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Top Ten 2014 – Alessandro Ferri

1. Freddie Gibbs & Madlib – Piñata

Data di Uscita: 18/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Cocaine Piñata

Non abbiamo la minima idea di cosa voglia dire essere un gangster nero, magari possiamo immaginare come possa essere la sua giornata tipo ma senza dubbio non siamo formati per capirlo a pieno. E questo fatto non lo possiamo importare magari tre anni dopo, come accade con i fenomeni musicali che da noi arrivano in ritardo, tipo Stromae. Qui il retroterra culturale non permette emulazioni e gli esperienti in questioni sono ridicoli tipo gli indipendentisti veneti.

Quando siamo partiti per l’America avevamo prima di tutto l’idea di mangiare in ogni catena di fast food presente sul territorio. Dare i voti ai panini, alle salse, al contorno e bere bevande gassate a litri, per scrivere una guida completa e preparare il pubblico italiano interessato a questo paradiso. Immaginando la presentazione della guida avevamo anche pensato di camuffare il tutto con un “aperitivo biologico” per attirare tutti i nostri amici della “Yankee go home tribù”. Spesso il sentimento si accompagna al veganismo, al disgusto per le multinazionali e ad altre amenità varie con le quali ci si ripulisce per bene la coscienza giacobina.

State of Indiana.
Partendo da Los Angeles ci siamo spostati verso l’altra costa e con l’agenda ormai piena di appunti Fort Wayne è stata una tappa più per riposare ché per mangiare. Il richiamo tuttavia era dietro l’angolo ed entrare nel primo fast food è stato ormai naturale.
Grida per l’attesa prolungata di una quantità abnorme di pollo fritto, tabasco sul viso di svariate cameriere e uscita di scena sorridente lasciando alla cassa duemila dollari, nessun resto richiesto. Una sottosezione locale di un Popeyes Louisiana Kitchen tranquillamente mandata in tilt.
La cosa più sorprendente è che lo stupore sul nostro volto non fosse condiviso da nessuno. I gestori del locale impegnati a pulire e i pochi consumatori concentrati sui loro Bonafide Chicken. Nessuno era minimamente scosso dal fatto che una decina di enormi uomini muscolosi, pieni di armi, catene coltelli avesse messo a soqquadro la stanza.
Circospetti ordiniamo due Spicy e dopo pochi minuti si avvicina un vecchio nero con una rivista musicale tra le mani. Ci sbatte sul tavolo il giornaletto dicendo sornione di stare tranquilli e di mangiare con calma la nostra merda. Sulla copertina leggiamo “Cocaine Piñata” e nell’immagine riconosciamo tutti i personaggi visti riversare tabasco sulla povera cameriera. Il titolo dell’articolo è “A gangster Blaxploitation film on wax” e l’autore è il signore davanti a noi.

Quando ha iniziato a parlare non c’è stato verso di fermarlo.
Siamo abituati a tutto ciò, questi personaggi vivono da gangster e il successo ha totalmente garantito loro la massima impunità. Fanno cose illegali, spacciano le sostanze peggiori sulla faccia della terra, gestiscono le donne come calzini sporchi e si sparano per il minimo sgarbo. Non sono persone che hanno studiato e nello stesso tempo non sono affatto stupide, hanno sviluppato altri tipi di paura rispetto a noi. Quelli che avete visto prima sono artisti assoluti e la loro vita non può essere paragonata ad altro, voi europei poi vivete in un altro mondo.
Ho avuto la fortuna di intervistarli per il loro ultimo album, un lavoro favoloso, e Freddie conosce benissimo i suoi errori. Li ha messi tutti davanti allo specchio ed è consapevole di tutto senza il minimo pentimento. Solitamente per redimere il peccato è necessario pentirsi e questo contrasto ha garantito l’unicità del loro lavoro. Funk, soul, jazz, rap danno forma alla narrativa ed essere sballati o “cattivi” è uno degli ingredienti. “Freddie smoking, annotate got me rolling stogies on a dark street”. Scarface. Synth, R&B e Madlib, lui è il boss e dovreste conoscerlo. Poi Danny Brown è dappertutto ormai e pure lui fa uso di sostanze, state tranquilli. “Hey, are you okay? You slobbing, you okay? Is he okay? Are you okay? He shouldn’t have smoked that dipper for real. You aight? Oh my God. God bless, man”. High. I coretti in loop, le armi e, come avete visto prima, il pollo fritto. Tutto fa parte del gruppo, prendere o lasciare. “A plate of chicken with the bread stuck to the bottom”. Harold’s. Un beat soul oscuro abbraccia molte tracce, la riflessione è dappertutto ma bisogna andare oltre la corazza. “Fuck the rap shit my gangsta been solidified. Still do my business on the side”. Thuggin. Il dominio è da Los Angeles a New York, poco conta la costa. “I’ve seen lost angels, I even found demons”. Lakers. “I got it selling nickel bags, bitch”. Knicks. Tutti erano tranquilli prima perché è il loro modo, è il loro mondo e noi non possiamo entrare così come entrare dal dottore. “You motherfuckers just like me. Drink all the liquor, blow weed, probably play with your nose. You motherfuckers just like me. I said you motherfuckers just like me. I said you motherfuckers just like me. I know you motherfuckers just like me. You ain’t no better, hell you just like me”. “It’s Shitsville nigga”. Shitsville. La festa è loro e si divertono un sacco. “Residue on pinata’s, wonder what’s up inside of ‘em. It’s sure ain’t no Vicodin cause it up and excited ‘em”. Piñata.
Quando il vecchio ha finito di parlare e se ne è andato senza salutare eravamo storditi per il cibo e per il fiume di parole. Il giorno dopo abbiamo comprato il disco in questione e siamo tornati in Italia. Non abbiamo scritto nessuna guida ma abbiamo iniziato a prendere in giro il panorama rap & affini italiano, per essere un poco gangster anche noi.

Alessandro Ferri

2. Dean Blunt – Black Metal

Data di Uscita: 03/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Everybody says I’m wrong

