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Top Ten 2014 – Valentina Loreto

1. Scott Matthews – Home part 1

Data di Uscita: 03/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Ho sussurrato al cuore di non andare. You disappear like my voice. Perchè io non so dove andare. Non mi ha ascoltato. Mi volto, mi volto, mi volto, la luce è troppo forte per i miei deboli occhi, la strada verso casa è dispersa nel buio di un cuore che ora non c’è più.

“La malinconia è la tristezza diventata leggera.” – Italo Calvino

Ti prego, cercami. Ti prego, voltati. Ti prego, guardami.
Still I hope, I pray for now.
I fool the lonely road
As we exchange our vows

Ho parole tanto piccole che filtrano attraverso desideri in bianco e nero. Gli alberi spogli, gli esili rami aggrappati ad un tronco che pare roccia, torneranno a vivere anche loro, sì.
Ora nel traffico di vite sconosciute mi muovo distratta, city man lives under a clock, chiedendomi come sia possibile che un bambino passeggi tenendo per mano un manichino, chiedendomi come sia possibile che una madre lasci che sia il proprio figlio a prenderle la mano e non il contrario.
C’è qualcosa che mi sfugge dietro al vento che corre sul mio viso, un nuovo colore, un suono lontano.

Have you ever wondered what it would be like
To bury your life and start over again?

Salita, discesa, salita, discesa. Prendo fiato, dischiudo la bocca e lo lascio andare via. Mi sento più forte a salire in alto tenendoti per mano, mi sento meno debole a scendere in basso e sentirti che mi chiami, torna qui. Curiosity spoke wholeheartedly / “This is meant to be / Trust my eyes”. Ci siamo allontanati così spesso che non potevamo che restare sempre lì, a legare i nostri cuori in un battito d’ali, in un soffio d’aria gelida. Let’s begin our escape. Again. Credo di non essere pronta, come sempre, come ogni volta. Tu sei pronto?
She floats a kiss goodbye
“I’ll soon be with you…”

Il treno corre veloce, vorrei saltare giù, però prima volteggiare per un po’ in aria, nel vuoto, libera dal tocco, dalla vista, e poi con una carezza toccare terra, sentire di nuovo i piedi danzare, le braccia ondeggiare.
Her only wish is to fly away.
L’acqua scorre e non si arresta, il sole splende e non si spegne, il nostro amore ama e non.
La finirò un altro giorno, quando ci sarà più spazio, quando il tempo non sarà tiranno, quando il buio sarà più luminoso. The dark loves the light’s caress. Finirò quando ci sarà modo di aprire gli occhi e vedere e sentire e vedere e sentirti e vederti. I wonder if there’s room / To fly on your wings soon / Take us far away, way beyond the moon.

Dearest of angels
Can you be here tonight?

La risposta arriva da dentro, l’afferro, scappa, è qui. La strada verso casa è dispersa nel buio di un cuore che ora non c’è più, ma we’re taking the long way, ’cause every step is too soon. La luna proietta le nostre ombre sul selciato, il selciato spezzetta le nostre ombre, mi prendi la mano.

I still hear you now whenever you call
Will you stay here?
I still hear you now whenever you call
Will you stay here now?

La risposta arriva da te, mi prendi la mano. Entriamo in casa, le luci restano spente, metti su della musica. Putting right what is wrong, singing you my little song to soothe your ears. Ci sediamo, ci sentiamo nudi, la pelle e il tocco freddo della stoffa rimasta disabitata per troppo tempo. Ti prendo la mano. Lay your head down to rest / And feel you needing to belong.

Oh come let’s get you home
Where my love can soothe your bones
You can be who you really are in my arms.

 

We can be who we really are in our home.

I will love you till I’m gone.

[A volte dietro l’angolo si può nascondere un disco.
Un album tipo questo. Un album che amerai. Un album che diverrà poi il tuo album. ]

Valentina Loreto

2. Micah P. Hinson – Micah P. Hinson and the Nothing

Data di Uscita: 10/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Pensieri distratti che prendono il loro posto tra il sonno e la veglia. Come se questo sogno fosse una lunga poesia, così vorrei che tu sapessi. Così vorrei raccontarti. But I know you know. Mi tiro su lentamente, lasciando che la mano scivoli su queste lenzuola bianche, fredde, morbide. Come un grattacielo che vien giù pian piano, così sento il tuo amore che si sgretola in questo silenzio che è rumore. Un ritmo incalzante nel frastuono di una primavera che sembra non arrivare in questo cuore, tra queste mura. Lascio la stanza voltandomi a osservare le rifrangenze, confuse in un’immagine lontana, e la mia ombra che mi abbandona, quasi a raggiungerla e fondersi con essa, a formare un tutt’uno. I see far, see far, see.

< Poiché siamo qui soli e indisturbati, con l’animo tranquillo e sereno, debbo confessarti che già da un po’ di tempo ho sul cuore una cosa che dovrei e vorrei confidarti, ma non mi riesce >. The one to save you now, pensai. Questo libro cade a terra mentre, distrattamente, cerco di sfilare dalla libreria una vecchia agenda. Lo rigiro tra le mani. E ancora. E ancora. Ah, Goethe. Questo bisogno di entrare in altre cose, adattarsi in altre forme, per venire a conoscenza di noi stessi. E come a volte siano sufficienti delle parole, una musica, uno sguardo. Sto cambiando. You can test me all you want, I am changing. E’ un nuovo inizio quando non ci si sente più padroni di se stessi. Si resta fermi e si aspetta, nonostante la consapevolezza che tutto stia cambiando. I ain’t movin’.

