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Top Ten 2014 – Giulia Delli Santi

1. ROME – A Passage to Rhodesia

Data di Uscita: 02/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

So we walk on through and beyond the failures of men
And we know there’s a void at the center of everything

Sono in ritardo perché ho ucciso.
L’ho fatto perché mi è stato chiesto.
Non sarebbe finita in questo modo se, ognuno di noi, si fosse reso conto che non può renderci felici più di quanto siamo in grado di realizzare.
Ci si accompagna con i propri simili, è la natura che lo chiede, e per i miei pari non ero altro che un bianco corrotto da quella bile scura che ti rende eretico. Al mio passaggio, ripetevano con riprovazione che preferivo circondarmi di negri insubordinati i quali, nonostante abbia dimostrato di esserlo in più occasioni, non sono mai riusciti a chiamarmi fratello. E se è vero che si possono accogliere cause che non ti appartengono, negando l’istinto che hai ereditato, per questo sarai trattato come il peggiore dei rinnegati le cui scelte sono da considerare inammissibili. L’ultima, quella che mi ha portato lontano dai miei pochi affetti, ancora la pago. Continuavo a ripetere a me stesso che si trattava di dignità, non ho pensato a quel che stavo facendo, non ne ero capace. Ho peccato violando la vita stessa, cosi come farebbe il più rabbioso dei cani che con superba ferocia è convinto di poter difendere il suo ridicolo pasto.
Non ci è dato di rivelare le nostre malattie e cosa tormenta il nostro sonno notturno, e quando non sono più sufficienti neanche quegli amici in mezzo ai quali sentirsi soli, altro non ci resta che piangere in segreto perché dal mostrarsi vulnerabili, riuscirai ad ottenere solo risposta di irriverente prepotenza.
La sua unica colpa era d’aver attraversato, scomposta, una strada in parata; era il maggio del 1971. Sette coltellate inflitte al primo ministro per difendere una donna gravida sono state più che sufficienti perché mi fosse inflitta la massima pena, la completa reclusione cui avrei preferito la morte. L’emarginazione è diventata il mio trofeo, c’è chi dice che dovrei essere fiero del mio atto, si trattava di dignità. Ma a parlarmi di orgoglio, sono uomini e donne stuprati dall’ideologia, accecati dal desiderio di vendetta che credevano di meritare. Siamo molto lontani dai sogni che predicavamo. Dei tanti che avevo, nessuno si è realizzato. La città è cambiata, il vecchio è stato ridipinto, le insegne sostituite ma le concrezioni sono rimaste immutate. I suoni sono più aspri e tu hai perso tutto, dannata povertà. La società ha nascosto ogni anima, affamata cacciatrice di vittime, anche su di me aveva inciso un marchio di depravazione. Da quando sono arrivato in questo luogo, non mi è stato concesso un momento senza che io fossi ferito. Qualcuno direbbe che è un problema esistenziale, un concetto tutt’altro che semplice l’esistenza. Sarebbe sufficiente riuscire a comunicare le ragioni per cui stiamo soffrendo, ma nessun elemento esterno può regalarci la pace. La verità è che cerchiamo nient’altro che morte. Il sole mi acceca e mi segue, come in tutti questi anni, la mia unica compagna solitudine; le sue grazie armoniche non mi hanno fatto dimenticare i miei dolori, ma continua a prendermi per compagnia e portami, ancora una volta, dove tu vorrai. Raccoglimi nel tuo abbraccio di echi di prigioni e gridiamo fino all’alba in favore di una coscienza che non sopporta più il peso robusto dei continui conflitti.

