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Verdena – Endkadenz Vol.1

Data di Uscita: 27/01/2015

Verdena - Endkadenz Vol.1

Endkadenz – effetto scenico teatrale: per la sua realizzazione Kagel prescrive “colpisci con tutta la forza possibile sulla membrana di carta del VI timpano, e nel frattempo, nella lacerazione prodotta, infilatici dentro tutto il tronco. Quindi resta immobile!”

Carlo Alberto ha deciso di ritirarsi dalle scene, i più attenti tuttavia sostengono che alcuni spettacoli recenti siano frutto della sua mente. Un po’ compositore, ma anche regista e sceneggiatore. La malinconia di svariati concerti a teatro, privi di un reale padrone di casa, ha dato adito ai sospetti e a tutta una serie di congetture sul ritorno dell’artista.
Decenni fa Carlo Alberto divenne ricco e famoso partendo dalla provincia, riproponendo il preciso movimento inventato da Mauricio Kagel. Endkadenz chiudeva lo spettacolo in una fusione visiva e sensoriale tra musica e teatro, sinfonia ed espressione attoriale.
Le fasi iniziali della carriera non furono mai annacquate dal dilettantismo che permeava il nativo ambiente culturale, fatto di palchi sgangherati e sipari consumati dalle tarme e dal fumo delle troppe sigarette. Il suo naturale talento cristallino – così veniva definito nelle riviste specializzate – fu coltivato grazie ad uno studio da autodidatta che toccava argomenti all’apparenza lontani dalla musica. La geologia, la filosofia e le religioni erano riassunte in appunti diligentemente riposti negli scrittoi, ammucchiati sopra e sotto gli spartiti.
Le attenzioni del genere femminile si posarono su di lui una volta raggiunto il successo, quando nei teatri di tutto il Paese lo abbordavano facoltose signore o giovani aspiranti facoltose signore. Carlo Alberto le trattava come un nuovo libro di testo, leggeva attentamente le loro parole e tratteneva informazioni. A volte succedeva quello che accade ad un uomo e a una donna soli e nudi in una camera da letto. L’atto sessuale non rivestiva un peso particolare, era un momento come un altro, movimenti da ricordare e parti del corpo da stimolare. Per l’amore proprio non c’era tempo.

Nessun colpo della sua carriera è andato a vuoto e il riposo, in un certo senso meritato, non ha convinto alcuni fan incalliti che gli scrivono in continuazione. La quantità impressionante di lettere contiene sentimenti contrastanti: minacce di mitomani, suppliche di tornare in pista, amori impossibili, richieste di telefonate a parenti malati terminali e inviti a conferenze.
Il mistero attorno alle attività culturali, più o meno clandestine, di Carlo Alberto non è dunque un escamotage promozionale dello staff più fedele, tra l’altro ridotto all’osso nel corso degli anni. Quattro addetti tuttofare lo seguono durante le lunghe camminate nei boschi, come ombre fedeli che rallegrano una solitudine consapevole. Per il resto la vita si trascina silenziosa fuori dai confini della “vita d’artista”, i soldi servono a poco nel piccolo centro abitato in cui ha scelto di passare le giornate. Liquori pregiati, libri su libri e musiche su musiche riempiono la lista della spesa, sfizi che si intersecano con l’acquisto di bistecche dal macellaio e pane dal fornaio più vicino. I commercianti hanno smesso di proporre il solito concetto, formulato in rare variazioni morfologiche attorno al “ma sei proprio sicuro di andare in pensione?”. Carlo Alberto di solito sorride stanco e chiede il conto.
La singolare capacità d’espressione, tratto fondante della sua arte, rende però tutto più complesso. Una sorta di alfabeto alternativo – la sintassi in particolare – plasma un mondo parallelo, dissonante rispetto a quello fondato sulla presenza costante e capillare degli operatori culturali, termine osceno.

Ad un funerale di un anziano collega la quantità abnorme di giornalisti, accompagnati da uno stuolo di fotografi, ha intimorito a dismisura Carlo Alberto. Le domande scontate su “cosa avesse rappresentato nella sua crescita l’amico defunto” gli sono apparse come un becero tentativo di entrare nella sua vita, un primo granello di sabbia da mettere negli ingranaggi dell’isolamento. Un tentativo di farlo ritornare forzatamente alla ribalta.
Il disagio, sempre presente, ha assunto nuove forme. La sera stessa del rito funebre le sue ombre hanno cenato con lui, l’addetto alla comunicazione ha portato con sé la cassetta contenente l’intervista rilasciata nel pomeriggio. Nello studio, il programma tv ha diffuso l’esclusiva del triste evento, gli opinionisti hanno parlato apertamente del “delirio di Carlo Alberto”. Non era sicuro di volersi rivedere, ma la puntigliosità caratteriale glielo ha imposto.
Le risposte scomposte non lo hanno sorpreso più di tanto. Sopraffatto dalla luce e dal pubblico, fattori che non aveva calcolato per infinite stagioni, ha perso le staffe divagando nei suoi registri onirici.
Immaginandosi direttore d’orchestra ha voluto subito dare un suono alla sue parole. Conferire uno scheletro musicale alla frasi, è il suo tentativo di comprendere le cose.

