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Top Ten 2014 – Federica Giaccani

1. A Winged Victory for the Sullen – Atomos

Data di Uscita: 06/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Karlův most nel controluce del levar del sole sprigiona la magia di un’istantanea senza tempo: i sanpietrini irregolari a terra, le statue in pietra ai lati a vegliare sui passi della città che si desta dal torpore, la rarefatta caligine che sfuma i contorni dei palazzi storici in un tocco delicato. Il signor Pavel Cermak era immobile in lontananza, postura asimmetrica piegata verso sinistra, ad accogliere l’aiuto di un bastone da passeggio; la sua figura risultava perfettamente mimetizzata tra le pose drammatiche scolpite che gli sfilavano accanto.
Giunto al bancone del caffè di fiducia, era tutto un tintinnare di tazzine e posate, un sovrapporsi di chiacchiere tra le pagine di un quotidiano e un altro. L’aroma caldo e avvolgente dell’espresso si mescolava a quello dolciastro e legnoso della pipa, spenta un attimo prima di varcare l’uscio ma ancora forte intorno al bavero del cappotto e nella barba irsuta. In strada le saracinesche delle botteghe, una a una, si sollevavano; il signor Cermak restava agganciato con l’orecchio alle conversazioni degli altri, sprofondato in solitudine in una poltrona all’angolo del locale, poi le persone uscivano, facendo calare un temporaneo silenzio. Non si può certo affermare che egli fosse un accentratore, preferiva di gran lunga la sua solita seduta in disparte; arrivato alla soglia dei settanta, era stato sufficientemente intelligente nel costruirsi delle piacevoli abitudini, necessarie per scacciare la noia di giornate tutte uguali dopo essersi arreso alla pensione, ma ancora di più per neutralizzare il subdolo fantasma della vecchiaia, che si divertiva a richiamarlo sull’attenti con lancinanti dolori all’anca. Un fastidioso inconveniente, specie per un uomo come lui che, pur di attraversare l’amata Praga a piedi per tenere le lezioni all’università, un tempo sacrificava ore di sonno alzandosi quando il sole era ancora acquetato dalle tenebre. I suoi pensieri erano tuttora rimasti vischiosamente incollati a quella cattedra di storia, ragione di vita e di passione vibrante, nel cuore e nello sguardo. Quanta nostalgia adesso. La sera, prima di coricarsi, usava riprendere in mano uno dei tanti tomi che teneva disseminati in ciascuna stanza di quel piccolo appartamento all’imbocco del bosco; apriva una pagina a caso e leggeva di gesta e imprese e susseguirsi di eventi di epoche più o meno lontane, di cause scatenanti e implicazioni, che già conosceva a menadito. Quando ancora il signor Cermak insegnava, gli studenti si perdevano nei suoi ragionamenti, l’ardore per la materia e la sua dedita attenzione nell’appassionare gli altri erano contagiosi, a tal punto che al termine di ogni lezione c’era sempre chi si attardava a chiedere approfondimenti e spiegazioni, spesso addirittura s’imbastivano tavole rotonde di fortuna al caldo di un caffè vicino all’università, sorseggiando cioccolata in tazza e addentrandosi nelle vicissitudini del passato. Ora al signor Cermak spuntava un timido sorriso di compiacimento al ricordo, mentre le dita dalle nocche nodose riponevano il libro sulla mensola, o sul tavolino in vimini, o sul davanzale del cucinino accanto alle piante grasse. Poi scendeva sul suo viso l’ombra del tempo, un’ombra grave e irrimediabile. Questa grandezza inafferrabile e veloce, cui tutti obbediamo da sempre, che ci sfugge e ci lascia l’amaro in bocca di ritorni impossibili e occasioni perdute. Il tempo sembrava quasi inconsistente durante il giorno, lungo le traiettorie articolate della città da un incontro a un altro, tra le case fitte e la luce alta; ma all’imbrunire, con l’abbraccio misterioso della radura e della selva accanto, il signor Cermak cadeva inesorabilmente nel tranello delle riflessioni sugli anni passati e quelli, molti di meno, a venire. Il tempo acquisiva pesantezza, come pece scura che gli occludeva le vie respiratorie rendendogli difficile prendere fiato. Una rete intricata, le cui maglie potevano essere allargate, per ridurre la sensazione di soffocamento, solo grazie alla musica classica che riempiva quei profondi silenzi di periferia. Un vecchio allievo periodicamente bussava alla sua porta per portargli saluti e qualche presente, il vinile dalla copertina cerulea che in queste ultime sere Pavel Cermak sceglieva come amico e come cura era un suo regalo. “Corra il rischio di mettere per un po’ a riposo Schubert e Bach. Non abbia paura di ciò che non conosce, di ciò che non è già stato. Con affetto e riconoscenza. T.C.” – recitava il biglietto di accompagnamento. La puntina del giradischi iniziava a girare nel solco, era bastato sollevare la leva e poi abbassarla, come ogni volta, demolire le difese e i preconcetti. Gli alberi quasi spogli ondeggiavano nel rigido vento autunnale, il buio fuori non era ancora assoluto ma la lampada in soggiorno era già accesa, il chiarore flebile. Un incipit solenne sbriciolava enormi distanze spazio-temporali, la piccola stanza modesta diveniva all’istante cattedrale, sede di una funzione sacra, di raccoglimento. Gli strumenti entravano ordinati, uno alla volta per non rubarsi la scena l’un l’altro, per rispettare i ruoli e accentuare la forza del singolo come, infine, dello splendido amalgama risultante. Ecco le tastiere, violino e violoncello, e poi il pianoforte. Anche l’elettronica, strumento di presente e futuro, e pertanto visto con diffidenza, aiutava a strecciare la corda attorno al collo del signor Cermak offrendogli un ulteriore boccaglio dal quale prendere aria. Bastava chiudere gli occhi e scenari mutevoli si materializzavano, pescati da epoche distanti tra loro. La storia diventava tangibile, materia viva; migrazioni di popoli e diaspore, guerre, epidemie, colpi di stato e città abbattute e ricostruite. Gli archi fabbricavano trame dalle tinte perlate per dar voce alla malinconia. Pavel Cermark si aggrappava alle certezze come chiunque nutre timore per l’ignoto e ha la ferma consapevolezza di non poter più disporre di armi valide per ostacolare l’avanzata del tempo, per invertire il corso degli eventi. Lo sconforto era però teneramente attutito dall’affetto verso settant’anni tutto sommato privi di rimorsi ma, piuttosto, ricchi di emozioni, di avvenimenti, di sentimenti. Si stava incamminando verso una vecchiaia felice, era da riconoscere. La musica si alternava tra movimenti carichi d’intensità e altri in cui invece la leggerezza emergeva limpidamente, una fresca brezza a carezzare le calde guance dell’uomo.
La notte ora confondeva le sagome della natura al di là della finestra, l’oscurità era totale e il signor Cermak aveva reclinato il capo sul petto una volta che anche l’ultima nota si era dissolta nell’aria. Si era addormentato seduto, una spessa coperta addosso e un libro adagiato sulle ginocchia. L’indomani l’avrebbe guardato con amore, prima di rimetterlo al suo posto.

