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Top Ten 2014 – Filippo Righetto

1. A Winged Victory for the Sullen – Atomos

Data di Uscita: 06/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Karlův most nel controluce del levar del sole sprigiona la magia di un’istantanea senza tempo: i sanpietrini irregolari a terra, le statue in pietra ai lati a vegliare sui passi della città che si desta dal torpore, la rarefatta caligine che sfuma i contorni dei palazzi storici in un tocco delicato. Il signor Pavel Cermak era immobile in lontananza, postura asimmetrica piegata verso sinistra, ad accogliere l’aiuto di un bastone da passeggio; la sua figura risultava perfettamente mimetizzata tra le pose drammatiche scolpite che gli sfilavano accanto.
Giunto al bancone del caffè di fiducia, era tutto un tintinnare di tazzine e posate, un sovrapporsi di chiacchiere tra le pagine di un quotidiano e un altro. L’aroma caldo e avvolgente dell’espresso si mescolava a quello dolciastro e legnoso della pipa, spenta un attimo prima di varcare l’uscio ma ancora forte intorno al bavero del cappotto e nella barba irsuta. In strada le saracinesche delle botteghe, una a una, si sollevavano; il signor Cermak restava agganciato con l’orecchio alle conversazioni degli altri, sprofondato in solitudine in una poltrona all’angolo del locale, poi le persone uscivano, facendo calare un temporaneo silenzio. Non si può certo affermare che egli fosse un accentratore, preferiva di gran lunga la sua solita seduta in disparte; arrivato alla soglia dei settanta, era stato sufficientemente intelligente nel costruirsi delle piacevoli abitudini, necessarie per scacciare la noia di giornate tutte uguali dopo essersi arreso alla pensione, ma ancora di più per neutralizzare il subdolo fantasma della vecchiaia, che si divertiva a richiamarlo sull’attenti con lancinanti dolori all’anca. Un fastidioso inconveniente, specie per un uomo come lui che, pur di attraversare l’amata Praga a piedi per tenere le lezioni all’università, un tempo sacrificava ore di sonno alzandosi quando il sole era ancora acquetato dalle tenebre. I suoi pensieri erano tuttora rimasti vischiosamente incollati a quella cattedra di storia, ragione di vita e di passione vibrante, nel cuore e nello sguardo. Quanta nostalgia adesso. La sera, prima di coricarsi, usava riprendere in mano uno dei tanti tomi che teneva disseminati in ciascuna stanza di quel piccolo appartamento all’imbocco del bosco; apriva una pagina a caso e leggeva di gesta e imprese e susseguirsi di eventi di epoche più o meno lontane, di cause scatenanti e implicazioni, che già conosceva a menadito. Quando ancora il signor Cermak insegnava, gli studenti si perdevano nei suoi ragionamenti, l’ardore per la materia e la sua dedita attenzione nell’appassionare gli altri erano contagiosi, a tal punto che al termine di ogni lezione c’era sempre chi si attardava a chiedere approfondimenti e spiegazioni, spesso addirittura s’imbastivano tavole rotonde di fortuna al caldo di un caffè vicino all’università, sorseggiando cioccolata in tazza e addentrandosi nelle vicissitudini del passato. Ora al signor Cermak spuntava un timido sorriso di compiacimento al ricordo, mentre le dita dalle nocche nodose riponevano il libro sulla mensola, o sul tavolino in vimini, o sul davanzale del cucinino accanto alle piante grasse. Poi scendeva sul suo viso l’ombra del tempo, un’ombra grave e irrimediabile. Questa grandezza inafferrabile e veloce, cui tutti obbediamo da sempre, che ci sfugge e ci lascia l’amaro in bocca di ritorni impossibili e occasioni perdute. Il tempo sembrava quasi inconsistente durante il giorno, lungo le traiettorie articolate della città da un incontro a un altro, tra le case fitte e la luce alta; ma all’imbrunire, con l’abbraccio misterioso della radura e della selva accanto, il signor Cermak cadeva inesorabilmente nel tranello delle riflessioni sugli anni passati e quelli, molti di meno, a venire. Il tempo acquisiva pesantezza, come pece scura che gli occludeva le vie respiratorie rendendogli difficile prendere fiato. Una rete intricata, le cui maglie potevano essere allargate, per ridurre la sensazione di soffocamento, solo grazie alla musica classica che riempiva quei profondi silenzi di periferia. Un vecchio allievo periodicamente bussava alla sua porta per portargli saluti e qualche presente, il vinile dalla copertina cerulea che in queste ultime sere Pavel Cermak sceglieva come amico e come cura era un suo regalo. “Corra il rischio di mettere per un po’ a riposo Schubert e Bach. Non abbia paura di ciò che non conosce, di ciò che non è già stato. Con affetto e riconoscenza. T.C.” – recitava il biglietto di accompagnamento. La puntina del giradischi iniziava a girare nel solco, era bastato sollevare la leva e poi abbassarla, come ogni volta, demolire le difese e i preconcetti. Gli alberi quasi spogli ondeggiavano nel rigido vento autunnale, il buio fuori non era ancora assoluto ma la lampada in soggiorno era già accesa, il chiarore flebile. Un incipit solenne sbriciolava enormi distanze spazio-temporali, la piccola stanza modesta diveniva all’istante cattedrale, sede di una funzione sacra, di raccoglimento. Gli strumenti entravano ordinati, uno alla volta per non rubarsi la scena l’un l’altro, per rispettare i ruoli e accentuare la forza del singolo come, infine, dello splendido amalgama risultante. Ecco le tastiere, violino e violoncello, e poi il pianoforte. Anche l’elettronica, strumento di presente e futuro, e pertanto visto con diffidenza, aiutava a strecciare la corda attorno al collo del signor Cermak offrendogli un ulteriore boccaglio dal quale prendere aria. Bastava chiudere gli occhi e scenari mutevoli si materializzavano, pescati da epoche distanti tra loro. La storia diventava tangibile, materia viva; migrazioni di popoli e diaspore, guerre, epidemie, colpi di stato e città abbattute e ricostruite. Gli archi fabbricavano trame dalle tinte perlate per dar voce alla malinconia. Pavel Cermark si aggrappava alle certezze come chiunque nutre timore per l’ignoto e ha la ferma consapevolezza di non poter più disporre di armi valide per ostacolare l’avanzata del tempo, per invertire il corso degli eventi. Lo sconforto era però teneramente attutito dall’affetto verso settant’anni tutto sommato privi di rimorsi ma, piuttosto, ricchi di emozioni, di avvenimenti, di sentimenti. Si stava incamminando verso una vecchiaia felice, era da riconoscere. La musica si alternava tra movimenti carichi d’intensità e altri in cui invece la leggerezza emergeva limpidamente, una fresca brezza a carezzare le calde guance dell’uomo.
La notte ora confondeva le sagome della natura al di là della finestra, l’oscurità era totale e il signor Cermak aveva reclinato il capo sul petto una volta che anche l’ultima nota si era dissolta nell’aria. Si era addormentato seduto, una spessa coperta addosso e un libro adagiato sulle ginocchia. L’indomani l’avrebbe guardato con amore, prima di rimetterlo al suo posto.

