monthlymusic.it

Archive for gennaio, 2015

Benjamin Clementine – At Least for Now

Data di Uscita: 12/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Benjamin Clementine - At Least for Now

La Nemesi di Penrose

      A vederlo contorcersi nel suo letto, mi faceva una gran pena; del famoso compositore che avevo conosciuto, rimaneva poco altro che un ricordo.
      Avevo avuto modo d’incontrarlo dopo un suo concerto a Parigi, a quel tempo vivevo lì con l’allora amica d’occasione. Io non ero altro che un pianista mediocre, rimasi brutalmente affascinato dalla sua eleganza, quella contrapposizione di movimenti malinconici all’ascendente incisivo che, latente, accompagnava la conclusione di ogni variazione, saziava le mie voglie di assetato ascoltatore e mi lasciava con l’affanno di chi è stato troppo avido durante il simposio. Gli chiesi la possibilità di offrirgli un tea nel pomeriggio successivo, avevo voglia di parlare con lui. Accettò.
      Una decina di anni prima che gli fosse diagnosticata la malattia, si era trasferito in un appartamento a Shoreditch. La scelta di andare a vivere in quel quartiere non era casuale, era ossessionato dalla solitudine, non poteva privarsi del trasformismo d’espressione e dell’intraprendente dinamismo che riesce a darti una strada piena di persone. Questo gli consentiva di muoversi scevro dalla desolazione che era sua attitudine e dal silenzio pesante di cui tanto aveva paura. In ogni caso, passava la maggior parte del suo tempo seduto al pianoforte. Il processo creativo era un’esperienza da vivere in comunità, per cui le finestre erano sempre spalancate ed era come se ogni suono pronunciato, assorbisse il vibrato del passeggiatore, o il sussurro del clochard, o ancora il tintinnio argenteo del cucchiaino che batte sul piatto anticipando il gusto della prima goccia di caffè. Il lusso armonico che era capace di generare, aveva come unico confine la civilizzazione e, i grandi dell’elaborazione compositiva, l’avevano definito un titano di vigore e audacia. Eppure a metà della sua vita, decise di abbandonare tutto e scelse di non comporre più nulla. Nessuno è mai riuscito a capire le ragioni di questa decisione. Era nel pieno della notorietà, avrebbe potuto lasciarsi appassire come una vasca colma di schiuma, continuare a produrre con moderata sobrietà, dedicarsi a questo e a quello, ma scelse ritirarsi, giovanissimo, in una profonda quiete. Provai a chiedergli più volte quali erano state le ragioni che l’avevano spinto a questa predilezione, ma le risposte che mi diede, furono confuse e inconsistenti.
      Quando venni a sapere delle metastasi che erano fiorite nei suoi polmoni, vivevo in Germania. Ero solito scrivergli delle lunghe lettere, anche se avrei voluto incontrarlo più spesso, ma la troppa distanza e la mia incapacità a mettere da parte il denaro sufficiente a sostenere le spese di un viaggio, erano riuscite a trattenermi alle mie residenze fino al momento in cui ricevetti il suo ultimo messaggio dopo quasi un anno d’insopportabile assenza.

      Caro amico lontano, angosciato come sono dall’irrequieto disfacimento che mi ha tolto il sonno, il gusto, ha alterato il mio prezioso udito e la vista, e costretto in un tale deficit di forze che non sono più in grado di indossare una camicia senza dover chiedere aiuto; prostrato a questa miseria, cosa posso dirti se non che la riconoscenza per il bene che mi hai donato in tutti questi anni, resterà impressa, come inchiostro su carta, nella mia memoria. È passato troppo tempo dall’ultima volta che mi sono dedicato alla penna e ora ho l’impressione di non essere più capace di capire il senso di questo affannarsi in ritmi demenziali. La stagione della piena esistenza ha ben altri volti ed io me ne sono reso conto con troppo ritardo, devo dunque chiederti di essere indulgente nei confronti di un uomo divenuto, oggi, oggetto di compassione. Spero di avere la possibilità di rivederti presto.

      Superato l’ingresso del suo appartamento, mi si apri davanti una stanza i cui unici complementi d’arredo erano un pianoforte, il suo, una lampada non troppo lontano e, in un angolo, un sofà polveroso la cui tappezzeria era infeltrita dai troppi lavaggi seppure vistosamente remoti. Per il resto, tutto lo spazio era cosparso di partiture, in ogni centimetro di pavimento erano ammucchiati fogli, pentagrammi, appunti. Non aveva mai smesso in tutti questi anni di comporre. Provai a leggere la sua musica e, immaginando quelle arie, i miei occhi si riempirono di commozione. Quei fogli che avevo tra le mani, descrivevano probabilmente i migliori elaborati che era riuscito a concepire in tutta la sua vita, e quella stanza ne era piena. I suoni nella mia testa furono bruscamente interrotti dal tocco di una ceramica in frantumi. Addolorato dall’inquietudine, usci dalla stanza e trovai le scale che portavano al piano superiore. L’aria era ricca di un odore stantio d’indisponente infermità, lo trovai nel suo letto, madido di sudore, preda di deliri febbrili a sostenere che Nemesis gli era apparsa in sogno. La descriveva come una figura vigorosa, priva di attributi, incorruttibile castigatrice di crimini impuniti. Mi diceva che l’immutabilità del suo sguardo era diventata confine per l’immoralità, che con voce ferma riservava il suo rancore verso chi è stato reso cieco dall’empietà e dall’egoismo. Quelle dichiarazioni prive di senso furono interrotte dall’arrivo del medico, puntuale a sottoporgli la terapia farmacologica di cui aveva bisogno per perpetuare la sua agonia. Non ho mai conosciuto le sue colpe ma Penrose morì come un uomo normale. Non si abbandonò alla sua musica, non si lasciò cadere di fronte ad una ricca orchestra. Morì solo, nel suo letto, per volontà di un tumore ai polmoni.

Giulia Delli Santi

Dan Mangan + Blacksmith – Club Meds

Data di Uscita: 12/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Dan Mangan + Blacksmith - Club Meds

Me ne sono andato da una città che per me aveva il sapore di una medicina amara, uno sciroppo denso e scuro che mi avevano insegnato essere indispensabile per sopravvivere. Percepivo quel retrogusto familiare in bocca ogni volta che venivo investito dall’alito della scelta ingiusta.
Viviamo, quell’aroma secco e coriaceo, tutte quelle volte in cui sopportiamo perché siamo certi che passerà, che accettare non vuol dire arrendersi ma significa smussare, mitigare.
Me ne sono andato, perché mi vedevo come un fazzoletto di carta appoggiato su un tavolo, minacciato dall’acqua appena uscita da un bicchiere rovesciato di proposito.
Ho accettato il primo impiego che ho trovato. Era giugno e sui giornali si ripetevano, pagina dopo pagina, gli annunci di lavori stagionali, dalle attività di fatica nei campi agli animatori nei parchi turistici. Scelsi qualcosa per cui il mio curriculum vitae potesse essere ben visto senza essere scartato con un laconico “troppo qualificato”: tutore presso un campo estivo di una scuola cattolica. Nella descrizione si parlava di ragazzi di natura problematica, tra i tredici e i diciassette anni.
Una volta arrivato scoprii che quegli adolescenti appartenevano tutti a famiglie facoltose, che li avevano mandati in quel centro nella speranza di ricevere indietro i loro figli un po’ più normali, ma anche per passare un’estate finalmente serena. Questi ragazzini non erano malati, ma ogni giorno passavano tutti dall’infermeria dove una psichiatra dall’atteggiamento fintamente caritatevole somministrava loro delle pillole che li rendevano obbedienti e, almeno apparentemente, felici.
Una volta parlai con uno di loro, che mi descrisse come lui, in quel campo, si sentisse come un uccellino avvolto in un batuffolo di cotone morbido, caldo, inodore. In quel nido artificiale si sentiva un po’ solo, il cibo aveva sempre lo stesso sapore e le voci apparivano tutte lontane, ma dormire un sonno senza sogni era sempre meglio che essere svegliato da un urlo.
Una di loro, Teresa, mi colpì subito per quella fioca scintilla che brillava nei suoi occhi che nessuna pillola sarebbe mai riuscita a spegnere del tutto. I cappelli biondi le cadevano ribelli sulle spalle e se qualche nuova ragazza del centro li sistemava in una treccia lei correva a vedersi allo specchio, si guardava da ogni angolazione, e poi la scioglieva tra le proteste dell’amica. Nessuno capiva questo suo comportamento (così diverso da come la sua madre adottiva avrebbe immaginato!), ma a me questi suoi gesti sono sempre sembrati come un rifiuto di cogliere dal terreno un fiore stupendo dopo averlo ammirato in tutto il suo splendore.
Non riporterò qui la storia della sua infanzia, posso solo dire che gli uomini possono essere crudeli quando hanno nelle mani la vita di una bambina.
Le insegnai come nascondere le pillole sotto la lingua e come bloccarle in gola quando una delle infermiere più esperte era di turno. Man mano che i giorni senza quei cocktail di calmanti ed antidepressivi passavano, Teresa riacquisiva lucidità e passione, ed io mi sentivo come uno studente che scopriva, su un foglietto stropicciato dimenticato sotto un armadio, le note a piè di pagina di un’incantevole poesia che non aveva mai compreso fino in fondo.
Dopo tre mesi sono ritornato nella città dai modi stretti e ruvidi. Pensando a Teresa, ero consapevole della mia fortuna di essere nato come uomo, bianco, in una famiglia agiata, circondato da una società in grado di perdonarmi.
Convinto che fosse mio, nostro compito, quello di accettare qualsiasi situazione grottesca nella quale possano inciampare i nostri piedi, cercando di vedere il lato positivo, anche se ci sembra di stare ruotando le facce di quel cubo che rappresenta la nostra vita da un’eternità.

