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Top Ten 2014 – Maurizio Narciso

1. Andy Stott – Faith in Strangers

Data di Uscita: 17/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

La fissavo intensamente, sperando di incrociare il suo sguardo. Mi aveva notato, ne ero certo, ma continuava a guardare altrove. Sentivo la testa ribollire, quel rifiuto non riuscivo proprio ad accettarlo.

Ero invisibile per lei.

Il bar era al quarto piano di uno stabile tra la terza Avenue e la seconda Street: un quartiere signorile, ad un passo dal centro economico della città. Ero circondato da uomini d’affare, ingessati nei loro completi scuri, con i loro visi abbronzati sopra cravatte che costano più della mia utilitaria. E poi c’era lei, inscrutabile creatura, per la quale indossavo il mio sorriso migliore.

Erano giorni che non lavoravo, puntuale alle nove di ogni mattina ero in quel caffè, in cerca della sua attenzione. Successe allora, come una folgorazione, ebbi la sensazione che mi stesse finalmente guardando! Allora sbirciai in modo distratto fuori dal giornale e fui investito da un gelo totale: riuscivo a riflettermi nei suoi occhi ma la sua espressione era rimasta immutata, era incolore, a dimostrazione della mia inesistenza su questa terra.

Interruppi il rito per due giorni e per due giorni non dormii. La mia vita normale non aveva più valore, era diventata senza senso. Vedevo quella sua inespressione ovunque, sulle persone che incrociavo per strada, indosso all’edicolante dell’angolo, sul mio venditore di hot-dog di fiducia, perfino i miei vicini di casa sfoggiavano quel disinteresse che mi faceva sudare freddo le mani e bruciare il viso.

La mia vita era finita ed è così che presi quella decisione irrevocabile.

L’indomani ero di nuovo in quel luogo dello spirito; salii fino al quarto piano e prima di entrare nel caffè feci un respiro profondo. Aprii la porta di schianto ed ebbi gli occhi di tutti addosso, di tutti tranne che di lei. Come una furia mi gettai sul suo corpo, afferrandola più stretta che potevo, la alzai di terra e, messa in spalle, corsi via, urtando contro tre bell’imbusti e poi schivando freneticamente le macchine per strada, fino ad arrivare al mio appartamento.

La adagiai vicino alla finestra, delicatamente. Sentivo di avere del sangue in bocca, forse nello sforzo mi ero morsicato un labbro. La vista era confusa eppure lei era lì, monumento davanti alla mia di finestra, finalmente, unicamente mia!

Maurizio Narciso

2. SBTRKT – Wonder Where We Land

Data di Uscita: 22/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Il nostro respiro è quello del metrò che parte e si ferma in ogni stazione.

Signore che si sistemano l’acconciatura e tengono stretti i propri bagagli quando il soffio caldo e ferroso viene trasportato dal vagone in arrivo. Signori che chiudono il giornale solo per un attimo prima, per non rischiare di stropicciarlo. Ragazzi che con i piedi sulla linea gialla si fanno spallucce e gonfiano i loro petti tagliando l’aria che li investe.

I nostri vasi sanguigni sono i binari marroni che dalle stazioni dei treni raggiungono ogni dove.

Il sangue palpitante corre lungo i ferri, rallenta solo in prossimità degli scambi rugginosi e prosegue spedito nelle vene e nelle arterie delle città. Viene schiacciato da vagoni merci e da treni di persone che volgono verso l’orizzonte il proprio sguardo, le proprie paure e le proprie gioie, che si spogliano come si fa davanti al mare infinito.

Le nostre sinapsi sono i cavi dell’alta tensione che si stagliano nel cielo.

Energie che sfrecciano sulla corda, superano con un balzo i tralicci ed accelerando generano confusione e stordimento in chi le osserva. Sogni liquidi che non vengono essiccati dal sole. Memorie comuni che sono il patrimonio congenito di una fetta d’umanità che non ha mai tregua, mai un momento di stasi, sono velocità e passione.

Il nostro pianto bagna l’asfalto arido delle grandi metropoli.