Federica Giaccani

2. St. Vincent – St. Vincent

Data di Uscita: 25/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Nel momento in cui lancia per aria il mazzo di fiori della vittoria.

Annie ci fa sapere che questo disco ha a che fare con New York e qualsiasi sia la nostra esperienza possiamo immaginare i luoghi d’origine di queste atmosfere. Nel momento in cui il mazzo di fiori si stacca dalla presa della mano possiamo essere catapultati per le strade verso le sette di sera nel mese di febbraio, tra il traffico, le strisce pedonali, i semafori e i taxi gialli in fila indiana e via diretti tra il pubblico partecipante di un’asta di quadri, o l’inaugurazione di una mostra d’arte contemporanea. Un negozio strettissimo dall’affitto troppo caro e bicchieri di champagne che tintinnano ai flash di quattrocento macchine fotografiche. Un ragazzo guarda la cartella messaggi del suo smartphone e non si sorprende di non trovare una risposta a uno dei suoi ultimi messaggi inviato a quella ragazza che in un primo momento, seduta da sola a mangiare un toast in quel bar, le era sembrata proprio un’altra persona. Sai che non era colpa di nessuno dei due? Ci sono delle rose di molti colori nel mazzo di fiori lanciato per aria. Qualcuno dalla platea si scomoda dalla sua poltrona per cercare di fotografare meglio quel momento e condividerlo su Instagram. Ci sono anche dei momenti in cui le città si ritrovano immobili, e i suoi abitanti, più facilmente i turisti, possono godersi la calma dei primi giorni di primavera, il cielo celeste, un caffè in un tavolino all’aperto, quattro chiacchiere con il barista e con clienti di passaggio. Un ragazzo sui venticinque anni beve da un bicchiere pieno di ghiaccio e controlla qualche aggiornamento tra i suoi profili Twitter preferiti. Senza sapere in che zona si trova della città, e per questo ignora completamente che potrebbe incontrare da un momento all’altro la sua giornalista preferita, habitué dei locali alla moda di quei dintorni. Intanto mi ricordo di quando parlavamo di come tutte le grandi città globali stiano diventando sempre più uguali. Ho seguito concerti per città europee, visto gli stessi quadri di Kandinskij in due città diverse a qualche mese di distanza, visto lo stesso orizzonte da vie che non riuscivo più a distinguere. Eravamo d’accordo su questo, adoravamo la cultura metropolitana contemporanea. Queste sono canzoni per il mondo moderno, con una chitarra che cerca di tagliarlo a metà, sedurlo, ipnotizzarlo, calmarlo, la tela numero uno di Jackson Pollock e il cigno bianco. Come ci si può sentire a correre nudi nel deserto, ad ascoltare storie derisorie sul valore del passato sdraiati su tappeti in case di nuovi quartieri rincorrendo identità androgine, ritrovare la calma con gli stessi modi di sempre. Una delle caratteristiche principali della cultura odierna è la simbiosi tra cultura alta e cultura bassa. Quantomeno un riconoscimento reciproco. Senza questo punto di partenza appare difficile andare molto lontano. Quindi era un inverno gelido per la ragazza appena arrivata in Europa, per il cameriere annoiato, per un professore incompreso, per la giovane scrittrice disordinata, mentre una loro gemella sconosciuta era già uscita di casa per gettare via la spazzatura, pronta a canticchiare il ritornello e il ritmo di una canzone che stava per nascere e che ora è ascoltata e recensita in ogni angolo del globo. Esco, devo andare alla prima in teatro del tour mondiale di Annie. Sono in grandissimo ritardo, vi racconterò un’altra volta di quel mazzo di fiori, lascio all’immaginazione di chi legge decidere se è stato appena lanciato da una campionessa olimpica di pattinaggio sul ghiaccio al momento delle premiazioni o da un’attrice commossa nell’istante appena successivo al trionfo della sua prima grande interpretazione, l’importante è che siano coinvolte emozioni in grado di sfiorare il cielo. Alto, facendo finta di dimenticarsi per un istante del basso. Come fanno le cattedrali da sempre. Come fanno oggi i grattacieli con i loro giardini sopra le nuvole. Finalmente si spengono le luci. Penso per un attimo alle domande che vorrei farle nei trenta secondi che mi saranno concessi per l’intervista dopo lo show. A come questo disco sia riuscito a spostare gli orizzonti della canzone rock un po’ più in là. Tra New York, lo spazio, un sentire contemporaneo senza nome, la sua chitarra e la sua voce e come tutto si concluda con una emozionante allegoria del mestiere dell’artista. Penso al suo carisma e alla sua bellezza, spina dorsale di queste canzoni. Domani vedrò Alice, dopodomani ho un aereo da prendere, le mail da controllare, il bicchiere vuoto in mano, le tasche piene della giacca. Nel momento in cui lancia per aria il mazzo di fiori della vittoria spengo il telefonino. Annie incomincia a suonare.