Federica Giaccani

2. Swans – To Be Kind

Data di Uscita: 13/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Dal libro di Υπηρέτης

Mi rivolgo a voi. E per mezzo di me anche Lei si rivolge a voi. Voi che sentirete le mie parole e vi darete ascolto. Voi che vi salverete quando Lei poserà lo sguardo alle vostre opere. Alle vostre vite. E con occhi pieni di temibile misericordia pronuncerà la parola. Υπηρέτης. Servo. Perché solo asservendovi totalmente al Suo volere sarete meritevoli di misericordia. Mi rivolgo a voi. Fratelli. Che ascolterete la mia parola. E attraverso la mia parola la Sua. E sarete timorosi. E chinerete il capo. E seguirete la Sua volontà.
Io sono solo un umile servo. Non ero nulla se non un peccatore. E niente della mia vita passata ha senso prima di quel giorno. Il giorno in cui Lei mi apparse come in un sogno che sogno non era. Come di veglia in un mondo senza giorno. E le ombre erano immobili alla luce tremolante dei falò.
Sono stato un peccatore. Nei lidi ai quali approdavo il calore era solo ebbrezza. L’amore era solo decadenza putrescente al fragile riparo di un obolo. La luce era solo rifiuto. La salvezza scorreva nelle vene sotto forma di veleno. La vita giaceva abbandonata ai piedi di sentieri di tenebra. Il tempo non esisteva in quei lidi. E Lei venne per condurmi in un porto di acque sicure. Mi apparve con le sembianze di un gabbiano dorato. E teneva nel becco una squamosa lucertola. Quella lucertola era la vita mia. Una vita di soli peccati. E come in un lampo. In un fragore solenne. Strinse la presa e la lucertola venne tagliata in due. Ed il suo sangue si riversò copioso sul mio capo. Mentre un dolore inimmaginabile mi prendeva tutto. Poi il sangue smise di cadere. Ed il gabbiano si posò davanti a me. Al suo fianco sinistro vi si trovava un feto a me legato. Dal suo equilibrio al mio. E sentivo la sua vita pulsare attraverso di me. Il dolore si placò e la sofferenza abbandonò le mie membra. E attraverso gli equilibri quella vita ancora da nascere faceva rinascere me. E potei sentire la Sua parola. E capii che ero stato salvato. E che dovevo incamminarmi per essere il Suo strumento tra gli uomini. Il gabbiano annuì. Mi ridestai da quel sogno che sogno non era. Mi addormentai in quella veglia priva del giorno. E mi ritrovai inginocchiato sulla via. Con in bocca il sapore del sangue. E davanti a me un frammento di quel sogno che sogno non era. Che mai ha respirato all’infuori di me. Che mai ha visto la luce se non attraverso i miei occhi. Il cui cuore non ha mai battuto se non nel mio.
Io non ho più un nome perché nessuno può chiamarmi se non Lei. Io sono. Υπηρέτης.

* * *

Peregrinavo. E incanutivo nel mio vagare. Una città di luci comparve davanti ai miei occhi. E potevo vedere uomini e donne perdersi in quello splendore che nascondeva lo squallore dei nostri tempi. Vedevo l’affaccendarsi di piccole creature così simili a me alla ricerca vacua del piacere. Che celebravano con riti pagani il totale asservimento all’edonismo. E vidi che la città di luci era in realtà la tenebra più nera. E capii perché Lei trovasse così ripugnanti le sue stesse creature. Creature che avevano rinnegato il Suo nome. E che si credevano liberi padroni del Suo Regno. Ed ecco che sentii la mia natura abbandonarmi per trasformarsi in collera. E nelle mie mani comparve un bastone di fuoco. E mi diressi verso la città di luci.
I peccatori mi deridevano indicandomi col dito. Si facevano beffe di me. Ma non mi feci fermare perché sentivo che il Suo volere stava per compiersi. E dal bastone che stringevo tra le mani uscirono lingue di fuoco che andavano ad abbattere coloro che ridevano di me. Che ridevano di Lei. E questi caddero riversi al suolo nel loro stesso sangue. Le luci si squarciarono di fronte al terrore suscitato dalla Sua potenza. E sentii Lei ridere attraverso la mia bocca. Mentre uno alla volta i peccatori precipitavano sulla terra che tanto amavano ma che non poteva dare loro la vera Salvezza.
Ecco. Io dico a voi che mi ascoltate che quella notte Lei ha condotto alla rovina la città di luci per mezzo del Suo servo. Perché il Suo giudizio è verità. E non c’è redenzione nella colpa. Non c’è speranza nel peccato. E la morte non sarà un sollievo per i peccatori che nell’assenza della Storia moriranno ancora infinite volte.

* * *

Non ci è dato sapere quando l’aria smetterà di scorrerci nelle vene. Ma il profeta ha sentito il Suo sussurro e sa che il proprio destino è stato tracciato sino alla fine. Un sentiero tortuoso. In mezzo alle spine. Sassi appuntiti. Bestie feroci. Infinite insidie. Perché Lei ha voluto saggiare l’obbedienza del proprio servo. E ha guardato a lui con occhio severo. Ed è stata con lui più intransigente. Ma quando giungerà il momento lo eleverà sopra tutti. Il Suo alito si poserà sul suo dormire. E lo avvolgerà il sonno eterno. Perché le labbra del profeta hanno reso Lei il giusto onore.
E voi che ascoltate le mie parole. Che sono le Sue. Anche voi non dovete temere la morte. Non abbiate paura di dire addio a questo mondo. La Sua volontà si compirà nel sonno. In una giornata privata del sole. E non stupitevi se non sarà un comodo giaciglio ad ascoltare i vostri ultimi sogni. Non disperatevi se qualche mercante di false speranze vi chiederà di rivolgere a lui le vostre ultime parole. Non angosciatevi se i vostri panni non saranno degni dell’occasione. Non piangete per lo scadere delle vostre ore da umili servi. Perché per voi Lei ha riservato il posto migliore nei cieli. Farà riecheggiare le Sue parole tramite la vostra voce per i secoli a venire. Vi vestirà con la Sua benevolenza e risplenderete di grazia sopra tutti gli uomini.
Prestate orecchio. Lei attraverso me vi ha parlato. Io sono. Υπηρέτης.

