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Charli XCX – Sucker

Data di Uscita: 26/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Charli XCX - Sucker

Una sera ero a casa mia, nella campagna inglese. Avevo ancora bisogno di guardarmi intorno per poterla abbracciare tutta con lo sguardo. Era la mia nuova casa, e l’avevo voluta in stile anni ’70. Precisamente l’avevo voluta come il set di un film anni ’70. Ancora più precisamente l’avevo voluta come il set di un film a luci rosse anni ’70. Io la volevo e la vedevo così, non avevo bisogno di uno spazio adatto alla meditazione, alla riflessione, o ai ripensamenti, meno che mai ai moralismi. Per tutta la vita mi ero dedicata a fare quel che mi piaceva, quello in cui sapevo di essere brava, e non ci avevo mai pensato troppo su. E ora quella casa mi rispecchiava perfettamente; era il frutto del mio lavoro, fatto di impulsi non di teorie.

Quella sera ero da sola sul mio divano, e sapevo che non era il genere di situazione che ci si poteva aspettare da me. Mi avevano detto che quelle come me vanno alle feste, presenziano agli eventi più modaioli, si adoperano per farsi notare. Insomma sapevo quanto per certe persone fosse importante brillare per emergere dalla massa, e sapevo anche che il modo più facile era distinguersi dagli altri ad ogni costo. C’era gente che aveva passato interi anni della propria vita a costruirci teorie e sperando di passare alla storia si erano davvero inventati di tutto. Più spesso, in realtà, non si erano inventati un bel niente e avevano ben pensato di cavarsela ripescando roba dimenticata, per riproporla sotto una qualche antiestetica forma “rinnovata”, “destrutturata”, “tecnologicamente rielaborata”. Usavano definizioni criptiche per gesti che alle persone come me sono sempre apparsi privi di significato. Precisamente fastidiosi. Ancora più precisamente detestabili.

Era un momento importante della mia vita, avevo passato gli ultimi mesi lontano da casa, avevo deciso di lavorare con molte persone diverse in molti posti diversi ed ero tornata arricchita, felice e svuotata. Quasi tutta la mia anima si era riversata nel mio lavoro e ora mi sentivo un contenitore pronto per riempirsi di nuove esperienze. Ma era troppo presto, credevo ancora in certe fantasie che avevo sviluppato in quel periodo in cui mi immaginavo in fondo al mare, con le sirenette luccicanti e la dea Venere che spuntava da un’enorme conchiglia, e il mare era nel mezzo di una giungla col cielo rosa e le stelle, e con gli unicorni che saltellavano tutt’intorno. Un paradiso stravagante nella giungla, sott’acqua. La cosa che mi legava di più a queste fantasie, che non erano affatto una forma di delirio, rappresentavano piuttosto la mia visione scintillante delle cose, non era ciò che c’era dentro, ma ciò che mancava. Non c’erano le leggi della fisica né quelle dell’uomo, non c’erano correnti né controcorrenti, tutti facevano a modo loro, ognuno sapeva fare qualcosa e se ne fregava di come la facevano gli altri, alcuni agivano in coro, alcuni si dimenavano solitari.

Avevo preso una decisione nei confronti di me stessa; avevo deciso di fare alla mia maniera, senza mai badare ai giudizi delle persone, compreso il mio. Avevo giurato alta fedeltà ad ogni mio istinto, ogni idea, ogni fantasia che profumasse di successo anche solo per cinque secondi, avevo promesso di non concedermi alcuna esitazione, ripensamento, pentimento. Soprattutto avevo deciso di ignorare la distinzione tra “roba per pochi” e “roba per tutti” , visto anche che non avevo mai capito quale regola universale stesse alla base di tale classificazione. Non volevo seguire la corrente né remargli contro, ma certo mi ero accorta presto che mi stavo ritrovando a fare entrambe le cose. Me ne fregavo, del resto non potevo non esistere.

Me ne stavo compiaciuta sul divano, osservavo gli oggetti nella stanza e notavo che non mancava nulla. Non volevo arricchirla, tanto meno di orpelli con un presunto valore artistico, fatta eccezione per la parete di fronte all’ingresso, che sembrava spoglia e allora mi venne in mente che potevo appendere una mia gigantesca foto. Magari un primo piano del mio dito medio, colante di vernice rosa e cosparso da una pioggia di brillantini. Lo avrei dedicato alla popolosa ciurma di aspiranti pensatori di controculture. A tutti quelli che ambivano ad avere una nutrita folla di sostenitori nonostante la propria incrollabile fede nello snobismo. Agli alternativi, agli indiependenti, a quelli controcorrente, a quelli che se non era roba di nicchia allora niente, a quelli che se non ci potevi spendere sopra più di trentasette parole astruse allora era spazzatura per le masse; ai saccenti, agli eruditi di facciata, ai metafilosofi, ai metacritici, a quelli che bighellonavano tra nuove tendenze, talmente nuove da non essere tendenze; ai teorici dello stile, ai teorici della barba, degli stracci e dei tatuaggi; ai teorici della teoria, ai pensatori del nulla. A pensarci bene avevo conosciuto certi uomini che avevano ispirato più di ogni altro la gigantografia del mio dito medio, erano tutti quelli illusi di valere ancora qualcosa e invece non sapevano più nemmeno come scaldarmi il sangue nelle vene. Erano mesi ormai che avevo deciso di farne a meno, ed ero riuscita molto bene a bastare a me stessa. Avevo passato tutta la sera da sola, sul divano; ispirata, eccitata, appagata ero entrata in me stessa, avevo raggiunto l’estasi più volte, poi i battiti avevano ripreso il solito ritmo, scandito solo dal respiro; ero libera e felice in fondo all’oceano, ero un’irriducibile indisciplinata che non aveva più vincoli a cui ribellarsi, potevo dedicarmi anima e corpo all’unica cosa che mi interessava davvero: vivere.

Giulia Matteagi

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