Filippo Redaelli

3. Future Islands – Singles

Data di Uscita: 25/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

All that glitters is gold

C’era qualcosa, nel modo di fare di Terrence Williams, che lo rendeva unico nel suo genere.
Dico genere, ma non mi riferisco alla specie umana.
Parlo dei mendicanti, che scrivono i loro desideri su un pentagramma di cartone stretto intorno al collo, note e lettere mischiate su uno spartito musicale invisibile a tutti tranne alla mano di chi le ha disegnate. Alcuni passano anni interi seduti su un gradino o appoggiati al muro di un incrocio, guardando dal basso verso l’alto oggetti, ricordi, emozioni, che sfilano davanti a loro, nell’attesa che qualcuno decida di condividerli.
Leggere quei tratti morbidi, dagli spigoli levigati come un ciottolo accarezzato dalla corrente, non era affatto semplice. Serviva una buona dose di fortuna e coinvolgimento per vedere quel bagliore negli occhi del mendicante, l’unico indizio che manifestava il momento in cui una folata di brezza temperata raggiungeva la loro parte più intima.
Molti di quei desideri duravano giusto il tempo di pronunciare il loro nome, mentre altri erano stati scritti da così tanto tempo che del loro passaggio rimaneva solo il solco dei caratteri scavato nel cartone.
Quel che rendeva Terrence Williams speciale era il gesto volontario, ma inconsapevole, con il quale ogni mattina si spogliava di un oggetto che avrebbe dovuto accompagnarlo per l’intera giornata. Ai mendicanti non è dato il permesso di rivelarsi, nessuno avrebbe potuto capire le loro parole se avessero deciso di confessare il loro segreto.

Quella volta in cui si dimenticò l’ombrello durante una mattinata di pioggia. Così come si bagnava, Terrence poteva asciugarsi, e l’unica cosa che si rovinava era l’immagine che qualche sconosciuto con lo sguardo scettico aveva di lui. Era strano vedere così tante persone che si nascondevano dal cielo per la paura che gli altri scoprissero che in realtà erano bagnate e fredde ancor prima che cominciasse a piovere. Quel giorno fu l’unico a sorridere attraverso gli occhiali vestiti di gocce d’acqua, quando il sole scese per contare coloro che aspettavano il mattino.

Il bottone centrale di quella giacca con cui si proteggeva dal clima dell’autunno, staccato con un movimento improvviso mentre usciva dalle porte dell’ascensore. Quella sera nel metrò, alla base delle scale che lo avrebbero portato in superficie, lo sbalzo di pressione creò dei vortici che lanciarono in aria la fioritura dei pioppi, regalandogli l’ultima nevicata di una stagione da tutti considerata ormai passata.

Le scarpe tolte in cima alla collina, per assomigliare alla cortina di nuvole dorate dalla parte opposta del golfo. Scendere insieme a lei, abbracciando ogni radice, ogni foglia. Arrivare finalmente alla riva, ma aspettare, prima di entrare in acqua. Aspettare di individuare quel punto, tra il faro e la boa con la bandiera, oltre il quale, dopo molti chilometri, lei attende. Dirigersi finalmente verso di essa, al termine di una di quelle giornate in cui torni a casa e non hai bisogno di chiudere gli occhi per iniziare a sognare.

For dreams come to those who let them in their guarded room.

Filippo Righetto

4. Spoon – They Want My Soul

Data di Uscita: 05/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Il satellite innamorato

Ti ricordi il nostro primo appuntamento?

Ero arrivato in anticipo ed ero così nervoso ed agitato ed ero così tremendamente sbagliato!
Non avevo fiori e non avevo risposte pronte, neppure il coraggio di tentar la sorte!
Indosso avevo vestiti di diversi colori, una tinta per ogni lettera che avresti voluto condividere. Mi mancava solo il giallo ocra, ma, sono sincero, avevo un guanto bagnato in quei pigmenti che sarà ormai arrivato al capolinea della linea 63. E se tu non mi avessi voluto credere, per diffidenza o per sfida, io te ne avrei parlato, e ti avrei raccontato di tutte le mani che l’avevano toccato per sbaglio, o stretto in amicizia, e di quelle volte in cui era stato baciato per amore. Ti avrei detto che mi era stato donato da un sultano allergico alla sabbia, dopo che avevo tolto dall’orecchio del suo destriero una mosca fastidiosa che non lo faceva dormire bene. O almeno questo è quello che mi disse il cammello.
Mi ero trovato un angolo dove aspettarti, su un muretto alto e stretto, scomodo, ma da lì potevo vedere tutte le strade che avresti potuto scegliere! I quattro percorsi scelti da tutti, pavimentati e sicuri… bastavano un paio di gambe o un paio di ruote per percorrerli. O una gamba e una ruota ora che ci penso. Ma quattro strade sono così poche per tutte le persone che ci camminano sopra! E per tutte le storie d’amore che hanno accarezzato i loro cuori! Gli uccelli sono ben più saggi, ed i loro movimenti li portavano a toccare tutte le invisibili particelle d’aria della piazza, in un’infinita danza di fantasia, e se tu fossi venuta sotto una forma minuta ed impiumata io sarei stato il primo a vederti, perché guardavo verso terra acqua e cielo!
Acqua… della stessa acqua erano bagnate le mie scarpe malmesse ed i miei pantaloni rammendati, perché quando dalla fontana che occupava la maggior parte della piazza erano comparsi degli zampilli di colore liquido io non ero riuscito a resistere e mi ci ero tuffato dentro calciandola e saltandoci insieme e baciando! Perchè l’acqua è trasparente in tutto il mondo, ma quella sera no, in quella piazza no, era felice per qualche motivo a me sconosciuto ed io ero felice insieme a lei.
Ti prego ti prego arriva presto… i muscoli delle braccia cominciano a farmi male! Prima… avevo visto due persone che parlavano, e tenevano le braccia incrociate sul cuore! Assurdo, lo so! È come provare a dire il tuo nome mentre sei imbavagliato. A tutti i miei appuntamenti, soprattutto ai primi, io tengo sempre le braccia spalancate, così! Esatto! Fatelo anche voi! Non è meglio? Come fate a dare sfogo ai vostri sentimenti, ad accettare i loro abbracci, il loro calore.