Un cimitero di foglietti accartocciati, questo era il punto scommesse dopo appena due ore dall’apertura del venerdì mattina. Un gigante come Paddy Power richiama una grande quantità di persone, per di più nella patria del betting. Nel retro dello stabile – un piccolo ed insospettabile centro commerciale nell’East London – alcune persone erano assorte, con la schiena appoggiata ad un muro di mattoni rossi. Leggevano le quote dei prossimi eventi sportivi, la carta era diversa da quella che si poteva trovare all’interno del negozio. Da una parte veri e propri schemi stampati da un computer, la struttura rigorosa come in un foglio Excel ed i numeri riportati in un nero molto intenso. Fuori tutto era sistemato in colonna, ma una scrittura nervosa aveva proposto le proprie quote personali: scommesse clandestine per chiarirci.
All’esterno nessuna traccia di cimiteri e fallimenti personali, i fogli con le previsioni errate andavano letteralmente in fumo. Tutto era sistematicamente bruciato. Il fumo che si alzava al cielo comunque non era molto differente da quello che si poteva trovare nello spazio chiuso. La libertà di fumare e una rottura nel sistema d’areazione creava una cappa grigia capace d’impregnare radicalmente gli abiti. Le mogli più astute sapevano esattamente che il proprio marito aveva passato la serata lì dentro, non c’era stata nessuna “birra con amici”.
La globalizzazione portava lavoratori di ogni etnia: bengalesi e cinesi erano costretti a digitare in tutta fretta i bottoni del proprio computer. Le scommesse dell’ultimo minuto perse perché l’evento era già iniziato, e non c’era stato il tempo materiale di giocarle, facevano andare su tutte le furie alcuni signori di mezz’età. Non era colpa dello straniero di turno, semplicemente gli scommettitori si erano smarriti nel succedersi dei minuti. Questi, una volta accortisi che avrebbero comunque fallito, non andavano mai a scusarsi con i ragazzi seduti dietro i pc. La vergogna di aver sbagliato pronostico era superiore al sollievo di aver risparmiato due sterline, immediatamente puntate su altre situazioni.
Nel retrobottega non tutti erano accetti, per meglio dire: raggiungeva il luogo esclusivamente chi era a conoscenza dell’esistenza di quel prolungamento.
Lì attendevano tutti Dean.
Due anni di gavetta ed ora poteva considerarsi un vero bookmaker. I primi mesi li ricorda bene, come un livido che ricopre gran parte del corpo. Il colore della pelle, il nero, non aveva facilitato il suo ingresso in un ambiente del genere. Dean in quei ventiquattro mesi subì le peggiori discriminazioni, iniziando come fattorino venne più volte derubato e picchiato dai superiori. Rivestirsi di una scorza identitaria non sarebbe servito, l’improvvisazione e l’unirsi ad una comunità nera non lo avrebbe aiutato granché. Tenacemente restò aggrappato alle sue volontà, raggiunte sviluppando una cinica ironia che lo rese enigmatico agli occhi di molti. Suo padre lasciò la madre quando lui aveva sette anni, la donna morì dieci mesi dopo e i suoi studi proseguirono grazie ai sussidi statali. Il taglio profondo al Welfare State inglese non gli impedì di studiare antropologia: lo studio dell’identità e dei gruppi sociali doveva essere il suo futuro. La scomparsa dello zio, amante del jazz e noto allibratore della zona, tuttavia indirizzò la sua vita.
Non era più rimasto nessuno della famiglia, i creditori lo trovarono e fu costretto a lavorare per loro. La consapevolezza che il mondo era dominato da white tropes non gli fece rimpiangere il fatto di aver perso un’eventuale carriera accademica. L’impegno sociale, così come veniva proposto dai progressisti, non lo interessava per via del narcisismo. Il mondo delle scommesse si rivelò ben più vivo, imparò molto a gestire lo sfruttamento e ad evitare di finire schiacciato totalmente da un sistema di riscossione spesso crudele. Essere o fingere di essere rude divenne un gioco per combattere cliché incollati al colore della sua pelle.
Ora che veniva rispettato per la sua puntualità, le sue abitudini fissate nel tempo non sono cambiate. Somme non esagerate, per evitare azioni di disturbo ai pesci più grossi, e puntate singole su di un unico evento. I sistemi complessi non facevano per lui.
I momenti vuoti colmati dalla musica e dall’alcool, di qualità sempre migliore proporzionalmente agli incassi conseguiti. Un disco nero sul tavolo della cucina, l’ultimo arrivato nella collezione. Ascoltato a ripetizione, tra quote da stabilire e whiskey.
Ritrovarsi nella musica è un fatto personale e sentirsi cuciti addosso suoni e parole non è acquisizione da poco. Il lavoro dell’artista si apre costantemente a più interpretazioni, un album del genere raggiunge un equilibrio tutto suo. Le discordanze, i cambi di registro e lo spartiacque centrale sono legati: diversi messaggi per stagioni che cambiano. Non esiste la definizione che ferma un concetto. Il sax finisce coll’unirsi al sintetizzatore più scuro, la chitarra ariosa si divide la stanza con un duetto di voci. Il folk – se così si può immaginare – stordisce più dell’alcool, la capacità dimostrativa di piccole perle sonore è disturbante. Un quieto fluire è appesantito dalle riflessioni di tutti i giorni, uscire dallo schema e ritrovarsi da qualsiasi angolazione nudo. L’autodifesa, la mano che copre le parti basse e le risate dei passanti. Droni, drum machine, oscurità e vie di fuga varie sono espedienti che non bastano.
Non può esserci redenzione e Dean lo sa bene, lo ha imparato negli anni. Il futuro è da vivere al meglio, tra un over 1,5 e una vittoria esterna sicura, ad altissima quota, del Leyton Orient.

You’re not a rerun | Not just another one | You’re a new friend | You just began.

Alessandro Ferri

3. Grouper – Ruins

Data di Uscita: 31/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Rudolf dopo l’incidente non riusciva più a vivere dignitosamente, la sua mente era circondata da una schiera infinita di fantasmi che baldanzosi non gli consentivano un pensiero lucido.
Si era salvato miracolosamente, uscendo vivo da un groviglio di lamiere, dopo un frontale in macchina nel deserto. Come è possibile scontrarsi in un luogo del genere, quasi privo di presenze e dove la natura si ritrae lasciando spazio al vuoto? Un “contenitore per il vuoto”, dice un noto scrittore americano.
Rudolf è sempre stato una persona semplice, con una moglie e due figli di sette e dieci anni. Una villetta a schiera nello Utah, grande tifoso dei Jazz e un normale lavoro alle poste locali, l’unico strappo alla regola era il non appartenere alla Chiesa dei Mormoni. La solitudine, nessuno voleva vedersi l’inutile Suns VS. Jazz con le squadre ampiamente fuori dalla corsa playoff ad Ovest, non lo aveva scoraggiato ed era partito da solo. La febbre del figlio più piccolo aveva bloccato a casa il resto della famiglia che di solito lo seguiva nella doppia trasferta annuale in Arizona. Quante volte aveva visto quelle strade desertiche, dopo aver seguito per un tratto a nord il corso del fiume Colorado. Il Grand Canyon e il Coconino Plateau erano luoghi familiari di cui aveva vecchie immagini sfocate riportate dal padre che aveva sposato una donna di Flagstaff dopo il divorzio con la madre di Rudolf.
L’euforia per la vittoria senza senso non era una buona scusa, la strada illuminata alla perfezione dava una visibilità pressoché perfetta. Cosa lo aveva portato a spingere sull’acceleratore oltre il limite? La conseguente frenata per cercare di evitare una vecchia Cobra con il telaio completamente scrostato, dove il blu originario lasciava spazio ad una ruggine senza fine, fu inutile. Parafanghi divelti, cruscotto in frantumi, airbag funzionante, sedili distrutti e il tanto vetro ricaduto sulla strada a rendere difficoltoso il camminare. Nessuno era morto, un miracolo.
Il ritorno a casa una volta assicuratosi che nessuno si era fatto male e i primi spettri davanti ai propri occhi, un’insicurezza totale e paralizzante. Come è stato possibile uscire con qualche contusione dalla vettura? Perché si sono salvati entrambi i conducenti?
E la porta dell’automobile nei mesi successivi non si è più richiusa lasciando entrare altri ospiti indesiderati. Rudolf si chiedeva se fosse in grado di proteggere la propria famiglia, se in quella macchina ci fossero stati i suoi figli e se sua moglie lo avrebbe mai perdonato. Configurava la morte in macchina, sua, dei figli e della moglie in ogni momento della propria vita.
La fissità tipica dell’ottuso stoppava ogni azione e un’insofferenza generale si trasformò in una sorta di immenso panno di lana bianca, steso sul proprio corpo. Rudolf voleva liberarsene ma non ne aveva il tempo, le domande erano troppe e i fantasmi soffiavano un vento freddo su di lui. I figli non comprendevano, volevano solo andare a vedere la presentazione dei nuovi Jazz e cercare dei miglioramenti nella squadra giovanissima e pronta a stupire. Rudolf non era lì realmente e la moglie, dopo aver perso ormai le speranze, ricevette un consiglio da un amico di famiglia.
In Portogallo, più precisamente nelle campagne di Aljezur, soggiornava una donna che parlava con i propri fantasmi dopo averli accolti. Un’altra persona che si sentiva “incapable of being in a relationship, of finding love. Bad at taking care of people, no one taking care of me”.
Spingere Rudolf fu l’impresa più complessa della loro vita. Molto più difficile del matrimonio senza i parenti di lei che non apprezzavano l’allontanamento dalla Chiesa locale. Lui era piagnucoloso, le ansie e le paure rimanevano in superficie e non c’era l’intenzione né di scalfirle, né di comprenderle.
Dal Portogallo arrivò solo una risposta: “I’m not a very straight person”, e la moglie iniziò a pentirsi della scelta di mandarlo in quel luogo.
La serra, il mare, falesie a nascondere arenili, un recupero del silenzio e la possibilità di perdersi esclusivamente nei rumori della natura.
Rudolf giunse a destinazione una domenica pomeriggio, una ragazza in t-shirt nera lo attendeva al varco. “I was so sick with depression and solitude then that the feelings just spilled over of their own accord”, furono le parole d’accoglienza.
Elizabeth, questo era il suo nome, non aveva nulla di strappalacrime e di lamentoso ma continuava a parlare a voce molto bassa. Rudolf doveva sforzarsi parecchio per comprendere il senso di frasi che lo colpivano come frecce nello sterno. “There’s a darker side to it, because when part of you is gone there is room for other entities to hang out, but those heavy forces need to move through, too. The worst thing you can do when they show up is try to keep the gate closed”.
E se avesse ragione?
I live in my body a lot more these days, which means paying attention to its needs in a more engaged way—going slow, resting, experiencing actual calm. Nihilism isn’t sustainable as a magic feather”.
No, il panno di lana bianco che lo ricopriva non era affatto una piuma.
Tutt’intorno molte costruzioni sbriciolate e lasciate in rovina, pochi contadini, vegetazione, animali e un mercato lontano dall’abitazione. Elizabeth lavorava – cioè scriveva, registrava sul campo e scattava fotografie -, mentre Rudolf osservava rimuginando sulla forza magnetica che la ragazza proiettava sulle cose.
I write a song about feeling isolated. Listeners know the song is about their mother dying, the birth of their child, the way their last relationship ended. All these things and more. An open door.
In poco tempo tutto si concluse, Rudolf ebbe la fortuna di ascoltare i suoni in anteprima e il panno oppressivo non c’era più. Aveva compreso molte cose, in particolar modo che: “Don’t listen to anyone who tells you do something a certain way. Do things your own way even if people tell you it’s wrong. I can’t tell you how many times people have told me not to mix things a certain why, or to use a certain chord. Stand up for yourself”.
Tutti i suggerimenti erano dentro di lui, sussurrati dai fantasmi che ormai aleggiavano tranquilli.
Prese un piccolo CD con sé e lo portò a casa per farlo ascoltare alla moglie, iniziando dalla fine. Made Of Air. Un suono allungatissimo, onde in delay, riverbero e nubi che in lontananza si addensano pronte a scaricare un temporale estivo.
Holding. Il temporale arriva e crepita il legno sotto il peso delle gocce d’acqua sbattute a terra dal vento. “It’s in the morning when the sadness comes” ed il piano parte in loop.
Call Across Rooms. La malinconia ed un amore che non è niente inizialmente spaventano la moglie, prima di sciogliersi in un abbraccio che riabilita ogni emozione. Il solito pianoforte trascinato e una voce che ritorna a cullare la mente, come durante le camminate sulla spiaggia.
Clearing. Alcune note sono infinite e la luce mano a mano penetra nelle stanze con una timida ritrosia di fondo. L’ambiente e gli spazi che lo hanno aiutato sono compresi in questi minuti da riascoltare spesso e volentieri. Le cadenze ed i respiri.
La prima partita della nuova regular season vedrà i Jazz ospiti in casa dei Suns. I bambini stanno bene e muoiono dalla voglia di andare al US Airways Center, con la maglietta di GordonHayward.
Rudolf sei pronto?