Dalle lettere di Υπηρέτης alla madre

Madre,
un sogno inquietante una notte ha turbato il mio dormire. Una visione terribile e rivelatrice. Mi sono risvegliata in un bagno di sudore. Nel terrore di una vita persa. Nel dolore di una morte improvvisa. Ti sono vicina. E spero che anche il tuo pensiero sia rivolto a me in questo momento. Tu che conosci bene la sofferenza di veder fuggire la vita cresciuta nel proprio grembo.
Piango con te Madre perché so di averti deluso. Perché so di non aver prestato ascolto ai tuoi avvertimenti. Ai tuoi consigli. Ho voluto seguire la strada che mi ha condotto lontano da te e dalla tua grazia. Ma mi sono persa. Imploro il tuo perdono per aver condotto una vita dedicata alla perdizione. Ho creduto di poter trovare la salvezza nel veleno. La libertà nella lontananza da ciò che ero. Nella lontananza da te. L’amore in letti sconosciuti. Ero convinta con una certa arroganza di poter bastare a me stessa.
Ma una notte un sogno mi ha risvegliato. Ho perso tutto. Non ho più niente. La vita nel mio grembo si è spenta nel sangue delle mie colpe. E sono sola. Questo mondo non conosce che cosa sia l’amore. E’ l’uomo stesso ad allontanarlo da sé per poi rimpiangerne l’assenza. Che cosa ci meritiamo se non tutto il male che procuriamo a noi stessi? Che pietà cerchiamo quando siamo i primi a non concederla? Siamo peccatori senza redenzione. Siamo costantemente alla ricerca del dolore per poter compatire la condizione che noi stessi abbracciamo.
Madre. Tu solo puoi capire le mie lacrime. Tu solo puoi asciugarle. Io non permetterò più a me stessa di affogare in questa feccia. Non ricercherò più un barlume di luce nei sentieri di tenebra. Troverò la forza di liberarmi dal giogo delle mie colpe. Se solo troverai la forza di perdonarmi. Se solo riuscirai a passare la tua mano tra i miei capelli come facevi un tempo cercando di preservare la mia innocenza. Quando ancora infante io ti amavo senza saperlo.
Mi ritrovo ora nel deserto. Tra luci accecanti e suoni falsi. Mentre l’umanità che mi circonda si affanna a vendere la propria anima demolendo il tempio che la contiene. Come io ho fatto un tempo. E mi accorgo che non sono mai stata così sola.
Madre. L’uomo non merita alcuna pietà se non è capace di risollevarsi da solo. Deve perdere tutto per rendersi conto che già prima di raggiungere il fondo non aveva niente. Le genti mi deridono per il mio aspetto. Per le mie parole. Per i miei avvertimenti e per la mia storia. L’uomo che brancola nel buio del peccato è convinto di essere forte. Ma l’uomo non è forte Madre. E se ha bisogno di un segno per capirlo io darò all’uomo questo segno. Distruggerò queste luci. E illuminerò la sua fragilità. Altro non siamo che debole carne. E basta un nulla per ritrovarsi al suolo in mezzo al sangue. Farò vedere a questi peccatori quanto è fugace la nostra esistenza se non siamo in grado di discernere ciò che illumina da ciò che acceca.
Distruggerò la città di luci per dimostrarti che sono cambiata. Ma dammi un segno della tua presenza.
Amami ancora.

* * *

Madre.
Questa sarà la mia ultima lettera. Perché è giunta la mia ora. Io ti amo. Amo te e te soltanto.
Un mercante di false parole è venuto a chiedermi se volessi rivolgermi al suo dio per implorare perdono. Ed io presa dalla rabbia ho voluto strappargli gli occhi. Perché è già cieco. E non ha visto che io sono già stata salvata. Mi hanno percosso ancora e ridotto il mio corpo in sterili macerie. Non riusciresti più a riconoscere il mio volto Madre. Mi hanno denudata. Inflitto dolore alla mia carne credendo che così facendo mi sarei sentita punita. Ma non ho dato loro alcuna soddisfazione perché tanto io lo so che devo morire. E la mia lingua ha cantato salmi di gioia perché seppur piangendo per le ferite sulla mia pelle non ho sofferto. Io solo per la tua mancanza soffro.
Madre. Sii sempre gentile con chi ti chiede una carezza. Ed anche se non mi rispondi io so con certezza che tu ci sei. E mi osservi. Mi osservi vero? Perché mi manchi tutti i giorni. Lo vedi che sono diversa? Lo vedi che ora puoi amarmi? Amami anche solo per un secondo. Per quel secondo prima che il loro odio venga iniettato nel mio corpo. Per quel secondo prima che il mio cuore smetta di battere. Per quel secondo in cui dormirò e non mi accorgerò di nulla. Distesa su uno scomodo giaciglio artificiale al quale mi legheranno. Come vengono legati i capretti prima di essere macellati. Come vengono imbrigliati i cavalli prima di essere soppressi. Ma per quel secondo. Per quell’immobile secondo. Pensami.
Addio Madre.
Amami ancora.

Pietro Liuzzo Scorpo

3. Loscil – Sea Island

Data di Uscita: 17/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Le città non sono mai abbastanza grandi, quando siamo in cerca di evasioni.
Le città non sono mai abbastanza intime, quando siamo in cerca di calore, di un abbraccio.

Le feste erano da poco cominciate a Vancouver; in quelle giornate tutte uguali di assoluta libertà ma anche assoluta ripetitività, vagavo come un povero cane che aveva smarrito la via di casa. I saluti e gli auguri agli amici in partenza apparivano talmente distanti da percepire falsato il flusso del tempo, le ore si erano nel frattempo allungate, sfibrate, moltiplicate. Avere a che fare con la solitudine in una città vittima di un ricambio di volti, via i residenti – benvenuti turisti, era a suo modo destabilizzante. E non fosse stato per l’inatteso vento sferzante, sarei corso a guardare il mare accovacciato su una banchina, con gli occhi fissi all’orizzonte e una busta di pistacchi incastrata tra le gambe, i movimenti delle mani meccanici per sgusciare i frutti e portarli alla bocca, l’udito vigile per cogliere ogni sussulto.
Qualche falcata veloce per divorare in fretta la gradinata d’ingresso, e trovai presto rifugio tra le sale della Galleria d’Arte, uno di quei posti elencati nella wishlist del visitatore modello, ma snobbati e sottovalutati da qualsiasi residente, con l’alibi di “tutto il tempo del mondo davanti”. Le aspettative non rientravano nemmeno lontanamente tra le prerogative del caso, piuttosto lo scopo era sopravvivere al freddo, e alla noia. Con le cuffie dell’audioguida alle orecchie, con l’intento di calarmi il più possibile nella poetica delle opere esposte, sfilavo rapidamente davanti a teche contenenti gioielli esotici, istallazioni surreali di poco fascino, imitazioni di preraffaelliti. Quando capitai in quella stanza completamente bianca, illuminata da affilate fessure tra il parquet in rovere sbiancato e le pareti, trasalii emettendo una specie di goffo gemito, tant’è che la signora addetta alla sorveglianza mi fulminò con un’espressione di sdegno, di rimprovero. Lo scenario sembrava estrapolato da un film in bianco e nero, anche le fotografie che campeggiavano sui pannelli raffiguravano mondi in scale di grigio, e la donna canuta seduta all’angolo vestiva un tailleur color antracite. Per un attimo provai vergogna per il mio cappotto blu, ma soprattutto per la sciarpa scarlatta. Evidentemente era un azzardo. Tentai di accantonare l’imbarazzo, mentre la voce registrata aveva preso a narrare la storia strappalacrime di quell’artista straordinario che stavo scoprendo allora, per la prima volta. Si trattava di un uomo già avviato sul sentiero della vecchiaia, una specie di eremita contemporaneo sordomuto, in un’isola remota, chissà dove nel Pacifico. Un avventuriero canadese ci era approdato dopo una strana combinazione di eventi, e per mia fortuna aveva riesumato velleità da mecenate, non appena l’anziano uomo gli ebbe mostrato una serie di immagini scattate sulle rive di quel luogo indefinito, all’indomani di una violenta tempesta. Non aveva altro modo per esprimersi, se non le istantanee, che fissavano indissolubilmente squarci di rovine naturali e litorali sfigurati. Tuttavia, tanta era la potenza delle fotografie davanti a me, che quasi udivo il verso stridulo dei gabbiani assiepati sulla battigia e lo sciabordio delle onde scomposte, percepivo l’odore salmastro, avvertivo la consistenza del legno umido, riversatosi a terra per i marosi.
L’impulso nel voler dar voce a quelle storie visive venne da sé, per tramandare una narrazione che altrimenti sarebbe rimasta confinata tra le mura della galleria o poco più, o ingiustamente taciuta. Un complicato scambio epistolare tra me, il vecchio esule e i curatori dell’esposizione terminò con un aperto lasciapassare, e totale carta bianca. L’epifania era già avvenuta, dal primissimo istante. Ricreare un isolamento, una tempesta artificiale e i suoi effetti, uno sfondo asettico come quella sala qui a Vancouver, pronto per essere inondato, deturpato, e infine lasciato solo nella sua quiete. Il compito era ancora più semplice, in una città di mare in cui bastava un ponte per raggiungere un’isola, e dimenticarsi, con grande sforzo d’immaginazione, che accanto alla natura selvaggia coesisteva un aeroporto. Sea Island era lì.
Il racconto attinse da registrazioni ambientali, ma allo stesso tempo si snodò attraverso minuziose melodie di archi, pianoforte e trame elettroniche. L’inquietudine e la pace convivevano armonicamente, non facevano che passarsi la palla, ammiccarsi e succedersi attraverso offuscamenti e bagliori palpitanti. L’acqua affiorava in superficie, la si sentiva avanzare e ritirarsi, lambire i contorni di ciascuna presenza. Il suo rumore non svaniva mai del tutto, si faceva pesante quando impregnava i tronchi morti, si trasformava in leggero ed evanescente quando evaporava sfumando la linea di orizzonte. Volevo riservare cura estrema al dettaglio, rendere al meglio le suggestioni avute grazie ai chiari scatti dell’uomo. Dedicai l’episodio più cristallino a Iona, oasi ancora vergine da interventi invasivi, ed edificai un crescendo di campanelli su fondo etereo, fino al pulsare della materia liquida. A più riprese intervenivano voci e sussurri, ad amplificare sensazioni vagamente sinistre e nostalgiche. La complessità emotiva rappresentava intrecci di luci e ombre, angoli quasi primitivi e incontaminati che appaiono nella loro drammatica autenticità anche in seguito a mareggiate.
Il direttore artistico della Galleria d’Arte fu entusiasta del risultato, e anche l’avventuriero grazie al quale le opere dell’anziano fotografo erano sbarcate a Vancouver si profuse in complimenti e parole di riconoscenza. Di lì in avanti il connubio di immagini e musica intraprese un viaggio intercontinentale, un divenire di tappe per portare la Natura assoluta dove non vi è mai stata, o dove purtroppo è scomparsa.