Sei arrivata in tempo per il tuo appuntamento… non ti sono mai piaciuti i luoghi comuni, la donna che deve farsi attendere. Sei comparsa all’improvviso dalle scale della metropolitana, mi sei passata di fianco in una nuvola di vaniglia dandomi un’occhiata un po’ stupita, ed hai raggiunto l’uomo sorridente che ti stava aspettando al tavolo migliore della piazza.
Quando incrociasti i suoi occhi ti dimenticasti di me in un istante, perché io non ero il tuo appuntamento, perché il mio appuntamento era con la vita e con la bellezza, perché ad un matto non è concesso il lusso di essere matto.
Perchè io sono un satellite innamorato, e giro e giro e giro, per tutta la vita, intorno alla mia anima gemella, senza avere mai l’opportunità, nemmeno per un attimo, di sfiorarla.

Filippo Righetto

5. Freddie Gibbs & Madlib – Piñata

Data di Uscita: 18/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Cocaine Piñata

Non abbiamo la minima idea di cosa voglia dire essere un gangster nero, magari possiamo immaginare come possa essere la sua giornata tipo ma senza dubbio non siamo formati per capirlo a pieno. E questo fatto non lo possiamo importare magari tre anni dopo, come accade con i fenomeni musicali che da noi arrivano in ritardo, tipo Stromae. Qui il retroterra culturale non permette emulazioni e gli esperienti in questioni sono ridicoli tipo gli indipendentisti veneti.

Quando siamo partiti per l’America avevamo prima di tutto l’idea di mangiare in ogni catena di fast food presente sul territorio. Dare i voti ai panini, alle salse, al contorno e bere bevande gassate a litri, per scrivere una guida completa e preparare il pubblico italiano interessato a questo paradiso. Immaginando la presentazione della guida avevamo anche pensato di camuffare il tutto con un “aperitivo biologico” per attirare tutti i nostri amici della “Yankee go home tribù”. Spesso il sentimento si accompagna al veganismo, al disgusto per le multinazionali e ad altre amenità varie con le quali ci si ripulisce per bene la coscienza giacobina.

State of Indiana.
Partendo da Los Angeles ci siamo spostati verso l’altra costa e con l’agenda ormai piena di appunti Fort Wayne è stata una tappa più per riposare ché per mangiare. Il richiamo tuttavia era dietro l’angolo ed entrare nel primo fast food è stato ormai naturale.
Grida per l’attesa prolungata di una quantità abnorme di pollo fritto, tabasco sul viso di svariate cameriere e uscita di scena sorridente lasciando alla cassa duemila dollari, nessun resto richiesto. Una sottosezione locale di un Popeyes Louisiana Kitchen tranquillamente mandata in tilt.
La cosa più sorprendente è che lo stupore sul nostro volto non fosse condiviso da nessuno. I gestori del locale impegnati a pulire e i pochi consumatori concentrati sui loro Bonafide Chicken. Nessuno era minimamente scosso dal fatto che una decina di enormi uomini muscolosi, pieni di armi, catene coltelli avesse messo a soqquadro la stanza.
Circospetti ordiniamo due Spicy e dopo pochi minuti si avvicina un vecchio nero con una rivista musicale tra le mani. Ci sbatte sul tavolo il giornaletto dicendo sornione di stare tranquilli e di mangiare con calma la nostra merda. Sulla copertina leggiamo “Cocaine Piñata” e nell’immagine riconosciamo tutti i personaggi visti riversare tabasco sulla povera cameriera. Il titolo dell’articolo è “A gangster Blaxploitation film on wax” e l’autore è il signore davanti a noi.

Quando ha iniziato a parlare non c’è stato verso di fermarlo.
Siamo abituati a tutto ciò, questi personaggi vivono da gangster e il successo ha totalmente garantito loro la massima impunità. Fanno cose illegali, spacciano le sostanze peggiori sulla faccia della terra, gestiscono le donne come calzini sporchi e si sparano per il minimo sgarbo. Non sono persone che hanno studiato e nello stesso tempo non sono affatto stupide, hanno sviluppato altri tipi di paura rispetto a noi. Quelli che avete visto prima sono artisti assoluti e la loro vita non può essere paragonata ad altro, voi europei poi vivete in un altro mondo.
Ho avuto la fortuna di intervistarli per il loro ultimo album, un lavoro favoloso, e Freddie conosce benissimo i suoi errori. Li ha messi tutti davanti allo specchio ed è consapevole di tutto senza il minimo pentimento. Solitamente per redimere il peccato è necessario pentirsi e questo contrasto ha garantito l’unicità del loro lavoro. Funk, soul, jazz, rap danno forma alla narrativa ed essere sballati o “cattivi” è uno degli ingredienti. “Freddie smoking, annotate got me rolling stogies on a dark street”. Scarface. Synth, R&B e Madlib, lui è il boss e dovreste conoscerlo. Poi Danny Brown è dappertutto ormai e pure lui fa uso di sostanze, state tranquilli. “Hey, are you okay? You slobbing, you okay? Is he okay? Are you okay? He shouldn’t have smoked that dipper for real. You aight? Oh my God. God bless, man”. High. I coretti in loop, le armi e, come avete visto prima, il pollo fritto. Tutto fa parte del gruppo, prendere o lasciare. “A plate of chicken with the bread stuck to the bottom”. Harold’s. Un beat soul oscuro abbraccia molte tracce, la riflessione è dappertutto ma bisogna andare oltre la corazza. “Fuck the rap shit my gangsta been solidified. Still do my business on the side”. Thuggin. Il dominio è da Los Angeles a New York, poco conta la costa. “I’ve seen lost angels, I even found demons”. Lakers. “I got it selling nickel bags, bitch”. Knicks. Tutti erano tranquilli prima perché è il loro modo, è il loro mondo e noi non possiamo entrare così come entrare dal dottore. “You motherfuckers just like me. Drink all the liquor, blow weed, probably play with your nose. You motherfuckers just like me. I said you motherfuckers just like me. I said you motherfuckers just like me. I know you motherfuckers just like me. You ain’t no better, hell you just like me”. “It’s Shitsville nigga”. Shitsville. La festa è loro e si divertono un sacco. “Residue on pinata’s, wonder what’s up inside of ‘em. It’s sure ain’t no Vicodin cause it up and excited ‘em”. Piñata.
Quando il vecchio ha finito di parlare e se ne è andato senza salutare eravamo storditi per il cibo e per il fiume di parole. Il giorno dopo abbiamo comprato il disco in questione e siamo tornati in Italia. Non abbiamo scritto nessuna guida ma abbiamo iniziato a prendere in giro il panorama rap & affini italiano, per essere un poco gangster anche noi.