Alessandro Ferri

4. Iceage – Plowing Into the Field of Love

Data di Uscita: 07/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

“Pissing against the moon”

I socialdemocratici persero il suo voto dopo l’ennesimo aumento delle accise sugli alcolici, l’amore per il sindacato e una vita dedicata alla causa del bene comune sgretolati dai terribili balzelli governativi.
Nicklas era rimasto a casa, mentre Jakob aveva scelto di seguire il sogno americano fuggendo oltreoceano. La nuova prospettiva del fratello, a capo di un’azienda di materassi a Salt Lake City, era riversata nelle lettere che spediva con regolare cadenza a Copenhagen.

“Hai scelto tu questa vita, per fare contento nostro padre. I socialisti ti tasseranno l’anima, non puoi più essere alcolizzato e politicamente impegnato. C’è del marcio in Danimarca”.

E non importa che “il marcio” era un fattore transnazionale, Nicklas si convinse che il fratello aveva ragione.
Adeguarsi a whisky di serie z, accontentarsi di vino simile ad aceto, vodka d’importazione misteriosa e distillati da luoghi improbabili: tutto divenne ingestibile, ma i pochi introiti lo obbligarono a tali scelte. Limitare i consumi e convivere con il germe dell’astinenza non venne neppure preso in considerazione.
Thorup – il padre – aveva insegnato loro l’arte del fare di necessità virtù e lui si sentiva ancora più in colpa. L’alcol annientò nel tempo la capacità di replicare la vita dei propri genitori. Risparmio, poche piccole gioie e tanto lavoro: Nicklas non riuscì a portare avanti nulla di tutto ciò, e non aveva neppure fatto carriera in America.
Come si guadagnava da vivere?
La sera beveva nelle bettole adiacenti al porto, dove si spendeva meno. Per raggiungere il centro era necessario un complicato incastro di eventi favorevoli: un cameriere ex compagno della scuola d’arte lavorava sempre meno nel turno serale, solo in quei giorni Nicklas poteva permettersi il gin migliore. Martin gli faceva un forte sconto e a notte inoltrata – prima di chiudere il locale – si fermava a bere con lui. Quando l’amico, per stare vicino alla figlia appena nata, chiese di servire esclusivamente nella prima parte della giornata Nicklas si adattò variando il proprio bioritmo. La produttività calava verticalmente, direttamente proporzionale agli incassi.
Nel giro di qualche mese divenne come gli uomini presenti nei bozzetti che riproduceva, i dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio. Avvolto nell’indifferenza, senza fiducia in Dio e privo del raziocinio donato da un certo tipo di filosofia. Una natura non idilliaca o idealizzata e personaggi grotteschi, Nicklas ubriaco nel primo pomeriggio non riusciva ad attirare nessun turista.
Nei primi anni – quando la sua mano tratteggiava riproduzioni in serie a ritmi strabilianti – il successo lo aveva portato a viaggiare in tutta la Danimarca. Nulla di straordinario, ma comunque abbastanza per vivere senza dover troppo pensare al giorno dopo. La produzione divenne meccanica e i quadretti di varie dimensioni andavano a ruba. Trovava anche il tempo per aiutare Thorup nel volantinaggio davanti alle fabbriche per conto del sindacato, essere a contatto con gli operai gli piaceva. Le tute sporche di nero, le mani abilissime a maneggiare bulloni e tenaglie lo salutavano e lo stringevano con grande forza. Lenire le distorsioni del capitalismo e disegnare, una vita perfetta.
Le lacrime notturne gli rigavano il volto, quando nonostante il passaggio della sbronza voleva solo dormire ed invece avrebbe fatto meglio a recuperare il tempo perduto. Aver smarrito i propri ideali lo atterriva, fosse stato in grado di vivere diversamente avrebbe raggiunto il fratello. Le vertenze sindacali e le lotte puntellavano la sua stabilità emotiva, disperdere così il tesoretto ideologico della famiglia mise in crisi l’impalcatura personale della propria vita.
Scoccata la mezzanotte si alzò dal letto vagando per la città da cima a fondo. Clochard, coppie felici, luci accese nei grattacieli e una moltitudine di ragazzi appena usciti da un locale. Le luci poste sopra la porta d’ingresso formavano una scritta chiarissima: Iceage – live show.
Dei baffuti personaggi parlavano del concerto appena finito, le loro sciarpe multicolore coprivano la bocca e capirli era difficile. Nicklas era pieno di risentimento, il padre lo metteva sempre in guardia contro i figli di papà che giocavano a fare i proletari. Generi musicali, blog da riempire, recensioni da proporre al proprio pubblico e strutture lessicali tanto complesse quanto banali.
Altri rimanevano in disparte, seduti per terra perché visibilmente ubriachi. Stonati e vestiti di nero si gettavano alle spalle i discorsi impegnati e fumavano con ardore le loro sigarette. L’intelligenza di tacere è in certi casi superiore a tutto e Nicklas proseguendo oltre cercò di immaginare – oltre ogni generalizzazione – il tipo di musica proposto nel locale. Il carico pesante del punk annacquato in una stonatura più blanda, trombe e coltellini sempre presenti nelle tasche. Una ricerca di maggiore complessità che si schiude in un cantano strascicato, quasi a riprodurre i suoi piedi durante il cammino notturno.
Si fermò nuovamente a bere in uno scantinato accanto al grande porto, una volta uscito aprì i due bottoni dei pantaloni marroni e pisciò nell’acqua. Nessun riflesso della luna, ma appena entrato in casa ricominciò a disegnare partendo da Pissing Against the Moon.