Le città non sono mai del tutto ostili, quando esiste un mare ma anche una riva che ti consentono di ritrovare l’essenza delle cose.

Federica Giaccani

4. Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra – Fuck Off Get Free We Pour Light on Everything

Data di Uscita: 21/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

La casa aveva pareti spesse e solide, quei muri vecchi eretti da maestranze esperte e rigorose, la famosa operosità eccellente del passato. Da bambino supponevo ci fosse un nesso diretto tra la stabilità degli edifici e quella delle famiglie che in essi abitavano e vedevano succedersi le generazioni: costruzioni ben piantate a terra, dai paramenti consistenti, potevano presentare dei minimi difetti, delle imperfezioni quasi irrilevanti, eppure rimanevano imperturbabili ad eventi esterni di ingente entità, resistevano malgrado malevole sollecitazioni. Parimenti, le famiglie di un tempo traevano la loro forza dalla coesione e dalla solidità delle loro basi, da legami di sangue che – spontaneamente – sarebbero bastati di per sé a vincere qualsiasi naturale difficoltà avesse osato insinuarsi.
Tuttavia un limite c’era, e non serviva un’intelligenza spiccata per accorgersene. Bastava mettere da parte l’inguaribile ingenuità della giovinezza e sgranare gli occhi il più possibile dinnanzi allo stato delle cose. Questi meccanismi così apparentemente ben congegnati erano tanto resistenti quanto dotati di precisi punti deboli atti a smascherare le labilità. Fragilità recidive, errori persistenti, talvolta crisi esterne e indipendenti dalla volontà del singolo, fungevano da detonatori di dinamite, e di lì a poco la crepa che ormai si era aperta sarebbe soltanto andata allargandosi, presagendo macerie. La ricostruzione poi nessuno l’avrebbe ritenuta impossibile a priori, certo è che il lavoro da fare sarebbe stato cospicuo, la lena da riversarvici senz’altro indispensabile.

Il tacchino si stava rosolando nella pentola sul fornello, la mamma arrancava con crescente fatica e l’anca ormai arrugginita nel nutrire le fauci dell’enorme camino in mattoni con la legna umida raccolta il giorno prima da Thomas nel bosco. Marie friggeva le uova strapazzate per la nostra tardiva colazione. Fuori l’inverno era piombato di netto su ogni cosa, cristallizzando lo strato superficiale delle pareti, congelando i ruscelli, stendendo tappeti ghiacciati su strade e marciapiedi. Un inverno definitivo e risoluto. Sembrava un giorno come un altro, Marie ed io facevamo il possibile per farlo apparire così, se non altro agli occhi di nostra madre, la cui vecchiaia sopraggiunta all’improvviso e abbondantemente anzitempo non permetteva vistosi sbalzi d’umore, né sorprese. Un basso profilo sostanzialmente appiattito sulla quotidianità era la cura migliore, persino più efficace della lunga lista di ansiolitici che il dottor Huber, nostro vicino di casa e farmacista del paese, aveva appuntato con lodevole premura nell’ultima ricetta prescritta.
Thomas aveva perso il lavoro da qualche mese, era un discreto elettricista ma la piccola ditta che lo aveva assunto aveva chiuso i battenti dopo un lungo periodo di attività stentata; Montreal era così divenuta troppo dispendiosa per le sue tasche ormai semivuote, i risparmi che era riuscito ad accumulare col tempo non bastavano per metterlo al riparo da un costo della vita di città oggettivamente insostenibile. Era dunque tornato in paese, a vivere con la mamma e me e Marie, ancora alle prese con gli studi del liceo. Jerome – il maggiore tra noi quattro – era l’unico a non avere grosse difficoltà economiche, gestiva due locali a Montreal alternandosi tra un bar del centro il giorno, e un rinomato ristorante di sushi la sera; praticamente aveva rinunciato ad avere una vita sociale, di contro non avrebbe mai patito la miseria. Mi chiedevo chi di noi stesse davvero vivendo la vita che aveva sperato per sé; in realtà nessuno, si trattava solamente di valutare quale fallimento risultava più facilmente tollerabile. E abbellire ogni giorno le sventure coi colori caldi delle gioie semplici, una passeggiata al parco, una telefonata, un film da guardare sul divano, una tazza di cioccolata calda. D’altra parte non eravamo ancora sprofondati in un oscuro baratro senza ritorno, ci si armava di pazienza e leggero disperato ottimismo, si andava avanti.