Nessuno parla, nessuno chiama. Così dovrebbe essere. Una quiete che avvolge, come una madre che protegge il proprio figlio stringendolo tra le sue braccia nel mezzo di una tempesta che tutto porterebbe via. Ma quel nome che resta tutto ciò non vede. What makes me go you will never see it. Se amore è simbiosi, my true love don’t need me no more. Sulle rive di un fiume, ho pregato molto quel Dio perché restasse, perché nessuno andasse via, perché nessuno cambiasse strada. Ma tutto cambia, tutto fluttua attraverso quel torrente che non conosce arresto. Love, wait for me, I’m coming home. La strada non è molto lunga, sarò presto da te. I will love you then, just as I love you now. Se amore è morte, sarò ben lieto a lasciare che sia tu a tornare to kill me. Se amore è vita, you must kill me.

Ora la melodia rallenta, le note son scandite da dita che dolcemente si muovono in quest’aria di vetro, pura manipolatrice del nostro tempo. Come in una foto della Scheynius, I remember the way the sun would run across your face.
And some lonely day
you arrived and said
everyone’s heart to love the boy
che ha rubato il mio cuore.

There’s only one name. L’antica immagine è caduta in polvere.
Ma un nome resta, solo un nome. There’s only one name.

“Il tuo cuore lo porto con me,
lo porto nel mio.” – Edward Estlin Cummings

Valentina Loreto

3. Keaton Henson – Romantic Works

Data di Uscita: 16/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Ha alle spalle una storia lunghissima, una di quelle in cui il tempo è in solitudine, lì nascosto in un angolo che scandisce i secondi, i minuti, le ore, i giorni, le settimane, i mesi, gli anni.
Ha alle spalle una storia di silenzi danzanti, di passi mancati, di saluti protratti attraverso un suono dolce, malinconico, triste, nostalgico, necessario.
Lo scorgo seduto su una panchina, in riva al mare. La sabbia dopo la bella stagione è stanca, bagnata, pesante, non vola via, il mio passo diventa sempre più incerto a raggiungerlo.
Ha lasciato che i capelli crescessero, ricci e ribelli, che gli coprissero il volto. Ma io i suoi occhi ancora li vedo, anche se sono distanti quanto il cielo, quanto l’orizzonte all’estremo mare, sotto quei lunghi e buffi capelli. Poggia la schiena sulla panchina con timore, come se fosse tanto fragile da poter tornare polvere da un momento all’altro. Poggia la schiena sulla panchina con timore, le spalle leggermente protese in avanti, le gambe inclinate, i piedi rigidi, pronti a scattare per la partenza. Uno, due, tre, via? No. Mi chiedo da quanti anni sia lì. Glielo chiedo, ma non mi sente. Mi concentro e urlo tanto da far uscire tutta me stessa affinché lo raggiunga, non si gira, forse non gli arriva la mia voce, forse è già altrove.

“Le nuvole e gli alberi si fondono
e il sole svela la profonda pace.
Sì grande è l’armonia del loro abbraccio,
che vuole parteciparne anche il mare,
il mare ch’è remoto, che s’approssima,
che s’ode palpitare, che già odora” –
J. R. Jiménez

Il filo d’orizzonte azzurro è nostro amico. Mi avvicino, scosto leggermente i capelli dal suo viso e gli sussurro questa poesia nell’orecchio. Il vento si agita, colpisce il mare, le onde ci raggiungono e ci travolgono e siamo persi. Perdendo ti ritrovo, mi agito, impugno sabbia che è fango, scivola, scompare, trattengo granelli ma arriva l’onda e di nuovo, ricomincio. Dove sei? Non ti vedo più. Sæglópur. La corrente è forte, annaspo, mi sento andare con la convinzione che lasciare che io vada sia l’unica condizione che ci permetterà di ritrovarci. Ritrovarci nel nulla, nel vuoto, nell’assenza. Ritrovarci per scoprirci persi, in attesa dell’altro. Ritrovarci per scoprirci persi e ritrovati. Perdendo, ti ritrovo.

“Ho capito che amare significa ringraziare l’altro di esistere.” – A. Jodorowsky

Un’opera romantica è il lavorio assillante e ininterrotto di cuori che amano.