Giulia Delli Santi

2. The Antlers – Familiars

Data di Uscita: 17/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era dolce e privo di barba. I riccioli biondi ricadevano sulla fronte con grazia. Come fossero stati messi lì da uno scultore alle prese con la sua opera meglio riuscita. Le donne più anziane quando nelle sere d’estate si ritrovavano a cucire e ciarlare sedute sulle sedie di fronte alle porte di casa si riferivano a lui come il Putto. Non si sapeva chi fosse suo padre e sua madre era morta subito dopo averlo dato al mondo e questo aveva mosso di compassione tutto il Paese. Sì che divenne il figlio di tutti. Dicevano che fosse un bambino adorabile. Di un’intelligenza sottile che nascondeva dietro una timidezza quantomai sincera. Era gentile e sempre educato. E preservò questo carattere anche crescendo. Mentre la sua bellezza sbocciava piano. Senza destare sospetti. Mia madre e le sue amiche quando cadevano in argomento erano solite dire che nessuna di loro l’aveva mai guardato in quel modo per molto tempo. Poi si svegliarono una domenica di maggio teatro di una nevicata tardiva e mentre si recavano alla messa tutte lo notarono col volto arrossato ed i riccioli umidi di sudore che spaccava la legna dietro la canonica. E tutte capirono quel giorno che il Putto era cresciuto. Ed era bello. Di colpo. Lo Zio però non si sposò mai. Le donne sostenevano che non ebbe mai neanche un’amante. Le malelingue invece insinuavano che tutti noi fanciulli avremmo dovuto chiamarlo Papà invece che Zio. Ma erano discorsi di ubriachi che si ritrovavano ad affogare alla locanda l’ultima pedata ricevuta dalla moglie. E nessuno prendeva quelle dicerie sul serio. Per noi era lo Zio e basta. Ci insegnava a costruire gli aquiloni e ad acchiappare le bisce senza essere morsi. Ci mostrava i sentieri nascosti che si arrampicavano sulla montagna e che portavano sempre a qualche albero solitario grondante di frutti. E poi ci raccontava le storie dei suoi viaggi inventati. E noi lo ascoltavamo rapiti volendo credere ad ogni sua parola. Avevo dodici anni quando partì per il suo vero viaggio. Nessuno seppe come maturò quella decisione che a tutti parve cosa improvvisa ed inaspettata. Mi ricordo che era l’alba quando bussò alla nostra porta. Quando la mamma andò ad aprire se lo trovò davanti con una vecchia sacca gonfia ed il bastone che portava sempre quando andava a fare le sue lunghe camminate sul Matajur. Io lo vidi solo di sfuggita che confabulava sull’uscio con mia madre prima di abbracciarla e partire. Lei non ci riferì mai cosa si dissero. Però ripensando a quella scena anni dopo mi convinsi che negli occhi dello Zio c’era qualcosa che non avevo mai notato prima e che la sua partenza non era stata improvvisata ma invece il frutto di qualche lunga riflessione.
Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Non ce ne accorgemmo subito. No. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese ricordavamo. Solo le mani lasciavano trasparire il cambiamento di cui tutti prendemmo coscienza con ritardo. Tutti tranne mia madre. Tornò un giorno di giugno quando il sole si apprestava ormai a nascondersi nel cielo alle spalle del Matajur. Venne alla nostra porta e la mamma andò ad aprire come se già sapesse che se lo sarebbe trovato di fronte. E forse era così perché niente sul suo volto più scavato rispetto a quando lo aveva salutato anni prima lasciava trasparire sorpresa. Questa volta non si dissero niente. Lei gli prese le mani e si mise ad osservarle come fossero una pietra preziosa. Quindi mantenendo la stessa impassibilità lo baciò due volte sulle guance e gli sussurrò. Bentrovato. Si richiuse la porta alle spalle. Poi ritornò in cucina dove l’attendevamo per la cena. Ma invece di versare la zuppa nei piatti disse. Lo Zio. Il Putto. E’ tornato. Si deve fare una festa. E come se tutti in Paese avessero sentito quelle parole nel medesimo istante in cui lei le pronunciò le strade si riempirono. Ed assieme alle strade i boccali. Vennero accesi i falò. E ognuno portò qualcosa. Chi una gallina. Chi ceste di frutta. Chi il corno e chi la chitarra. Il locandiere ammazzò una pecora. E l’odore della festa si levò alto nel cielo assieme a lapilli e canti di gioia. Sì che accorsero sulle nostre strade anche donne e uomini degli altri paesi della Valle. Nessuno si aspettava di esorcizzare così quella nostalgia che l’assenza dello Zio ci aveva instillato senza che ce ne fossimo nemmeno accorti. La notte era tiepida ed il vino fresco. E la sete riportò a galla quella curiosità che mi aveva sempre contraddistinto quando ero bambino ma che era stata soppiantata da una taciturna diffidenza adolescenziale. Mosso da quella ritrovata innocente sfrontatezza mi ritrovai seduto a gambe incrociate di fronte allo Zio. E con me tutti quelli che erano cresciuti dei suoi racconti. Volevamo sapere dove era stato. Cosa aveva visto. Chi aveva incontrato. Volevamo nuovamente tornare a credere ad ogni sua parola. Ma lui si negò dicendo che era sopraffatto dalla stanchezza. I racconti erano rimandati al giorno seguente.
Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Non ce ne accorgemmo subito. No. Dovette passare anzi parecchio tempo. Trascorsero anni dal suo ritorno e sembrava che la vecchiaia gli scivolasse addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese avevamo sempre ricordato. A me invece la barba crebbe. E folta. Un po’ all’improvviso. Le anziane dicevano che era una cosa normale quando un ragazzo deve affrontare una scomparsa come quella che aveva toccato la mia famiglia. La mamma infatti si era ammalata di tubercolosi ed una notte priva della luna ci aveva detto addio. Essendo io il primogenito senza padre mi ritrovai sulle spalle le responsabilità di un capofamiglia. La barba mi crebbe in tre sole notti come a voler sancire il mio approdo all’età adulta. Ma io non mi sentivo ancora davvero pronto e non fosse stato per lo Zio non so come avrei fatto. Mi prese a lavorare con lui in bottega dove mi insegnò a battere il ferro e a realizzare piccoli monili che una volta a settimana andavamo a vendere al mercato a fondo Valle. In quegli anni passati al suo fianco più volte provai a carpire i segreti del suo viaggio. Ma lui sempre con garbo mi rispondeva che mi avrebbe raccontato tutto l’indomani. Ma l’indomani sembrava non arrivare mai per lui. Mentre io mi sposai. Ed ebbi due figlie. E i miei capelli cominciarono a cadere. E quei pochi che mi rimasero ogni giorno acquisivano una sempre più pronunciata sfumatura di grigio. Poi una mattina arrivai alla bottega e lo trovai con la vecchia logora sacca che avevo visto anni prima ed il bastone in mano. I riccioli biondi gli cascavano sugli occhi che ancora conservavano quella stessa luce che avevo visto quando aveva fatto ritorno al Paese. In quel momento sentii tutta la mia vecchiaia di fronte al suo spirito inquieto. Parto. Fu l’unica parola che pronunciò prima di accarezzarmi la guancia ed incamminarsi.
Quando il Putto tornò ero una persona diversa. Vecchio e stanco. Lui anche era una persona diversa. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese conoscevamo. Mi trovò sotto il pergolato della casa nella quale ero cresciuto e avevo vissuto tutti i miei giorni. Mi trovò intento ad insegnare al mio nipote più grande come realizzare i monili più belli di tutta la Valle. Quando lo vidi avvicinarsi con mio grande stupore non fui sorpreso. Come se una parte di me già sapesse che quel pomeriggio l’avrei rivisto. Il Putto. Sempre lui. Congedai mio nipote che corse via per raggiungere i suoi amici che giocavano a prendere le bisce. Il Putto si sedette di fronte a me. Ma questa volta non gli chiesi niente. Mi limitai ad osservare le sue mani come se conservassero tutti i racconti della sua assenza della quale non ci aveva mai messo a parte. Rimanemmo uno di fronte all’altro senza dire una parola per minuti interi. Poi ruppe il silenzio. Sono qui solo di passaggio. Volevo dirti addio. Quelle parole non mi suonarono strane. Né fuori luogo. E’ per questo che sei triste? Chiesi. Al che mi rispose con una nota di compassione. Il tempo scorre per tutti. Quindi sorrise. E per la prima volta notai l’affacciarsi di due impercettibili rughe sulle guance.
Quando lo Zio partì per l’ultima volta era una persona ancora diversa. Nonostante fossero passate solo poche ore dal suo ritorno sembrava che la saggeza avesse cominciato a sbocciare d’improvviso sul suo volto. Come la sua bellezza fiorita durante una nevosa notte di maggio di un’altra epoca. Ma il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese avremmo sempre ricordato.