Even though it seems easier to bury your head in the sand, the fog of self-delusion is much more miserable than the chaos of clarity

Filippo Righetto

Asaf Avidan – Gold Shadow

Data di Uscita: 12/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Asaf Avidan - Gold Shadow

Ancora qualche fiore. Un sentiero abitato da luci, musica ed usignoli.
Un sentiero abitato da terra e boccioli, dal verde che si nasconde dietro una neve bianca, materna.
Now I’m trying to get you on the line.
E’ inevitabile, mentre cammino, che il ricordo di te si faccia vivo. E’ sentirti e vederti dietro ai fruscii di alti cespugli, riflessa su gocce di rugiada adagiate sul dorso di foglie affusolate.
Profumo di pioggia, di ieri, di te.
Passo cadenzato che avanza su un terreno fragile, spalle ricurve, sguardo attento ad osservare ciò che ha attorno, come se da un momento all’altro potesse, tra piante ed alberi, apparire una porta, essere sulla soglia, il tuo viso dall’altra parte del vetro, respiri affannati, mani che si cercano e sfiorano, timide al ricordo.
Please don’t lock the door.
Sopra la mia testa quest’inafferrabile orizzonte, questa linea incandescente che infiamma il cielo, the clouds are gathering, sento la pioggia che si poggia sulle spalle e mi spinge giù, affondo nel terreno.
Cerco di divincolarmi, il desiderio di tornare a casa mi spinge ad agitarmi, a muovere energicamente braccia e gambe, ma la terra diventa sempre più ostile, la strada sempre più lunga, il percorso sempre più tortuoso. This i show it has to be. Questo sentiero è il nostro amore, lo sto percorrendo, ma i vestiti restano impigliati tra i lunghi rami, and all I taste is pain in every kiss and song. Le braccia sono ora aperte, protese verso il cielo, in attesa che gli uccelli volino, li sento piangere. Questo sentiero è il nostro mare, mare in cui pian piano affoghiamo (it’s hard to stare into the ocean / and try to stay afloat). Ti sto chiedendo di venire con me, ma la mia voce non ha suono e i tuoi occhi non possono più vedere, non me (it’s hard to look there for a future / when I left it all behind).
Due passi indietro e un vortice irrompe davanti a noi. Pacchetti di passati carichi di frasi a metà volteggiano nell’aria, senza respiro. Foglie, progetti, rami, desideri. Stringo forte gli occhi, sperando che quando li riaprirò ci sarà sole, silenzio, un bacio.
Invece no. My tunnels are long and dark these days.
You have nothing to fear, my friend,
except for love.
E’ questo che mi sento dire, mentre il mio corpo è ormai lontano che viaggia altrove. Mentre i nostri corpi sono altrove. C’è una distanza d’argento, un’apparizione luminescente, come luce in fondo al tunnel, un piccolo puntino, irraggiungibile. C’è un fiume di resistenza, asciutto, che inventa crepe sulle tue labbra.

Tears are clouding up a sunny day. Per questo lascio tutto alle spalle, la stanza, i passi, noi. Mi allontano, augurandomi di sentire la tua voce che mi chiama, che mi dice di restare. Potrei aspettare, ma credo sia ormai troppo tardi. E’ per questo che le uniche parole che restano sono “let’s say that it’s ok and just leave it at that”. Se solo aprissi gli occhi, vedresti che ormai non c’è nulla per te qui.

somewhere up there
the sky is blue for you
somewhere out there
there’s something new to do
somebody loves you

Il nostro tempo è andato. Tutto è silenzioso ora e non sono proprio sicuro se era la tua voce che ho sentito oppure una porta che si chiudeva. Somewhere up there there midnight strikes, I think I hear the fall of little drops of water.

But there’s nobody around and when I’m in here all alone, it’s just enough to let me drown.

Ancora qualche fiore. Un sentiero abitato da luci, musica ed usignoli.
And all I taste is pain in every kiss and song.

a volte mi piacerebbe avere una foto di noi

una di quelle da poterti guardare in viso
e dirti che il gelo di quella neve che ti si posava sui capelli
lo sento ora, nel cuore

Let me sing you, and we’ll make each other last.

Valentina Loreto

Model 500 – Digital Solutions

Data di Uscita: 26/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Model 500 - Digital Solutions

Quando si è sbronzi i suoni arrivano ovattati in testa, si sentono sibili che per gli altri sono inudibili, ci si concentra su singoli rumori lontani: lo sfrecciare di una automobile sull’asfalto bagnato; una voce dal tono metallico proveniente da un televisore acceso in un bar; il cuore che sbatte nella cassa toracica per il senso di colpa di aver ucciso un uomo.

Forse quel tizio meritava lo spintone giù dal palco superiore di un go-go bar qualsiasi di questa città assurda, o forse no.

Ho ancora quel ritmo cadenzato in testa, il fumo blu negli occhi e i movimenti lenti della ballerina, ad accompagnare una musica ipnotica e nera, di quelle che solo a Detroit o a Berlino riuscirebbero a ballare. Qui la musica non si balla, serve solo a far volatilizzare ogni pensiero, a far concentrare il pubblico sulla carne giovane e bella di donne da sogno.

Non avevo intenzione di spingerlo sul parapetto con quell’impeto, il suo viso terrorizzato un attimo prima di rivoltarsi all’indietro in una piroetta scomposta mi fa trasalire.

Dove cazzo mi trovo? Nella corsa fuori dal locale ho imboccato strade alla cieca e ora sono davanti un cartello che dice “Silom Road”. Mi sono perso e il ronzare del vento che si infila tra la mia strada e la sopraelevata mi convince a svoltare a destra, in una strettoia tra due abitazioni. E’ buio ma non mi importa, anzi servirà a seminare uno degli avventori del bar che ha cercato di inseguirmi.

Lei era li per me solamente, avevo colto un suo occhiolino, ne sono certo, avevo trovato la mia anima gemella, prima che quello stronzo si mettesse in mezzo.

E’ un vicolo cieco, mi volto e faccio in tempo a vedere un pugno che mi centra in pieno volto, rompendomi il naso e spegnendo di colpo l’interruttore. Mi ritrovo legato ad una sedia, la mia camicia è macchiata di sangue e sento il viso gonfio di dolore. Mi hanno beccato! Se me la cavo anche questa volta avrò di che raccontare ai miei amici.

Il rumore di un ventilatore mezzo sgangherato mi riporta verso quel locale affollato, alle curve della donna che mi è scivolata via dalle mani.

Signore la prego di sistemare in posizione eretta il suo sedile e di spegnere il lettore mp3 che sta ascoltando perché sono iniziate le fasi di atterraggio! Faccio un balzo e realizzo che mi ero addormentato col viso schiacciato sul sedile davanti, col naso dolorante e la bocca aperta, immerso nella mia stessa saliva. Dalle cuffiette un disco che mi ha consigliato un amico: “Digital Solutions”.

Ho sognato una donna perfetta, sarà sicuramente di buon auspicio! Non vedo l’ora di perdermi nelle rosse notti elettriche di Bangkok…

Maurizio Narciso

Mark Ronson – Uptown Special

Data di Uscita: 13/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Mark Ronson - Uptown Special