Valentina Loreto

4. Sharon Van Etten – Are We There

Data di Uscita: 27/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

In un imprescindibile film per chi ama tutta quella letteratura che può girare intorno ad una manciata di canzoni, le quattro parole che ne compongono il titolo ricordano molto da vicino quelle di questo lavoro. Cambiano i pronomi personali. I, we. Cambia la loro situazione. Nel primo la presenza è negata, al contrario di quanto accade nel secondo. Non cambia l’indicazione di luogo che chiude entrambe le proposizioni. There. Là, in lontananza. Come a dire non guardare lì dentro, tra quelle parole. Ci potrai trovare nessuna o qualsiasi cosa. Come sempre la verità sta nel mezzo. Come sempre il confine tra autobiografia, scene di vita quotidiana e tutto quello che di fatto poi entra in una canzone è una zona molto poco facilmente descrivibile. Qui però di indizi ne abbiamo tanti, che paradossalmente può diventare uno svantaggio più che un vantaggio. Certamente un segno dei tempi. Non che nei testi manchi totalmente una narrazione, è piuttosto una disarmante sincerità che ne riempie quasi tutto lo spazio. E disarmante è una parola corretta, soprattutto se associata alla reazione dell’ascoltatore, che rimane in rispettoso silenzio o in adorazione ad ascoltare, aggiungendo varie intensità di empatia a piacere. Basterà una sola risata a sciogliere o complicare definitivamente il mosaico. Ironia. Un’ironia conquistata, che non viene apparentemente da lontano. Un’ironia che si avvicina alla consapevolezza. Un certo tipo di distacco, di volta in volta o dal soggetto o dall’oggetto. Una conquista che va a rafforzarne un’altra che è precedente e che dovrebbe essere sempre sottintesa e pronta a spazzare via momenti di sconforto ma che, per motivi strutturali, della creazione artistica e della vita di tutti i giorni, non risulta mai facile da gestire e questa è la conquista raggiunta tramite lo status riconosciuto di cantautrice di talento e prospettive. Andando per un istante più in là basta sottolineare come solo un connubio tra un certa maniera di comunicare attraverso la musica e testi spesso laceranti può portare a consolare e addirittura rafforzare. E’ una sensazione di forza e fragilità. Soprattutto di forza. E, parlando di forza, si può provare a fissare una pietra miliare in questa storia. Tra i tanti tatuaggi (rigorosamente non colorati) che trovano spazio sulla pelle delle braccia della nostra cantautrice ce n’è uno, sul braccio sinistro, che da lontano potrebbe ricordare uno strano simbolo geometrico disegnato all’interno di una fascia di inchiostro nero ma che, in realtà, raffigura e incide per sempre le lettere iniziali del suo cognome, intrecciate tra di loro. Sono una V e una E, chiaramente. Van Etten. Altro che pietre miliari, verrebbe da dire. Qui c’è molto di più. Per la cronaca, sull’avambraccio destro , un compito simile tocca alla sagoma di una chitarra. Le idee sembrano molto chiare. Dire che queste canzoni parlano di una chitarra e di un cognome non sarebbe assolutamente sbagliato. Addirittura quasi esaustivo. Grazie a quello che possiamo sapere, le sue canzoni sono una perfetta radiografia delle sue relazioni amorose, dei suoi equilibri esistenziali, delle sue fughe e dei suoi rapporti con le città, spesso legate alla persona amata. Come titolo di una recente intervista a Sharon una bravissima giornalista americana ha scelto I’ll be your mirror, sottotitolato dalle parole Sharon wants to save herself, and you too. Rapportare queste parole al discorso sull’autobiografismo, alle pietre miliari e chiudere il cerchio. Forse è proprio per questo che girare tanto intorno alle parole e alle sensazioni evocate da queste canzoni non ha molto senso. Non ci sono personaggi fittizi da narrare, scene da abbellire e romanzare o immagini e nomi lontani da menzionare. O meglio, ci possono anche essere ma difficilmente considerabili in autonomia, senza prima citare la loro creatrice, e difficile risulta non pensarli vissuti da lei stessa. Più o meno questi passaggi sono validi per tantissimi suoi colleghi. Parlare di un disco però vuol dire parlare di un disco qui e ora e recensire una nuova creazione di Sharon in questo momento non può prescindere dall’identificarlo con la sua crescita e con la sua forte personalità. Il genere stesso aiuta molto. Americana è una parola francamente facile da abusare quando si scrive di musica che nasce negli States. Queste canzoni sono americane per essenza, per come si intrecciano parole e autobiografia, confessione e tormento, calma inseguita e ritrovata, ricerca di senso, luoghi raggiunti e abbandonati, vagabondaggi e radici. Questo lavoro è stato scritto interamente tra New York e New Jersey ma mai come in queste canzoni le atmosfere riportano alla mente ampi spazi, della natura e dell’animo. Sharon non ti racconta cosa vuol dire vivere a New York nel XXI secolo anche se da poco ha scelto di trasferirsi in città, lei che viene dal già menzionato New Jersey. Scrive di cosa resta delle sue relazioni e lo fa come se ogni canzone fosse appena stata scritta alla vigilia di un concerto in un bar ancora deserto del Texas o dell’Illinois, mentre le cameriere apparecchiano i tavoli e qualcuno prepara la disposizione degli strumenti sul palco. Così nascono canzoni allo stesso tempo strettamente legate a un contesto socioculturale musicale ben in vista e ad esperienze ed episodi per altri motivi universali. Un connubio oggi non così facilmente riscontrabile a questi livelli. Un connubio meno riscontrabile nel precedente Tramp, quello sì, anche se instabile per definizione, più radicato in un sentire contemporaneo e newyorchese. Prendere una canzone qualsiasi di Tramp e una di Are We There e mettere a confronto i paesaggi suggeriti e raccontati. Interni rigorosamente notte, da dietro una finestra con vista luci cittadine possibilmente, nella prima e tiepidi ma fieramente stabili esterni giorno nella seconda. Questo nella maggior parte delle combinazioni possibili. Sono una novità le canzoni al pianoforte in questo ultimo lavoro, forti punti della situazione sulla natura sua e del suo essere cantautrice. Mancano canzoni più dirette e arrabbiate, propriamente da chitarra elettrica. Crescono, come già detto, i momenti d’ironia, già abitudine nel mezzo dei concerti (il disco finisce addirittura con una piccola improvvisazione seguita da una risata di gruppo). E così i paesaggi da viaggio, che favoriscono la già citata natura essenzialmente americana, non nel senso di costituirla dove prima inesistente (chi l’ha detto che una canzone Americana oggi non può essere identificata con New York?) ma piuttosto in un suo appropriasi di un più sconfinato orizzonte. Aumentano le ondate di sole. Quale sia l’importanza del titolo rimane una questione irrisolta, come il valore del suo pronome personale e di quel there, che non si sa dove è situato. Potrebbe racchiudere la storia di una relazione, non avere un significato preciso, non avere per davvero quel significato plurale, oppure avere lo scopo di fissare un istante come, a sua volta, la polaroid in copertina ha fatto nella vita di Sharon. Citare a questo punto il titolo di una canzone sarebbe sbagliato. La scelta di una gerarchia potrebbe risultare mai come questa volta sbagliata. Si potrebbe scegliere di prediligere passaggi ad alta intensità ma questi non sono uniformi, perché alcuni possono ricordare più facilmente vecchie atmosfere mentre altri le portano da un’altra parte dove la liberazione si trova più lontana dalle parti del tormento e più vicina a quelle della serenità. A tutto questo possono essere contrapposte sensazioni decisamente più rilassate che, proprio perché (ri)conquistate, non meritano di passare in secondo piano. Ognuna può raccontare a suo modo un momento di una vita. Quale sia però il soggetto di tutta questa storia e di tutte queste parole e quanto sia imprescindibile per la loro esistenza credo sia abbastanza superfluo da specificare, e comunque di nome fa Sharon e di cognome Van Etten.