Pietro Liuzzo Scorpo

3. Dakota Suite & Quentin Sirjacq – There Is Calm to Be Done

Data di Uscita: 11/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lay down with me

Non è banale, arrivati a questo punto, tentare di dare un ordine agli eventi e so bene che le mie confidenze indurranno i più rigorosi di voi ad una smorfia di disapprovazione, ma chiedo pazienza perché non avrei potuto fare altrimenti. Ogni passo che ho compiuto era l’ovvio effetto della precedente condizione e tra i miei umori, in questo momento non c’è posto per il pentimento.
La prima volta che ho incontrato il suo sorriso era un marzo mite e i germogli più insolenti dell’albero di siliquastro cominciavano a schiudere le loro singolari curiosità. Non davamo peso alle nostre presenze, in fondo eravamo poco più che estranei; ma le stagioni passavano in fretta e quella sera, quella in cui l’ho trovato, pioveva l’irruente pazzia che ci avrebbe resi attori al primo atto di una commedia che capivo avrebbe raccontato di morbide attrazioni. Non potevo sapere che la cosa lo riguardasse, così confessai di esserne affascinata e il disorientamento fu breve prima che le cose cambiassero. Fu sufficiente cominciare a regalarsi i dettagli più scabrosi delle nostre esistenze, quelli che non si raccontano o che si confessano solo per dimostrare gli stomaci più incoscienti; è buffo constatare che passiamo la maggior parte della nostra vita a esibire prove di solida indipendenza, eppure continuiamo ad aver bisogno di eroi.
Probabilmente il terreno era fertile, ma questo non aveva alcuna rilevanza, comprendevamo entrambi il potenziale arbitrario che si apriva di fronte a noi e il suo buon senso era di certo superiore al mio. Non era decenza a muovere il suo distacco, piuttosto prudenza, come biasimarlo, ma quella che sentivo si chiamava mancanza e non volevo altro che essere la sua scelta. M’irritava profondamente sentir dire che trovava tutto così avvilente. L’impulso che nutrivo non lo era, ma avevo a disposizione solo due cortili e una finestra e vedermi derubata di quel piccolo spazio che percepivo come un mio diritto, era un altro centimetro di corda che si stringeva attorno al mio collo e che mi privava della possibilità di respirare l’aria di cui chiunque ha bisogno. Rimaneva poco altro per noi, my sweet nothing, ero ormai decisa alla resa quando tornai con l’insegna della sconfitta tra le mani.
Non c’era vento e le foglie esauste non si muovevano, come se incollate all’asfalto. Poco lontano da noi qualcuno canticchiava una nenia d’indulgenza, come se non fosse ignaro di quel che stava per verificarsi, come se volesse immolarsi nel tentativo di fornire un sostegno. Nell’aria si percepiva un odore pregno d’autunno e si udivano con chiarezza i passi spasmodici del quotidiano in movimento. Camminavamo l’uno al fianco dell’altra in direzione della stazione e ci fermammo al solito bar a prendere un caffè. Era una serena mattina domenicale di metà novembre quando scelsi di confessare le mie insofferenze, le mie inadeguatezze, la fragile volontà di mettere fine a quella dolce agonia che sembrava offrire nient’altro che un nuovo turbamento. Ma la tensione era troppa e l’urgenza di una riappacificazione opprimente, mi avvicinai più del concesso e fu impossibile scoraggiare la naturale necessità di sfiorarsi e sussurrare quelle impercettibili nostalgie che scoprimmo essere l’inizio di un nuovo racconto.

I am he that aches with amorous love;
Does the earth gravitate? Does not all matter, aching, attract all matter?
So the body of me to all I meet or know.
Walt Whitman

Giulia Delli Santi

4. St. Vincent – St. Vincent

Data di Uscita: 25/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Nel momento in cui lancia per aria il mazzo di fiori della vittoria.