Le strade crepitanti al sole diventano lucide e rispecchiano tutto ciò che accade sulla superficie, ma è un riflesso nero, che rivela la verità. Le apparenze scolorano, rimane la crudezza dei contorni, non c’è spazio per le sfumature. E’ una nuova realtà, senza mostri e senza trucchi, solo densa d’umanità, dove le anime danzano nude.

I nostri sogni sono le nubi di smog che investono ignari passanti.

Sono materializzazioni appena visibili di desideri dei quali si sono persi i particolari. Possono essere verdi, rossi oppure bianchi candidi come la prima neve d’inverno. Si confondono tra loro, sono istinti d’umanità che si fanno largo nel cielo, giocando con i raggi solari. Delle volte vengono ispirati da persone qualunque, che li cacciano indietro con forti starnuti.

Ci chiamano barboni ma siamo vagabondi dell’anima, siamo le città nelle quali perduriamo.

Maurizio Narciso

3. Caribou – Our Love

Data di Uscita: 07/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lei vivrà, conta solo questo.

Sono passati due soli giorni da quando ho preso la decisione peggiore della mia vita. Eppure sembra una vita fa. Avevo smesso di fare l’autista ma Jeff ha insistito, è passato da me strafatto di coca, se la stava facendo addosso, aveva la camicia inzuppata di sangue ed un bel conto da pagare. Gli ho offerto tutti i miei risparmi ma non bastavano, l’aveva fatta troppo grossa. E’ così che invece di mantenere fede al mio giuramento e rimanere fuori dal giro per sempre ci sono ricaduto, dopo appena due anni dall’aver ottenuto la grazia, quel bacio sulla bocca che a pochi è concesso. Ora mi prendo cura di Lisa gli ho detto, sono responsabile per lei ho continuato a ripetergli, non posso più fare cazzate del genere gli ho urlato negli orecchi, mentre lo abbracciavo. La decisione l’avevo già presa.

Accettai di scortarlo in macchina solo per questo ultimo fottuto colpo, un deposito bancario isolato nell’Oklahoma meridionale, col cambio della guardia alle 15.00 e senza una telecamera per mille miglia quadrate. Ricordo il suo odore, quello della paura mentre mi sanguinava addosso e ripeteva che lo strozzino era Frank, proprio Frank, il boss che mi iniziò nel giro quando avevo appena quindici anni. Per lui ho perso tutto, per lui ho fatto di tutto, fino al giorno in cui gli ho salvato la vita da morte certa: il suo bacio il mio biglietto per la libertà, lo stesso che ho buttato nel cesso accettando di aiutare un amico condannato a morte.

Il giorno seguente Jeff era imbottito di analgesici e sembrava aggrappato al suo ferro come Vilcoyote sull’ultima rupe prima dello strapiombo. Sudava freddo ma si sforzava di sorridere. Io non avevo perso i miei contatti ed ero riuscito a recuperare a tempo record una utilitaria, dall’aspetto comune, che celava sotto il cofano un motore da far invidia ad una sportiva purosangue. Avevo trasferito per sicurezza Lisa, l’amore della mia vita, in una stanza di albergo con due biglietti di sola andata per l’Europa: uno era per me, ma aveva l’obbligo di partire il più velocemente possibile qualora avessi tardato l’appuntamento stabilito anche solo di un minuto. Si è limitata a baciarmi con tenerezza, facendomi dimenticare per un attimo l’incubo nel quale avevo deciso di reimmergermi.

Il deposito era davvero circondato dal nulla, per un attimo credetti che ce l’avremmo fatta! Jeff si trascinò fuori dalla macchina e cominciò a camminare con passo deciso, l’adrenalina l’aveva resuscitato, non sembrava quel colabrodo che ieri ho dovuto rappezzare con garze ed antidolorifici. Varcò la soglia della banca ed io azionai il timer: aveva sei minuti per uscire con la busta di soldi. Allo scoccare del quinto minuto la porta si riaprì e lo vidi, in una mano aveva un sacco, nell’altra la sua pistola luccicante al sole. Non fece in tempo a fare dieci passi che dal nulla una macchina scura lo investì a grande velocità, sparpagliando interiora e dollari per tutto il parcheggio.