La casa aveva pareti spesse e solide, la mia famiglia l’aveva acquistata troppo tempo addietro e accudita con l’amore che si riserva soltanto a pochi eletti. Qualche anno fa, e io e Marie eravamo ancora piccolini e poco consapevoli per averne memoria accurata, una crepa si era venuta a formare lungo uno spigolo, erano scaturiti i primi dissesti, e la stabilità globale rischiava di venire irrimediabilmente compromessa: nostro padre venne arrestato una sera d’estate, tentato omicidio ai danni del suo ex socio in affari, il quale stava cercando di fare il furbo fregandogli tutti i risparmi e fuggendo col malloppo nella costa Ovest. Inutile dire che da lì in poi si innescò una reazione a catena, i soldi che mancavano, la depressione e l’ansia di nostra madre, i sacrifici di noi tutti, l’unità familiare in bilico.
Oggi papà sarebbe uscito di galera, ma alla mamma abbiamo impedito sin da subito di tenere il conto dei giorni, dei mesi, degli anni; abbiamo lavorato sodo per instillarle un certo nuovo equilibrio, per costruire un sostegno congiunto al riparo delle attese e contro una vita condotta in nome di un unico scopo che sarebbe stato incontrare di nuovo suo marito. Col tempo c’è stata la riappacificazione nonostante il crimine, c’è stato il perdono: è impossibile dimenticare cosa significa essere una famiglia, nonostante tutto. Essere una vera famiglia è la fortuna più grossa che ci sia capitata, e da lì soltanto si poteva compiere una ripartenza, una specie di ricostruzione delle mura dissestate dalle macerie.

Thomas accende il motore dell’auto e una nuvola di vapore sbuffa da terra, per contrasto con il suolo ghiacciato; lentamente la condensa nei finestrini si dirada mentre io e Marie aiutiamo la mamma a salire, non senza aver faticato a convincerla che il tacchino sarebbe stato buono anche riscaldato la sera. Jerome ci avrebbe aspettati a Montreal, davanti all’ingresso del carcere, a riprenderci nostro padre. Thomas infila un disco nel lettore cd prima di inserire la chiave nell’accensione e ci tiene a spiegare che per oggi ci vuole della musica seria. Mi passa la custodia dell’album da riporre nel cassetto ma l’immagine che vedo mi attrae, un bagliore quasi accecante campeggia al centro di una scena in bianco e nero dai toni caldi, Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything. Mi sembra l’augurio più calzante, oggi, e mi sorprendo a prestare attenzione già alle note che, dirompenti come un’esplosione inattesa, invadono l’abitacolo. “Non fate i coglioni voi due, sì Marie dico a te, e anche a te” – tuona Thomas toccandomi la spalla prima di impugnare la leva del cambio. “Questi ragazzi sono di qui e cantano e suonano per noi, parlano di noi tutti. Non fate gli sfigati che non ascoltate giusto perché siete incastrati con l’hip hop e i bambinetti sbarbatelli da boyband!”
Tuoni, rock gridato tra deliziose incursioni di archi, una cavalcata selvaggia, passione e disperazione.
That what we want will never be
In between we fuck and dream at living free again

Thomas urla sopra le voci del gruppo e batte con foga il tempo sul volante. Nei testi sono racchiuse le disgrazie della gente comune, la rabbia politica, i disagi sociali; le voci si fondono e si compenetrano, al pari del binomio dicotomico tra impeti di batterie e chitarre graffianti e le carezze tiepide di violini e contrabbasso. Rock e folk, e post-rock.
All we want is what we’ve owed
We’ve all of us carried this load

I colori sono scurissimi, poi arrivano piccole parentesi di dolcezza e poi la luce da tanto bramata.
“What we loved was not enough
But kiss it quick and rise again
(the day has come when we no longer feel)”

La mamma tace ma non appena riconosce il tragitto, percorso ormai tanti anni addietro ma mai scalfito nella memoria, serra un istante gli occhi e stringe la mano di Marie, seduta accanto a lei nel sedile posteriore; mantiene uno sguardo appartentemente assente e superficialmente posato sulle strade e gli edifici che ci sfilano accanto, mentre la musica diventa più scarna e riflessiva.
Thomas parcheggia l’auto e si ferma, Jerome è già arrivato e ci aspetta, scendiamo silenziosamente con la forza e la speranza che illuminano un nuovo inizio.

Federica Giaccani

5. Ben Frost – A U R O R A

Data di Uscita: 26/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

“Non avrai altro Dio al di fuori di me.”
Sembrava impossibile crederci, o almeno così appariva a me, miscredente impenitente.
Rifuggivo la religione come fosse un’appestata, per coerenza a convinzioni radicate in anni e anni di esperienze, per testardaggine col tempo tatuata addosso. Lui, un dio terreno e immanente, stava tessendo tappeti sonori ai confini del mondo, mescolando luci e tenebre, synth bianchissimi e nere percussioni, il bene e il male.
La pelle indurita dal peregrinare per le dure terre dei Carpazi, i graffi di lupi e le escoriazioni di vetri rotti richiedevano tempo necessario come minimo a ricucire le ferite e riappropriarsi della forza primordiale per governare il mondo. La guarigione era quantomeno necessaria per intraprendere una nuova missione tanto impegnativa quanto epica.
Egli cercò il ritorno in Patria, perché sì il culto prevede l’universalità della risposta, ma le basi per irrobustire una certa dottrina impongono concentrazione e dedizione assolute; protetto da terreni di nota asprezza, sapeva bene dove scovare insolite fascinazioni e i segreti di reazioni chimiche debordanti, al riparo da qualche curioso disturbatore che di tanto in tanto andava accenando incursioni per verificare coi propri occhi anziché credere senza riserve. A quanto pare San Tommaso non era soltanto un biblico ricordo.
Di contro, erano anni che dinnanzi a Lui avevo imparato a plasmare la mia Weltanschauung. Cieca fiducia e totale abbandono. Attesa paziente, congiunta a simili attese disseminate per i continenti, silenti ma conscie di trovarsi in stasi apparente, ché era questione di giorni – se non di ore. Quando il momento arrivò, nessuno seppe se la gioia stesse superando la sorpresa, o meglio ancora lo stordimento; in questa religione le epifanie scuotono l’anima tanto quanto il corpo, non vi è modo di farsi coinvolgere spiritualmente senza avvertire le membra possedute da tale forza (sovran)naturale.
Le percussioni battevano impazzite come ingrediente inedito in una tavola periodica già satura di elementi pre-combinati e lasciati reagire in giochi di esplosioni metalliche e parentesi di quiete destinate a essere spezzate all’improvviso. Sembrava che il nostro demiurgo avesse imbastito un dialogo complesso tra la natura e suoi derivati; talora il confronto prendeva pieghe drammatiche tramutandosi in disputa e mostrava le due parti battersi strenuamente per avere una certa rivalsa, altre volte si conveniva presto a un accordo spontaneo, fatto di trame dense e fitte, di avvolgimenti reciproci e passaggi di palla armoniosi.
Il rito pagano aveva luogo alle pendici di un vulcano, ma aveva richiesto un cammino impervio per guadagnarsi la meta agognata, tra sbruffi di geysers e distese lunari. Non bastavano quindi le cicatrici avute come pegno dalle imprese passate, la catarsi andava completamente portata a termine. E a quel punto egli si trasformò in un sapiente direttore d’orchestra, facendo imbracciare gli strumenti musicali alla natura stessa, la quale si prodigò in una miriade di declinazioni sonore da lasciare tramortiti, sovrastati, affascinati. Gli acciai affilati innestavano tagli netti alle superfici rugose di rocce e terre più morbide, piogge di lapilli iniettavano il cielo di materia incandescente su musica battente dalle derive industrial e il ruggire delle lamiere. Si palesarono due aiutanti, eletti prescelti per potenziare ulteriormente la funzione: frustavano tamburi con violenza liberatoria e occhi chiusi, incarnando, in danze convulse e tribali, il cuore pulsante del centro della Terra. Intorno era tutto un andare e venire di coordinazioni e asincronie, di sublimi contrasti tra atmosfere sintetiche che lambivano i territori della techno e soavi aperture riappacificanti, rintocchi di campane lontane. In un simbolico moto ascensionale ci si andava nutrendo di sussulti infernali oscuri, animaleschi, di cenere grigia che sporcava qualsiasi accennata melodia con substrati gracchianti, di ghiacci acuminati, mentre il climax in progressione si stava dirigendo furioso verso il suo acme a lungo desiderato.
L’Aurora deflagrò nella volta celeste, stupenda e commovente, abbracciando di un chiarore bianco e vitreo tutti noi al cospetto. Gli sguardi fissi in alto per rapire una ad una tutte le sfumature, pupille affamate e ingorde, finché arrivarono al punto in cui la luce divenne davvero accecante e oscurò di colpo retina e campo visivo, ché rivelazioni come quelle sono irripetibili e hanno comunque un prezzo da pagare, anche caro. A single point of blinding light.
Rimasero le emozioni, a fatica comunicabili a parole ma ancora saldamente vive nello stomaco impregnato di meraviglia e di turbamento, nel tremore delle mani, nella pelle d’oca, nella memoria colpita affondata e riempita, nel cuore devoto.
E quando ci chiederanno le ragioni che sottendono la resa incondizionata sapremo tutti avvalerci dell’ineffabilità della fede. Sola fide.

