sono trasformate in pelle.
È buffo nominare adesso il nome “Isis” perché la maggior parte delle persone pensa subito ai terroristi e non alla donna-gatto con cui vivo da qualche anno e che alcuni di voi hanno già sentito nominare. Iside, la dea egizia, magica, madre, fertilità, comune a tutte le civiltà, ma sono gli egizi che hanno inventato tutto. In realtà Isis, la gatta, si fa chiamare così solo in America, mentre il suo nome vero è quello egizio: Aset.
Se ve ne ricordate, ero un musicista, ma alla lunga mi sono stancato di guadagnare quei pochi dollari puzzolenti e mi sono messo ad allevare bestiame. Per carità, qualche concerto lo faccio ancora, il whiskey più insulso della terra lo bevo ancora, ma col manzo si guadagna di più, e alla fine, che si credano grandi o piccoli, tutti gli uomini finiscono per fare quello che dà loro il denaro, niente o poco di più.
Questo scampanellio mi ha fatto posare la penna sul foglio e il tremore sta scrivendo parole che valgono quanto le molecole dei vari gas che stanno per schiantarsi su questa casa. Ho paura, e non ho paura di dirlo, per fortuna ora sono libero, non devo fare più il duro, non devo ringhiare per far apparire più grande questo miserabile Ego.
Sono un cowboy, santo Dio! Come i primi folli che si sono voluti chiamare americani: io sono come loro! E non mi dispiace aderire a questo stereotipo, che forse è il più onesto a mia disposizione: dopo aver dato da mangiare ai vitelli o dopo aver spalato il loro letame mi metto in veranda a suonare la chitarra o il banjo sulla mia sedia a dondolo e disintegro il mio lercio Io diventando un sereno nessuno che vaga in un indeterminato tutto-nulla fatto di silenzio incomprensibile e qualche nota che lo spezza ogni tanto. Aset (non più Isis, così non vi spaventate) mi porta una mela e io le faccio qualche serenata ubriaca.
Lavoro pochissimo in realtà, dato che ho pochi vitelli che riesco a vendere a un macellaio per fricchettoni che impazziscono per il biologico. Ho pure un orticello, in modo da non spendere niente, e un giardino dove faccio i miei esperimenti di potatura e di innesto. Aset non fa più la cameriera ed è entrata nella polizia, così il suo sangue freddo si trasforma in dollari ancora più freddi. È eccitata dal fatto di avere una pistola sul fianco e un teaser sull’altro, e un giorno ha elettrizzato un vitellone, un semi-toro, che fantasticava sull’infilzarmi lo stomaco a cornate.
L’uragano sta per arrivare e i vitelli fanno un casino insopportabile. Aset sta pulendo il fucile che usa per andare a caccia e che teniamo in casa per “difesa personale”. L’altro giorno abbiamo giocato agli indiani ed io facevo la parte dell’indiano a cavallo che tentava maldestramente di uccidere lo sceriffo col suo fucile, ma la mano e la pistola dello sceriffo sono sempre più veloci.
Se sopravvivo all’uragano compro una Shelby Mustang e mi vado a schiantare contro una quercia.

Marco Di Memmo

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