Non è più come una volta, il sindacato non serve a nulla. Tuttavia anche il nichilismo non serve a nulla, Nicklas si convinse: guardando avanti e non indietro troverà un altro modo di fottere il capitalismo, almeno fino al prossimo whisky.

Alessandro Ferri

5. Loscil – Sea Island

Data di Uscita: 17/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Le città non sono mai abbastanza grandi, quando siamo in cerca di evasioni.
Le città non sono mai abbastanza intime, quando siamo in cerca di calore, di un abbraccio.

Le feste erano da poco cominciate a Vancouver; in quelle giornate tutte uguali di assoluta libertà ma anche assoluta ripetitività, vagavo come un povero cane che aveva smarrito la via di casa. I saluti e gli auguri agli amici in partenza apparivano talmente distanti da percepire falsato il flusso del tempo, le ore si erano nel frattempo allungate, sfibrate, moltiplicate. Avere a che fare con la solitudine in una città vittima di un ricambio di volti, via i residenti – benvenuti turisti, era a suo modo destabilizzante. E non fosse stato per l’inatteso vento sferzante, sarei corso a guardare il mare accovacciato su una banchina, con gli occhi fissi all’orizzonte e una busta di pistacchi incastrata tra le gambe, i movimenti delle mani meccanici per sgusciare i frutti e portarli alla bocca, l’udito vigile per cogliere ogni sussulto.
Qualche falcata veloce per divorare in fretta la gradinata d’ingresso, e trovai presto rifugio tra le sale della Galleria d’Arte, uno di quei posti elencati nella wishlist del visitatore modello, ma snobbati e sottovalutati da qualsiasi residente, con l’alibi di “tutto il tempo del mondo davanti”. Le aspettative non rientravano nemmeno lontanamente tra le prerogative del caso, piuttosto lo scopo era sopravvivere al freddo, e alla noia. Con le cuffie dell’audioguida alle orecchie, con l’intento di calarmi il più possibile nella poetica delle opere esposte, sfilavo rapidamente davanti a teche contenenti gioielli esotici, istallazioni surreali di poco fascino, imitazioni di preraffaelliti. Quando capitai in quella stanza completamente bianca, illuminata da affilate fessure tra il parquet in rovere sbiancato e le pareti, trasalii emettendo una specie di goffo gemito, tant’è che la signora addetta alla sorveglianza mi fulminò con un’espressione di sdegno, di rimprovero. Lo scenario sembrava estrapolato da un film in bianco e nero, anche le fotografie che campeggiavano sui pannelli raffiguravano mondi in scale di grigio, e la donna canuta seduta all’angolo vestiva un tailleur color antracite. Per un attimo provai vergogna per il mio cappotto blu, ma soprattutto per la sciarpa scarlatta. Evidentemente era un azzardo. Tentai di accantonare l’imbarazzo, mentre la voce registrata aveva preso a narrare la storia strappalacrime di quell’artista straordinario che stavo scoprendo allora, per la prima volta. Si trattava di un uomo già avviato sul sentiero della vecchiaia, una specie di eremita contemporaneo sordomuto, in un’isola remota, chissà dove nel Pacifico. Un avventuriero canadese ci era approdato dopo una strana combinazione di eventi, e per mia fortuna aveva riesumato velleità da mecenate, non appena l’anziano uomo gli ebbe mostrato una serie di immagini scattate sulle rive di quel luogo indefinito, all’indomani di una violenta tempesta. Non aveva altro modo per esprimersi, se non le istantanee, che fissavano indissolubilmente squarci di rovine naturali e litorali sfigurati. Tuttavia, tanta era la potenza delle fotografie davanti a me, che quasi udivo il verso stridulo dei gabbiani assiepati sulla battigia e lo sciabordio delle onde scomposte, percepivo l’odore salmastro, avvertivo la consistenza del legno umido, riversatosi a terra per i marosi.
L’impulso nel voler dar voce a quelle storie visive venne da sé, per tramandare una narrazione che altrimenti sarebbe rimasta confinata tra le mura della galleria o poco più, o ingiustamente taciuta. Un complicato scambio epistolare tra me, il vecchio esule e i curatori dell’esposizione terminò con un aperto lasciapassare, e totale carta bianca. L’epifania era già avvenuta, dal primissimo istante. Ricreare un isolamento, una tempesta artificiale e i suoi effetti, uno sfondo asettico come quella sala qui a Vancouver, pronto per essere inondato, deturpato, e infine lasciato solo nella sua quiete. Il compito era ancora più semplice, in una città di mare in cui bastava un ponte per raggiungere un’isola, e dimenticarsi, con grande sforzo d’immaginazione, che accanto alla natura selvaggia coesisteva un aeroporto. Sea Island era lì.
Il racconto attinse da registrazioni ambientali, ma allo stesso tempo si snodò attraverso minuziose melodie di archi, pianoforte e trame elettroniche. L’inquietudine e la pace convivevano armonicamente, non facevano che passarsi la palla, ammiccarsi e succedersi attraverso offuscamenti e bagliori palpitanti. L’acqua affiorava in superficie, la si sentiva avanzare e ritirarsi, lambire i contorni di ciascuna presenza. Il suo rumore non svaniva mai del tutto, si faceva pesante quando impregnava i tronchi morti, si trasformava in leggero ed evanescente quando evaporava sfumando la linea di orizzonte. Volevo riservare cura estrema al dettaglio, rendere al meglio le suggestioni avute grazie ai chiari scatti dell’uomo. Dedicai l’episodio più cristallino a Iona, oasi ancora vergine da interventi invasivi, ed edificai un crescendo di campanelli su fondo etereo, fino al pulsare della materia liquida. A più riprese intervenivano voci e sussurri, ad amplificare sensazioni vagamente sinistre e nostalgiche. La complessità emotiva rappresentava intrecci di luci e ombre, angoli quasi primitivi e incontaminati che appaiono nella loro drammatica autenticità anche in seguito a mareggiate.
Il direttore artistico della Galleria d’Arte fu entusiasta del risultato, e anche l’avventuriero grazie al quale le opere dell’anziano fotografo erano sbarcate a Vancouver si profuse in complimenti e parole di riconoscenza. Di lì in avanti il connubio di immagini e musica intraprese un viaggio intercontinentale, un divenire di tappe per portare la Natura assoluta dove non vi è mai stata, o dove purtroppo è scomparsa.

Le città non sono mai del tutto ostili, quando esiste un mare ma anche una riva che ti consentono di ritrovare l’essenza delle cose.