Federica Giaccani

6. Kangding Ray – Solens Arc

Data di Uscita: 24/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lo stridore di una frenata disperata, segni delle gomme sull’asfalto nel tentativo estremo di evitare lo schianto, lamiere accartocciate, un orrorifico scenario che precludeva la benché minima possibilità di salvezza.
Dmitri era intrappolato tra i resti della sua auto, aveva visto senz’altro tempi migliori quella berlina riadattata e rimessa a nuovo ad ogni incidente. Piet, rivale nella notte appena trascorsa, era spirato all’istante nella morsa della macchina da corsa presa in prestito dal cugino. Una gelida alba rischiarava il cielo plumbeo, un flebile raggio di luce fredda trafiggeva la coltre di nubi illuminando la scena come una cinepresa collocata a una distanza siderale. Una strada diritta, la neve, i boschi intorno e quell’odore pungente di urina, una triste libertà espressiva di un corpo ormai andato. Il sangue gocciava sulla candida coltre che copriva i campi, altro era schizzato come vernice al momento dell’impatto. Silenzio mortifero assoluto, fatta eccezione per il gracchiare fastidioso di uno sparuto stormo di uccelli tra le fronde degli alberi.

Dmitri era un uomo avvezzo al rischio. Cresciuto nella povertà radicata di un non bene precisato Stato nell’Europa orientale, aveva perso entrambi i genitori a causa di un’epidemia scaturita dalla miseria; gli zii erano riusciti a fuggire dalla campagna anni addietro grazie alla loro lungimiranza, piccoli risparmi accumulati nel tempo permisero loro un riscatto e una casetta al caldo, in un paese di nemmeno cinquemila anime. Incapaci ad avere figli propri, si offrirono spontaneamente di accogliere lui e suo fratello maggiore, e di crescerli con amore. Malgrado gli insistenti tentativi, Dmitri non era fatto per studiare; con un’istruzione zoppicante, l’unico modo per raggranellare un po’ di spiccioli era accettare lavoretti di fortuna. Goran, più grande e più saggio, era dotato di un’indole forgiata al sacrificio: sapendo bene che i guadagni sarebbero arrivati col sudore e la dedizione, aprì un forno in cui produrre e vendere il pane, e il negozio divenne ben presto un porto sicuro anche per quello scavezzacollo di Dmitri, qualora restasse a secco tra le ore passate ad aiutare il meccanico del paese, e quelle perse fumando sigarette per strada mentre si bullava coi ragazzini delle scuole.
Quando entrò nel giro delle corse clandestine, e delle scommesse, nessuno si stupì. Non era prevista redenzione per un uomo votato alla nullafacenza. Il tempo trascorso con mani e abiti sporchi d’olio a imparare i segreti delle macchine veniva se non altro ripagato, Dmitri si divertiva e aveva occasione di sfoggiare il suo ego, i soldi fioccavano con una semplicità sorprendente. Le sere in cui non gareggiava, si recava nel capannone dismesso di proprietà di conoscenti a bere liquori pregiati e ascoltare musica techno industrial di importazione tedesca, uno di loro era emigrato a Berlino ma di tanto in tanto tornava a casa portando con sé vinili e aneddoti da condividere tra casse di alcolici e cicche. Scoprì che quella musica gli era congeniale per prepararsi psicologicamente alle sfide, i pezzi tirati – quasi ballabili – gli pompavano l’adrenalina nelle vene. S’infilava i guanti in pelle fissando la propria immagine sullo specchietto retrovisore, un volto scavato e costellato di imperfezioni e cicatrici, gli occhi piccoli iniettati di sete di vittoria; il piede batteva nervoso a terra, tra i pedali, mentre i bassi picchiavano a martello dalle casse dell’auto, scurissimi, come le strade perdute in cui andava ogni volta a giocare con la sorte. Per i giri di ricognizione, prima degli incontri, prediligeva brani più rarefatti e sospesi, che gli lasciavano spazio a sufficienza per concentrarsi sull’obiettivo e sgombrare la mente da eventuali fremiti d’insicurezza. I suoni sapevano di asfalto, di macerie, di paura, di brividi; marce cattive e desolate da ascoltare come un rituale, di corsa in corsa, per scrollarsi di dosso i fantasmi e le ferite delle competizioni precedenti e arrivare pronto a destinazione, e premere ancora una volta il gas verso l’ignoto. Aveva sempre riportato a casa la pelle, e nonostante i tentativi di dissuasione da parte di Goran che non si dava per vinto era lì, di nuovo, a scommettere se stesso. Sfrontato e spaccone, segretamente aveva chiara la percezione del rischio, e gli piaceva.

Nell’aurora di ghiaccio di un giorno qualunque, Dmitri guardava neve e alberi dal filtro sporco della ragnatela di vetri semirotti, nella sua berlina in bilico. Il respiro affannoso non avrebbe retto a lungo, sperava che fissando immobile le cime dei pini avrebbe congelato il tempo, in attesa di soccorsi.
Cinquanta chilometri a Ovest, alle porte del centro abitato più vicino, un falegname stava affastellando la legna sul camion prima di mettersi in viaggio per la consegna, attraverso il bosco.
Chissà se avrebbe fatto in tempo a salvarlo.