Alessandro Ferri

6. Ben Howard – I Forget Where We Were

Data di Uscita: 20/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

“Non ho mai pensato di essere troppo vecchio, o troppo giovane, per morire.
Sono troppo vivo per morire.”

Quelle poche parole anticipavano di poco il punto finale con cui terminava una storia che non avevo mai iniziato a scrivere. Mi erano venute in mente leggendo un libro donatomi quasi per caso, appoggiato su una mano stretta a pugno senza reggere niente. Non le avevo mai scritte, per la paura di firmare per l’ennesima volta un foglio bianco con l’inchiostro di una penna intinta in un calamaio riempito quotidianamente da emozioni e volti.
La mia casa aveva le forme di una mansarda di un vecchio condominio degli anni ’30. Lo spazio abitabile, dal punto di vista della norma, era scarso. Scarso… aveva usato questo termine il proprietario, guardando in alto alla ricerca dei miei occhi sollevati di più di un metro e novanta rispetto al pavimento. Io presi la mia biglia portafortuna dalla tasca destra del cappotto, la rigirai un po’ tra le dita, e la appoggiai a terra. La pallina, forse imbarazzata per la presenza dell’estraneo, rimase per qualche secondo ferma, per poi cominciare a seguire felice la pendenza del pavimento. Si fermò contro il muro dalla parte opposta della stanza, come un centometrista stanco. “Se c’è posto per lei, c’è posto anche per tutti gli altri”, dissi sorridendo a quell’omino preoccupato.
In quel tavolino di fronte alla finestra avevo un leggìo sempre vuoto, sul quale mi ero ripromesso di appoggiare il mio primo libro, e molti fogli ingialliti nell’attesa di ricevere la carezza di una lettera. Mi ci sedevo ogni sera, prima di andare a letto, anche quando le lancette dell’orologio protestavano per la vicinanza con l’ora della sveglia.
Avevo promesso ad un amico di ospitare per qualche notte una ragazza che aveva conosciuto durante una vacanza in Italia. “Posso offrirle un divano che non è mai stato nuovo ed un frigorifero che soffre di solitudine”. Quella sera pioveva così tanto da rendere gli ombrelli utili quanto uno stuzzicadenti durante un terremoto. Avevo aperto la porta di casa per fare entrare il gatto, ma al suo posto trovai una ragazza sul terrazzino, con la testa rivolta verso l’alto, la bocca spalancata, la lingua di fuori. Tremava di freddo e tra un brivido e l’altro dalle sue labbra violacee uscì un sorriso generoso: “Morivo di sete!”. Mi tolsi la maglietta e le asciugai i capelli mentre lei rideva, dicendole “Questa sera non ho l’acqua calda. Non ho nemmeno la legna per accendere la stufa… ma ho una sedia svedese scomodissima che mi hanno appena regalato e che non vede l’ora di sentirsi utile”.
Con la luce di quel piccolo fuoco ad illuminare i nostri sguardi, parlammo tutta la notte mentre il cielo sonnecchiava. Capimmo entrambi di aver trovato il libro, o il segnalibro, a seconda che fossimo parole scritte o da ricordare.
Vivevamo di quel poco che guadagnavo scribacchiando per qualche giornale locale, per lo più articoli di cronaca nera nei quali spalmavo sarcasmo e derisione che ti facevano ridere così tanto. Ogni volta che tornavo a casa con quella busta stropicciata con dentro pochi soldi tu battevi le mani, sapendo che da lì a qualche ora quella lettera si sarebbe svuotata, ed i nostri ricordi si sarebbero annebbiati.
Il nostro locale preferito era un disco bar ricavato dalla migliore pasticceria della città quando era vent’anni più giovane. Pieno di botole segrete, festoni appesi, fumo acre e velluto che aveva conosciuto molte mani, passavamo lì le nostre notti a bere, ballare, cadere.
Un mattino, verso le cinque, eravamo seduti uno di fianco all’altro sull’autobus per tornare a casa, rigorosamente senza biglietto. Mi ero appisolato appoggiato al vetro per non so quanto, e quando riaprii gli occhi ti vidi mentre guardavi fuori dal finestrino. Un’espressione un po’ nervosa per la paura di essere sopra un mezzo con più di quattro ruote, il tuo sguardo di matura tristezza dipinto sul volto, strinsi la tua mano pensando quelle tre parole che mi avresti scritto qualche giorno dopo su quel bigliettino di addio.
Tornati a casa prendesti quei fogli ingialliti sui quali i desideri erano stati rimpiazzati dalla polvere e mi dicesti “Scrivi quello che mi hai detto prima, mentre eravamo sudati e confusi, ballando accompagnati dalla musica di un’altra terra”. Io scrissi quelle parole con le quali pensavo di terminare quel libro senza titolo che non avevo ancora iniziato a scrivere. Tu prendesti il foglio e lo girasti, spiegandomi che l’inizio e la fine sono solo due modi diversi di vedere una storia.
Quella notte scrissi il mio primo libro, e continuai senza smettere. Parlava della nostra vita precedente, in cui eravamo spiriti liberi con i pantaloni stracciati ed amanti nelle notti dispari.
Quando mi svegliai tu te ne eri andata. Avevi appoggiato i fogli su cui mi ero addormentato sul leggìo. Sentii un prurito al braccio destro e, grattandomi, notai l’inchiostro blu che stava macchiando le mie unghie.
Sollevai il braccio e lo appoggiai sui fogli per leggere quelle lettere, approfittando della poca luce che filtrava dalla finestra.
Sorrisi, ringraziandoti silenziosamente per il titolo del mio libro ancora caldo, intimo e completo, che mi avevi lasciato come ultimo regalo.