I

La festa

Come da tradizione, nella prima settimana dell’anno, si svolgeva una delle feste più attese dai rappresentanti del mondo musicale e culturale. Ricevetti il mio invito personalizzato circa un mese prima dell’evento, a poche settimane dal mio trasferimento nella zona in cui, su una leggera altura, si trovava la casa-museo di uno dei più grandi produttori del nostro tempo, nonché musicofilo per eccellenza. Mentirei se dicessi di non possedere ancora oggi in me la curiosità di visitare le stanze più segrete e ricolme di fascino di quella dimora. Mi riferisco alle stanze degli archivi. Chi ha avuto l’onore di passeggiare con il loro proprietario, mecenate e custode non si è mai permesso di andare in giro per ristoranti o caffè a raccontare tutti i dettagli di quello che ha avuto la fortuna di vedere. Non che ci siano veti o accordi particolari, semplicemente si tratta di una specie di codice d’onore, parimenti condiviso dai nuovi aspiranti visitatori. Poche sono le parole trapelate nel corso degli anni e, senza sorpresa, ognuna di queste ha contribuito ad aumentare il fascino e la confusione intorno a quei corridoi e a quelle pareti che ormai in città sono diventate sinonimo di essenza musicale. Che la musica abbia inizio! Così si concludeva il breve testo scritto sulla carta bianca del mio invito, in cui inizio si riferiva chiaramente anche al principio del nuovo anno e, perché no, nel mio caso, anche alla possibilità di future collaborazioni. Rappresentanti del mondo letterario sono da sempre da lui benvoluti. Suggestioni, storie, disquisizioni tecniche sull’uso delle parole, composizione di liriche o semplici scambi di pareri e consigli erano visti come possibilità di nuovo apprendimento, crescita e arricchimento del proprio lavoro. Allo stesso tempo aneddoti su questo mondo musicale, sulla sua storia e sui suoi personaggi, senza dimenticare le nuove conoscenze e la soddisfazione di poter firmare i testi di alcune canzoni, si rivelavano una grande occasione anche per i suoi confidenti scrittori. Curioso ed elettrizzato giunsi davanti al portone d’ingresso addobbato a festa. Tutto pareva ancora sul punto di incominciare e per un attimo pensai di essere arrivato con un grande anticipo. Accorsero sempre più invitati e tra loro riconobbi personalità del mondo dell’editoria, grandi musicisti, colleghi scrittori, qualche star del cinema e dello sport, tutti protagonisti della vita culturale cittadina. Ebbi pure il piacere di ritrovare qualche vecchia conoscenza, incominciammo a chiacchierare e così affrontammo l’attesa. Come gabbiani che all’attraccare di una nuova magnifica nave dirigono, con unanimità d’intenti, verso la novità scintillante il loro cammino, tutti i volti dei presenti, al riconoscimento di una musica in lontananza, si indirizzarono verso quel suono, pronti a captarne la provenienza. Uno splendido assolo di armonica ci chiamava a sé dai piani superiori, sempre continuando il suo corso, e tutt’a un tratto il portone si spalancò davanti ai nostri occhi e nel giro di pochi secondi ci ritrovammo nel centro di un ampio salone dal pavimento a scacchiera e dalle pareti ricoperte di quadri con cornici meravigliose, tra i quali trovavano spazio grandi finestre con tende finemente scelte in accordo all’occasione, e poi strumenti, strumenti in più angoli della sala pronti per dare il via alla musica. Sul lato sinistro scorsi una scalinata e il suo corrimano che pareva dorato, e compresi che da lì sopra giungeva il suono dell’armonica. Ci vorrebbe un romanzo intero per provare a descrivere ogni dettaglio delle due ore successive, le due ore di rito in cui il padrone di casa era solito accompagnare il ritrovarsi dei suoi ospiti con l’atmosfera musicale da lui scelta per quell’anno specifico, sempre frutto di mesi di ricerche e collaborazioni in tema, cariche di vita e minuziosa precisione. Lo vidi appena comparire per salutare e ringraziare i presenti, in queste serate diventava un tutt’uno con la musica e di conseguenza di poche ma sincere parole. Un ritmo incalzante rivelò quale sarebbe stato il tono e il filo conduttore del nuovo anno. Presto però fui piacevolmente sorpreso, poi eccitato, gli strumenti variavano, le voci anche, ritmi incalzanti R&B e passaggi più rilassati si alternavano ad ariose melodie, sorseggiavo dello spumante dal mio bicchiere e vidi la figura di una donna,seduta sul muretto di una piccola fontana, e il miei occhi si incontrarono con il suo sguardo celestiale. Intorno scoppiarono anche dei balli, i camerieri portarono portate senza sosta, si stringevano intese, si progettavano racconti e canzoni, c’era chi cercava l’amore della sua vita, chi ascoltava e guardava da vicino i suonatori, chi sistemava le maniche della camicia o il nodo giovane della cravatta, chi rievocava ricordi ed esperienze comuni, e tra tutto questo, per quell’istante, fui certo che in quello scambio di sguardi fosse contenuta una promessa. Posai il bicchiere di vino, lei si alzò, richiamata da altre donne, costretto a volgere altrove i miei pensieri prestai attenzione ai testi che si destreggiavano tra un ritmo e una melodia. Uno in particolare mi colpì in quell’istante, e riguardava la città in cui Mark, sì così si chiamava il padrone di casa, aveva abitato e mosso i primi passi nel suo campo e di cui aveva deciso di fuggire la mondanità, e così arrivò qui e si dedicò alla sua casa-museo e alla sua musica, la sua fortuna. Alcuni dei testi che riuscivo ad ascoltare nitidamente ritornavano a quei giorni, in alcuni si riconosceva la cifra stilistica di alcuni scrittori, ora seguendo una ragazza e la sua estate, di cui provava ad allontanare la noia, ora descrivendo città in lontananza e intrighi amorosi e,intanto, i collaboratori continuavano ad alternarsi, gli ospiti a passeggiare e a scambiare parole su e giù per la scalinata o in piedi nel portico affacciato sul giardino, chi bevendo champagne, chi mangiando da piatti colmi di stuzzichini, chi ricamando storie tra il blu scuro di quella notte e gialla musica rilassata ed elettrizzante, alternata a ritmi soul. Avevo perso il conto preciso dei minuti e delle ore e durante una conversazione con donne e uomini del mio campo le tastiere lasciarono di nuovo spazio all’armonica che ci accolse ad inizio serata e, ancora, ognuno di noi ne fu attratto all’istante. Le ultime note però toccarono a un arpeggio di chitarra, simile alle luci sfocate che brillano su una collina agli occhi del passeggero, e uno ad uno i presenti si sparpagliarono, altri salutarono e così decisi di concedermi una boccata d’aria raggiungendo uno dei due balconi a cui si poteva accedere salendo la prima metà della scalinata. Girai la maniglia e, dopo aver scostato il finestrone, guardai giù, verso quella parte di giardino.

Segue..

Filippo Redaelli

Panda Bear – Panda Bear Meets the Grim Reaper

Data di Uscita: 13/01/2015

Layout_11_A_FINAL_Corr

Are you mad?
Yeah I’m mad.

Ancora a distanza di tempo quell’immagine mi si para davanti. E ancora a distanza di tempo mi meraviglio. Le lucciole se ne stavano lì a vorticare a mezz’aria come indispettite dal mio stupore. E’ in quel momento che il mio pensiero si è rivolto indietro a cercare di nuovo il tuo volto. Mi confessasti piena di stupore di non averle mai viste prima. Le lucciole dico. La cosa ti riempì di gioia e mi strappasti un sorriso. Le lucciole se ne stavano lì a vorticare a mezz’aria. Forse indispettite dal mio stupore. Io me ne stavo lì in piedi ad osservare quella nube in continua evoluzione che splendeva nel buio. Ho una retina facilmente impressionabile. Sì che l’oscurità non riconquistava mai per intero i miei occhi. Una pulsazione dietro l’altra. Sincronizzazione collettiva. Emergenza rituale di fantasie caotiche. Caleidoscopio inarrestabile. Intreccio inconcludente. Senza scopo alcuno se non l’intreccio in sé. Io me ne stavo lì. In piedi. A bocca aperta. Mentre lui se ne stava là. Continuando a suonare. E per la prima volta sentii le loro voci. Tutte assieme.

      Oggi è arrivato un nuovo paziente. Numero quaratatrè. E’ giovane. La faccia pulita. Una frangia di capelli scuri calata sugli occhi. Si è presentato in maniera educata ed ha risposto a tutte le domande che gli sono state poste. Verrà sistemato nell’ala ovest. Non penso creerà problemi.
      Il nuovo paziente si è presentato nel mio ufficio la mattina presto. Mi ha chiesto gentilmente il permesso di poter lavorare il legno. Alla mia faccia stupita ha risposto di aver visto tutto l’occorrente di cui ha bisogno nel capanno dove il giardiniere ripone gli attrezzi e dove vengono sistemati i mobili ormai inutilizzabili. Devo sentire gli altri membri del Consiglio.
      Questa notte numero quarantatrè si è svegliato e ha cominciato a parlare. E’ il motivo per cui si trova qui. L’infermiere è venuto subito a chiamarmi. Quando sono arrivato l’ho trovato in silenzio. L’ho accompagnato in giardino per prendere dell’aria e per farlo tranquillizzare. Non ce n’era bisogno. Il paziente era calmo. Non era però il momento di comunicare lui che la sua richiesta aveva ricevuto risposta affermativa dal Consiglio.
      Il nuovo paziente si è recato questa mattina al capanno. Rimarrà sempre sotto la sorveglianza di due persone. Verrò chiamato immediatamente in caso di necessità. Ha cominciato ad osservare il materiale a sua disposizione. Bussava il legno e lo annusava. Lo sfiorava come per saggiarne la fragilità. Ha raccolto in un angolo alcuni pezzi e poi è tornato nella sala comune.

Ti piacerebbe qui. L’aria è pulita. Non si deve far caso ai cocci di bottiglia sopra i muri che circondano il giardino. La quiete pare qualcosa di palpabile sotto questi alberi. Le stagioni sono miti. E pure la pioggia non ha nulla di melanconico. Anzi. Proprio durante i temporali che lontano da qui potrebbero sembrare i più spaventosi ci ritroviamo tutti nella sala comune. Pazienti e personale. Solo lo scrosciare della pioggia è udibile. E i tuoni. Ma il ritmo caridaco rallenta. Come una macchina a vapore privata del carbone. Come un’altalena abbandonata per correre verso la cena. Poi. Una volta passato il temporale il cielo è più terso che mai.