Federica Giaccani

6. Swans – To Be Kind

Data di Uscita: 13/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Dal libro di Υπηρέτης

Mi rivolgo a voi. E per mezzo di me anche Lei si rivolge a voi. Voi che sentirete le mie parole e vi darete ascolto. Voi che vi salverete quando Lei poserà lo sguardo alle vostre opere. Alle vostre vite. E con occhi pieni di temibile misericordia pronuncerà la parola. Υπηρέτης. Servo. Perché solo asservendovi totalmente al Suo volere sarete meritevoli di misericordia. Mi rivolgo a voi. Fratelli. Che ascolterete la mia parola. E attraverso la mia parola la Sua. E sarete timorosi. E chinerete il capo. E seguirete la Sua volontà.
Io sono solo un umile servo. Non ero nulla se non un peccatore. E niente della mia vita passata ha senso prima di quel giorno. Il giorno in cui Lei mi apparse come in un sogno che sogno non era. Come di veglia in un mondo senza giorno. E le ombre erano immobili alla luce tremolante dei falò.
Sono stato un peccatore. Nei lidi ai quali approdavo il calore era solo ebbrezza. L’amore era solo decadenza putrescente al fragile riparo di un obolo. La luce era solo rifiuto. La salvezza scorreva nelle vene sotto forma di veleno. La vita giaceva abbandonata ai piedi di sentieri di tenebra. Il tempo non esisteva in quei lidi. E Lei venne per condurmi in un porto di acque sicure. Mi apparve con le sembianze di un gabbiano dorato. E teneva nel becco una squamosa lucertola. Quella lucertola era la vita mia. Una vita di soli peccati. E come in un lampo. In un fragore solenne. Strinse la presa e la lucertola venne tagliata in due. Ed il suo sangue si riversò copioso sul mio capo. Mentre un dolore inimmaginabile mi prendeva tutto. Poi il sangue smise di cadere. Ed il gabbiano si posò davanti a me. Al suo fianco sinistro vi si trovava un feto a me legato. Dal suo equilibrio al mio. E sentivo la sua vita pulsare attraverso di me. Il dolore si placò e la sofferenza abbandonò le mie membra. E attraverso gli equilibri quella vita ancora da nascere faceva rinascere me. E potei sentire la Sua parola. E capii che ero stato salvato. E che dovevo incamminarmi per essere il Suo strumento tra gli uomini. Il gabbiano annuì. Mi ridestai da quel sogno che sogno non era. Mi addormentai in quella veglia priva del giorno. E mi ritrovai inginocchiato sulla via. Con in bocca il sapore del sangue. E davanti a me un frammento di quel sogno che sogno non era. Che mai ha respirato all’infuori di me. Che mai ha visto la luce se non attraverso i miei occhi. Il cui cuore non ha mai battuto se non nel mio.
Io non ho più un nome perché nessuno può chiamarmi se non Lei. Io sono. Υπηρέτης.

* * *

Peregrinavo. E incanutivo nel mio vagare. Una città di luci comparve davanti ai miei occhi. E potevo vedere uomini e donne perdersi in quello splendore che nascondeva lo squallore dei nostri tempi. Vedevo l’affaccendarsi di piccole creature così simili a me alla ricerca vacua del piacere. Che celebravano con riti pagani il totale asservimento all’edonismo. E vidi che la città di luci era in realtà la tenebra più nera. E capii perché Lei trovasse così ripugnanti le sue stesse creature. Creature che avevano rinnegato il Suo nome. E che si credevano liberi padroni del Suo Regno. Ed ecco che sentii la mia natura abbandonarmi per trasformarsi in collera. E nelle mie mani comparve un bastone di fuoco. E mi diressi verso la città di luci.
I peccatori mi deridevano indicandomi col dito. Si facevano beffe di me. Ma non mi feci fermare perché sentivo che il Suo volere stava per compiersi. E dal bastone che stringevo tra le mani uscirono lingue di fuoco che andavano ad abbattere coloro che ridevano di me. Che ridevano di Lei. E questi caddero riversi al suolo nel loro stesso sangue. Le luci si squarciarono di fronte al terrore suscitato dalla Sua potenza. E sentii Lei ridere attraverso la mia bocca. Mentre uno alla volta i peccatori precipitavano sulla terra che tanto amavano ma che non poteva dare loro la vera Salvezza.
Ecco. Io dico a voi che mi ascoltate che quella notte Lei ha condotto alla rovina la città di luci per mezzo del Suo servo. Perché il Suo giudizio è verità. E non c’è redenzione nella colpa. Non c’è speranza nel peccato. E la morte non sarà un sollievo per i peccatori che nell’assenza della Storia moriranno ancora infinite volte.

* * *

Non ci è dato sapere quando l’aria smetterà di scorrerci nelle vene. Ma il profeta ha sentito il Suo sussurro e sa che il proprio destino è stato tracciato sino alla fine. Un sentiero tortuoso. In mezzo alle spine. Sassi appuntiti. Bestie feroci. Infinite insidie. Perché Lei ha voluto saggiare l’obbedienza del proprio servo. E ha guardato a lui con occhio severo. Ed è stata con lui più intransigente. Ma quando giungerà il momento lo eleverà sopra tutti. Il Suo alito si poserà sul suo dormire. E lo avvolgerà il sonno eterno. Perché le labbra del profeta hanno reso Lei il giusto onore.
E voi che ascoltate le mie parole. Che sono le Sue. Anche voi non dovete temere la morte. Non abbiate paura di dire addio a questo mondo. La Sua volontà si compirà nel sonno. In una giornata privata del sole. E non stupitevi se non sarà un comodo giaciglio ad ascoltare i vostri ultimi sogni. Non disperatevi se qualche mercante di false speranze vi chiederà di rivolgere a lui le vostre ultime parole. Non angosciatevi se i vostri panni non saranno degni dell’occasione. Non piangete per lo scadere delle vostre ore da umili servi. Perché per voi Lei ha riservato il posto migliore nei cieli. Farà riecheggiare le Sue parole tramite la vostra voce per i secoli a venire. Vi vestirà con la Sua benevolenza e risplenderete di grazia sopra tutti gli uomini.
Prestate orecchio. Lei attraverso me vi ha parlato. Io sono. Υπηρέτης.

Dalle lettere di Υπηρέτης alla madre

Madre,
un sogno inquietante una notte ha turbato il mio dormire. Una visione terribile e rivelatrice. Mi sono risvegliata in un bagno di sudore. Nel terrore di una vita persa. Nel dolore di una morte improvvisa. Ti sono vicina. E spero che anche il tuo pensiero sia rivolto a me in questo momento. Tu che conosci bene la sofferenza di veder fuggire la vita cresciuta nel proprio grembo.
Piango con te Madre perché so di averti deluso. Perché so di non aver prestato ascolto ai tuoi avvertimenti. Ai tuoi consigli. Ho voluto seguire la strada che mi ha condotto lontano da te e dalla tua grazia. Ma mi sono persa. Imploro il tuo perdono per aver condotto una vita dedicata alla perdizione. Ho creduto di poter trovare la salvezza nel veleno. La libertà nella lontananza da ciò che ero. Nella lontananza da te. L’amore in letti sconosciuti. Ero convinta con una certa arroganza di poter bastare a me stessa.
Ma una notte un sogno mi ha risvegliato. Ho perso tutto. Non ho più niente. La vita nel mio grembo si è spenta nel sangue delle mie colpe. E sono sola. Questo mondo non conosce che cosa sia l’amore. E’ l’uomo stesso ad allontanarlo da sé per poi rimpiangerne l’assenza. Che cosa ci meritiamo se non tutto il male che procuriamo a noi stessi? Che pietà cerchiamo quando siamo i primi a non concederla? Siamo peccatori senza redenzione. Siamo costantemente alla ricerca del dolore per poter compatire la condizione che noi stessi abbracciamo.
Madre. Tu solo puoi capire le mie lacrime. Tu solo puoi asciugarle. Io non permetterò più a me stessa di affogare in questa feccia. Non ricercherò più un barlume di luce nei sentieri di tenebra. Troverò la forza di liberarmi dal giogo delle mie colpe. Se solo troverai la forza di perdonarmi. Se solo riuscirai a passare la tua mano tra i miei capelli come facevi un tempo cercando di preservare la mia innocenza. Quando ancora infante io ti amavo senza saperlo.
Mi ritrovo ora nel deserto. Tra luci accecanti e suoni falsi. Mentre l’umanità che mi circonda si affanna a vendere la propria anima demolendo il tempio che la contiene. Come io ho fatto un tempo. E mi accorgo che non sono mai stata così sola.
Madre. L’uomo non merita alcuna pietà se non è capace di risollevarsi da solo. Deve perdere tutto per rendersi conto che già prima di raggiungere il fondo non aveva niente. Le genti mi deridono per il mio aspetto. Per le mie parole. Per i miei avvertimenti e per la mia storia. L’uomo che brancola nel buio del peccato è convinto di essere forte. Ma l’uomo non è forte Madre. E se ha bisogno di un segno per capirlo io darò all’uomo questo segno. Distruggerò queste luci. E illuminerò la sua fragilità. Altro non siamo che debole carne. E basta un nulla per ritrovarsi al suolo in mezzo al sangue. Farò vedere a questi peccatori quanto è fugace la nostra esistenza se non siamo in grado di discernere ciò che illumina da ciò che acceca.
Distruggerò la città di luci per dimostrarti che sono cambiata. Ma dammi un segno della tua presenza.
Amami ancora.