Annie ci fa sapere che questo disco ha a che fare con New York e qualsiasi sia la nostra esperienza possiamo immaginare i luoghi d’origine di queste atmosfere. Nel momento in cui il mazzo di fiori si stacca dalla presa della mano possiamo essere catapultati per le strade verso le sette di sera nel mese di febbraio, tra il traffico, le strisce pedonali, i semafori e i taxi gialli in fila indiana e via diretti tra il pubblico partecipante di un’asta di quadri, o l’inaugurazione di una mostra d’arte contemporanea. Un negozio strettissimo dall’affitto troppo caro e bicchieri di champagne che tintinnano ai flash di quattrocento macchine fotografiche. Un ragazzo guarda la cartella messaggi del suo smartphone e non si sorprende di non trovare una risposta a uno dei suoi ultimi messaggi inviato a quella ragazza che in un primo momento, seduta da sola a mangiare un toast in quel bar, le era sembrata proprio un’altra persona. Sai che non era colpa di nessuno dei due? Ci sono delle rose di molti colori nel mazzo di fiori lanciato per aria. Qualcuno dalla platea si scomoda dalla sua poltrona per cercare di fotografare meglio quel momento e condividerlo su Instagram. Ci sono anche dei momenti in cui le città si ritrovano immobili, e i suoi abitanti, più facilmente i turisti, possono godersi la calma dei primi giorni di primavera, il cielo celeste, un caffè in un tavolino all’aperto, quattro chiacchiere con il barista e con clienti di passaggio. Un ragazzo sui venticinque anni beve da un bicchiere pieno di ghiaccio e controlla qualche aggiornamento tra i suoi profili Twitter preferiti. Senza sapere in che zona si trova della città, e per questo ignora completamente che potrebbe incontrare da un momento all’altro la sua giornalista preferita, habitué dei locali alla moda di quei dintorni. Intanto mi ricordo di quando parlavamo di come tutte le grandi città globali stiano diventando sempre più uguali. Ho seguito concerti per città europee, visto gli stessi quadri di Kandinskij in due città diverse a qualche mese di distanza, visto lo stesso orizzonte da vie che non riuscivo più a distinguere. Eravamo d’accordo su questo, adoravamo la cultura metropolitana contemporanea. Queste sono canzoni per il mondo moderno, con una chitarra che cerca di tagliarlo a metà, sedurlo, ipnotizzarlo, calmarlo, la tela numero uno di Jackson Pollock e il cigno bianco. Come ci si può sentire a correre nudi nel deserto, ad ascoltare storie derisorie sul valore del passato sdraiati su tappeti in case di nuovi quartieri rincorrendo identità androgine, ritrovare la calma con gli stessi modi di sempre. Una delle caratteristiche principali della cultura odierna è la simbiosi tra cultura alta e cultura bassa. Quantomeno un riconoscimento reciproco. Senza questo punto di partenza appare difficile andare molto lontano. Quindi era un inverno gelido per la ragazza appena arrivata in Europa, per il cameriere annoiato, per un professore incompreso, per la giovane scrittrice disordinata, mentre una loro gemella sconosciuta era già uscita di casa per gettare via la spazzatura, pronta a canticchiare il ritornello e il ritmo di una canzone che stava per nascere e che ora è ascoltata e recensita in ogni angolo del globo. Esco, devo andare alla prima in teatro del tour mondiale di Annie. Sono in grandissimo ritardo, vi racconterò un’altra volta di quel mazzo di fiori, lascio all’immaginazione di chi legge decidere se è stato appena lanciato da una campionessa olimpica di pattinaggio sul ghiaccio al momento delle premiazioni o da un’attrice commossa nell’istante appena successivo al trionfo della sua prima grande interpretazione, l’importante è che siano coinvolte emozioni in grado di sfiorare il cielo. Alto, facendo finta di dimenticarsi per un istante del basso. Come fanno le cattedrali da sempre. Come fanno oggi i grattacieli con i loro giardini sopra le nuvole. Finalmente si spengono le luci. Penso per un attimo alle domande che vorrei farle nei trenta secondi che mi saranno concessi per l’intervista dopo lo show. A come questo disco sia riuscito a spostare gli orizzonti della canzone rock un po’ più in là. Tra New York, lo spazio, un sentire contemporaneo senza nome, la sua chitarra e la sua voce e come tutto si concluda con una emozionante allegoria del mestiere dell’artista. Penso al suo carisma e alla sua bellezza, spina dorsale di queste canzoni. Domani vedrò Alice, dopodomani ho un aereo da prendere, le mail da controllare, il bicchiere vuoto in mano, le tasche piene della giacca. Nel momento in cui lancia per aria il mazzo di fiori della vittoria spengo il telefonino. Annie incomincia a suonare.

Filippo Redaelli

5. Beck – Morning Phase

Data di Uscita: 25/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

These are some faults we found
Hollowed out from the years
Don’t let them wear you out
Don’t let them turn your mind inside out

Cosa ci fa un alcolizzato in un negozio di liquori?
Ogni mercoledì, verso le sette, se sporgevi la testa oltre la porta, potevi vederlo arrivare dalla Promenade oceanica, lungo Wiltshire boulevard, dritto verso il mio negozio. Un piede avanti all’altro, sicuro, come fosse la strada che ti porta a casa. Quella di sempre. Quella dove sei cresciuto. Che giocavi con i figli dei vicini. Non pensi siano troppo simpatici, ma è meglio che sopportare, chiuso in camera con il cuscino ben stretto sulla testa, il rumore dell’aspirapolvere di tua madre che tanto ti terrorizza.
Cerca affetto. Di una donna, di una cagna, poco importa. Le puttane in strada, quelle no. Loro sono amiche. A loro non si può che chiedere compassione e qualche buon consiglio: no, agli ascensori preferisci sempre le scale e si, in certi casi marrone e blu stanno bene insieme. Sono delle discrete ascoltatrici. Soprattutto Daisy. Oh Daisy, labbra carnose e capelli color di molto tempo fa. Lei racconta dei figli che avrebbe avuto e della villetta sulla 54th street, quella con la porta salmone. Se solo avesse accettato in una vita che ormai non ricorda di aver vissuto, il compromesso che l’acido anarcoide nelle sue vene le ha impedito di accogliere. Ma oggi lei è astemia e io resto solo, nelle appassionate serate con me stesso, andrò a ballare il bluegrass con la mia confusione.
Dicono viva in un seminterrato di fronte alla fermata del tram T14, ma a casa non c’è mai. Preferisce la panchina nel piccolo parco dietro l’angolo. È il suo lavoro. Il cappello è in terra, tanto c’è il vecchio Hansen, come sempre seduto poco più in la di guardia, a controllare che a qualche bullo non venga in mente di raccogliere il tesoro che esso contiene. Di lui ricordi solo il forte odore di naftalina di cui s’è impregnato nei lunghi periodi passati in ospedale. Il suo passatempo è guardare il beccare degli uccelli che pranzano con i resti del pasto sobrio di qualche impiegato nella banca che si erge magnifica di fronte all’ingresso principale. Sua figlia ha sposato il direttore dopo esser rimasta incinta a qualche mese dalla scadenza del suo contratto. Non la vede da parecchio. È troppo impegnata, dice.
Cerca indulgenza. Perché il pesante baule colmo delle mie scelte, continuo a portarlo sulle spalle e non ho mai chiesto ad alcuno di condividerne con me il suo carico. L’assoluzione è un dono che possono offrire solo i santi, lo so bene, ma in fondo pretenderla dagli ottusi affannati che rivestono le strade ogni mattina al mio risveglio, non ha alcun costo. Quando ho la possibilità di incontrare me stesso riflesso nella vetrina di qualche negozio, mi capita di pensare a loro. Forse nel mio sguardo c’è lo stesso ribrezzo che mi è stato offerto. Mi concentro su qualcos’altro per evitare che si aggiunga altra contrizione, una nuova radio è quel che ci vorrebbe.
Lungo il viale rotolano delle biglie di vetro e dei bambini a seguito le rincorrono. Ti fermi a guardarli e ne invidi l’innocenza. Pensi di non essere mai stato come loro. Per quanto sia assurda l’idea, ne sei convinto. Quando è successo, non te lo ricordi. Forse è quello che ti è mancato, l’infanzia che sei stato costretto ad inventare percorrendo la scala a vite d’Archimede. Ma per un solo gradino mal posto da un architetto oltremodo distratto, sei caduto alla base e li, dolorante, hai deciso di fermarti, magari solo per indolenza. Scegliere di proseguire è molto più faticoso.
Madido di sudore lo vedevi entrare infiacchito dall’inedia e flemmatico verso il primo scaffale, con nonchalance aristocratica di un nobile della strada, passare in rassegna meticolosa ogni prodotto esposto.
Una volta trovai il coraggio, glielo chiesi. La sua sagoma m’intimoriva, il cappotto lungo alle caviglie sembrava l’unica ragione che lo tenesse dritto. La mano terrosa, tesa, tra le dita i due spicci che aveva raccattato in qualche vicolo, e l’odore pungente di lassismo che lo avvolgeva, confesso, mi nauseava.
Cosa ci fa un alcolizzato in un negozio di liquori?
Da occhi itterici a quel modo non ci si può che aspettare risposta esaustiva. La testa si sollevò appena e lo sguardo sfortunato mi fu concesso per pochi istanti prima che tornasse a rivolgersi alla strada benedetta da quei peccati che mai siamo riusciti a perdonarci.