Federica Giaccani

7. Mogwai – Rave Tapes

Data di Uscita: 20/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Clepsamia

Camminava. Un passo dopo l’altro. Un piede avanti all’altro. Sequenzialmente. Pedissequamente. Dietro alla vacuità della giornata. Assecondando l’assenza di colori di un cielo immobile. Specchio perfetto del nulla. Immagine nitida del niente. Se avesse dovuto elevare una preghiera ad un dio nel quale non credeva avrebbe detto una sola cosa. Fa’ che l’apatia non mi porti via.

La strada
Le vetrine dei negozi. Il cicaleccio pomeridiano invadente. Mozziconi da unire con linee immaginarie per formare contorni spezzati di figure inventate. Qualche pozzanghera tenta vanamente di essere macchia di Rorschach. Riflette un continuo andirivieni di vite. Si spezza la superficie calpestata. Assume una nuova forma. Ma ancora macchia di Rorschach non è.

I piedi si fermarono. E percepì nitidamente quella sensazione fastidiosa di essere vincolato al suolo. La Terra conficcata nei piedi. La piattezza di un’esistenza da bipede. Costretta a due soli gradi di libertà. Immaginò di vedere la città e le strade dall’alto. A volo d’uccello. E prima che potesse prendere coscienza dell’inutilità di quel pensiero entrò nel negozio di orologi.
L’uomo del tempo non aveva età. Impossibile quantificare gli anni che aveva trascorso in quel piccolo negozio. I capelli chiari. Sembravano cambiare colore al minimo movimento. Ora bianchi illuminati da un filamento incandescente in un bulbo vuoto. Ora biondi alla luce diffusa dalla coltre di nebbia che avvinghiava i tetti ed i palazzi. Gli occhi. Ora facevano trasparire una saggezza rara. Ora l’energia di un bambino alla fine della scuola. Quando l’estate è appena cominciata. I movimenti. Ora lenti e precisi chinato su ruote dentate e molle. Ora veloci e decisi a riordinare il tavolo da lavoro.

Il negozio di orologi
L’atmosfera del piccolo negozio. Calda. Come il legno. Lo spazio riempito dal lavoro di quell’uomo. Le pareti così piene da non poter dire di che colore siano. Non un singolo scaffale lasciato a sé stesso. Niente è vuoto. Una clessidra contenente sabbia in entrambe i bulbi. Assenza di mancanze. Pienezza confortante.

L’uomo del tempo alzò gli occhi su di lui. Lo fissò per qualche istante. Ma lui non si sentì inquisito. Non ebbe difficoltà a reggerne lo sguardo. Si sciolse in un sorriso appena accennato ricordando l’insolita felicità di un ricordo sconosciuto. Per niente distinto. Sono qui per l’orologio. Poche parole. Una meta precisa. Un desiderio univoco. L’uomo del tempo non disse nulla. Aprì un cassetto e tirò fuori quello che l’uomo di fronte a lui voleva. Glielo porse. Le lancette erano immobili. Segnavano le sette e trentasei. Di sera. Ma questo solo lui lo poteva sapere. Le lancette erano immobili. Laddove se le ricordava. L’uomo del tempo tornò a chinarsi sul proprio lavoro.

Il bagno degli uomini
Odore di neutralità. Azzurrino spento. Lo stesso odore delle piastrelle rettangolari che incorniciano gli orinatoi. Tirati a lucido. Un alone di igienizzazione sterile. Lavabo di ceramica. Rubinetto e fotocellula. Piange copiosamente all’idea di una carezza. E si interrompe quando la mano è ormai lontana.

Uscì dal bagno e si avviò al bancone. Ordinò un caffè. Guardò l’orologio appena recuperato dall’uomo del tempo. Le sette e trentasei. Di sera. Ne era certo. Distolse l’attenzione delle lancette. Il barista gli pose davanti una tazzina contenente il nettare nero. Ne assaporò l’oscurità. Ne odorò l’amarezza. Perse lo sguardo nel vapore che saliva in lente spirali. Se avesse dovuto elevare una preghiera ad un dio nel quale non credeva avrebbe detto una sola cosa. E’ ora.

La strada
Ora il buio. Ora il cono di luce di un lampione. Il silenzio rassicurante della sera. L’odore di aria fredda. Vetrine illuminate nel silenzio dei negozi ora chiusi. Ora il semaforo lampeggiante. Sporadiche macchine sulla strada. L’odore dell’aria fredda e secca. Un cielo rischiarato dalla mancanza di nuvole. L’incrocio al quale svoltare per tornare a casa.

Si fermò un istante. Guardò l’ora. Le sette e trentasette. Si fermò a guardare il cielo. E’ ora.

Pietro Liuzzo Scorpo

8. Gidge –  Autumn Bells

Data di Uscita: 23/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

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tornavo ogni sera ad immergermi nel verde, quando la Luna sorrideva complice e niente di quel che mi rendeva me stesso, abitudini, manie, ricordi, poteva seguirmi. Lasciavo dietro alle mie spalle, nude, l’idea che gli altri si erano fatti di me, e girandomi davo un nome a quel simulacro pallido che tutti noi dobbiamo vestire per la maggior parte della nostra vita: timore. Di non essere all’altezza o di non rispettare i confini. Di avanzare nello spreco, di lasciare accese poche luci al nostro passaggio. Ed allo stesso modo in cui nella nostra vita al di fuori della natura dobbiamo vivere vincolati dai numeri e dalle circostanze, non possiamo spiegare ad un riccio cosa sia la povertà di contenuti, o ad un ago di pino che ci accarezza sull’avambraccio cosa sia il concetto di precedenza.
Entravo attraverso una porta rampicante dove le spine erano rivolte verso l’interno, aperta da una chiave che si materializzava nella mia mano ogni volta che riuscivo a dare un nome all’oggetto della mia ricerca. Capitava spesso che questo desiderio fosse semplicemente una domanda leggera e galleggiante che non entrava nel mio profondo, come una mano che sfiora la superficie di una fontana senza increspare l’acqua. Una richiesta non essenziale per continuare solo a vivere, come molti, ma indispensabile per respirare nel modo in cui lo intendono i poeti.
Trovavo la risposta all’interno di una mappa erbosa, dove gli alberi abbracciano la terra grazie a radici millenarie. Una regione senza nome, perché i confini e le demarcazioni sono inventati dagli uomini che hanno perso l’orientamento, che devono tracciare su un pezzo di carta la gloria delle loro gesta. Gli unici colori che le foreste si ricordano sono quelli del muschio, delle foglie che cadendo suonano come le campane d’autunno, mentre si dimenticano facilmente di quelli dietro quei simboli di divisione che sono le bandiere.
Ti ho riconosciuta in una notte di foschia, una delle più limpide che i miei occhi abbiano mai visto. I riflessi limacciosi delle pietre si diffondevano nella nebbia e sembrava che una tempesta di sabbia si fosse appena sollevata. Sei uscita dall’erba alta, nuda sotto una veste bianca, e ti sei immersa fino alle ginocchia nell’acqua del torrente. Dietro i capelli biondi la tua schiena aveva lo stesso rilievo della corteccia di un albero. Era un tratto mimetizzante con il quale ti confondevi in mezzo agli altri alberi, ed io mi resi conto di averti vista centinaia e migliaia di volte senza distinguerti.
I tuoi gesti erano quelli di una persona forte delle proprie convinzioni, ma quando ti guardai negli occhi vidi per un attimo la fragilità di chi si era fatto le mie stesse domande.
Mi bastò quel frammento di storia per capire che si può conoscere una persona anche senza sapere la via in cui abita, il suo secondo nome, o la prima parola con cui ha salutato questo mondo.