Era una trappola.

Ingranai la prima e via come un tuono sulla statale; ero inseguito da quella sportiva color nero e sangue e dovevo cavarmela. Non riuscivo a seminarli con il poco traffico delle 15.10, così decisi di portarli verso la vecchia cava, un posto dove avere il vantaggio di guidare su una terra arida e polverosa che conoscevo bene. Loro erano più veloci ma io ero lo specialista. Arrivati allo scavo resi il piazzale un deserto di nebbia con una serie di testacoda ma loro iniziarono a sparare senza guardare dove, non so con quale diavolo di armi; i vetri della mia macchina andavano in pezzi, sentivo il corpo bruciare dappertutto, morsi nella carne e dolore accecante, così mi riparai sotto il volante puntando dritto su di loro: lo schianto fu tremendo e riuscii a far ribaltare la loro auto.

Se fossi stato un musicista mi sarebbe piaciuto realizzare un disco che parlasse d’amore, ma sono un corriere della malavita che si tampona con un fazzoletto l’intestino bucato, in una macchina che ha già l’odore della morte.

Maurizio Narciso

4. Flying Lotus – You’re Dead!

Data di Uscita: 06/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Ho ricevuto stamane l’audiocassetta via posta. E’ incartata con un foglio bianco con su scritto in rosso “mission 5 of 19”. I caratteri sembrano scritti col sangue, altro modo per impressionare i partecipanti al gioco? Il sito internet dove ho acquistato questo oggetto risulta già chiuso, proprio come dicevano sul blog “You’re dead”, stesse modalità di adescamento.

Era solo una dimostrazione ai miei amici di non credere a certe notizie che si leggono su internet.

Ho strappato la carta e atteso un attimo prima di inserire la cassetta nel mio vecchio mangianastri. Ho le mani sudate e me ne vergogno. Tiro un respiro di sollievo allo squillo del telefono. Rispondo e sento un fruscio all’altro capo della cornetta, poi una voce camuffata che mi domanda se ho ricevuto la quinta missione; dico di si e sento riattaccare.

Era solo una dimostrazione ai miei amici di avere coraggio.

Ho paura ora. Passano minuti come ore e cerco di ritrovare le mie ragioni, l’idea che tutta questa storia sia solo una messinscena. Nessuno dei miei amici è a conoscenza dell’arrivo a casa della cassetta, non può essere stato uno di loro a fare la telefonata. Sanno solo della mia intenzione di voler partecipare a questa cosa, non posso tirarmi indietro proprio ora.

Era solo una dimostrazione per far valere la mia ragione su quella degli altri.

Schiaccio il tasto play e quella stessa voce dal tono metallico mi invita a recarmi entro ventiquattrore al vecchio mattatoio accanto la ferrovia dell’east side. Sarà solo uno scherzo di cattivo gusto, cerco di convincermene perlomeno. Non sono un pivello, posso dimostrare che questa cosa è solo un gioco, solo uno scherzo di pessimo giusto.

Era solo una dimostrazione a me stesso di poter superare ogni “prova”.

Le mani mi tremano e sudano ancora. Dopo il messaggio parte una musica, un gospel nero, appena sporcato di elettronica. E’ jazz moderno, una danza della vita, una danza della morte. Passo ore, almeno credo, a riavvolgere il nastro ed a farlo ripartire. Il brano, per quanto breve, non mi esce più dalla testa, come un mantra dal quale è impossibile sottrarsi.

Era solo una dimostrazione a me stesso di essere forte.

Esco di casa ed è notte, vado in garage a prendere l’auto e, per ogni evenienza, anche la chiave inglese più grande dalla cassetta degli attrezzi. Mentre guido non smetto di ascoltare il nastro, faccio attenzione a non andare fuoristrada durante le procedure di riavvolgimento. Ecco, ci siamo, vedo in lontananza il luogo stabilito dall’ignota voce metallica.

Era solo una dimostrazione di ottusa virilità.