* * *

Madre.
Questa sarà la mia ultima lettera. Perché è giunta la mia ora. Io ti amo. Amo te e te soltanto.
Un mercante di false parole è venuto a chiedermi se volessi rivolgermi al suo dio per implorare perdono. Ed io presa dalla rabbia ho voluto strappargli gli occhi. Perché è già cieco. E non ha visto che io sono già stata salvata. Mi hanno percosso ancora e ridotto il mio corpo in sterili macerie. Non riusciresti più a riconoscere il mio volto Madre. Mi hanno denudata. Inflitto dolore alla mia carne credendo che così facendo mi sarei sentita punita. Ma non ho dato loro alcuna soddisfazione perché tanto io lo so che devo morire. E la mia lingua ha cantato salmi di gioia perché seppur piangendo per le ferite sulla mia pelle non ho sofferto. Io solo per la tua mancanza soffro.
Madre. Sii sempre gentile con chi ti chiede una carezza. Ed anche se non mi rispondi io so con certezza che tu ci sei. E mi osservi. Mi osservi vero? Perché mi manchi tutti i giorni. Lo vedi che sono diversa? Lo vedi che ora puoi amarmi? Amami anche solo per un secondo. Per quel secondo prima che il loro odio venga iniettato nel mio corpo. Per quel secondo prima che il mio cuore smetta di battere. Per quel secondo in cui dormirò e non mi accorgerò di nulla. Distesa su uno scomodo giaciglio artificiale al quale mi legheranno. Come vengono legati i capretti prima di essere macellati. Come vengono imbrigliati i cavalli prima di essere soppressi. Ma per quel secondo. Per quell’immobile secondo. Pensami.
Addio Madre.
Amami ancora.

Pietro Liuzzo Scorpo

7. Have a Nice Life – The Unnatural World

Data di Uscita: 04/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Depressione.
Significa vedere i sorrisi lontani delle persone durante una Domenica di Maggio.
Percepire che c’è qualcosa…
Che sfugge…
Sia esso calore o debolezza.
Sentirsi dall’altra parte, nel punto esatto dove tutte le ombre degli alberi si intersecano, ciascuna proiettata da una pallida e fredda sorgente luminosa in cima ad ogni abete, una per ogni insoddisfazione di una vita senza riposo.
Vedere tutto questo, e non avere voglia di tendere la mano.

………………………………..

Giocare ogni giorno con una lametta nella speranza che sia lei a prendere la decisione.

………………………………..

Alzare gli occhi al cielo dopo aver dimenticato l’odore di una giornata con le nuvole cariche di pioggia. Passarsi una mano sui capelli bagnati, con l’acqua fredda che scende lungo la colonna vertebrale, senza rimpiangere un’emozione in grado di curare tutto questo.

………………………………..

Rincorrere la scelta del meno peggio.
Accontentarsi della disillusione.
Immaginarsi di poter immaginare una realtà che sostituisca il vuoto.
It isn’t real, but it feels real.
It isn’t real, but it feels real.

………………………………..

Abbandonare la testa sul sedile della macchina, guardando con occhi appannati le luci rosse al di là del vetro.
Sperare, in un segno, in un augurio solenne, puro, sacro.
Attendere l’arrivo di qualcuno che dica cosa fare, come fare…
Che…
Come un mendicante che bussa al finestrino, e riceve in cambio uno sbuffo di fumo da una signora di mezza età, che spira tra due labbra che non hanno mai pronunciato la parola compassione.

………………………………..

No matter how much I write, you’ll never read a single line.

Filippo Righetto

8. Fatima al Qadiri – Asiatisch

Data di Uscita: 05/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Megastore galattici, luci come se fosse sempre Natale e l’immancabile dragone rosso incollato alla bell’e meglio in cima all’edificio. Il sapore di plastica affumicata e l’impressione di ritrovarsi davanti ad un patchwork pacchiano e senza un minimo di gusto. L’ennesimo devastante magazzino cinese prese il posto della piccola casa editrice underground, a nulla erano servite le proteste degli operatori culturali. L’ennesimo affronto alla tradizione ed alla Cultura, con la c maiuscola. Mentre dei giovanotti barbuti inveivano contro le autorità i gestori del locale guardavano privi d’espressione lo spettacolo e le cariche della polizia. I lineamenti di Wang parevano liquefatti e la sua mente iniziò a ragionare numericamente sui prezzi da esporre in vetrina per attirare i clienti, il giorno dopo ci sarebbe stata l’apertura.
Nella notte delle scritte offensive comparvero sui muri della palazzina, ancora una volta senza apparente emozione Wang e la moglie impartirono pacatamente i propri ordini. Un lontano parente della coppia, cugino di zii rimasti in Cina, di buona lena rimosse le minacce senza capire una parola tra quelle cancellate con una passata di bianco.
La superficie quadrata del locale fu riempita di merce a basso costo, nel megastore era possibile trovare qualsiasi cosa: dalla cianfrusaglia tipica all’abito firmato chissà dove, tastiere per computer e strambi portalettere, boxer di ogni taglia e legno per il camino. I giocattoli per bambini riempivano totalmente l’ala est e le infinite variazioni proposte consentivano un affare sicuro per l’acquirente.
L’odore stantio di chiuso – non c’era una finestra aperta – e la scarsa sicurezza dei materiali utilizzati era l’unico deterrente per i clienti. L’era degli sconti selvaggi copriva però qualsiasi magagna ambientale e l’organizzazione perfetta delle casse faceva il resto, il boom di vendite obbligò Wang ad assumere altri commessi, ovviamente cinesi. L’unica posizione scoperta, alla cassa numero 74, era stata assegnata ad un nipote della moglie che sarebbe dovuto arrivare dalla periferia di Pechino. Il ragazzo era entusiasta per l’occasione – prima libera uscita dalla Repubblica Popolare – ma non arrivò mai a destinazione. L’ultimo suo avvistamento risale alla settimana scorsa quando un conoscente della famiglia lo ha visto in Polonia, ubriaco e appena cacciato a pedate fuori da un noto bordello locale.
Lividi di vergogna sul volto della consorte e comunicazioni tagliate con il ramo della famiglia che aveva partorito il dissoluto nipote. Rimaneva il problema della cassa 74 e all’annuncio scritto in un tremolante cinese rispose solo una ragazza araba. Fatima conosceva la lingua alla perfezione, ma non volle rivelare come aveva appreso quel difficile intreccio di linee che formava i pittogrammi. In fondo a Wang serviva solo un addetto alla cassa, la discrezione poi era considerata un’arte nobile dalla sua famiglia e poco gli importava della ragazza.
Una volta assunta nessuno le parlava, una situazione in altri frangenti potenzialmente imbarazzante lì dentro si rivestiva di normalità. L’attenzione totale al dettaglio e i visi scavati formavano uno strato impenetrabile di silenzi e sguardi fissi, nessuno poi sapeva o voleva parlare inglese. Anche i vuoti parevano artefatti e plastificati, i rumori dei prodotti passati con velocità pazzesca sul lettore del codice a barre aprivano un buco nero emotivo in grado di risucchiare tutto, noia e fatica comprese.
Se solo Wang avesse saputo il reale interesse di Fatima probabilmente la ragazza non sarebbe mai entrata. Non è questione di chiusura culturale, ma di voler massimizzare il profitto senza temi sociologici a distrarre la relazione lavorativa.
Quando la ragazza – senza apparente motivo – lasciò libera la cassa 74, un ennesimo parente della coppia la sostituì. Il lavoro di Fatima si era concluso, il suo perfetto studio delle abitudini cinesi era compiuto e non vi erano più motivi per rimanere nel megastore.
Futurismo, synth, vertigine e grime. Fatima produceva musica, suoni e samples raffinati per cercare di creare passaggio d’informazioni dal compartimento stagno cinese al resto del mondo. Una coerenza sintetica tipicamente occidentale, messa in campo da una ragazza araba per riprodurre una propria visione della Cina in via di globalizzazione.
Il successo fu immediato: interviste, dj set, menzioni speciali sui libri di antropologia e di moda. Beat utilizzati dalle pubblicità dei maggiori brand mondiali di profumi e gioielli, vernissage patetici e lezioni universitarie.
Quando Fatima passava vicino al megastore faceva l’inchino. Wang e la moglie non leggevano i quotidiani del luogo, non avrebbero mai ascoltato i suoni di Asiatisch.

