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Peter Kernel – Thrill Addict

Data di Uscita: 19/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Peter Kernel - Thrill Addict

“You know when you do something that you know you shouldn’t do but you do anyways? And it turns out a mess so you say to yourself “I won’t do it again”, but after a while you do it again and again and again? This is Thrill Addict” (P.K.)

La casa circondariale aveva pareti spoglie, quel bianco freddo e perfetto da tinteggiatura recente, le luci al neon e corridoi tentacolari. Fuori il sole splendeva nel cielo terso e azzurro, la neve sulle cime delle montagne avvolte come una sciarpa soffice attorno al centro abitato riluceva sotto i tiepidi raggi, e appariva viva. Nora se ne stava seduta su una panca, con le ginocchia raccolte al petto e tutto il corpo addossato allo spigolo, come a sperare che i muri stessi potessero fagocitarla e risparmiarle quel calvario che solo una reclusione poteva provocarle. La larghissima felpa di quel giallo sbiadito amplificava l’impressione di mestizia che già di suo le aleggiava addosso; sotto aveva ancora il pigiama, così l’avevano sorpresa gli uomini della sicurezza quando si erano trovati nel mezzo di una battaglia domestica, i capelli arruffati e un cimitero di piatti in frantumi tra i piedi nudi.
Nico si trovava nell’ala opposta della struttura, in una realtà così piccola e talmente poco pericolosa non esisteva distinzione tra carcere maschile e femminile, bastava separare in due parti il medesimo complesso edilizio. Lo avevano strattonato fuori casa con ancora il pugno alzato, minaccioso, mentre l’altro brandiva con determinazione la prima padella che gli era capitata sotto mano. Scalzo anch’egli, e per giunta in mutande, gli avevano dato giusto il tempo di infilarsi un paio di jeans e delle ciabatte logore.
L’arresto poneva fine, almeno per la durata della detenzione, all’esasperazione del vicinato dopo mesi di ostica convivenza con questa coppia dagli eccessi facili. Le urla riversate in strada a qualsiasi ora del giorno e della notte, le fughe plateali e gli altrettanto plateali ritorni all’ovile, le porte sbattute e gli oggetti che volavano dalle finestre, fino a infrangersi al suolo – nelle migliori delle ipotesi – se non addirittura sulle automobili parcheggiate. Ne avevano avuto abbastanza, e finalmente sarebbe calata una notte serena e stellata, in silenzio.
Lo scorrere monotono del tempo dietro le sbarre costringeva Nico a Nora a rifugiarsi, entrambi, nei loro spazi casalinghi, nelle loro abitudini da liberi, nelle piccolissime cose che lì dentro si erano ingigantite come una smagliatura in una calza velata. Un sentimento viscerale li teneva insieme nonostante gli schiaffi e le brutte parole che potevano sfuggire da qualsiasi premuroso controllo; non erano tagliati per le mezze misure, l’amore assoluto comportava il prendere o lasciare senza negoziazioni, implicava gesti di cui pentirsi in un secondo momento, ma che prima o poi avrebbero senz’altro ripetuto, in recidivo disequilibrio carnale, allo stesso tempo annichilente e totalizzante. Malgrado le liti furibonde e le divergenze, non avrebbero mai rinunciato alla loro strampalata e bellissima unione. Segregati alle estremità del carcere, avevano iniziato a patire la reciproca assenza già dopo poche ore dall’allontanamento, e i giorni seguenti sembravano tutti troppo uguali, cadenzati da quei pasti disgustosi che consumavano con inerzia soltanto perché non avevano altro da fare; i loro corpi cambiavano nervosamente posizione di continuo, in una smania feroce, mentre la mente si aggrappava salda ai particolari del quotidiano, là fuori. Il bilocale in un sottotetto alle pendici del monte più alto della regione era rimasto a soqquadro dal momento dell’arresto, chissà se qualcuno si era preso il disturbo di andare, perlomeno, a chiudere le finestre. Nella solitudine coatta riusciva spontaneo tornare tra quegli spazi condivisi, tra i vinili accatastati nello scolapiatti in mezzo a coperchi di tutte le dimensioni, tra le piante grasse che avevano gradualmente conquistato ogni interstizio, tra le coperte e i panni da stirare lasciati a decantare per giorni sulla sedia a dondolo accanto al caminetto. Bastava poco per essere felici, azionare il giradischi con del rock dalle tinte intime e liberatorie, ordinare pizza o kebab da asporto, cantare, suonare il basso e la chitarra, fare l’amore. L’introspezione indotta dall’isolamento portava a sperimentare la terribile mancanza anche dei dettagli sgradevoli, delle ascelle pezzate di sudore, del disordine altrui che limitava la libertà del proprio, del soffritto di cipolla la mattina seguente una sbronza epica. Era come passare allo scanner ogni poro, ogni sussulto, ogni imperfezione. E tuttavia l’istantanea risultante era bella, era forte, era rock, era amore.
It’s not about being the best at anything, it’s about finding your own way”/ “It’s about screaming your heart out”
Non vi era altro da fare se non cercare una via di fuga. La soluzione assunse le sembianze della stretta cerchia di amici che andavano a far loro visita negli orari in cui era concesso: stabilirono un linguaggio in codice per trasferire informazioni e accordi da uno all’altra, e viceversa, attraverso i colloqui giornalieri. Per il resto, entrambi sprofondavano in uno stato di trance apparente mentre ascoltavano con le cuffie la musica che si erano fatti recapitare: la loro musica, il disco che Nora e Nico avevano deciso di comporre e suonare per smantellare la granitica incomunicabilità che spesso poi li spingeva verso gesti sconsiderati. Parlarsi attraverso il noise, con la chitarra che graffiava selvaggia e le voci dirompenti, scalfiva in modo deciso la patina delle difficoltà nell’aprirsi, superficie che si stratificava ad ogni confronto rigettato. Una vastissima varietà di ritmi simboleggiava i loro stati d’animo, il panico, le paure, gli affanni, come anche i momenti di ritrovato equilibrio; la reiterazione di suoni gettava luce sulle rispettive fissazioni, i riff e le percussioni scandivano con impeto un’intimità di chiaroscuri e una profondità passionale. Correvano e facevano piegamenti in quei miseri metriquadri delle celle, concentrandosi sulle mosse da compiere per non vanificare il piano. Non vi era altro da fare se non attuare la via di fuga.

Qualcuno disse che erano state rubate le chiavi alle sentinelle di guardia notturne, altri narrarono di griglie di protezione divelte, altri ancora di sonniferi somministrati alla sorveglianza interna ed esterna. Poco importa la verità, i timidi bagliori del mattino facevano vibrare la bianca coltre sulla corona delle montagne, sui pendii; il manto, intatto fino al comparire dell’alba, tradiva un ricongiungimento fatto di passi affondati dopo una corsa trafelata. Poi ecco il bacio, bagnato dalla brina cadente dalle fronde dei pini. Ci avrebbero riprovato di nuovo, mai avuti tentennamenti.

Federica Giaccani

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