Con il walkman in tasca e le cuffiette nelle orecchie attraverso lo stradone che porta a quell’industria dismessa. Non so se mi da più sicurezza la chiave inglese che stringo in mano oppure la musica che mi entra in testa. Mentre mi guardo intorno sento un rumore alle mie spalle, mi volto ma è troppo tardi, una siringa si infila calda nella giugulare e perdo i sensi all’istante.

Era solo una dimostrazione al mondo intero di essere uno stupido.

La vista è ancora sfocata, non so dove mi trovo, sarò la prossima attrazione di internet, l’ennesimo sciocco che è stato fregato dal “gioco che uccide”. Dovevo dare ascolto al mio istinto, buttare la cassetta nel tritarifiuti o perlomeno non raggiungere il luogo indicatomi in piena notte. D’improvviso mi accorgo di essere nel letto, il mio letto. Un’improvvisa eccitazione mi fa svegliare del tutto, faccio mente locale, è solo un sogno!

Era solo una dimostrazione.

Mi volto verso il comodino e con sommo sgomento trovo la cassetta, ancora imbustata. Faccio un balzo fuori dal letto per afferrarla. In testa è come se avessi ancora quel motivetto jazzato. Voglio aprire il pacchetto… D’un tratto una visione, di me legato su una sedia alla mercé di uno sconosciuto che brandisce un macete, sembro sorridente nonostante tutto, ho nelle orecchie quella musica inconfondibile.

Maurizio Narciso

5. Aphex Twin – Syro

Data di Uscita: 22/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

A diciassette anni si hanno altre aspettative.

Il mio stereo è di piccole dimensioni ma produce un suono che mi piace, non sarà di alta fedeltà ma è quanto basta ad inondare di musica la mia camera, arrivando a incuriosire la figlia dei condomini del piano di sopra, diciassettenne anche lei, che quando mi vede sorride e chiede che genere di musica io ascolti. Una volta le dissi in modo saccente che si trattava di Aphex Twin, senza l’articolo determinativo plurale davanti, è uno solo dietro le macchine.
Drucks era appena uscito e feci un viaggio a Roma insieme ad un mio amico per acquistarlo; il posto dove sono cresciuto conta poco più di quarantamila abitanti per – a quei tempi – tre negozi di dischi dove trovare il pop e il rock. Mi piaceva il rock ma non lo sentivo attuale. “Intelligent Dance Music” la chiamavano sulla rivista musicale che davano in allegato il giovedì con un noto quotidiano nazionale, io la consideravo cibo per l’anima. Possedevo già molti dischi simili, probabilmente migliori dal punto di vista della visione complessiva sulla materia elettronica, eppure ascoltare quel disco appena uscito e non recuperato da un vecchio catalogo impolverato la rese un’esperienza indimenticabile. Una centrifuga impazzita di suoni sgraziati, battute secche, tocchi armonici, voci aliene e suoni di pianoforte, che io vivevo come al rallentatore, godendo di ogni singola variazione, scoprendo di ascolto in ascolto nuovi dettagli per costruire immagini mentali sempre diverse.

A trent’anni si hanno altre aspettative.

Dalle due casse da pavimento proviene un suono pulito ma corposo e l’amplificatore ha uno stadio a transistor ed uno a valvole; non posso alzare troppo il volume perché non vivo più nell’appartamento sotto alla mia amica curiosa.
Syro è appena uscito ed il mio giradischi è pronto ad accogliere il vinile nero che stringo tra le mani, attendo ancora un pochino perché voglio allungare questo momento il più possibile. Ho evitato di ascoltare il singolo apripista né ho letto alcun commento in merito a questo ritorno discografico dopo tredici anni di inattività o giù di lì. Poso la puntina sui solchi ed ecco la musica che tanto mi era mancata: multiforme, ricca di trame spezzate, di melodie appena accennate e di reiterazioni parossistiche, tornano addirittura le note di piano, che mi riportano con la memoria al mio piccolo stereo ed alle meraviglie di un tempo che fu. Torno ad immaginare il flusso sonoro che si compone e scompone mentre mi investe, canticchio armonie che magari durano solo pochi secondi ma che mi porto dietro per svariate tracce, con in faccia lo stesso ghigno dell’autore.