      Gli infermieri mi hanno chiamato che erano circa le due del pomeriggio. Il paziente quarantatrè lavorava di gran lena mentre discuteva animatamente con suo padre. I dialoghi nella sua testa prendevano vita attraverso le sue stesse corde vocali. Sì che la sua voce ne era trasformata. Prima docile ed acuta nell’impersonare sé stesso. Quindi grave e autorevole nel ruolo paterno. Rivolgeva lui accuse subito mitigate dalla nostalgia. E quello rispondeva appellandosi alla caducità della vita umana. Nel frattempo armeggiava col la sega e con la pialla. Sciorinava preghiere e rimpianti. Si rispondeva pieno di compassione per sé stesso che ciò che è inevitabile si deve affrontare. Pure con la certezza di uscirne sconfitti.
      Numero quarantatrè lavora oramai senza sosta. Alla sera devo recarmi di persona e ordinargli di ritornare dentro l’istituto. Oggi l’ho ritrovato a discutere ancora come di fronte ad uno specchio. Ma non era il padre questa volta. Era un timbro dolce. Lo rincuorava. Lo rassicurava. Gli spiegava che il tempo è un’illusione che inganna chi ci crede. Accortosi della mia presenza si è voltato a fissare i miei occhi. Mi ha sorriso. E con una voce ancora diversa m’ha detto di non preoccuparmi. Presto tutto avrebbe ritrovato l’armonia mancante. Mi chiedo a cosa si riferisse.
      Mi sono recato al capanno. Il sole era calato oltre l’orizzonte da poco ché ancora dipingeva come un acquerello i controni delle colline all’orizzonte. Il paziente quarantatrè pare aver finito il suo lavoro. Nel capanno ho trovato un’elaborata costruzione in legno. Assolutamente incomprensibile. Eppure dall’apparente logica. Frutto di un ingegno deviato ma metodico. Tornato dentro l’istituto sono passato dalla sala comune. L’ho trovato intento a giocare a scacchi con un vecchio maestro dal tono severo ma compito. Mi sono chiesto se fosse un ricordo d’infanzia. Mi sono risposto che sì. Si trattava di un ricordo d’infanzia. Della mia.

Ci ritroveremmo a passeggiare per questi viottoli quando l’aria è più mite. Mi racconteresti di tutte le infinite storie che hai sentito nel tuo viaggio per raggiungermi. Ti perderesti in descrizioni elaborate del profumo dei fiori. E mi diresti di tutte le cose che potresti dipingere in un posto come questo. Io rimarrei in silenzio ad ascoltare tutto ciò che hai da dirmi. Assaporandone l’intonazione e le intenzioni. Cercando di interpetare i tuoi pensieri. Cercando di decifrare i miei.

      Oggi il paziente quarantatrè mi ha chiesto di poter portare nella sala comune la sua costruzione. L’ho lasciato fare senza porre domande. Sono sicuro che presto avrò le risposte che mi permetteranno di completare il quadro.

Mi confessasti piena di stupore di non averle mai viste prima. Le lucciole dico. Se ne stavano lì a vorticare a mezz’aria. Sicuramente indispettite dal mio stupore. Il paziente quarantatrè se ne stava là. Continuando a suonare l’Arabesque di Debussy. Non lo sapevo. Non potevo saperlo che sapesse suonare il pianoforte così bene. Non l’aveva mai suonato durante tutta la sua permanenza. Suonava. E cantava. E quella che sembrava essere un’astratta scultura in legno vibrava e risuonava accarezzata dal suo cantare. E riproponeva tutte quelle voci che avevo sentito lui interpretare. Mentre le lucciole danzavano. Sincrone e splendenti. Sorrido. Ti piacerebbe qui.

Pietro Liuzzo Scorpo

Robin Bacior – Water Dreams (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 13/01/2015

Robin Bacior – Water Dreams

Quando la nave attraccò sentì il vuoto esplodergli nel petto. Con tutta probabilità nessuno attorno a lui se ne accorse in quel momento. Né alcuno sentì nulla. Però se uno guardasse con attenzione le fotografie apparse sui giornali il giorno seguente al suo arrivo nel nuovo mondo potrebbe intuirlo. Ai margini di quel bianco e nero se ne può scorgere il volto sbiadito e disorientato. I sensi ancora in alto mare. La giacca logorata dalla salsedine. Nella cui tasca era conservata una lettera con poche righe d’augurio per una buona traversata ed un disegno approssimativo delle strade che avrebbe calpestato di lì a poco. Una mappa incerta che lo avrebbe condotto ad un’economica sistemazione provvisoria nell’attesa di trovare lavoro ed un alloggio che in futuro avrebbe chiamato casa. Quella sensazione di vuoto non se ne andò nemmeno quando si incamminò lungo la scaletta. E restò lì. Deflagrata nell’indifferente caciara di un’esaltazione collettiva costellata di sogni e ambizioni. Restò lì pure quando prese ad incamminarsi per il pontile. In mezzo alla ressa che si sarebbe poi diluita tra le strade sconosciute della grande città di cui poteva scorgeva i palazzi oltre berretti e i canti festanti. E’ difficile descrivere la sensazione che si prova in quei momenti se non la si è vissuta. Da fuori pare di osservare un fiume a testa in giù. Che dal mare risale verso terra per poi tuffarsi in un oceano di ben altra natura. Ecco. Lui si trovava in quel fiume riflesso in uno specchio. Ve lo state figurando? E’ un salmone nuovo al mondo che sale per le rapide e i meandri e seguendo la corrente si tufferà nell’oceano. E poi da lì. Buona fortuna. Ché l’oceano da qualunque prospettiva lo si guardi rimane sterminato. Allo specchio o a testa in giù. Sterminato. Ed accoglie corsi d’acqua di qualsiasi provenienza. E parla tutte le lingue. Ed è di ogni colore. E’ bianco come la spuma delle onde che si infrangono sulle alte scogliere irlandesi. E’ nero come le profondità abissali solcate dalle navi provenienti dall’Africa in tempi non troppo remoti. E’ grigio come quando la mattina presto le imbarcazioni dei pescatori siciliani scivolano verso la terraferma. Se ne accorse subito mentre cercava di seguire quello scarabocchio che aveva conservato nella tasca della giacca per tutto il viaggio. Era una mappa che però lo disorientava. Tracciata da un cartografo con la labirintite. Disegnata da un pirata annoiato dalla bonaccia che non ha mai sepolto un tesoro. Si ritrovò ben presto perso a vagare alla ricerca di un approdo di fortuna. Lo trovò dopo qualche ora. Era una locanda abbastanza economica con un letto disponibile in una grande camerata condivisa. Si distese subito sul letto e chiuse gli occhi. Non riusciva però ad addormentarsi. Quel vuoto che sentiva tra lo stomaco ed il petto era un peso opprimente. Cercò di non pensarci. Aguzzò tutti i suoi sensi per prendere coscienza di ciò che lo circondava. Come se volesse a provare a sé stesso di essere reale. L’odore di polvere. Le lenzuola rigide. Il vociare proveniente dalla strada. I fischi delle navi in partenza in lontananza. Poi notò delle note di pianoforte nascoste tra le pieghe dei rumori della notte. Sembravano entrare in punta dei piedi nella stanza. Ovattati. E piano piano tutto il resto passò in secondo piano. Poi si affacciarono le note di un violoncello. I fischi delle navi. Il vociare indistinto. Le lenzuola. La polvere. Vennero presto relegati in un angolo della veglia. Quelle note sembravano provenire da un mondo sommerso. Cominciarono a scorrere sulla sua pelle. Sciolsero i muscoli. Scivolarono sulle palpebre pesanti. E poi scesero come acqua di sorgente tra lo stomaco ed il petto. C’era solo la musica e nient’altro. Il respiro si fece regolare. Come la risacca su ciottoli lucidi. Tutto diventò così cristallino da poter ammirare la propria ombra sul fondale. E sorvolò rovine di città sommerse. Navi scomparse con la stiva ricolma di tesori. Faglie oceaniche che allontanano i continenti sì che l’acqua che ne bagna le sponde sia la loro unica congiunzione. Quindi la corrente lo riportò al suo letto. L’odore di salsedine entrava dalla finestra. La luce dell’alba guidava il ritorno dei pescatori verso casa.

Viet Cong – Viet Cong (Top Ten 2015)

Data di Uscita: 20/01/2015

Viet Cong – Viet Cong

La nebbia, ormai, è calata anche in città. In tempi che oggi abbiamo dimenticato, il fenomeno sarebbe stato considerato inusuale. Il traffico è solo un ricordo ora che il frutto post-industriale ha lasciato spazio al disuso. I palazzi grigi e macchiati dal particolato, i vetri delle finestre infranti, i lampioni che emanano una luce debole e tremolante per un retaggio energetico di cui in pochi hanno memoria, sono il nuovo epitaffio dell’abbandono. Sull’ambiente troneggia fiera la marcia andante dei freddi meccanismi, sebbene orfani di braccia indigenti, ancora in azione ad ostentare illusori frammenti d’umanità lacerata.

Sentì l’urgenza di sbrigarsi prima che facesse buio e, dopo una breve sosta per riprendere fiato, accelerò il passo. Mancava ancora un isolato. Intanto la nebbia scendeva ed il terzo piano degli edifici che incontrava lungo il suo percorso, già toccava il cielo e si confondeva con esso risultando in una mescolanza lugubre che odorava di romantica decadenza. Doveva fare in fretta.
Fu quando svoltò l’angolo che la vide, in mezzo alla carreggiata, immobile, che la fissava. Uno sguardo sfumato tra la sfida e la curiosità. Le gambe si fermarono e si ritrovarono una di fronte all’altra. Quando era bambina, prima che tutto andasse in frantumi, aveva avuto modo di compiacersi di qualche vecchio film western, e quella scena da resa dei conti la faceva sentire un’insperata, inattesa, protagonista. Non riusciva a capire se poteva dire soddisfatte le aspettative che aveva riposto nell’imprevisto ritrovamento: un biglietto nella tasca del cappotto che le chiedeva di essere presente a quell’appuntamento. La confusione prese ad aumentare. Solo loro due, nel silenzio più assoluto, in mezzo alla strada, lo sguardo fisso l’una sull’altra e un leggero movimento d’aria che spostava le rosse chiome ad entrambe. Poi la sorpresa lasciò spazio al disorientamento. Che diamine ci faceva una volpe in mezzo alla strada?