Filippo Redaelli

5. Damien Rice – My Favourite Faded Fantasy

Data di Uscita: 11/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Where love has eyes and is not blind. Non potrebbe mai essere lo stesso. Il mattino ha l’oro in bocca, mi sveglio e penso che non potrebbe mai essere as with you. Buongiorno, è un nuovo giorno, oggi sarà uno di quei giorni che sarò costretto a dimenticare, lo so. Piedi a terra, pantofole, passi brevi, barcollo, braccia in aria, strofino gli occhi, sbadiglio, barcollo, cucina, latte caffè cereali. No, it wouldn’t be the same. Quando ci si sveglia al mattino di solito si pensano tante cose, ovviamente contrastate dal buio totale, perché all’inizio non si pensa a nulla se no che ci si ripete ‘non voglio non voglio, ancora un po’ qui al caldo, ti prego’. Poi, magicamente, quando ci si rassegna e si aprono gli occhi e ci si stira, partono i pensieri riguardo alla giornata che ci attende, guardigna. Questo di solito. Oggi io mi sveglio e penso che non sarebbe lo stesso. Il bicchiere poggiato al bordo della mensola vacilla, lo afferro mentre con l’altra mano impugno dei cereali.
So così poche cose. Non immagini quanto mi piacerebbe saper amare come te, non sentirsi intrappolati nel timore, ma dominarlo. Non molto, ma abbastanza.

It takes a lot to give, to ask for help
To be yourself, to know and love what you live with

Così tanto tempo che mi volto a guardare l’orologio rendendomi conto di essere in ritardo. La giornata è già iniziata e io sono in ritardo, e non faccio che pensare alla stessa cosa, a te, in secondi diversi, muovendomi, cercando di terminare il latte nella tazza, ma la fatica aumenta, come essere legati ad una roccia e provare a svincolarsi, correre. Corro e resto fermo. Sistemo le cose nella dispensa e torno in camera.

It takes a lot to breathe, to touch, to feel
The slow reveal of what another body needs

Apro la finestra, fuori nevica. Se fossi stata qui avresti subito preso la tua macchinetta fotografica e, il tuo sguardo il tuo sguardo dio se ora non è qui, guardandomi, solo guardandomi mi avresti convinto. Allora non sarei stato più in ritardo, il mio tempo era tuo.

But letting go is not the same
As pushing someone else away

Il sogno poi è finito. Dovunque tu sia ora, non importa quanto lontano, sai che ti adoro. Raffiorano i ricordi, sono così veloci e incontrollabili. Ripenso a quante volte avrei voluto cominciare, svincolarmi dalla paura dell’amore, svincolarci dalla paura dell’amore, dopo tutte le delusioni, dopo tutte le torte rimaste in frigo e gettate vie perché non si arrivava mai a concludere la cena serenamente, dopo tutti gli addii. Una cosa vorrei dirtela, fermati un secondo, lì dove sei ora: Come let me love you / And then.. colour me in.

So don’t give me love with an old book of rules
That kind of love’s just for fools
And I’m over it

Aiutami a venire fuori da questa scatola, quando sarò fuori la strapperemo via assieme, da solo non posso. Entrambi vogliamo essere fedeli, veri. Io sono qui. Voltati, raggiungimi. Non lasciamo di nuovo che la pioggia bagni i nostri sogni, mettiamoci al riparo prima che sia di nuovo troppo tardi. What is done, what is past / so let us start from here.

Resto qui, avvolto da una musica che inebria casa. La neve, il vento, sei qui. Stay here.

When enough is not enough
it’s not enough.