Life should be free.
Take what you need.

Giulia Delli Santi

6. Timber Timbre – Hot Dreams

Data di Uscita: 01/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per molto tempo sono andato a letto tardi la sera. Questo fino ai ventitré anni, ultima età in cui ho avuto l’illusione della purezza, di forme belle e oneste che potevano rallentare la marcia spietata e rumorosa del dolore. Ora che mi rendo conto di quanto sia inarrestabile il battito dell’orrore non ho più molta voglia di andare a dormire tardi.

Ora vado a dormire molto presto e dopo aver guardato immagini di sculture di Brancusi o di pittori italiani del rinascimento cado in un violentissimo e disperato sonno che verso le quattro di mattina comincia ad essere delicato fino alla malattia. Tengo un fucile a pompa dietro il ripiano dei testi sacri della mia libreria perché voglio ringraziare con un buco nella pancia e un salto d’orrore chi mi viene a disturbare nella notte. Ma il vero scopo di questo oggetto, che vi avrà già destato inquietudine o una piccolo-borghese disapprovazione, non è quello di sorprendere un ladro nello squallore della notte, ma è molto più violento ed inquietante: è la vendetta.
Se poteste capire, con un vero slancio di empatia, quanto mi faccia stare male rimanere invendicato, formereste un vero e proprio esercito, e insieme a me distruggereste bandiere, statue, città squallide, penisole e arcipelaghi nidi di bassezze morali, dispensatori di complimenti come “che bei capelli” e raccoglitori di questi complimenti, nonché narcisisti imbecilli che cedono a misere seduzioni.

Quando siamo sbarcati in America abbiamo innalzato profumate chiese a un Signore che non ci sta a sentire, ma alcuni di noi – quelli coscienti – hanno continuato ad innalzarsi nonostante tutto. In duecento anni sono nati grandi poeti e filosofi che hanno popolato porti foreste laghi redazioni di giornali. Io sono il più pazzo di loro e le mie coordinate spaziali sono del tutto diverse e sconfinano nella grande terra allucinata della pazzia, dove si è dei puritani che si svegliano all’alba.

È difficile risorgere: ho iniziato da poco ma ricado nella morte di continuo e soltanto quando sarò tornato definitivamente alla vita potrò lasciare andar via l’idea della vendetta, di una notte passata in un piacere analogo, di un ritorno a casa ubriaco dove si pensa a come vantarsi del proprio squallido successo. Solo allora potrò sotterrare la metafora del mio fucile a pompa e la violenza reale del mio dolore. Ma sarà solo grazie a me, grazie ai mei sforzi.

Mi hai lanciato in un deserto spinoso su una macchina destinata ad esplodere e me l’hai detto con un sorriso da imbecille narcisista, da persona priva di coscienza quale eri e sei. Sei stato tanto idiota da ammazzarmi e dirmelo con quel sorrisino velenoso, e ora il veleno mi sta uccidendo. È il succo squallido di un peyote qualunque e io sanguino di dolore in questa sete sgrammaticata di un deserto che mi è estraneo. La chitarra che un tempo suonava la gioia mi sembra uno stridore che mi strappa i nervi e la carne, e non la riesco più a suonare. Mi può guarire solo quello sciamano che ha il mio stesso volto, che io posso trovare soltanto svuotandomi di tutto, anche di te.

Un giorno, mangiando uno stroopwafel, ricorderò con una travolgente sensazione, quella vastità, quell’ossigeno, quella meraviglia, quella sofferenza talmente vaga e nascosta bene da farmi sentire la felicità. E manca solo una cosa per distruggere questo anno questa vita e il suo distruttore: mi hai deluso.

Marco Di Memmo

7. Fire! Orchestra – Enter!

Data di Uscita: 26/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per entrare in un culto esoterico sono molte le cose da abbandonare, quasi tutte le cose vecchie, i pensieri, le persone e molto spesso anche la propria anima. Poi bisogna sentire che tutte le cose vecchie sono andate via, che la propria vecchia anima ha abbandonato la propria sede immateriale.