Stava seduta sulle zampe posteriori, le zampe anteriori invece erano tesi pilastri di un tempio elevato ad una divinità pagana che esige rispetto per concedere grazia. Gli occhi spalancati ed immobili erano pregni di misticismo, come i rosoni di un’antica chiesa illuminati da un sole calante, ammirati dal buio di una desolata navata. Sacralità selvatica, da riverire e temere, esacerbata dal grigiore mefitico di un deludente progresso che aveva fatto terra bruciata delle sue origini ancestrali.

La mano nascosta nella tasca del cappotto si strinse sul biglietto. Strinse forte, fino a quando il dolore non la fece riprendere dallo smarrimento. Estese lo sguardo oltre la figura singolare e si rese conto d’essere di fronte ad un enorme edificio dismesso. Non aveva nulla di particolarmente diverso dalle solite strutture che si potevano vedere in città, ma sentì forte il bisogno di entrare. Guardò l’orologio istigatore. Raccolse tutto il coraggio che aveva e decise fosse giunto il momento di dare luce al caso. S’incamminò verso l’ingresso e simulò disinteresse quando si rese conto che dall’animale, che aveva preso a venirle dietro, provenivano dei rumori meccanici, come di pistoni. Una volta dentro notò che l’unica strada percorribile erano le scale che conducevano al piano sotterraneo. Respirò a fondo e cominciò a scendere. Il percorso era obbligato e la condusse ad una stanza. La volpe sempre dietro di lei. Quel posto era inquietante. Qualcuno aveva trasformato quello scantinato in un laboratorio. Nella penombra scorse resti di tentativi falliti, carcasse di animali che non avevano resistito ad innesti di elementi artificiali. Avvertì dei passi lungo il corridoio.

Passi stanchi lungo il corridoio. Macchie d’olio sul camice e occhiali spessi. Il gemito di ossa doloranti, sospiri di frustrazione per tanti anni senza risultati, che sul suo corpo avevano compiuto quello che l’età non aveva avuto il tempo di portare a termine. Ma ora finalmente avrebbe potuto riposarsi. Uno sguardo nuovo si posò sull’orologio. Era giunto il tempo. L’omeostasi si era consacrata nel prototipo centotrentasette. Il tecno-archetipo aveva preso vita e il sacrificio che avrebbe decretato l’avvento di una nuova era, stava per compiersi.

Lei non lo sapeva, non poteva saperlo. Ma lì si sarebbe compiuto il suo destino. Destino determinato da una mano vecchia e delirante, sporca d’olio e guidata da occhi stanchi nascosti dietro degli occhiali spessi. Una mano che aveva fatto scivolare nella tasca del suo giubbotto un biglietto con un orario ed un luogo. Lei non lo sapeva perché fosse lì. Quindi si rivolse alla creatura che immobile la osservava, come se si aspettasse che fosse lei ad andarle incontro. Chi sei?

A passo ora timoroso continuava ad avanzare. Il sacrificio si stava compiendo. Il sacrificio che avrebbe saziato il primo appetito della sua creazione, del suo regalo al mondo, del suo nuovo dio. Dell’Entità superiore nelle fattezze di volpe. Si avvicinò alla porta del laboratorio e poté sentire urla strozzate nel sangue. Quindi si inginocchiò.

Avevamo bisogno di un dio. L’avevamo creato in passato. E poi l’abbiamo ucciso, accecati dagli avanzamenti delle nostre futili tecniche, e per poco quel vuoto esistenziale non ci ha risucchiati nel nulla eterno. Abbiamo visto con terrore la nostra fine e ancora lottiamo per la nostra sopravvivenza. Ma non faremo la fine del mondo che abbiamo creato, scomparso nella nebbia della storia. Perché, come in passato, abbiamo creato un dio. Ma questa volta avevamo le conoscenze per renderlo immortale.

La nebbia ha coperto ogni cosa. Ha fatto scomparire il mondo. Non è rimasto più niente da poter ammirare, neppure il carcame di quello che, in tempi che abbiamo dimenticato, sarebbe stata considerata civiltà. Il grigio sospeso è il nuovo comune denominatore che azzera tutto, che cancella gli errori, che crea il nulla dal quale si potrà plasmare nuovamente il mondo.

Giulia Delli Santi & Pietro Liuzzo Scorpo

Robot Koch – Tsuki

Data di Uscita: 30/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Robot Koch - Tsuki

Johann afferrò la tazza e la portò avidamente alle labbra, era provato e la sete più che la voglia di gustare un buon rosso lo portò a ingurgitare frettoloso il primo bicchiere. D’altro canto, l’avventore che glielo offriva era titubante, notava la provazione dell’occultista ma non poteva offrire un misero bicchier d’acqua all’uomo che aveva salvato dalla dannazione eterna solo qualche minuto prima, la figlia. Dopo verserò dell’acqua, dopo questo primo presente, non ci sarà bisogno nemmeno che me lo chieda. Ward, perdonami, non voglio togliermi questo buon sapore dal palato ma sono davvero assetato, mi porteresti anche un po’ d’acqua? Ward annui e si lanciò nella credenza, ora era imbarazzato, come si fa in questi casi? Io sono uomo di terra povera, come si tratta con gente abituata a una corte? Ward, buon uomo, e spero presto buon amico, non ti agitare. Non c’è motivo di imbarazzarsi, siamo fra compagni e non lesino nulla che tu non m’abbia offerto. Signore mio, io vi devo molto ma non conosco le maniere, vogliate scusarmi. Nessuna maniera, Ward. E per un attimo nessun signore, voglio che ci parliamo da pari, raccontami di tua figlia, come il male può averla posseduta? Sembri un timorato di Dio, in questa casa non ci sono glifi, a differenza degli altri fattori di questa comunita non pratichi nemmeno i rituali della terra per le messe, secondo te come l’infida serpe ha tentato quell’anima? Davvero non lo so, Belinda, cuore mio, pensi che le abbiamo dato pure per secondo nome Gabriele per tenere lontani i Lilithu dalla culla. E come sai tu, Ward, un umile fattore di contea, dei Lilithu? Signore, poco o nulla ne so, due mesi fa la moglie dell’oste fu incarcerata per stregoneria, pensi che per anni quei due hanno servito tutti noi, scoprimmo i segni del maligno, lui aveva la coda e durante un interrogatorio venne fuori il terzo capezzolo di lei. Gli inquisitori dissero che era la dimostrazione pratica che quella donna era una strega, e il suo compagno un famiglio mutato in umano, una bestialità infame che ha dato alla luce due figli. Ward spalancò gli occhi, mise mano alla bottiglia di vino rimasta sul tavolo e si versò un altro bicchiere. Gli inquisitori mandarono un bardo a battere la città in lungo e in largo, a spiegare che i due avevano avvelenato cibo e vivande, ora eravamo marchiati in quella terra e attiravamo il male, offerti in sacrificio da una strega, così dissero. Diedero direttive ai più, spiegando che più eravamo, tutti assieme e più appetibile sembravamo come pasto per i demoni, invitando i giovani a cercare fatica altrove. Ci spiegarono che servivano due battesimi ora per i bambini, uno per il nome con cui volevamo chiamarli e l’altro per un nome d’angelo che avrebbe spaventato i Lilithu, i figli della moglie di Satana. Certo, ci sarebbe costato un po’, ma capisco che l’inquisizione ha le sue spese e se confrontato alla salvezza dell’anima qualche pasto è poca cosa. Johann a questo punto fissava Ward in cagnesco e quando giunse il silenzio a sigillare la fine del racconto fu solenne e pesante. Ward lo spezzo solo per dire, cosa ti angustia, signore? Ward, t’ho già detto che non sono un signore per ora, sono Johann Weyer, l’uomo che ha salvato tua figlia non il tuo padrone, perciò ora mi devi ascoltare attentamente: conosco ogni demone dell’inferno, so i principi e i marchesi, le legioni che comandano i poteri che offrono e i pegni che chiedono. Ma i Lilithu, amico mio, non possono avere potere qui, dubito che Lilith stessa possa essere qualcosa di più che una superstizione, lontana come è dalla Mesopotamia, quello che so ora che m’hai raccontato è che due deformi s’amavano e hanno fatto segreto delle loro deformità finché hanno potuto. Che una volta scoperti sono stati la scusa per l’inquisizione per sottrarre un luogo come un’osteria al paese, in modo che l’unico posto in cui aggregarvi fosse la chiesa, hanno fatto andare via i giovani, casa per casa ora troveranno modo di svuotarvi. Ma perché la santa inquisizione vuol far questo, e come si spiega la possessione di mia figlia? Il Duca Guglielmo V mi ha mandato qui in missione esplorativa sapendo dei tumulti nella zona, le verità sono due mio buon Ward, la prima è che s’è scoperta una miniera e qualcuno la scava. La seconda è che l’oro del ducato di Kleve fa gola ai cattolici. Tua figlia non è stata posseduta da un demone ma dal piccolo popolo, altri segni e nessuna damnatio, mandava un messaggio: la grotta è insicura, avidi. Ora, mio buon Ward io mi trovo di fronte ad un dilemma: potrei avvisare il mio signore degli avvenimenti e creare l’ennesimo caso diplomatico, o potrei convincere te e le altre famiglie qui, a rimanere, nascondere le possessioni che a mie spese e in segreto scaccerò, per permettere ai porci romani di scavare e morire schiacciati dal Dio che preferiscono. Ward, se faccio quel che faccio è per il mio signore e per la Francia, e tu qui ora sei la Francia, cosa mi chiedi di fare?