Hello love, my invincible friend

Filippo Righetto

7. Dakota Suite & Quentin Sirjacq – There Is Calm to Be Done

Data di Uscita: 11/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lay down with me

Non è banale, arrivati a questo punto, tentare di dare un ordine agli eventi e so bene che le mie confidenze indurranno i più rigorosi di voi ad una smorfia di disapprovazione, ma chiedo pazienza perché non avrei potuto fare altrimenti. Ogni passo che ho compiuto era l’ovvio effetto della precedente condizione e tra i miei umori, in questo momento non c’è posto per il pentimento.
La prima volta che ho incontrato il suo sorriso era un marzo mite e i germogli più insolenti dell’albero di siliquastro cominciavano a schiudere le loro singolari curiosità. Non davamo peso alle nostre presenze, in fondo eravamo poco più che estranei; ma le stagioni passavano in fretta e quella sera, quella in cui l’ho trovato, pioveva l’irruente pazzia che ci avrebbe resi attori al primo atto di una commedia che capivo avrebbe raccontato di morbide attrazioni. Non potevo sapere che la cosa lo riguardasse, così confessai di esserne affascinata e il disorientamento fu breve prima che le cose cambiassero. Fu sufficiente cominciare a regalarsi i dettagli più scabrosi delle nostre esistenze, quelli che non si raccontano o che si confessano solo per dimostrare gli stomaci più incoscienti; è buffo constatare che passiamo la maggior parte della nostra vita a esibire prove di solida indipendenza, eppure continuiamo ad aver bisogno di eroi.
Probabilmente il terreno era fertile, ma questo non aveva alcuna rilevanza, comprendevamo entrambi il potenziale arbitrario che si apriva di fronte a noi e il suo buon senso era di certo superiore al mio. Non era decenza a muovere il suo distacco, piuttosto prudenza, come biasimarlo, ma quella che sentivo si chiamava mancanza e non volevo altro che essere la sua scelta. M’irritava profondamente sentir dire che trovava tutto così avvilente. L’impulso che nutrivo non lo era, ma avevo a disposizione solo due cortili e una finestra e vedermi derubata di quel piccolo spazio che percepivo come un mio diritto, era un altro centimetro di corda che si stringeva attorno al mio collo e che mi privava della possibilità di respirare l’aria di cui chiunque ha bisogno. Rimaneva poco altro per noi, my sweet nothing, ero ormai decisa alla resa quando tornai con l’insegna della sconfitta tra le mani.
Non c’era vento e le foglie esauste non si muovevano, come se incollate all’asfalto. Poco lontano da noi qualcuno canticchiava una nenia d’indulgenza, come se non fosse ignaro di quel che stava per verificarsi, come se volesse immolarsi nel tentativo di fornire un sostegno. Nell’aria si percepiva un odore pregno d’autunno e si udivano con chiarezza i passi spasmodici del quotidiano in movimento. Camminavamo l’uno al fianco dell’altra in direzione della stazione e ci fermammo al solito bar a prendere un caffè. Era una serena mattina domenicale di metà novembre quando scelsi di confessare le mie insofferenze, le mie inadeguatezze, la fragile volontà di mettere fine a quella dolce agonia che sembrava offrire nient’altro che un nuovo turbamento. Ma la tensione era troppa e l’urgenza di una riappacificazione opprimente, mi avvicinai più del concesso e fu impossibile scoraggiare la naturale necessità di sfiorarsi e sussurrare quelle impercettibili nostalgie che scoprimmo essere l’inizio di un nuovo racconto.

I am he that aches with amorous love;
Does the earth gravitate? Does not all matter, aching, attract all matter?
So the body of me to all I meet or know.
Walt Whitman