Noi imparammo a vorticare come i dervisci da ragazzi, quando anziché ascoltare la musica dei nostri coetanei, per intercessione della nostra vaghezza e del nostro incomprensibile distacco, iniziavamo a dimenarci e a roteare al ritmo del sax tenore di Ornette Coleman. Ma altro non posso dire, altrimenti la segretezza del nostro ordine verrebbe sciolta e diverrebbe una normale setta accessibile a qualsiasi esaltato.
Alcuni di noi facevano parte del grande popolo ormai distrutto degli Inuit e i loro gorgheggi facevano danzare i pesci nei fondali delle acque ghiacciate e rendevano gli orsi bianchi innamorati. Altri invece venivano dall’altro grandioso popolo devastato degli aborigeni australiani che con le loro danze evocavano gli spiriti attorno ai fuochi. La maggior parte però erano volgari europei. Una volta entrati nell’Ordine non fummo più niente se non dei mezzi nei quali il Grande Spirito soffiava la sua anima dentro a degli ottoni o premeva il suo spirito su tasti e superfici vibranti.
Noi non siamo nessuno, siamo gli Entrati, che prima hanno dovuto fare uscire tutto. Noi non abbiamo mai fatto del male a nessuno ma ne abbiamo subito tanto e sfoghiamo il nostro furore e la nostra gioia (che nonostante tutto rimane) in quel gigantesco e poliedrico delirio chiamato Jazz (e in altre esoteriche bellezze di cui non possiamo parlarvi).
Abbiamo abbandonato il sorriso cinico per incontrare la sincope, abbiamo distrutto la maldicenza per costruire l’armonia, ci siamo liberati della nostra mediocrità per essere inconsistenti e di conseguenza siamo saliti, senza neppure saperlo, nel leggerissimo strato di Assoluto che nessuno può toccare con la parola. Noi lo sfioriamo con la musica, come le proprie dita possono solo sfiorare il proprio polso, ed entriamo in esso col nostro spirito. Noi che sappiamo che sulla terra non c’è nulla di puro, abbiamo trovato la purezza oltre la terra, ed ancora oltre abbiamo trovato il Tutto, che supera di intensità e bellezza la somma di tutte le sue parti, che è maggiore grazie alla sua aura (questa oscura cosa che nessuno vuole più nemmeno cercare) la cui luce è raggiungibile solo da chi, dopo essersi dato la pena di Uscire, è riuscito ad Entrare.

Marco Di Memmo

8. Damon Albarn – Everyday Robots

Data di Uscita: 28/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Il passo lento ha una cadenza ritmica che si sposa perfettamente con l’ambiente, discarica e ora anche regno di una pedocrazia che non accetta estranei, m’hanno catturato e non me la faranno passare liscia. Lei, dodici anni a stento, vestita con stracci e metallo arrugginito, suona come un carillion incrostato mentre mano alla corda che dall’altro capo congiunge un paio di manette di nastro adesivo che mi lega i polsi, mi trascina verso il capo. Trascina è un parolone, decido di essere accondiscendente, saranno pure mocciosi quelli che tamburellano impettiti dall’alto delle colline di rifiuti ma sono pur sempre armati di lame arrugginite di fortuna. Anche d’un graffio potrei morirci, il botulino non perdona, i bambini sì, quindi chino il capo e cammino speranzoso verso la coorte del capo. Anche capo è un parolone, il kahar di questo clan non dispone di potere assoluto e quando la sua decisione non convince tutti rischia di essere destituito, questo non prevede pene oltre l’esenzione dall’annunciare la scelta comune, così mi spiega la mia guida, Lili. Questa discarica è enorme e c’è quello che serve per il sostentamento di tutti, hanno costruito ripari di fortuna, si sono specializzati nelle mansioni, sanno leggere e scrivere, hanno addirittura una biblioteca ricchissima su una palafitta. Sono profughi fuggiti agli istituti correttivi, alle case di cura, Lili racconta che non vogliono nulla se non essere lasciati in pace, non cercano guerra, si sono ritagliati un pezzo di terra là dove noi accatastiamo gli scarti. Vogliono esser considerati scarti vivi, qui accatastati, nel diritto di essere abbandonati a se stessi e arrugginire, dice proprio così, arrugginire. Quando provo a correggerla dicendo che le persone invecchiano, non arrugginiscono, lei mi osserva saccente e dice che magari prima era così, ora l’adultocentrismo ha negato agli anziani la loro funzione di saggi e ai bambini quella di scopritori, perciò non si è più vecchi ma rotti, inutili, arrugginiti. Taccio per non essere zittito ancora da una bambina, l’adultocentrismo non permette un contraddittorio con un bambino che non finisca con un adulto che ha ragione e questa situazione mi mette a disagio, mi fa vergognare a tratti di me e a tratti della mia cultura. Arriviamo dopo una lunga marcia alla coorte, il kahar è adagiato su un divano pulcioso arrabattato qua e là, tutto intorno fioriere ricolme di piante colorate e girandole. Lui mi guarda, uno zambos di otto, nove anni al massimo, ha occhi scuri di onice profondissimi, non dice niente e per un attimo immagino un tono cavernoso e solenne a intimorirmi. La corona di piume, il fatto che sia nudo, i giocattoli a pochi passi dal “trono” mi riportano alla realtà: è solo un bambino. Si avvicina lentamente, non smette per un attimo di fissarmi negli occhi e alla fine proferisce parola. Chi sei? Sono sorpreso, ha la voce di un bambino di otto, nove anni al massimo, mi tranquillizzo. Sono un giornalista. Giornalista, vattene e non tornare, non sei gradito qui. Verranno se non racconto loro che siete inoffensivi, non avranno macchine fotografiche ma manganelli e manette. Siamo bambini, cosa temono? Non siete gli unici. Ce ne sono altri? Sì, vecchi, dissidenti, deformi, ognuno nel suo kahar, nascosti covano file. Gli altri bambini della coorte ridono, il piccolo zambos li zittisce con un gesto. Come se la vostra vita ci facesse gola, schiavi della vostra libertà, lavorate per un terzo della vostra vita, pagate debiti non vostri, odiate quello che fate e vi sentite costretti a farlo. Nessuno cova file per una civiltà al collasso, torna al tuo clan e dì loro che con tutti i regali con cui ci omaggiate giornalmente riteniamo meschino attaccarvi. Sparisci.