Filippo Righetto

9. Fire! Orchestra – Enter!

Data di Uscita: 26/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per entrare in un culto esoterico sono molte le cose da abbandonare, quasi tutte le cose vecchie, i pensieri, le persone e molto spesso anche la propria anima. Poi bisogna sentire che tutte le cose vecchie sono andate via, che la propria vecchia anima ha abbandonato la propria sede immateriale.

Noi imparammo a vorticare come i dervisci da ragazzi, quando anziché ascoltare la musica dei nostri coetanei, per intercessione della nostra vaghezza e del nostro incomprensibile distacco, iniziavamo a dimenarci e a roteare al ritmo del sax tenore di Ornette Coleman. Ma altro non posso dire, altrimenti la segretezza del nostro ordine verrebbe sciolta e diverrebbe una normale setta accessibile a qualsiasi esaltato.
Alcuni di noi facevano parte del grande popolo ormai distrutto degli Inuit e i loro gorgheggi facevano danzare i pesci nei fondali delle acque ghiacciate e rendevano gli orsi bianchi innamorati. Altri invece venivano dall’altro grandioso popolo devastato degli aborigeni australiani che con le loro danze evocavano gli spiriti attorno ai fuochi. La maggior parte però erano volgari europei. Una volta entrati nell’Ordine non fummo più niente se non dei mezzi nei quali il Grande Spirito soffiava la sua anima dentro a degli ottoni o premeva il suo spirito su tasti e superfici vibranti.
Noi non siamo nessuno, siamo gli Entrati, che prima hanno dovuto fare uscire tutto. Noi non abbiamo mai fatto del male a nessuno ma ne abbiamo subito tanto e sfoghiamo il nostro furore e la nostra gioia (che nonostante tutto rimane) in quel gigantesco e poliedrico delirio chiamato Jazz (e in altre esoteriche bellezze di cui non possiamo parlarvi).
Abbiamo abbandonato il sorriso cinico per incontrare la sincope, abbiamo distrutto la maldicenza per costruire l’armonia, ci siamo liberati della nostra mediocrità per essere inconsistenti e di conseguenza siamo saliti, senza neppure saperlo, nel leggerissimo strato di Assoluto che nessuno può toccare con la parola. Noi lo sfioriamo con la musica, come le proprie dita possono solo sfiorare il proprio polso, ed entriamo in esso col nostro spirito. Noi che sappiamo che sulla terra non c’è nulla di puro, abbiamo trovato la purezza oltre la terra, ed ancora oltre abbiamo trovato il Tutto, che supera di intensità e bellezza la somma di tutte le sue parti, che è maggiore grazie alla sua aura (questa oscura cosa che nessuno vuole più nemmeno cercare) la cui luce è raggiungibile solo da chi, dopo essersi dato la pena di Uscire, è riuscito ad Entrare.

Marco Di Memmo

10. Fennesz – Bécs

Data di Uscita: 28/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Baeetch chiamano Vienna gli immigrati ungheresi venuti ad abitare la città austriaca.

La simbiosi con l’ambiente circostante attraverso strutture cicliche ridondanti, minimali e scarne per rappresentare fedelmente la propria visione. L’astrazione concettuale illumina strade e costruzioni dai contorni scolpiti dal passare dei secoli, mentre il susseguirsi di pioggia e cielo sereno scandisce una sperimentazione che è divenuta ormai familiare. Assestata in forme a volte acuminate e altre volte vellutate questa tensione costante si dipana a macchia d’olio. Superato un certo pubblico ci si trasforma in monumenti, come le città dopo un certo numero di eventi storici importanti mutano la propria cultura, restando fedeli ad una natura immutabile. L’articolazione multidimensionale di questa importanza si staglia viva più che mai nel razionalismo di Adolf Loos, nello Jugendstil di Joseph Maria Olbrich e nella metropolitana costruita in quel periodo. Lo sfruttamento costruttivo che porta alla congestione è tramutato in un brulicare ordinato lungo i nuovi negozi che pullulano nel centro di Baeetch. L’infinito numero di premi Nobel, quando ancora l’Istituto era serio, le teorie economiche che hanno agilmente smontato i falsi miti del 1900, e infine le aperture ai cambiamenti pervadono ogni angolo della città. Trovano spazio la distorsione ed il rumore ridefinito e curato per creare la melodia, laddove si è sempre pensato che una melodia fosse impossibile da ricreare. Le vere rivoluzioni austriache a cavallo del 1900, quasi ad indicare un terreno fertile sul quale scoprire nuovi lidi da esplorare, hanno avuto sviluppi anche meno lontani nel passato, quando la ricerca del glitch ha aperto strade prima difficili da percorrere. Non c’è più nulla o quasi ma il retroterra rimanere saldo anche in questo nuovo affresco, dove il sacro rumore viene trasportato in una gloriosa melodia.
C’è tutto il lascito industriale e non in una città che si fonde con l’artista e viene riproposta dallo stesso senza alcuna ansia personale che potrebbe portare ad una banalizzazione del risultato, se di risultato si può parlare. La torsione verso l’astrattismo è una forza perfettamente contrastata dal razionalismo di cui si parlava sopra, lo scorrere rumoristico si lascia trasportare equilibrato dalle acque del Duna. L’ambiente riproposto con rigore lascia tranquillamente lo spazio all’evasione più totale, proponendo viaggi pindarici pur restando ancorati ad un suolo asfaltato e pulito.
Un gorgogliare confuso dà il via alla composizione che tra le frizioni si rischiara catapultando la mente in una piazza circolare illuminata da immensi lampioni a tre luci che mandano segnali intermittenti. Static Kings. La luce scompare rapidamente in alcuni vicoli centrali ma periferici nello stesso momento. Qui una cappa scura opprime gli avventori che tuttavia paiono proprio ricercare questo tipo di ambiente. Un noise disturbato si interseca con una chitarra elettrica annegata nei sintetizzatori che accresce pathos e tenebre. The Liar. Lo sviluppo è una cavalcata che intende riportare in zone più illuminate, ancora un poco storditi ma rafforzati da una chitarra che solenne raggiunge una potenza inaudita e commovente. Monumento inarrivabile di un qualcosa che resterà indelebile nella mente di chi, predisposto, si sia aperto al suono. Liminality. L’organismo ormai entrato totalmente nell’ambiente circostante viene cullato da un synth che bucolico si dipana tra i rumori nascosti dietro l’angolo, tra i palazzi e le chiese. Pallas Athene. Gli angoli più remoti del ghetto ebraico, il circolo formato dalle vie centrali, il zigzagare impazzito in un rumore che assorda ma non nasconde mai fino in fondo il cuore melodico. Una fuga che si tramuta in ricerca grazie ad una bellezza ancora una volta pura e semplice, che commuove. Lacrime di gioia è questa Bécs.

Un lungo viaggio notturno su un taxi di Vienna guidato dall’autista magiaro che pur restando muto per tutto il tempo è riuscito a farti da guida lasciandoti poi scendere senza nulla chiedere in cambio. La promesso di tornare a visitare, ad ascoltare e a respirare quell’aria.

Alessandro Ferri

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