Alfonso Errico

Peals – Seltzer

Data di Uscita: 27/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Peals – Seltzer

Il tintinnio dei sonagli a vento che abbiamo sulla veranda non scuote minimamente l’animo di Isis, mentre io invece sento un colpo di balestra trafiggermi il coccige. (È così ridicolo usare il pronome personale “io”, la parola più abbietta del mondo, ma è necessario) Io sono terrorizzato, anche se come al solito all’esterno rimango sereno e rassicurante. Isis è una gatta, se ne fotte dell’uragano, ma io sono un falco pellegrino e ci tengo a queste ridicole penne brune che mi si sono trasformate in pelle.
È buffo nominare adesso il nome “Isis” perché la maggior parte delle persone pensa subito ai terroristi e non alla donna-gatto con cui vivo da qualche anno e che alcuni di voi hanno già sentito nominare. Iside, la dea egizia, magica, madre, fertilità, comune a tutte le civiltà, ma sono gli egizi che hanno inventato tutto. In realtà Isis, la gatta, si fa chiamare così solo in America, mentre il suo nome vero è quello egizio: Aset.
Se ve ne ricordate, ero un musicista, ma alla lunga mi sono stancato di guadagnare quei pochi dollari puzzolenti e mi sono messo ad allevare bestiame. Per carità, qualche concerto lo faccio ancora, il whiskey più insulso della terra lo bevo ancora, ma col manzo si guadagna di più, e alla fine, che si credano grandi o piccoli, tutti gli uomini finiscono per fare quello che dà loro il denaro, niente o poco di più.
Questo scampanellio mi ha fatto posare la penna sul foglio e il tremore sta scrivendo parole che valgono quanto le molecole dei vari gas che stanno per schiantarsi su questa casa. Ho paura, e non ho paura di dirlo, per fortuna ora sono libero, non devo fare più il duro, non devo ringhiare per far apparire più grande questo miserabile Ego.
Sono un cowboy, santo Dio! Come i primi folli che si sono voluti chiamare americani: io sono come loro! E non mi dispiace aderire a questo stereotipo, che forse è il più onesto a mia disposizione: dopo aver dato da mangiare ai vitelli o dopo aver spalato il loro letame mi metto in veranda a suonare la chitarra o il banjo sulla mia sedia a dondolo e disintegro il mio lercio Io diventando un sereno nessuno che vaga in un indeterminato tutto-nulla fatto di silenzio incomprensibile e qualche nota che lo spezza ogni tanto. Aset (non più Isis, così non vi spaventate) mi porta una mela e io le faccio qualche serenata ubriaca.
Lavoro pochissimo in realtà, dato che ho pochi vitelli che riesco a vendere a un macellaio per fricchettoni che impazziscono per il biologico. Ho pure un orticello, in modo da non spendere niente, e un giardino dove faccio i miei esperimenti di potatura e di innesto. Aset non fa più la cameriera ed è entrata nella polizia, così il suo sangue freddo si trasforma in dollari ancora più freddi. È eccitata dal fatto di avere una pistola sul fianco e un teaser sull’altro, e un giorno ha elettrizzato un vitellone, un semi-toro, che fantasticava sull’infilzarmi lo stomaco a cornate.
L’uragano sta per arrivare e i vitelli fanno un casino insopportabile. Aset sta pulendo il fucile che usa per andare a caccia e che teniamo in casa per “difesa personale”. L’altro giorno abbiamo giocato agli indiani ed io facevo la parte dell’indiano a cavallo che tentava maldestramente di uccidere lo sceriffo col suo fucile, ma la mano e la pistola dello sceriffo sono sempre più veloci.
Se sopravvivo all’uragano compro una Shelby Mustang e mi vado a schiantare contro una quercia.

Marco Di Memmo

Peter Kernel – Thrill Addict

Data di Uscita: 19/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Peter Kernel - Thrill Addict

“You know when you do something that you know you shouldn’t do but you do anyways? And it turns out a mess so you say to yourself “I won’t do it again”, but after a while you do it again and again and again? This is Thrill Addict” (P.K.)

La casa circondariale aveva pareti spoglie, quel bianco freddo e perfetto da tinteggiatura recente, le luci al neon e corridoi tentacolari. Fuori il sole splendeva nel cielo terso e azzurro, la neve sulle cime delle montagne avvolte come una sciarpa soffice attorno al centro abitato riluceva sotto i tiepidi raggi, e appariva viva. Nora se ne stava seduta su una panca, con le ginocchia raccolte al petto e tutto il corpo addossato allo spigolo, come a sperare che i muri stessi potessero fagocitarla e risparmiarle quel calvario che solo una reclusione poteva provocarle. La larghissima felpa di quel giallo sbiadito amplificava l’impressione di mestizia che già di suo le aleggiava addosso; sotto aveva ancora il pigiama, così l’avevano sorpresa gli uomini della sicurezza quando si erano trovati nel mezzo di una battaglia domestica, i capelli arruffati e un cimitero di piatti in frantumi tra i piedi nudi.
Nico si trovava nell’ala opposta della struttura, in una realtà così piccola e talmente poco pericolosa non esisteva distinzione tra carcere maschile e femminile, bastava separare in due parti il medesimo complesso edilizio. Lo avevano strattonato fuori casa con ancora il pugno alzato, minaccioso, mentre l’altro brandiva con determinazione la prima padella che gli era capitata sotto mano. Scalzo anch’egli, e per giunta in mutande, gli avevano dato giusto il tempo di infilarsi un paio di jeans e delle ciabatte logore.
L’arresto poneva fine, almeno per la durata della detenzione, all’esasperazione del vicinato dopo mesi di ostica convivenza con questa coppia dagli eccessi facili. Le urla riversate in strada a qualsiasi ora del giorno e della notte, le fughe plateali e gli altrettanto plateali ritorni all’ovile, le porte sbattute e gli oggetti che volavano dalle finestre, fino a infrangersi al suolo – nelle migliori delle ipotesi – se non addirittura sulle automobili parcheggiate. Ne avevano avuto abbastanza, e finalmente sarebbe calata una notte serena e stellata, in silenzio.
Lo scorrere monotono del tempo dietro le sbarre costringeva Nico a Nora a rifugiarsi, entrambi, nei loro spazi casalinghi, nelle loro abitudini da liberi, nelle piccolissime cose che lì dentro si erano ingigantite come una smagliatura in una calza velata. Un sentimento viscerale li teneva insieme nonostante gli schiaffi e le brutte parole che potevano sfuggire da qualsiasi premuroso controllo; non erano tagliati per le mezze misure, l’amore assoluto comportava il prendere o lasciare senza negoziazioni, implicava gesti di cui pentirsi in un secondo momento, ma che prima o poi avrebbero senz’altro ripetuto, in recidivo disequilibrio carnale, allo stesso tempo annichilente e totalizzante. Malgrado le liti furibonde e le divergenze, non avrebbero mai rinunciato alla loro strampalata e bellissima unione. Segregati alle estremità del carcere, avevano iniziato a patire la reciproca assenza già dopo poche ore dall’allontanamento, e i giorni seguenti sembravano tutti troppo uguali, cadenzati da quei pasti disgustosi che consumavano con inerzia soltanto perché non avevano altro da fare; i loro corpi cambiavano nervosamente posizione di continuo, in una smania feroce, mentre la mente si aggrappava salda ai particolari del quotidiano, là fuori. Il bilocale in un sottotetto alle pendici del monte più alto della regione era rimasto a soqquadro dal momento dell’arresto, chissà se qualcuno si era preso il disturbo di andare, perlomeno, a chiudere le finestre. Nella solitudine coatta riusciva spontaneo tornare tra quegli spazi condivisi, tra i vinili accatastati nello scolapiatti in mezzo a coperchi di tutte le dimensioni, tra le piante grasse che avevano gradualmente conquistato ogni interstizio, tra le coperte e i panni da stirare lasciati a decantare per giorni sulla sedia a dondolo accanto al caminetto. Bastava poco per essere felici, azionare il giradischi con del rock dalle tinte intime e liberatorie, ordinare pizza o kebab da asporto, cantare, suonare il basso e la chitarra, fare l’amore. L’introspezione indotta dall’isolamento portava a sperimentare la terribile mancanza anche dei dettagli sgradevoli, delle ascelle pezzate di sudore, del disordine altrui che limitava la libertà del proprio, del soffritto di cipolla la mattina seguente una sbronza epica. Era come passare allo scanner ogni poro, ogni sussulto, ogni imperfezione. E tuttavia l’istantanea risultante era bella, era forte, era rock, era amore.
It’s not about being the best at anything, it’s about finding your own way”/ “It’s about screaming your heart out”
Non vi era altro da fare se non cercare una via di fuga. La soluzione assunse le sembianze della stretta cerchia di amici che andavano a far loro visita negli orari in cui era concesso: stabilirono un linguaggio in codice per trasferire informazioni e accordi da uno all’altra, e viceversa, attraverso i colloqui giornalieri. Per il resto, entrambi sprofondavano in uno stato di trance apparente mentre ascoltavano con le cuffie la musica che si erano fatti recapitare: la loro musica, il disco che Nora e Nico avevano deciso di comporre e suonare per smantellare la granitica incomunicabilità che spesso poi li spingeva verso gesti sconsiderati. Parlarsi attraverso il noise, con la chitarra che graffiava selvaggia e le voci dirompenti, scalfiva in modo deciso la patina delle difficoltà nell’aprirsi, superficie che si stratificava ad ogni confronto rigettato. Una vastissima varietà di ritmi simboleggiava i loro stati d’animo, il panico, le paure, gli affanni, come anche i momenti di ritrovato equilibrio; la reiterazione di suoni gettava luce sulle rispettive fissazioni, i riff e le percussioni scandivano con impeto un’intimità di chiaroscuri e una profondità passionale. Correvano e facevano piegamenti in quei miseri metriquadri delle celle, concentrandosi sulle mosse da compiere per non vanificare il piano. Non vi era altro da fare se non attuare la via di fuga.