Alfonso Errico

9. Ben Howard – I Forget Where We Were

Data di Uscita: 20/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

“Non ho mai pensato di essere troppo vecchio, o troppo giovane, per morire.
Sono troppo vivo per morire.”

Quelle poche parole anticipavano di poco il punto finale con cui terminava una storia che non avevo mai iniziato a scrivere. Mi erano venute in mente leggendo un libro donatomi quasi per caso, appoggiato su una mano stretta a pugno senza reggere niente. Non le avevo mai scritte, per la paura di firmare per l’ennesima volta un foglio bianco con l’inchiostro di una penna intinta in un calamaio riempito quotidianamente da emozioni e volti.
La mia casa aveva le forme di una mansarda di un vecchio condominio degli anni ’30. Lo spazio abitabile, dal punto di vista della norma, era scarso. Scarso… aveva usato questo termine il proprietario, guardando in alto alla ricerca dei miei occhi sollevati di più di un metro e novanta rispetto al pavimento. Io presi la mia biglia portafortuna dalla tasca destra del cappotto, la rigirai un po’ tra le dita, e la appoggiai a terra. La pallina, forse imbarazzata per la presenza dell’estraneo, rimase per qualche secondo ferma, per poi cominciare a seguire felice la pendenza del pavimento. Si fermò contro il muro dalla parte opposta della stanza, come un centometrista stanco. “Se c’è posto per lei, c’è posto anche per tutti gli altri”, dissi sorridendo a quell’omino preoccupato.
In quel tavolino di fronte alla finestra avevo un leggìo sempre vuoto, sul quale mi ero ripromesso di appoggiare il mio primo libro, e molti fogli ingialliti nell’attesa di ricevere la carezza di una lettera. Mi ci sedevo ogni sera, prima di andare a letto, anche quando le lancette dell’orologio protestavano per la vicinanza con l’ora della sveglia.
Avevo promesso ad un amico di ospitare per qualche notte una ragazza che aveva conosciuto durante una vacanza in Italia. “Posso offrirle un divano che non è mai stato nuovo ed un frigorifero che soffre di solitudine”. Quella sera pioveva così tanto da rendere gli ombrelli utili quanto uno stuzzicadenti durante un terremoto. Avevo aperto la porta di casa per fare entrare il gatto, ma al suo posto trovai una ragazza sul terrazzino, con la testa rivolta verso l’alto, la bocca spalancata, la lingua di fuori. Tremava di freddo e tra un brivido e l’altro dalle sue labbra violacee uscì un sorriso generoso: “Morivo di sete!”. Mi tolsi la maglietta e le asciugai i capelli mentre lei rideva, dicendole “Questa sera non ho l’acqua calda. Non ho nemmeno la legna per accendere la stufa… ma ho una sedia svedese scomodissima che mi hanno appena regalato e che non vede l’ora di sentirsi utile”.
Con la luce di quel piccolo fuoco ad illuminare i nostri sguardi, parlammo tutta la notte mentre il cielo sonnecchiava. Capimmo entrambi di aver trovato il libro, o il segnalibro, a seconda che fossimo parole scritte o da ricordare.
Vivevamo di quel poco che guadagnavo scribacchiando per qualche giornale locale, per lo più articoli di cronaca nera nei quali spalmavo sarcasmo e derisione che ti facevano ridere così tanto. Ogni volta che tornavo a casa con quella busta stropicciata con dentro pochi soldi tu battevi le mani, sapendo che da lì a qualche ora quella lettera si sarebbe svuotata, ed i nostri ricordi si sarebbero annebbiati.
Il nostro locale preferito era un disco bar ricavato dalla migliore pasticceria della città quando era vent’anni più giovane. Pieno di botole segrete, festoni appesi, fumo acre e velluto che aveva conosciuto molte mani, passavamo lì le nostre notti a bere, ballare, cadere.
Un mattino, verso le cinque, eravamo seduti uno di fianco all’altro sull’autobus per tornare a casa, rigorosamente senza biglietto. Mi ero appisolato appoggiato al vetro per non so quanto, e quando riaprii gli occhi ti vidi mentre guardavi fuori dal finestrino. Un’espressione un po’ nervosa per la paura di essere sopra un mezzo con più di quattro ruote, il tuo sguardo di matura tristezza dipinto sul volto, strinsi la tua mano pensando quelle tre parole che mi avresti scritto qualche giorno dopo su quel bigliettino di addio.
Tornati a casa prendesti quei fogli ingialliti sui quali i desideri erano stati rimpiazzati dalla polvere e mi dicesti “Scrivi quello che mi hai detto prima, mentre eravamo sudati e confusi, ballando accompagnati dalla musica di un’altra terra”. Io scrissi quelle parole con le quali pensavo di terminare quel libro senza titolo che non avevo ancora iniziato a scrivere. Tu prendesti il foglio e lo girasti, spiegandomi che l’inizio e la fine sono solo due modi diversi di vedere una storia.
Quella notte scrissi il mio primo libro, e continuai senza smettere. Parlava della nostra vita precedente, in cui eravamo spiriti liberi con i pantaloni stracciati ed amanti nelle notti dispari.
Quando mi svegliai tu te ne eri andata. Avevi appoggiato i fogli su cui mi ero addormentato sul leggìo. Sentii un prurito al braccio destro e, grattandomi, notai l’inchiostro blu che stava macchiando le mie unghie.
Sollevai il braccio e lo appoggiai sui fogli per leggere quelle lettere, approfittando della poca luce che filtrava dalla finestra.
Sorrisi, ringraziandoti silenziosamente per il titolo del mio libro ancora caldo, intimo e completo, che mi avevi lasciato come ultimo regalo.