Giulia Delli Santi

8. Banks – Goddess

Data di Uscita: 09/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Goddess

Il giorno in cui Jillian decise che dai suoi occhi non sarebbero più uscite gocce di frustrazione fu un giorno di lutto per le tante persone, uomini o donne, che erano annegate in quei due stagni gemelli, neri e cupi, seguendo la melodia della sirena che li possedeva. Ma fu anche un rapido momento in cui centinaia di pensieri, appartenenti a volti nuovi così come a persone la cui memoria era già stata sfiorata dal viso di Jillian, si concretizzarono in un grazie.
Rientrava in anticipo da una vacanza nell’Est Europa, rovinata per l’ennesima volta da quel bastardo irlandese dalla barba rossiccia. Era finalmente riuscita a vincere il senso di colpa che lui riusciva ad instillarle nello spirito ogniqualvolta lei minacciava di abbandonarlo, tirando in mezzo l’assenza di un padre e la presenza di un patrigno troppo vivace.
Mentre sedeva sui sedili posteriori del taxi si conficcava le unghie delle dita della mano destra sul dorso di quella sinistra, cercando la forza di non rispondere ai suoi messaggi nel dolore fisico. La sua tetra concentrazione venne rotta dal clacson e dagli insulti pronunciati in una lingua straniera, rivolti verso un uomo con un bastone bianco lungo e sottile che aveva provato ad attraversare la strada. Quando il taxista si fu sfogato il veicolo ripartì, mentre Jillian appoggiava una mano sul vetro e mormorava un impercettibile mi dispiace, al quale l’uomo rispose con un sorriso, mentre avvicinava la mano libera al petto.
Jillian era un’attrice, una giovane star del cinema. Il suo imperativo era lo studio, di personaggi e tradizioni. La sua parola chiave era la dedizione, con cui studiava le sceneggiature, nelle pause, nelle maiuscole, negli accenti. Tutto questo, unite a delle buone dosi di recitazione, le consentivano di immedesimarsi in qualsiasi personaggio le venisse offerto.
Abituata ad essere circondata da molte telecamere sul set, controllata in ogni gesto, in ogni respiro, quello che vide sul palco di un piccolo teatro locale la lasciò senza parole e con un grande senso di vuoto. Sedeva in prima fila, ma all’estrema destra, cosicchè il suo campo di vista sul palco a semicerchio era composto dalla sua metà sinistra. Un attore in particolare la colpì, un ragazzo moro, giovane, senza barba, suppergiù della sua età. Interpretava il ruolo di un polacco poco più che adolescente che sognava di elevarsi dallo stato sociale di garzone di macelleria. La sua mimica facciale e la sua interpretazione erano nel complesso gradevoli, ma i suoi occhi non brillavano e le sue frasi erano solo lettere scritte da qualcun altro. Quando una delle attrici cominciò a cantare una canzone e tutti gli altri attori diedero le spalle al pubblico, Jillian vide quello che aveva sempre cercato, ma non aveva mai avuto. Il giovane attore era girato e lei era l’unica a poter vedere la sua espressione di pura emozione di fronte alla musica della sua collega. Mentre gli altri attori, protetti dall’occhio del pubblico, riposavano i muscoli del volto o ripetevano le battute in silenzio, le mani del ragazzo tremavano, ed il suo volto veniva bagnato da una gioia naturale e viva. Era qualcosa di più della recitazione, era una condivisione nascosta, sincera, una traduzione di qualcosa di più intimo e profondo della sola memoria.
Terminata la corsa del taxi, si fermò per versare le poche banconote rimaste da quell’esperienza in terra straniera nel cappotto di due musicisti da marciapiede. Alzò la testa aspettandosi di incrociare lo sguardo del più anziano dei due, forse il padre, ma vide che entrambi tenevano gli occhi chiusi, e che il ringraziamento che si aspettava era trasportato nell’aria ed era rivolto a tutti, perché tutti, in un modo o nell’altro, stavano donando qualcosa a quella famiglia di cantastorie.
Fu con animo umile e riconoscente che Jillian si sedette sulla panchina di metallo di fianco a lei.
Chiuse gli occhi, per l’ultima volta.
Chiuse gli occhi, per non essere più circondata da telecamere severe e sguardi ingombranti, ma per vivere nell’aria che si sprigiona quando un sentimento sincero incontra una nota vibrata da una mano innamorata.

Filippo Righetto

9. James Vincent McMorrow – Post

Data di Uscita: 13/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Non so dimenticare, se dimenticare è ignorare il ricordo. Il vento tiene sospesi momenti mentre trascina con sé forme di vita a mezz’aria. Scorgo da lontano una luce che, leggiadra, illumina un timido passato; sospiro e sono di nuovo lì.
I remember how cloth hung
flexing with the forest clung
Half waist and high raised arms
kicking at the slightest form
I remember my first love

Mi sposto con indifferenza, le braccia ondeggiano nel vuoto, muovono l’aria che mi circonda con la stessa noncuranza con cui osservo il mondo che accade, senza interruzione. Un fruscìo tra i rami mi distrae, poi di nuovo. Then in the quiet it calls again. Devo farmi spazio tra le immagini di te che si sovrappongono a questo presente. Inizio a correre tentando di raggiungere quelle parole con cui ti allontanasti, ma gli attimi continuano a sfuggire alla mia presa. Il vento si allontana, prendendo la forma della tua assenza. Mi lascio cullare da questo momento. Senza cadere, mi ripeto, senza cadere. Why do you cry? Reclaim your passing and passing outside. Vorrei poter afferrare le gocce di pioggia che bagnano il tuo volto, ma ho ormai mani lontane e pensieri troppo stanchi per cercarti ancora. Ti sfioro da vicino, attraverso un soffio di vento che sconvolge i tuoi capelli. Every breath that echoes endlessly. Nella mia vita, ogni passo in avanti è un continuo trovarti. Un piccolo vuoto si riempie del respiro che rinasce. Chiudo gli occhi lentamente, tutto si ravviva, dal basso verso l’alto, un calore quasi d’oro mi sconvolge e stringo le mani, d’improvviso, a trattenerlo. Now, in the passed them again. Avanzo un pochino, passi distratti, schiudo le labbra e un gemito viene fuori, aleggiando suoni confusi. Il corpo perde equilibrio, il ritmo scandisce la caduta, allargo le braccia e vengo trascinato via senza alcuna resistenza. La sospensione mi procura una nuova visione attraverso stanze disabitate e castelli distrutti. Una voce, una voce. Then no one from the roll up call you. Poi nulla più. Barely in the old. There among the cold.

Mi avvicino alla finestra per osservare ciò che rimane: l’inverno di un’attesa che non potrà finire, passi incessanti verso un futuro che di certo ha solo l’alternarsi del giorno e della notte. Sento il suono che scivola, un battito che rallenta e poi il silenzio della casa che rimbomba nel ricordo. Abbiamo intrapreso percorsi senza avere una meta, tentato di recuperare strade perdute, sorpassato temporali e affrontato tempeste. I wanna go south of the river, facing alone in the heart of the winter. Sono inverno, freddo, ghiaccio, ma ho bisogno di sapere di poterti amare ancora.

L’acqua è gelida, so che non dovrei bagnarmi. Un po’ più in là, forse un raggio di sole potrebbe colpirmi. So che convincermi di farcela è l’unico modo per liberarmi dalla condizione che mi tiene in blocco. Forse. I need someone to love, I need someone to hold. Mi guardo attorno, osservando quel che resta. Mi siedo su un ricordo in frantumi, precipitando. Non so dimenticare, se dimenticare è ignorare il ricordo, ma so che there is so little left from the warmth of the sun.