Alessandro Ferri

9. Foxes in Fiction – Ontario Gothic

Data di Uscita: 23/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

“Spring / Fall / I’ve lost it all”
Ogni anno Warren torna ai suoi laghi canadesi per immergersi nella natura circostante, le passeggiate nei boschi diventano un riappropriarsi di qualcosa che gli è stato tolto senza chiedere. La morte, l’abbandono definitivo dei propri cari e lo stress conseguente rimangono indelebili nelle foglie marroni stropicciate al suolo per il passaggio dei tanti scarponi. Se ne è andato a Brooklyn per riempire dei vuoti, impegnandosi a fondo nel proprio lavoro. Un tempo ogni momento libero era un supplizio rafforzato da mille pensieri fissi, sempre quelli. La necessità di elaborare il lutto era troppo pressante per resistere in quei luoghi che tanto gli avevano levato.
E il viaggio si è rivelato utile sotto tutti i punti di vista spazzando naturalmente via il pessimismo, mutato in una riflessione a 360° sulla possibilità di reagire pensando agli eventi in maniera meno distruttiva. E se la malinconia ritorna in primo piano sono stati sviluppati gli anticorpi per accoglierla senza farsi abbattere. I fantasmi del passato possono anche riemergere, nascondendosi tra i boschi, senza più bloccare il cammino di Warren ormai in grado di proseguire senza più fermarsi in continuazione.
La vita a Brooklyn, con l’immersione nei propri piaceri/doveri, è divenuta la cura anche grazie ad un ambiente famigliare costruito attorno a sé. Aprirsi e permettere un rapporto così stretto è stata la più grande conquista e il lavorare a pochi metri da chi condivide le tue sensazioni si è rivelato vitale e fecondo. I concerti, le cassettine, le spedizioni, le presentazioni e le discussioni sul divano o via skype hanno garantito una routine solidale con i propri dolori.
A questo si deve unire il talento e la volontà di perseguire il proprio obiettivo fino in fondo. Tutto ciò apre le porte ad un vero gruppo di lavoro che riscuotendo un discreto successo garantisce la nascita di un movimento tutt’intorno. Anche se i numeri non sono esagerati si riuscirà sempre a riempire un piccolo teatro, una cameretta o un giardino. Le persone ricevono qualcosa e come nella miglior tradizione americana rispondono contraccambiando il dono.
Le affinità si rafforzano e anche chi sta intorno, quando prima o poi dovrà elaborare la scomparsa di una persona cara, sviluppa nuove capacità di resistenza grazie all’affetto vero.
Il ritorno nel bosco quest’anno è stato accompagnato da una piccola cassetta dalla copertina santa: dal portafoglio spuntano immagini sacre tenute ferme da mani femminili.
Sopra c’è scritto Ontario Gothic e ascoltandone il contenuto si capisce che è un grande dono, il miglior modo di iniziare l’autunno.
La melodia pop avvolge tutto il lavoro e il dilatarsi delle chitarre culla l’ascoltatore. Una sensibilità ambient accarezza la pelle in un relax consapevole dove stacchi la spina rimanendo comunque legato a pensieri sempre più nitidi. “Describing the fear, remember how it felt?
Le stagioni cambiano e una voce vicina ci porta in questo viaggio, creando un bozzetto di classico dream pop, così dovrebbero dire gli esperti. Into The Fields. Ci sono ricordi d’infanzia ed una voce femminile che cavalca una progressione elettronica e dolcemente distorta. Glow (v079)
Poi si potrebbe continuare a raccontare le ultime tracce, si potrebbe ma è meglio chiuderla qui. Shadow’s Song, Ontario Gothic, Amanda e Altars arricchiscono con semplicità una perfetta trasposizione emotiva in musica. Le sensazioni dell’artista messe così a nudo sono davvero il miglior modo di iniziare l’autunno.

Alessandro Ferri

10. Ty Segall – Manipulator

Data di Uscita: 26/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Wonderendezvous. Wonderoundabout.

La stanza bianca. Immacolata. Come la coscienza di una vergine che percorre la navata. Pulita e asettica. La navata o la vergine? Come se avesse una qualche importanza. La stanza bianca. Un odore misto di vuoto e disinfettante. Di nulla e detergente per vetri. Di assenze sporadiche e cloro. Come una piscina all’aperto. Nello spazio intergalattico. Questo prima dell’orario di apertura. Poi entrarono tutti. Ad uno ad uno. In maniera apparentemente casuale. In maniera apparentemente banale. In maniera apparentemente animale.

Valzer. In senso antiorario. Contro il tempo. Contrattempo. Controtempo.