Siamo “Come l’astro
senza accelerazione
e senza quiete.” – W. Goethe

Valentina Loreto

6. Timber Timbre – Hot Dreams

Data di Uscita: 01/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per molto tempo sono andato a letto tardi la sera. Questo fino ai ventitré anni, ultima età in cui ho avuto l’illusione della purezza, di forme belle e oneste che potevano rallentare la marcia spietata e rumorosa del dolore. Ora che mi rendo conto di quanto sia inarrestabile il battito dell’orrore non ho più molta voglia di andare a dormire tardi.

Ora vado a dormire molto presto e dopo aver guardato immagini di sculture di Brancusi o di pittori italiani del rinascimento cado in un violentissimo e disperato sonno che verso le quattro di mattina comincia ad essere delicato fino alla malattia. Tengo un fucile a pompa dietro il ripiano dei testi sacri della mia libreria perché voglio ringraziare con un buco nella pancia e un salto d’orrore chi mi viene a disturbare nella notte. Ma il vero scopo di questo oggetto, che vi avrà già destato inquietudine o una piccolo-borghese disapprovazione, non è quello di sorprendere un ladro nello squallore della notte, ma è molto più violento ed inquietante: è la vendetta.
Se poteste capire, con un vero slancio di empatia, quanto mi faccia stare male rimanere invendicato, formereste un vero e proprio esercito, e insieme a me distruggereste bandiere, statue, città squallide, penisole e arcipelaghi nidi di bassezze morali, dispensatori di complimenti come “che bei capelli” e raccoglitori di questi complimenti, nonché narcisisti imbecilli che cedono a misere seduzioni.

Quando siamo sbarcati in America abbiamo innalzato profumate chiese a un Signore che non ci sta a sentire, ma alcuni di noi – quelli coscienti – hanno continuato ad innalzarsi nonostante tutto. In duecento anni sono nati grandi poeti e filosofi che hanno popolato porti foreste laghi redazioni di giornali. Io sono il più pazzo di loro e le mie coordinate spaziali sono del tutto diverse e sconfinano nella grande terra allucinata della pazzia, dove si è dei puritani che si svegliano all’alba.

È difficile risorgere: ho iniziato da poco ma ricado nella morte di continuo e soltanto quando sarò tornato definitivamente alla vita potrò lasciare andar via l’idea della vendetta, di una notte passata in un piacere analogo, di un ritorno a casa ubriaco dove si pensa a come vantarsi del proprio squallido successo. Solo allora potrò sotterrare la metafora del mio fucile a pompa e la violenza reale del mio dolore. Ma sarà solo grazie a me, grazie ai mei sforzi.

Mi hai lanciato in un deserto spinoso su una macchina destinata ad esplodere e me l’hai detto con un sorriso da imbecille narcisista, da persona priva di coscienza quale eri e sei. Sei stato tanto idiota da ammazzarmi e dirmelo con quel sorrisino velenoso, e ora il veleno mi sta uccidendo. È il succo squallido di un peyote qualunque e io sanguino di dolore in questa sete sgrammaticata di un deserto che mi è estraneo. La chitarra che un tempo suonava la gioia mi sembra uno stridore che mi strappa i nervi e la carne, e non la riesco più a suonare. Mi può guarire solo quello sciamano che ha il mio stesso volto, che io posso trovare soltanto svuotandomi di tutto, anche di te.

Un giorno, mangiando uno stroopwafel, ricorderò con una travolgente sensazione, quella vastità, quell’ossigeno, quella meraviglia, quella sofferenza talmente vaga e nascosta bene da farmi sentire la felicità. E manca solo una cosa per distruggere questo anno questa vita e il suo distruttore: mi hai deluso.