Hello love, my invincible friend

Filippo Righetto

10. The War on Drugs – Lost in the Dream

Data di Uscita: 18/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lost in the dream
or just the silence of a moment …

Wheat
La storia di un’estate giovane. Un ragazzo uscito con buoni voti dal college pronto per una nuova avventura. Una tenuta dalla prospettiva infinita, campi così vicini all’orizzonte da poterlo abbracciare, una stanza tutta per sé in completa tranquillità. I ritmi della giornata erano scanditi dal percorso del sole, amava svegliarsi prima degli altri al mattino, scendere in cucina a preparare la colazione. L’aroma del caffè, biscotti, frutta di stagione. Posava tutto su un vassoio e lo portava sotto al portico che dava sull’aperta natura, adorava incominciare così la giornata, pochi minuti dopo la nascita del nuovo giorno. Mezz’ora dopo scendeva suo zio, si incominciava a studiare il programma di lavoro per la giornata. Adorava le lunghe passeggiate nei boschi, i bagni nel ruscello, giocare con i cani del vicinato, guardare il grano maturare. E chiudere gli occhi, lasciandosi invadere la pelle del viso dal sole bruciante di giugno. La sera, dopo la cena, sedeva al suo piccolo scrittoio con vista su città immaginarie. Il più delle volte leggeva i suoi maestri, cercava di cogliere i loro segreti fondamentali. Se qualcosa lo stimolava particolarmente scriveva. Una voce in lontananza, il vento fresco, ricordi del deserto, le luci della città sospese sulle colline, il mercato del venerdì sera con tutti i suoi luccichii. Il giorno in cui il cuore gli si era spezzato guardando sorridere la ragazza dai lunghi capelli castani al banchetto dei dischi in vinile. Si ricordava esattamente cosa aveva letto la sera precedente al primo incontro. “Mi aspetterai anche se sarò obbligata a giocare la parte di chi si mette in viaggio?”. “Aspetteremo. Per ora sono un fuggiasco anch’io”. “Sono stato felice”, pensava.

Land
Arrotolando le maniche della camicia guardava il deserto scorrere fuori dal finestrino e dentro alle lenti dei suoi occhiali da sole. Era in viaggio da quattro ore e doveva ancora percorrere chilometri per almeno lo stesso intervallo di tempo. Voleva scrivere un romanzo vero, come non aveva mai fatto. Voleva scrivere un romanzo vero ma tutta quella Terra senza fine gli sembrava impossibile da fissare su carta in quei giorni. Voleva scrivere un romanzo vero, come non era ancora riuscito a fare, benché ci stesse provando da tempo, anche se continuava a sentirsi troppo giovane. Gli facevano male gli occhi, aveva troppe scene da mettere meglio a fuoco. Avrebbe continuato a provare, lo incoraggiavano già in molti. – Fuori il deserto passava.- Non voleva pubblicare racconti, era con un vero romanza che vedeva l’inizio della sua carriera. Aveva i dubbi di chi aveva già letto molto, di chi ha già intravisto la perfezione. Di chi ha rispetto per i veri Scrittori. Guardava i cactus sfilare uno dopo l’altro nella piana deserta. Scelse la musica più adatta per vedere passare il paesaggio sotto a quelle note. “Sarò felice”, pensava.

Sunset
I luoghi da cui aveva ammirato i tramonti più sensazionali erano diventati per la sua vita come cattedrali. Per quelli che ancora riusciva a ricordarsi degli anni dell’infanzia, durante le estati nel Texas in famiglia. Per quelli assaporati disteso su spighe di grano con un bicchiere di vino accanto a sé. Per quelli che avrebbe adorato nella sua vita adulta, con un figlio o una figlia o tutte e due accanto a lui. Per tutti quelli che aveva sognato tra le pagine dei libri e quelli suggeriti dalle canzoni. Per la sera in cui era andato a vedere un concerto dei Wilco con la ragazza che vendeva dischi in vinile e il tramonto esplose poco prima dell’ingresso del gruppo sul palco, in mesi in cui pensava che la sua vita avesse per davvero trovato una direzione. “Quel giorno ero molto felice”, scriveva.

Wind / Eyes / Love
Le carte si rimescolarono in fretta. Vennero altri treni da prendere al volo, orizzonti da abbandonare, sguardi da accarezzare senza aver la possibilità di riportare altrove con sé. Scrisse molto, scrisse della sua gioventù. Le sue convinzioni si confusero tra loro e formarono un nuovo campo di gioco. Aveva abitato case diverse in diverse città, in paesi più piccoli e per periodi molto brevi. Aveva visto dopo anni annaffiare campi di grano in estate, passandoci accanto commosso. Stava ascoltando nuovi gruppi e nuove canzoni, aveva conosciuto nuovi amici a concerti in angoli diversi del mondo. Ora con il suono di un tamburo, ora con una frase perfetta, o con una successione di accordi catartica alla tastiera, o semplicemente con un arpeggio strozzato alla chitarra acustica, così la serenità continuava a fare capolino nel suo cuore. Aveva imparato ad amare anche il vento, oltre ai tramonti. Si era innamorato di una ragazza completamente diversa dalla ragazza del banchetto dei vinili di molte estati prima. Aveva capito che nonostante la vita, i suoi occhi continuavano a rimanere gli stessi. Secchi, sorridenti, arrossati, increduli, emozionati. Sentiva il bisogno di parole con incastri più complessi tra loro per stare dietro alla realtà. Ogni giorno scopriva nuovi modi per avvicinarsi a una vita serena. Il suo primo vero romanzo era in fase di pubblicazione. In apertura di libro citò una frase, che faceva così: Love’s the key to the games that we play. “Il nostro valzer continua, felicità”, fece dire a uno dei suoi personaggi.

Filippo Redaelli

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