Conduttore: “Signor Carlo Alberto, ci può raccontare un ricordo che la lega al direttore?”
C.A: “S’instaurerà sopra di noi | cosa vuoi di peggio? | niente panico | mi vedrò riflesso”
Il raccoglimento segnato da una voce che non strepita. Un piano stanco, il suono del mellotron, lo stridore sintetico e ferroso. I pensieri che prendono una strada laterale. Funeralus
Conduttore: “Si sente bene? Non ha risposto alla mia domanda”
C.A: “Faccio come il nevischio lo sai | avermi non potrai | non cambierò mai di stile | e mi vedrai come adesso affondare”
Rivedere il suo volto tirato lo irrita, per calmarsi immagina una chitarra acustica e dei legnetti per un dolce affondare. Nevischio.
Conduttore: “Il suo comportamento non mi sembra adatto, si è appena svolta una cerimonia funebre”
C.A: “Nessuna gloria | nessuna furia”
Qualcosa nella mente ha considerato l’intervista come un attacco personale mediatico. Riff di chitarra ripieni di fuoco, una batteria che accende il finale prima di lasciare spazio all’ironia. Gli applausi finti, e l’ineluttabilità più completa. L’inno del perdersi.
Conduttore: “La sua pantomima sta offendendo il pubblico e la famiglia del defunto, si spieghi dannazione”
C.A: “E se ridi nel caos | menti e non lo sai | e fuggire davvero | lo sai che non si può”
La piega è decisa, le diffidenze sono deflagrate. Su tutte le furie, per non ritenersi colpevole di alcuna offesa, ha orientato i pensieri ad una distorsione elettrica totale. Il ritmo dato in una corsa concentrata, verso una fuga impossibile. Derek.
Conduttore: “Pensa di essere simpatico? È diventato pazzo, non agiti le mani”
C.A: “Non ci puoi restare fermo mai | dici che non siamo comodi | credimi ci proverò | voglio dimostrare che | oh no | che a sci desertico | ci si diverte”.
Le sue mani hanno roteato per allontanare una telecamera che si è avvicinata troppo. Un urlo e dei campionamenti, una tensione montante. Sci Desertico.
Conduttore: “Se non si calma dovrò interrompere l’intervista, vuole un po’ d’acqua?”
C.A: “Su sveglia | ci vuole un gin | Ma vivo di conseguenza | e non certo è sempre quello che vuoi”
La complessità del suo linguaggio ha raggiunto vette altissime, nella vita reale non è così. Dei campionamenti orchestrali, il piano scheletrico ed una batteria che si arricchisce di varie percussioni. Vivere di conseguenza
Conduttore: “Non si vergogna? Qui nessuno mette in questione una scelta di vita?”
C.A: “Anima in pena | sudi davvero | fai stretching muoviti! | lo giuro ho un mantra in me | lo giuro ho un mantra in me”
Le gote sempre più rosse, come le percussioni ed il cantato deciso. La chitarra che impatta l’aria districandosi tra le nebbie, prima di arrivare ad un grande coro finale nel bosco. Rilievo
Conduttore: “Non sta un po’ esagerando, a chi sta parlando?”
C.A: “Se ti mancherò | prova a fuggire in noi | ti sentirai identico | stai sulle rocce | ti ferirai | so che vivi a volte | ti ferirai”
Ancora chitarre graffianti. Troppe persone presenti, una sensibilità pop a rappresentarle. Un wurlitzer. Un po’ esageri
Conduttore: “Davvero non capiamo, è un folle”
C.A: “Chiediti cos’hai | ci aspetta il buio però | credi di star qui | sorridi senza ragione | e sai che uccidere può”
Altri accordi spessi come lame, cambi ritmici che riportano in un superficie un passato non distante. Ho una fissa.
Conduttore: “Ci dica solo dove vuole arrivare”
C.A: “Mi includerai mai? | nell’inferno in cui vivi tu | iniettami aria | se sogni è meglio poi | che nulla ti tiene qui”
L’atteggiamento del conduttore, snervato ma pieno di compassione non lo ha calmato. Una chitarra acustica nel tentativo di avere armonia, un sogno vicino e lontano. Puzzle.
Conduttore: “Inferno? Qui tutti speriamo che il direttore sia finito in paradiso”
C.A: “Ormai mi aspetti lì | giù in un canyon | c’è un vento gelido | che annienta il panico”
Batteria elettronica e pianoforte, una finta orchestra per creare spazi alla voce, tutto si dilata. Diluvio
Conduttore: “Sta pensando al suicidio? Regia quanto manca alla pubblicità? Non possiamo continuare oltre”
C.A: “Gettami nel fango e poi | non c’è da ridere | agire non so”
Distorsioni dappertutto. Alieni fra di noi
Conduttore: “Pubblicità, ringraziamo il signor Carlo Alberto”
C.A: “Ed in fondo anch’io svanirò | sarò invisibile | come il polline”
Altre campionature melodiche, una vena romantica utilizzata in schemi verbali estremi. Tutto torna. Contro la ragione

Hanno ragione, è stato delirante. Ma la storia non finisce qui, l’autarchia compositiva si è riattivata. Carlo Alberto con l’aiuto dei quattro amici, grandi lavoratori e puntelli pronti a sorreggerlo, ha altri suoni in testa. Un fiume in piena che rompe gli argini, con gli occhi aperti e carichi d’amore, colmi del sentimento ricorrente in ogni opera precedente.
La mancanza di minuti ed ore – per l’amore non c’era tempo – è strutturale alla tangibile sensazione di sentirsi inadeguato. La malinconia c’è e sempre ci sarà, il resto è mera forza sentimentale. Meno abrasiva del passato, ma coerente nel lasciare spazio alle contraddizioni che crescono con l’aumentare delle melodie, prolungamenti musicali di un amore immortale.

Alessandro Ferri

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