Marco Di Memmo

7. Marissa Nadler – July

Data di Uscita: 04/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

La cosa che non ti aspetti è il muoversi inarrestabile delle strade sotto i tuoi piedi. Mi è capitato molte volte di ritrovarmi a volteggiare tra vicoli e passanti. Ma quello a cui mi riferisco è una cosa diversa. Non è uno stato d’animo che ti rende leggera. E’ invece la città stessa che danza sotto di te. E quindi ti ritrovi in un punto diverso di continuo. E’ una mancanza di lucidità sistematica. Difficile da spiegare. Anche perché sarebbe proprio tutto un altro contesto. Ora è febbraio. In quella città sarebbe già luglio. O lo sarebbe stato. Non saprei. Ad esempio. Noi ora ci ritroviamo sedute su questa panchina. Ti volti e sai che dietro di te ci sarà un platano spoglio. Un vialetto di ciottoli. Ed in fondo i caseggiati popolari. Mentre ancora più dietro il cielo è completamente bianco. Annuncio atteso di una nevicata che ha tardato fin troppo ad arrivare. Là invece. Là invece sarebbe stato diverso. Perché alle mie spalle avresti visto un roseto. E se ti fossi voltata avresti notato il mercato brulicante di persone che sembrano venute fuori da una scatola di pastelli. Tanto sono accesi i colori dei vestiti che indossano. Quindi avresti cercato il mio sguardo con occhi pieni di sorpresa per chiedermi se anche io avessi avuto quella sensazione. Della scatola di pastelli dico. Ma prima di poter dire una parola qualsiasi ti saresti interrotta perché alle mie spalle non ci sarebbe stato più il roseto ma invece una fontana. E un po’ più oltre un edificio travolto da mosaici ed arabeschi. Cupole ciano. Una torre appuntita che richiama l’attenzione al cielo. Azzurro. Terso. Quindi una nota di tè ci avrebbe raggiunto. Ed allora ti avrei preso per mano. E ci saremmo incamminate in una direzione qualunque. Tanto saremmo comunque arrivate là dove la città avrebbe deciso. Guarda. Cominciano a scendere i primi fiocchi di neve. Domani ti sveglierai e guardando fuori dalla finestra vedrai un silenzio surreale. La neve a ricoprire il tutto. Ovattato. Dicevo. La città avrebbe deciso la nostra meta. Che so? Una piccola piazza dove avremmo potuto trovare refrigerio dal sole implacabile sotto gli aranci. Guardando frammenti di cielo tra le foglie verdi. Mentre il vento si sarebbe insinuato leggero tra i rami e sotto le nostre gonne. Avremmo riso. Mi avresti abbracciata. Con la punta delle dita avresti scostato quel ciuffo di capelli che mi cala sempre sull’occhio. Ma non sarebbe stato quello il momento adatto. Perché in quell’attimo di distrazione gli aranci sarebbero spariti. Al loro posto tappeti rossi e dorati. Caldi alla vista. Ed avremmo immaginato di distenderci sopra essi nei freddi pomeriggi invernali. Mentre fuori la neve cade in fiocchi sempre più grossi ed irripetibili. E dall’altra parte maioliche bianche e blu. Blu bario. A ricomporre fantasie che mai avremmo immaginato di poter avere. Ed incantate avremmo sospirato. Mentre l’aria si sarebbe impregnata degli odori più disparati. Il mercato delle spezie. Un puzzle di sensazioni e ricordi impossibile da ricomporre in maniera errata. Ogni pezzo si incastra perfettamente con tutti gli altri. Ed allora le soluzioni sono infinite. Non c’è niente di sbagliato. Tutto è lecito. La noce moscata. Ci avrebbe ricordato la messa di natale che quando eravamo ancora bambine adoravamo. I canti solenni tra le navate. Una spiritualità che ai tempi forse riuscivamo a cogliere. Che si levava dalle fiamme tremolanti delle candele. E la speranza sempre disattesa di trovare la neve una volta uscite da chiesa. Ma la neve arriva a febbraio. Ora lo sappiamo. E poi il sesamo. A rimembrarci delle corse in mezzo ai campi subito dopo un temporale. Il fango fino alle ginocchia. Il rumore del ruscello rinvigorito. Fili d’erba appiccicati ai nostri volti ancora giovani. Ignari di cosa si possa celare dietro alle lacrime. Un timido sorriso sempre intarsiato tra le gote. E poi un uomo col fez si sarebbe avvicinato. La sua tunica bianca avrebbe proposto al nostro olfatto la curcuma. E la nostra mente sarebbe corsa alla cantina di tuo nonno. Dove ci nascondevamo tra le botti di vino. A raccontarci delle prime vane infatuazioni. Perché così credevamo ci fosse richiesto. E le pareti ammuffite sussurravano alle nostre orecchie di un bacio mai dato. E la vecchia lampada emanava una luce che andava a spezzarsi sull’intonaco crepato. E le ore trascorrevano veloci tra discorsi vacui. Come se scappassero da un brivido di imbarazzo allora sconosciuto che si arrampicava lungo le nostre schiene. Al che. A quel ricordo. Avresti sfiorato le mie dita con le tue e mi avresti condotto al cumino. Ed io ti avrei raccontato delle ore passate appoggiata alla parete comunicante delle nostre camere ad ascoltare quei tuoi stupidi esercizi al violino. E di quando piansi mentre sentivo esercitarti per quello che sapevamo entrambe essere il tuo ultimo saggio. Le note sembravano accompagnare un canto in lontananza. Sembravano riempire tutti i silenzi. I silenzi delle parole non dette. Le carezze non date. I baci voluti. Ed allora io prendevo la mia chitarra. E suonavo. Piano. Per non disturbarti. Per accompagnarti. Accarezzando dolcemente le corde. Sperando che in qualche modo quella vibrazione ti raggiungesse. E ti facesse commuovere. Guarda. Il platano ha smesso di essere nudo. Ed è ora ricoperto di un silenzio rarefatto e fragile. Quindi l’ultima spezia la sussurrerò. Per non incrinare questa immagine cristallina. Così invernale. In quella città sarebbe già luglio. E mentre tutti al sentore di cannella rievocherebbero immagini di maglioni con renne sorridenti e focolari scoppiettanti. Vecchie foto di infanzia. Noi. Noi avremmo pensato ad altro. Non è vero? Era luglio anche allora. E volevamo perderci nei boschi tra le colline dietro casa. Che però conoscevamo a memoria. Ogni angolo. Ogni sentiero. Ogni albero. Là dove la temperatura si abbassava di qualche grado. E l’aria piangeva un profumo selvatico che non eravamo capaci di descrivere. Cannella. Per noi era dolce quanto la cannella. Ci sedemmo sull’erba umida. Le nostre forme ormai più che adolescenti non si nascondevano più bene sotto quei vestiti di un’altra età. Il silenzio mancava. In un bosco il silenzio è solo una finzione. Mimavi le ultime note pizzicate del tuo ultimo pezzo. Ormai un ricordo lontano. Ed erano come gocce in uno stagno. Ti ricordi? Ti ricordi che in quel momento piansi? E risvegliate da quel vortice di profumate nostalgie eccoci ancora in un altro punto della città. Una strada affollata. Urla convulse di venditori mai stanchi. Il correre inarrestabile di bambini scalzi. Che si inseguono. O forse inseguiti da qualche panciuto mercante. Ma il nostro respiro sarebbe immobile. Senza tempo. Raccolto in un istante. Il mio indice sotto il tuo mento. Il pollice avrebbe accarezzato le tue labbra che si sarebbero schiuse al suo passaggio. I tuoi occhi incerti tra il fissare i miei o la mia bocca. E poi i nostri respiri sarebbero diventati un tutt’uno. Esalando in un solo secondo tutti i desideri che per chissà quale ragione non ci eravamo mai dette. Nevica. Nevica forte. Eppure il mio volto è scaldato dal sole di quella città. Quella città nella quale non sono mai stata. Se non con te. E solo con te voglio tornarci. A luglio. Se tu ora non mi volterai le spalle per imboccare quel vialetto di ciottoli che porta fino ai caseggiati popolari. Se non mi lascerai qui a piangere sulle impronte che lascerai su questo manto bianco che non smette di crescere. Per favore. Baciami. O vattene.