E’ un disco che poteva essere stato inciso molto tempo fa ma suona bene anche oggi. Viene attualizzato quanto basta un discorso senza tempo; non è qui che si devono cercare altre rivoluzioni, questi sono lidi per figli unici, un vorticare appassionante di musica per l’anima.

Maurizio Narciso

6. Plaid – Reachy Prints

Data di Uscita: 19/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Nella mente

Come si assorbe un lutto?

Nella mente una casa dove sono cresciuto, un albero che d’autunno mi regalava fruste sottili di rami che nelle mie mani diventavano spade, un soprammobile d’epoca di mia nonna raffigurante due personaggi da primo ‘800 imbellettati per la festa, il coltellino svizzero di mio nonno da cui non si separava mai, la scala a chiocciola come rifugio ed i soldi sotto al piatto da scoprire a pasto terminato…

Poi il cuore si stringe e la mente vola a quando avevo la febbre e la loro presenza rassicurante a farmi visita, mani premurose a toccarmi la fronte mentre altre stringevano il cappello e il cappotto attendendo il proprio turno…

Mi ritrovo in buona compagnia su un piccolo trattore che si arrampica su una strada tortuosa per arrivare in cima alla montagna dove c’è una fonte di acqua gelata, un getto esuberante dal quale non riesco a bere senza ritrovarmi bagnato da capo a piedi…

D’improvviso arrivano immagini recentissime, il dolore e la dignità di affrontarlo a viso aperto, i sorrisi e le rassicurazioni anche quando sono per finta, la necessità di accettare il naturale volgersi degli eventi…

Le corse sotto il sole e le passeggiate misteriose in un paesino tutto da scoprire, vie alternative da percorrere con la curiosità di calpestare un selciato per la prima volta…

La sala giochi a 500 lire a partita e il forno utilizzato da tutte le signore del paese dove andare a respirare aria di dolci e di pane, farsi offrire un bicchiere d’acqua dalla vicina di casa per proseguire il cammino, senza meta, senza tempo…