Valentina Loreto

10. The War on Drugs – Lost in the Dream

Data di Uscita: 18/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lost in the dream
or just the silence of a moment …

Wheat
La storia di un’estate giovane. Un ragazzo uscito con buoni voti dal college pronto per una nuova avventura. Una tenuta dalla prospettiva infinita, campi così vicini all’orizzonte da poterlo abbracciare, una stanza tutta per sé in completa tranquillità. I ritmi della giornata erano scanditi dal percorso del sole, amava svegliarsi prima degli altri al mattino, scendere in cucina a preparare la colazione. L’aroma del caffè, biscotti, frutta di stagione. Posava tutto su un vassoio e lo portava sotto al portico che dava sull’aperta natura, adorava incominciare così la giornata, pochi minuti dopo la nascita del nuovo giorno. Mezz’ora dopo scendeva suo zio, si incominciava a studiare il programma di lavoro per la giornata. Adorava le lunghe passeggiate nei boschi, i bagni nel ruscello, giocare con i cani del vicinato, guardare il grano maturare. E chiudere gli occhi, lasciandosi invadere la pelle del viso dal sole bruciante di giugno. La sera, dopo la cena, sedeva al suo piccolo scrittoio con vista su città immaginarie. Il più delle volte leggeva i suoi maestri, cercava di cogliere i loro segreti fondamentali. Se qualcosa lo stimolava particolarmente scriveva. Una voce in lontananza, il vento fresco, ricordi del deserto, le luci della città sospese sulle colline, il mercato del venerdì sera con tutti i suoi luccichii. Il giorno in cui il cuore gli si era spezzato guardando sorridere la ragazza dai lunghi capelli castani al banchetto dei dischi in vinile. Si ricordava esattamente cosa aveva letto la sera precedente al primo incontro. “Mi aspetterai anche se sarò obbligata a giocare la parte di chi si mette in viaggio?”. “Aspetteremo. Per ora sono un fuggiasco anch’io”. “Sono stato felice”, pensava.

Land
Arrotolando le maniche della camicia guardava il deserto scorrere fuori dal finestrino e dentro alle lenti dei suoi occhiali da sole. Era in viaggio da quattro ore e doveva ancora percorrere chilometri per almeno lo stesso intervallo di tempo. Voleva scrivere un romanzo vero, come non aveva mai fatto. Voleva scrivere un romanzo vero ma tutta quella Terra senza fine gli sembrava impossibile da fissare su carta in quei giorni. Voleva scrivere un romanzo vero, come non era ancora riuscito a fare, benché ci stesse provando da tempo, anche se continuava a sentirsi troppo giovane. Gli facevano male gli occhi, aveva troppe scene da mettere meglio a fuoco. Avrebbe continuato a provare, lo incoraggiavano già in molti. – Fuori il deserto passava.- Non voleva pubblicare racconti, era con un vero romanza che vedeva l’inizio della sua carriera. Aveva i dubbi di chi aveva già letto molto, di chi ha già intravisto la perfezione. Di chi ha rispetto per i veri Scrittori. Guardava i cactus sfilare uno dopo l’altro nella piana deserta. Scelse la musica più adatta per vedere passare il paesaggio sotto a quelle note. “Sarò felice”, pensava.

Sunset
I luoghi da cui aveva ammirato i tramonti più sensazionali erano diventati per la sua vita come cattedrali. Per quelli che ancora riusciva a ricordarsi degli anni dell’infanzia, durante le estati nel Texas in famiglia. Per quelli assaporati disteso su spighe di grano con un bicchiere di vino accanto a sé. Per quelli che avrebbe adorato nella sua vita adulta, con un figlio o una figlia o tutte e due accanto a lui. Per tutti quelli che aveva sognato tra le pagine dei libri e quelli suggeriti dalle canzoni. Per la sera in cui era andato a vedere un concerto dei Wilco con la ragazza che vendeva dischi in vinile e il tramonto esplose poco prima dell’ingresso del gruppo sul palco, in mesi in cui pensava che la sua vita avesse per davvero trovato una direzione. “Quel giorno ero molto felice”, scriveva.

Wind / Eyes / Love
Le carte si rimescolarono in fretta. Vennero altri treni da prendere al volo, orizzonti da abbandonare, sguardi da accarezzare senza aver la possibilità di riportare altrove con sé. Scrisse molto, scrisse della sua gioventù. Le sue convinzioni si confusero tra loro e formarono un nuovo campo di gioco. Aveva abitato case diverse in diverse città, in paesi più piccoli e per periodi molto brevi. Aveva visto dopo anni annaffiare campi di grano in estate, passandoci accanto commosso. Stava ascoltando nuovi gruppi e nuove canzoni, aveva conosciuto nuovi amici a concerti in angoli diversi del mondo. Ora con il suono di un tamburo, ora con una frase perfetta, o con una successione di accordi catartica alla tastiera, o semplicemente con un arpeggio strozzato alla chitarra acustica, così la serenità continuava a fare capolino nel suo cuore. Aveva imparato ad amare anche il vento, oltre ai tramonti. Si era innamorato di una ragazza completamente diversa dalla ragazza del banchetto dei vinili di molte estati prima. Aveva capito che nonostante la vita, i suoi occhi continuavano a rimanere gli stessi. Secchi, sorridenti, arrossati, increduli, emozionati. Sentiva il bisogno di parole con incastri più complessi tra loro per stare dietro alla realtà. Ogni giorno scopriva nuovi modi per avvicinarsi a una vita serena. Il suo primo vero romanzo era in fase di pubblicazione. In apertura di libro citò una frase, che faceva così: Love’s the key to the games that we play. “Il nostro valzer continua, felicità”, fece dire a uno dei suoi personaggi.

Filippo Redaelli

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