Pietro Liuzzo Scorpo

8. James Vincent McMorrow – Post Tropical

Data di Uscita: 13/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Non so dimenticare, se dimenticare è ignorare il ricordo. Il vento tiene sospesi momenti mentre trascina con sé forme di vita a mezz’aria. Scorgo da lontano una luce che, leggiadra, illumina un timido passato; sospiro e sono di nuovo lì.
I remember how cloth hung
flexing with the forest clung
Half waist and high raised arms
kicking at the slightest form
I remember my first love

Mi sposto con indifferenza, le braccia ondeggiano nel vuoto, muovono l’aria che mi circonda con la stessa noncuranza con cui osservo il mondo che accade, senza interruzione. Un fruscìo tra i rami mi distrae, poi di nuovo. Then in the quiet it calls again. Devo farmi spazio tra le immagini di te che si sovrappongono a questo presente. Inizio a correre tentando di raggiungere quelle parole con cui ti allontanasti, ma gli attimi continuano a sfuggire alla mia presa. Il vento si allontana, prendendo la forma della tua assenza. Mi lascio cullare da questo momento. Senza cadere, mi ripeto, senza cadere. Why do you cry? Reclaim your passing and passing outside. Vorrei poter afferrare le gocce di pioggia che bagnano il tuo volto, ma ho ormai mani lontane e pensieri troppo stanchi per cercarti ancora. Ti sfioro da vicino, attraverso un soffio di vento che sconvolge i tuoi capelli. Every breath that echoes endlessly. Nella mia vita, ogni passo in avanti è un continuo trovarti. Un piccolo vuoto si riempie del respiro che rinasce. Chiudo gli occhi lentamente, tutto si ravviva, dal basso verso l’alto, un calore quasi d’oro mi sconvolge e stringo le mani, d’improvviso, a trattenerlo. Now, in the passed them again. Avanzo un pochino, passi distratti, schiudo le labbra e un gemito viene fuori, aleggiando suoni confusi. Il corpo perde equilibrio, il ritmo scandisce la caduta, allargo le braccia e vengo trascinato via senza alcuna resistenza. La sospensione mi procura una nuova visione attraverso stanze disabitate e castelli distrutti. Una voce, una voce. Then no one from the roll up call you. Poi nulla più. Barely in the old. There among the cold.

Mi avvicino alla finestra per osservare ciò che rimane: l’inverno di un’attesa che non potrà finire, passi incessanti verso un futuro che di certo ha solo l’alternarsi del giorno e della notte. Sento il suono che scivola, un battito che rallenta e poi il silenzio della casa che rimbomba nel ricordo. Abbiamo intrapreso percorsi senza avere una meta, tentato di recuperare strade perdute, sorpassato temporali e affrontato tempeste. I wanna go south of the river, facing alone in the heart of the winter. Sono inverno, freddo, ghiaccio, ma ho bisogno di sapere di poterti amare ancora.

L’acqua è gelida, so che non dovrei bagnarmi. Un po’ più in là, forse un raggio di sole potrebbe colpirmi. So che convincermi di farcela è l’unico modo per liberarmi dalla condizione che mi tiene in blocco. Forse. I need someone to love, I need someone to hold. Mi guardo attorno, osservando quel che resta. Mi siedo su un ricordo in frantumi, precipitando. Non so dimenticare, se dimenticare è ignorare il ricordo, ma so che there is so little left from the warmth of the sun.

Valentina Loreto

9. Ruu Campbell – Heart Song

Data di Uscita: 17/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

6,36 Mattine d’autunno.

La senti quest’aria che ci avvolge? E’ fredda e luminosa, sì, e le ombre sono affilate e leggere. Ti aggiri per casa avvolta da un profumo d’autunno e inizi a cantare la tua canzone del cuore. Sono in ritardo, ma il desiderio di restare mentre fuori il sole si fa alto e tu ti schiudi al cospetto del nuovo giorno mi fa tremare e avvicinare, e tremare, e avvicinare. Così mi allontano, un bacio che è una carezza, la porta scricchiola un po’, si chiude.