Sentiva che qualcosa sarebbe cresciuto. Lanciò un’occhiata fugace a quelle due mammelle enormi. Alla sua destra. Sarebbe cresciuto? No. I capelli bianchi. Le rughe. E le medicine per il cuore. Ma quelle due mammelle su quel corpo segnato dal tempo e da almeno un paio di gravidanze gli facevano scattare dentro qualcosa. Voleva affondarci la testa. Come fosse un lattante. Si chiese se ci sarebbe potuto affogare dentro.
Sopra le due mammelle. Un collo flaccido. Che sorreggeva un viso che aveva fatto il suo tempo. Due occhiali rotondi su un naso piccolo. Le guance rosse. E la testa che intanto si arrovellava sul contenuto della valigetta che quel tizio vestito in maniera così sgargiante teneva così saldamente. Forse era una spia. Forse un criminale. Forse una testa di cazzo qualunque. Ma che cosa c’era in quella valigetta? Perbacco. Lo voleva sapere.
Non era una spia. Un criminale forse. I capelli lunghi e unti. Gli occhiali scuri a nascondere delle profonde occhiaia. La prova inconfutabile che il mondo oltre al velo gli si era dischiuso. L’armonia del cosmo. I segreti dell’universo. E la pace dei sensi. E la cetra. La cetra. Cetra. Eccetera. Salute. Avrebbe voluto danzare. Ma prima doveva pensare a chi vendere qualcosa. Per rendere anche lui partecipe di quel tutto che era ormai diventato. Girò la testa a est. Giacca cravatta e barba curata. Lui avrebbe comprato qualcosa? Gli piaceva pensare che anche giaccaecravatta in fondo ne avesse bisogno. Come tutti.
Stronzo. Il suo capo era uno stronzo. E fanculo al suo sorriso falso. Alle frasi di circostanza. Fanculo. E’ finita. La rabbia saliva. Ma non come un fiume in piena. Piuttosto come una bottiglia di spumante senza sicura al tappo. E se non avesse retto quel giovanotto alla sua destra si sarebbe preso un pugno dritto sul muso. Ed avrebbe abbassato quella cresta di merda. Ma come se ne va conciato così in giro? Avrebbe voluto fargli sanguinare il naso. Strappargli tutti quei piercing.
Si toccò il piccolo anello alla narice. Poteva sentire se ci pensava a fondo il piccolo brivido che aveva sentito al tempo. Un tempo ormai andato. Una leggera scossa. Tra le palle. Ma quella non era dovuta al ricordo. Ma all’immagine della sua mano che si infila nel tailleur. Lo sbottona. La camicetta fuori dai pantaloni. La mano che si insinua. Ed il gemito di piacere. Lo sente. Lo senti? Chiedeva col pensiero a quel viso inespressivo e freddo incorniciato in lunghi capelli scuri.
Il tailleur le stava stretto. O c’era dell’altro? Cos’è che le stava veramente stretto? Avrebbe dovuto tagliarsi i capelli? Il ragazzino al suo fianco si mosse in maniera impacciata e le urtò la gamba. Notò una smagliatura sulla calza. Uno strappo. Le ci voleva uno strappo. Ed allora sì. Avrebbe portato quel bimbo con sé. Caricato sulla sua decapottabile. E poi via. Gli avrebbe fatto scoprire il mondo. Gli avrebbe fatto assaggiare frutti che neanche si immaginava. E lei con lui. Uno strappo. Gli avrebbe comprato degli occhiali nuovi.
Cercò di soffiare via il ciuffo che gli cadeva sulle lenti. Senza riuscirci. Si portò una mano tremante sulla fronte per completare il lavoro. Cos’era che lo rendeva così agitato? Cos’era quella sensazione? Voleva sentire il calore di quelle labbra sulle sue. Quelle labbra così carnose. Accese da un rossetto provocante. Quanti anni avrà avuto? Tre? Quattro più di lui? E perché fissava il vuoto? Che importava? Voleva baciarla. Voleva vivere per sempre felice e contento con lei.
Era a disagio. Ormai conosceva nei minimi particolari il vuoto di fronte a lei. Si concentrava. Si sforzava di non guardare l’uomo accanto a lei. Così grasso. Strabordante. Si sentiva in imbarazzo. Si sentiva avvampare le gote. E cercò di riportare la mente lontano da lì. A correre in mezzo ai campi. Le scappò un sorriso innocente. Ma come si fa ad essere così grassi?
Cosa aveva da guardare? Cosa c’era? Era per il suo aspetto? Non che gliene fregasse qualcosa. Ma non era carino. Quella stronza. Avrebbe voluto dirle qualcosa. Avrebbe voluto dirle che quel suo sguardo contornato da quell’apparenza così educata se lo sarebbe potuto ficcare su per il culo. Su per il culo. E sarebbe potuta tornare dietro alla scrivania alla quale lavorava e dove avrebbe passato il resto dei suoi tristi giorni con quello sguardo incastonato tra le chiappe.
Pensò di tirare fuori dalla borsa lo specchietto per controllarsi il trucco. Ma cambiò idea. E si accontentò di darsi una sistemata ai capelli. Alla cieca. Sbatté le sopracciglia. Si sentiva civettuola. Ma il direttore d’orchestra aveva un fascino al quale non poteva resistere. Si inumidì le labbra. E sperò di essere notata. Un direttore d’orchestra. Sbatté ancora le sopracciglia. Ed emise un gemito impercettibile. Si inumidì.
Un. Due. Ripassò mentalmente i movimenti delle mani. La destra. La sinistra. Attaccano le chitarre. E poi il cantato. Un due. Un. Due. Tre. Come avrebbe fatto se fosse stato il suo vicino d’attesa? Cioè. Di un occhio forse avrebbe potuto fare a meno. Ma la mano? La mano no. Quella gli serviva. I gesti ampi. La possenza dei movimenti. Sarebbero mancati di finali. Un. Due. Le chitarre che si intrecciano. Come avrebbe dato gli attacchi? Ma per fortuna non era il suo vicino d’attesa.
Non voleva essere compatito. Voleva una persona con cui parlare. Che non fissasse in continuazione la benda scura. O il suo polso. Senza sfondo. Come una strada per soli frontisti. Senza conclusione. Voleva parlare con qualcuno. La bionda che gli sfiorava il braccio con apparente disinvoltura sarebbe stata ad ascoltarlo? Di storie ne aveva. Di pensieri sul senso della vita no. Ma la vita è fatta di storie. Non di sensi. E quei capelli color grano forse avrebbero apprezzato le sue narrazioni.
Si passò una mano sulla pancia. C’è qualcuno? Si chiese. No. Non c’è nessuno. Che domande. Però se ci fosse stato? Sarebbe stata in grado? E ci sarebbe stato qualcuno al suo fianco? Guardò. Un uomo brizzolato. Di un certo fascino. Doveva ammetterlo. I tratti del viso duri. La mascella pronunciata. Un’aria saggia. Sarebbe potuto essere un buon padre?
Deglutì. No. Non ora e non lì. Forse se ne sarebbe dovuto andare. Non in un luogo pubblico. Ma quegli anfibi. E invece eccola. Un’erezione. Cercò di trovare una posizione comoda. Fanculo agli anfibi. Anche se lo sapeva che non erano quelli. Era ciò che contenevano. Ed era solo una ragazzina. Però i piedi. I piedi lo facevano andare fuori di testa. Avrebbe voluto leccarli. Annusarli. E lasciarsi calpestare. E leccarli ancora. Assaggiarne ogni centimetro. Deglutì. E quella era solo una ragazzina.
Si attorcigliava i capelli sul dito. Un’occhiata innocente. La gomma da masticare che si gonfia. Esplode. Rattrappisce su sé stessa. Un risolino. Un cliché. Non una reazione. Eppure ci doveva essere un modo per metterlo in imbarazzo. Voleva vedere la sua angoscia nel cercare di allargare il colletto bianco. Facendo finta che la ragione fosse il caldo. Voleva che andasse a confessare pensieri impuri.
Sia lodato il Signore per ogni nuova creatura. Ma si chiedeva come sarebbe potuta crescere da una madre di quell’età. Satana. Satana si è insediato nelle menti di questi giovani. Induce in tentazione. E questi scopano come conigli. E poi c’è chi rimane gravida. Gravida era la parola. Non incinta. Gravida. Come le bestie. E lui avrebbe dovuto lavare dal peccato originale chi nel peccato c’era nato. Possa il Signore perdonare chi se lo merita. E possa andare all’inferno chi se la cerca.
Era stata una cosa veloce l’ultima volta. E non aveva fatto male come pensava. Come al ballo della scuola. Non le aveva fatto male. Nello sgabuzzino. Quando poi una vita aveva preso a crescerle nel grembo. Al ballo della scuola. Fissò il vecchietto alla sua destra. Aveva un’aria speranzosa. Sbirciava di tanto in tanto nella scollatura della signora al suo fianco. E poi bofonchiava senza senso. E attendeva. Chissà cosa. Chissà se ai suoi tempi anche lui ha messo incinta qualcuna al ballo della scuola? Non le aveva fatto male. Chissà se anche quel vecchietto era diventato padre così presto?

Si chiude il cerchio. A suon di valzer. I violini suonano. Un due tre. I violini suonano.

Si affacciò alla porta. E venne investito da un odore forte. Un odore di sudore. Ormoni. Desideri inespressi. Altri inesprimibili. Umanità che si guarda attorno. Per poi tornare al punto di partenza. Non lo sopportava quell’odore. Si scostò dagli occhi la fangia bionda che andava a finire su dei nei apparentemente finti. Sorrise in maniera finta. Trattenne il respiro. Non poteva più sentire quell’olezzo. Voleva l’odore di sangue. Il rumore del trapano. Dell’aspiratore. Voleva odore di sangue e colluttorio.

Avanti il primo.

Pietro Liuzzo Scorpo

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