Qualcuno disse che erano state rubate le chiavi alle sentinelle di guardia notturne, altri narrarono di griglie di protezione divelte, altri ancora di sonniferi somministrati alla sorveglianza interna ed esterna. Poco importa la verità, i timidi bagliori del mattino facevano vibrare la bianca coltre sulla corona delle montagne, sui pendii; il manto, intatto fino al comparire dell’alba, tradiva un ricongiungimento fatto di passi affondati dopo una corsa trafelata. Poi ecco il bacio, bagnato dalla brina cadente dalle fronde dei pini. Ci avrebbero riprovato di nuovo, mai avuti tentennamenti.

Federica Giaccani

Verdena – Endkadenz Vol.1

Data di Uscita: 27/01/2015

Verdena - Endkadenz Vol.1

Endkadenz – effetto scenico teatrale: per la sua realizzazione Kagel prescrive “colpisci con tutta la forza possibile sulla membrana di carta del VI timpano, e nel frattempo, nella lacerazione prodotta, infilatici dentro tutto il tronco. Quindi resta immobile!”

Carlo Alberto ha deciso di ritirarsi dalle scene, i più attenti tuttavia sostengono che alcuni spettacoli recenti siano frutto della sua mente. Un po’ compositore, ma anche regista e sceneggiatore. La malinconia di svariati concerti a teatro, privi di un reale padrone di casa, ha dato adito ai sospetti e a tutta una serie di congetture sul ritorno dell’artista.
Decenni fa Carlo Alberto divenne ricco e famoso partendo dalla provincia, riproponendo il preciso movimento inventato da Mauricio Kagel. Endkadenz chiudeva lo spettacolo in una fusione visiva e sensoriale tra musica e teatro, sinfonia ed espressione attoriale.
Le fasi iniziali della carriera non furono mai annacquate dal dilettantismo che permeava il nativo ambiente culturale, fatto di palchi sgangherati e sipari consumati dalle tarme e dal fumo delle troppe sigarette. Il suo naturale talento cristallino – così veniva definito nelle riviste specializzate – fu coltivato grazie ad uno studio da autodidatta che toccava argomenti all’apparenza lontani dalla musica. La geologia, la filosofia e le religioni erano riassunte in appunti diligentemente riposti negli scrittoi, ammucchiati sopra e sotto gli spartiti.
Le attenzioni del genere femminile si posarono su di lui una volta raggiunto il successo, quando nei teatri di tutto il Paese lo abbordavano facoltose signore o giovani aspiranti facoltose signore. Carlo Alberto le trattava come un nuovo libro di testo, leggeva attentamente le loro parole e tratteneva informazioni. A volte succedeva quello che accade ad un uomo e a una donna soli e nudi in una camera da letto. L’atto sessuale non rivestiva un peso particolare, era un momento come un altro, movimenti da ricordare e parti del corpo da stimolare. Per l’amore proprio non c’era tempo.

Nessun colpo della sua carriera è andato a vuoto e il riposo, in un certo senso meritato, non ha convinto alcuni fan incalliti che gli scrivono in continuazione. La quantità impressionante di lettere contiene sentimenti contrastanti: minacce di mitomani, suppliche di tornare in pista, amori impossibili, richieste di telefonate a parenti malati terminali e inviti a conferenze.
Il mistero attorno alle attività culturali, più o meno clandestine, di Carlo Alberto non è dunque un escamotage promozionale dello staff più fedele, tra l’altro ridotto all’osso nel corso degli anni. Quattro addetti tuttofare lo seguono durante le lunghe camminate nei boschi, come ombre fedeli che rallegrano una solitudine consapevole. Per il resto la vita si trascina silenziosa fuori dai confini della “vita d’artista”, i soldi servono a poco nel piccolo centro abitato in cui ha scelto di passare le giornate. Liquori pregiati, libri su libri e musiche su musiche riempiono la lista della spesa, sfizi che si intersecano con l’acquisto di bistecche dal macellaio e pane dal fornaio più vicino. I commercianti hanno smesso di proporre il solito concetto, formulato in rare variazioni morfologiche attorno al “ma sei proprio sicuro di andare in pensione?”. Carlo Alberto di solito sorride stanco e chiede il conto.
La singolare capacità d’espressione, tratto fondante della sua arte, rende però tutto più complesso. Una sorta di alfabeto alternativo – la sintassi in particolare – plasma un mondo parallelo, dissonante rispetto a quello fondato sulla presenza costante e capillare degli operatori culturali, termine osceno.

Ad un funerale di un anziano collega la quantità abnorme di giornalisti, accompagnati da uno stuolo di fotografi, ha intimorito a dismisura Carlo Alberto. Le domande scontate su “cosa avesse rappresentato nella sua crescita l’amico defunto” gli sono apparse come un becero tentativo di entrare nella sua vita, un primo granello di sabbia da mettere negli ingranaggi dell’isolamento. Un tentativo di farlo ritornare forzatamente alla ribalta.
Il disagio, sempre presente, ha assunto nuove forme. La sera stessa del rito funebre le sue ombre hanno cenato con lui, l’addetto alla comunicazione ha portato con sé la cassetta contenente l’intervista rilasciata nel pomeriggio. Nello studio, il programma tv ha diffuso l’esclusiva del triste evento, gli opinionisti hanno parlato apertamente del “delirio di Carlo Alberto”. Non era sicuro di volersi rivedere, ma la puntigliosità caratteriale glielo ha imposto.
Le risposte scomposte non lo hanno sorpreso più di tanto. Sopraffatto dalla luce e dal pubblico, fattori che non aveva calcolato per infinite stagioni, ha perso le staffe divagando nei suoi registri onirici.
Immaginandosi direttore d’orchestra ha voluto subito dare un suono alla sue parole. Conferire uno scheletro musicale alla frasi, è il suo tentativo di comprendere le cose.