Il mondo è perso nel suo tempo. In testa ora ho l’eco della tua voce che canticchia.. e continuo a vederti, sai, dietro questi occhi, dietro questi alberi, in fondo alla strada, dietro quella curva. Ci sei tu. Prima di te ero solo un uomo invisibile, sul filo di quell’incertezza che non fa che chiederti ininterrottamente ma chi sono ma dove sono ma chi sono chissà se esisto chissà se. Poi un giorno ti svegli e arriva la risposta, quando non la stai più cercando, quando forse sei ormai rassegnato. Senti che bussa alla porta, che parla sottovoce, che ti abbraccia e ti conforta. Ne sei quasi spaventato, fai un lungo sospiro, metti in moto, riparti.

I heard you in the wind with my face toward the sun,
sparrows danced above my head and dived on their way home.
Be careful what you wish for,
and one day she will come,
like the day when I saw you and my past was gone.

Believe in me. E’ stata la prima cosa che mi hai detto, ed è stata questa crepa che hai creato a permettere che il mio amore filtrasse e che il tuo mi inondasse. Non sapevamo dove andare, non sappiamo tuttora dove andare. Le strade sono molte, si incrociano, si sovrappongono, si scontrano, e noi cerchiamo. Cerchiamo quelle due strade che si sfiorano, e si toccano, e si sfiorano, orgogliose della loro tangenza e della loro condivisa prospettiva. C’è un posto, e lo sappiamo, da qualche parte, altrove, dove il mare e il cielo si fondono, quel punto lì, al confine con l’orizzonte, lì dove esistiamo. Quel nostro altrove.

Down by the water, all the lights surround me.

Mi fermo e ti aspetto. Love, guide me home. Mi appoggio ad un esile tronco, nell’attesa del tuo arrivo, ho dei libri con me che mi terranno al caldo. E poi quest’albero ha qualcosa di magico, lo dici sempre, no? Eccoti.
She whispered in my ear,
“You won’t always know I’m there”
I said all I can I give you and all I am I share.

Rimarrai, io lo so. Esisteremo finchè ci sarà tempo per esistere, ci ameremo finchè ci sarà tempo per vivere, nel nostro altrove, nel nostro orizzonte, con gli occhi rivolti al cielo, con i cuori in mano. Con me o senza me, con te o senza te, noi ci saremo.

Nelle cristalline mattine d’autunno.

“E noi stringiamo la grazia
come una mano che si ritira” – Cardarelli, V.

Valentina Loreto

10. Flip Grater – Pigalle

Data di Uscita: 04/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Più che anni, potrei dire che siano passati millenni. Un’intera vita. Ampi passi mi hanno portata dove oggi posso di nuovo svegliarmi e sentire il profumo del sole che scalda.
A volte camminiamo così tanto senza avere una meta che non ci rendiamo conto di quanto, durante quel lungo cammino, ci lasciamo alle spalle. The Quit. Hai presente? Paura di voltarsi, paura di quel buio che incombe, quel vuoto a cui non riusciamo a dare una forma. Lasciare tutto questo, abbandonarlo, farlo scivolare via e iniziare a vivere quella vita che ci è stata donata. Attraverso l’insicurezza e l’entusiasmo di un nuovo giorno. Deve essere conquista, non sconfitta.
Sarebbe tutto molto più semplice se non avessimo occhi ciechi e parole mute, no? E’ mattino. Distrattamente tiro fuori le gambe da sotto le lenzuola, metto giù i piedi, toccando terra, e mi torna in mente ciò che scrisse Paul in una lettera indirizzata a Ingeborg: avrebbe voluto fare cose con lei, vedere cose, parlare di cose, girare, volare, ma (e soprattutto) “io volevo anche essere muto con te”. Ritrovare tutto questo nella leggerezza e nella trasparenza di una bolla di sapone, mentre mi scompiglio i capelli e metto su un disco.
Parte un pezzo in discesa. I would like to sing but it’s hard enough to breathe. Mi sento precipitare, come se rotolassi giù in un passato di cui più non ricordavo nulla. Poi delle parole. Falling is the only way to get high. Pian piano le note risalgono, e così anch’io con loro. Un’ultima spinta, più decisa, e sono di nuovo su. La necessità di cadere, spossarsi, per iniziare un nuovo cammino. Il mondo si rovescia assieme allo sguardo che voltola, ogni singolo dettaglio si inverte, il vuoto a cui prima non si riusciva a dare forma si contorce e ne assume non una, ma diverse, tutto cambia, tutto si evolve.
At the end of the day
I’ve always been alone
And that’s how it should stay.
Forse sarebbe ciò di cui avrei realmente bisogno, ma ammetterlo è morire una morte silenziosa, è perdere sempre più un po’ di sé e un po’ di tutto, è restare immobili davanti ad una luce che pian piano ci assorbirà. Fin quando poi non resterà più nulla, se non il costante desiderio di una rinascita, la speranza di un ritorno e il rimpianto di essere andati via, aver seguito il sentiero buio e tortuoso per il timore dell’immensità della luce.
Sarebbe sufficiente imporsi una legge e seguirla, la vita è anche questa, creare una cornice e con dedizione iniziare a tessere la tela, dall’interno. Amore, presenza, pazienza. Poi un giorno tutto prenderà forma.
“E la vita non ci viene incontro, Ingeborg, attendere che ciò accada sarebbe per noi il modo meno adatto di esserci. Esserci, sì, questo noi possiamo e ne abbiamo il diritto. Esserci – l’uno per l’altro.” – Paul Celan a Ingeborg Bachmann, Parigi, 31.10-1.11.1957.
And I would say goodbye, but just can’t seem to leave.

Valentina Loreto

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