Conduttore: “Signor Carlo Alberto, ci può raccontare un ricordo che la lega al direttore?”
C.A: “S’instaurerà sopra di noi | cosa vuoi di peggio? | niente panico | mi vedrò riflesso”
Il raccoglimento segnato da una voce che non strepita. Un piano stanco, il suono del mellotron, lo stridore sintetico e ferroso. I pensieri che prendono una strada laterale. Funeralus
Conduttore: “Si sente bene? Non ha risposto alla mia domanda”
C.A: “Faccio come il nevischio lo sai | avermi non potrai | non cambierò mai di stile | e mi vedrai come adesso affondare”
Rivedere il suo volto tirato lo irrita, per calmarsi immagina una chitarra acustica e dei legnetti per un dolce affondare. Nevischio.
Conduttore: “Il suo comportamento non mi sembra adatto, si è appena svolta una cerimonia funebre”
C.A: “Nessuna gloria | nessuna furia”
Qualcosa nella mente ha considerato l’intervista come un attacco personale mediatico. Riff di chitarra ripieni di fuoco, una batteria che accende il finale prima di lasciare spazio all’ironia. Gli applausi finti, e l’ineluttabilità più completa. L’inno del perdersi.
Conduttore: “La sua pantomima sta offendendo il pubblico e la famiglia del defunto, si spieghi dannazione”
C.A: “E se ridi nel caos | menti e non lo sai | e fuggire davvero | lo sai che non si può”
La piega è decisa, le diffidenze sono deflagrate. Su tutte le furie, per non ritenersi colpevole di alcuna offesa, ha orientato i pensieri ad una distorsione elettrica totale. Il ritmo dato in una corsa concentrata, verso una fuga impossibile. Derek.
Conduttore: “Pensa di essere simpatico? È diventato pazzo, non agiti le mani”
C.A: “Non ci puoi restare fermo mai | dici che non siamo comodi | credimi ci proverò | voglio dimostrare che | oh no | che a sci desertico | ci si diverte”.
Le sue mani hanno roteato per allontanare una telecamera che si è avvicinata troppo. Un urlo e dei campionamenti, una tensione montante. Sci Desertico.
Conduttore: “Se non si calma dovrò interrompere l’intervista, vuole un po’ d’acqua?”
C.A: “Su sveglia | ci vuole un gin | Ma vivo di conseguenza | e non certo è sempre quello che vuoi”
La complessità del suo linguaggio ha raggiunto vette altissime, nella vita reale non è così. Dei campionamenti orchestrali, il piano scheletrico ed una batteria che si arricchisce di varie percussioni. Vivere di conseguenza
Conduttore: “Non si vergogna? Qui nessuno mette in questione una scelta di vita?”
C.A: “Anima in pena | sudi davvero | fai stretching muoviti! | lo giuro ho un mantra in me | lo giuro ho un mantra in me”
Le gote sempre più rosse, come le percussioni ed il cantato deciso. La chitarra che impatta l’aria districandosi tra le nebbie, prima di arrivare ad un grande coro finale nel bosco. Rilievo
Conduttore: “Non sta un po’ esagerando, a chi sta parlando?”
C.A: “Se ti mancherò | prova a fuggire in noi | ti sentirai identico | stai sulle rocce | ti ferirai | so che vivi a volte | ti ferirai”
Ancora chitarre graffianti. Troppe persone presenti, una sensibilità pop a rappresentarle. Un wurlitzer. Un po’ esageri
Conduttore: “Davvero non capiamo, è un folle”
C.A: “Chiediti cos’hai | ci aspetta il buio però | credi di star qui | sorridi senza ragione | e sai che uccidere può”
Altri accordi spessi come lame, cambi ritmici che riportano in un superficie un passato non distante. Ho una fissa.
Conduttore: “Ci dica solo dove vuole arrivare”
C.A: “Mi includerai mai? | nell’inferno in cui vivi tu | iniettami aria | se sogni è meglio poi | che nulla ti tiene qui”
L’atteggiamento del conduttore, snervato ma pieno di compassione non lo ha calmato. Una chitarra acustica nel tentativo di avere armonia, un sogno vicino e lontano. Puzzle.
Conduttore: “Inferno? Qui tutti speriamo che il direttore sia finito in paradiso”
C.A: “Ormai mi aspetti lì | giù in un canyon | c’è un vento gelido | che annienta il panico”
Batteria elettronica e pianoforte, una finta orchestra per creare spazi alla voce, tutto si dilata. Diluvio
Conduttore: “Sta pensando al suicidio? Regia quanto manca alla pubblicità? Non possiamo continuare oltre”
C.A: “Gettami nel fango e poi | non c’è da ridere | agire non so”
Distorsioni dappertutto. Alieni fra di noi
Conduttore: “Pubblicità, ringraziamo il signor Carlo Alberto”
C.A: “Ed in fondo anch’io svanirò | sarò invisibile | come il polline”
Altre campionature melodiche, una vena romantica utilizzata in schemi verbali estremi. Tutto torna. Contro la ragione

Hanno ragione, è stato delirante. Ma la storia non finisce qui, l’autarchia compositiva si è riattivata. Carlo Alberto con l’aiuto dei quattro amici, grandi lavoratori e puntelli pronti a sorreggerlo, ha altri suoni in testa. Un fiume in piena che rompe gli argini, con gli occhi aperti e carichi d’amore, colmi del sentimento ricorrente in ogni opera precedente.
La mancanza di minuti ed ore – per l’amore non c’era tempo – è strutturale alla tangibile sensazione di sentirsi inadeguato. La malinconia c’è e sempre ci sarà, il resto è mera forza sentimentale. Meno abrasiva del passato, ma coerente nel lasciare spazio alle contraddizioni che crescono con l’aumentare delle melodie, prolungamenti musicali di un amore immortale.

Alessandro Ferri

Charli XCX – Sucker

Data di Uscita: 26/01/2015

Un breve ascolto, durante la lettura

Charli XCX - Sucker

Una sera ero a casa mia, nella campagna inglese. Avevo ancora bisogno di guardarmi intorno per poterla abbracciare tutta con lo sguardo. Era la mia nuova casa, e l’avevo voluta in stile anni ’70. Precisamente l’avevo voluta come il set di un film anni ’70. Ancora più precisamente l’avevo voluta come il set di un film a luci rosse anni ’70. Io la volevo e la vedevo così, non avevo bisogno di uno spazio adatto alla meditazione, alla riflessione, o ai ripensamenti, meno che mai ai moralismi. Per tutta la vita mi ero dedicata a fare quel che mi piaceva, quello in cui sapevo di essere brava, e non ci avevo mai pensato troppo su. E ora quella casa mi rispecchiava perfettamente; era il frutto del mio lavoro, fatto di impulsi non di teorie.

Quella sera ero da sola sul mio divano, e sapevo che non era il genere di situazione che ci si poteva aspettare da me. Mi avevano detto che quelle come me vanno alle feste, presenziano agli eventi più modaioli, si adoperano per farsi notare. Insomma sapevo quanto per certe persone fosse importante brillare per emergere dalla massa, e sapevo anche che il modo più facile era distinguersi dagli altri ad ogni costo. C’era gente che aveva passato interi anni della propria vita a costruirci teorie e sperando di passare alla storia si erano davvero inventati di tutto. Più spesso, in realtà, non si erano inventati un bel niente e avevano ben pensato di cavarsela ripescando roba dimenticata, per riproporla sotto una qualche antiestetica forma “rinnovata”, “destrutturata”, “tecnologicamente rielaborata”. Usavano definizioni criptiche per gesti che alle persone come me sono sempre apparsi privi di significato. Precisamente fastidiosi. Ancora più precisamente detestabili.

Era un momento importante della mia vita, avevo passato gli ultimi mesi lontano da casa, avevo deciso di lavorare con molte persone diverse in molti posti diversi ed ero tornata arricchita, felice e svuotata. Quasi tutta la mia anima si era riversata nel mio lavoro e ora mi sentivo un contenitore pronto per riempirsi di nuove esperienze. Ma era troppo presto, credevo ancora in certe fantasie che avevo sviluppato in quel periodo in cui mi immaginavo in fondo al mare, con le sirenette luccicanti e la dea Venere che spuntava da un’enorme conchiglia, e il mare era nel mezzo di una giungla col cielo rosa e le stelle, e con gli unicorni che saltellavano tutt’intorno. Un paradiso stravagante nella giungla, sott’acqua. La cosa che mi legava di più a queste fantasie, che non erano affatto una forma di delirio, rappresentavano piuttosto la mia visione scintillante delle cose, non era ciò che c’era dentro, ma ciò che mancava. Non c’erano le leggi della fisica né quelle dell’uomo, non c’erano correnti né controcorrenti, tutti facevano a modo loro, ognuno sapeva fare qualcosa e se ne fregava di come la facevano gli altri, alcuni agivano in coro, alcuni si dimenavano solitari.

Avevo preso una decisione nei confronti di me stessa; avevo deciso di fare alla mia maniera, senza mai badare ai giudizi delle persone, compreso il mio. Avevo giurato alta fedeltà ad ogni mio istinto, ogni idea, ogni fantasia che profumasse di successo anche solo per cinque secondi, avevo promesso di non concedermi alcuna esitazione, ripensamento, pentimento. Soprattutto avevo deciso di ignorare la distinzione tra “roba per pochi” e “roba per tutti” , visto anche che non avevo mai capito quale regola universale stesse alla base di tale classificazione. Non volevo seguire la corrente né remargli contro, ma certo mi ero accorta presto che mi stavo ritrovando a fare entrambe le cose. Me ne fregavo, del resto non potevo non esistere.

Me ne stavo compiaciuta sul divano, osservavo gli oggetti nella stanza e notavo che non mancava nulla. Non volevo arricchirla, tanto meno di orpelli con un presunto valore artistico, fatta eccezione per la parete di fronte all’ingresso, che sembrava spoglia e allora mi venne in mente che potevo appendere una mia gigantesca foto. Magari un primo piano del mio dito medio, colante di vernice rosa e cosparso da una pioggia di brillantini. Lo avrei dedicato alla popolosa ciurma di aspiranti pensatori di controculture. A tutti quelli che ambivano ad avere una nutrita folla di sostenitori nonostante la propria incrollabile fede nello snobismo. Agli alternativi, agli indiependenti, a quelli controcorrente, a quelli che se non era roba di nicchia allora niente, a quelli che se non ci potevi spendere sopra più di trentasette parole astruse allora era spazzatura per le masse; ai saccenti, agli eruditi di facciata, ai metafilosofi, ai metacritici, a quelli che bighellonavano tra nuove tendenze, talmente nuove da non essere tendenze; ai teorici dello stile, ai teorici della barba, degli stracci e dei tatuaggi; ai teorici della teoria, ai pensatori del nulla. A pensarci bene avevo conosciuto certi uomini che avevano ispirato più di ogni altro la gigantografia del mio dito medio, erano tutti quelli illusi di valere ancora qualcosa e invece non sapevano più nemmeno come scaldarmi il sangue nelle vene. Erano mesi ormai che avevo deciso di farne a meno, ed ero riuscita molto bene a bastare a me stessa. Avevo passato tutta la sera da sola, sul divano; ispirata, eccitata, appagata ero entrata in me stessa, avevo raggiunto l’estasi più volte, poi i battiti avevano ripreso il solito ritmo, scandito solo dal respiro; ero libera e felice in fondo all’oceano, ero un’irriducibile indisciplinata che non aveva più vincoli a cui ribellarsi, potevo dedicarmi anima e corpo all’unica cosa che mi interessava davvero: vivere.

Giulia Matteagi