Una musica che aiuti a visualizzare i ricordi…

ad occhi chiusi

Maurizio Narciso

7. Ben Frost – A U R O R A

Data di Uscita: 26/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

“Non avrai altro Dio al di fuori di me.”
Sembrava impossibile crederci, o almeno così appariva a me, miscredente impenitente.
Rifuggivo la religione come fosse un’appestata, per coerenza a convinzioni radicate in anni e anni di esperienze, per testardaggine col tempo tatuata addosso. Lui, un dio terreno e immanente, stava tessendo tappeti sonori ai confini del mondo, mescolando luci e tenebre, synth bianchissimi e nere percussioni, il bene e il male.
La pelle indurita dal peregrinare per le dure terre dei Carpazi, i graffi di lupi e le escoriazioni di vetri rotti richiedevano tempo necessario come minimo a ricucire le ferite e riappropriarsi della forza primordiale per governare il mondo. La guarigione era quantomeno necessaria per intraprendere una nuova missione tanto impegnativa quanto epica.
Egli cercò il ritorno in Patria, perché sì il culto prevede l’universalità della risposta, ma le basi per irrobustire una certa dottrina impongono concentrazione e dedizione assolute; protetto da terreni di nota asprezza, sapeva bene dove scovare insolite fascinazioni e i segreti di reazioni chimiche debordanti, al riparo da qualche curioso disturbatore che di tanto in tanto andava accenando incursioni per verificare coi propri occhi anziché credere senza riserve. A quanto pare San Tommaso non era soltanto un biblico ricordo.
Di contro, erano anni che dinnanzi a Lui avevo imparato a plasmare la mia Weltanschauung. Cieca fiducia e totale abbandono. Attesa paziente, congiunta a simili attese disseminate per i continenti, silenti ma conscie di trovarsi in stasi apparente, ché era questione di giorni – se non di ore. Quando il momento arrivò, nessuno seppe se la gioia stesse superando la sorpresa, o meglio ancora lo stordimento; in questa religione le epifanie scuotono l’anima tanto quanto il corpo, non vi è modo di farsi coinvolgere spiritualmente senza avvertire le membra possedute da tale forza (sovran)naturale.
Le percussioni battevano impazzite come ingrediente inedito in una tavola periodica già satura di elementi pre-combinati e lasciati reagire in giochi di esplosioni metalliche e parentesi di quiete destinate a essere spezzate all’improvviso. Sembrava che il nostro demiurgo avesse imbastito un dialogo complesso tra la natura e suoi derivati; talora il confronto prendeva pieghe drammatiche tramutandosi in disputa e mostrava le due parti battersi strenuamente per avere una certa rivalsa, altre volte si conveniva presto a un accordo spontaneo, fatto di trame dense e fitte, di avvolgimenti reciproci e passaggi di palla armoniosi.
Il rito pagano aveva luogo alle pendici di un vulcano, ma aveva richiesto un cammino impervio per guadagnarsi la meta agognata, tra sbruffi di geysers e distese lunari. Non bastavano quindi le cicatrici avute come pegno dalle imprese passate, la catarsi andava completamente portata a termine. E a quel punto egli si trasformò in un sapiente direttore d’orchestra, facendo imbracciare gli strumenti musicali alla natura stessa, la quale si prodigò in una miriade di declinazioni sonore da lasciare tramortiti, sovrastati, affascinati. Gli acciai affilati innestavano tagli netti alle superfici rugose di rocce e terre più morbide, piogge di lapilli iniettavano il cielo di materia incandescente su musica battente dalle derive industrial e il ruggire delle lamiere. Si palesarono due aiutanti, eletti prescelti per potenziare ulteriormente la funzione: frustavano tamburi con violenza liberatoria e occhi chiusi, incarnando, in danze convulse e tribali, il cuore pulsante del centro della Terra. Intorno era tutto un andare e venire di coordinazioni e asincronie, di sublimi contrasti tra atmosfere sintetiche che lambivano i territori della techno e soavi aperture riappacificanti, rintocchi di campane lontane. In un simbolico moto ascensionale ci si andava nutrendo di sussulti infernali oscuri, animaleschi, di cenere grigia che sporcava qualsiasi accennata melodia con substrati gracchianti, di ghiacci acuminati, mentre il climax in progressione si stava dirigendo furioso verso il suo acme a lungo desiderato.
L’Aurora deflagrò nella volta celeste, stupenda e commovente, abbracciando di un chiarore bianco e vitreo tutti noi al cospetto. Gli sguardi fissi in alto per rapire una ad una tutte le sfumature, pupille affamate e ingorde, finché arrivarono al punto in cui la luce divenne davvero accecante e oscurò di colpo retina e campo visivo, ché rivelazioni come quelle sono irripetibili e hanno comunque un prezzo da pagare, anche caro. A single point of blinding light.
Rimasero le emozioni, a fatica comunicabili a parole ma ancora saldamente vive nello stomaco impregnato di meraviglia e di turbamento, nel tremore delle mani, nella pelle d’oca, nella memoria colpita affondata e riempita, nel cuore devoto.
E quando ci chiederanno le ragioni che sottendono la resa incondizionata sapremo tutti avvalerci dell’ineffabilità della fede. Sola fide.

Federica Giaccani

8. HTRK – Psychic 9-5 Club

Data di Uscita: 01/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Jeanine aveva deciso di riporre in un cassetto la sua vita totalmente sbagliata, aveva deciso di chiuderlo e gettare via la chiave per sempre. Trent’anni e strade di Londra battute più la notte che con la luce del sole, le mani nervose che si grattavano l’un l’altra e poi salivano fino ai gomiti lasciando i segni sulla pelle bianca, sotto le magliette attillate di un nero assoluto; buchi in vena, plurimi e recidivi, buchi nelle calze ogni giorno più logore, buchi nei conti scarni che segnava su scontrini di fortuna nel suo appartamento, la testa pesante sorretta dalla parete accanto ai fornelli mentre farneticava parole disperate al telefono. Quel telefono che non la piantava mai di suonare nemmeno la notte, e gli uomini che la aspettavano sotto casa ad ogni ora, la pedinavano, insistevano, non accennavano a mollare la presa. Non era mica colpa loro se quella donna li accecava col suo fascino malato, li circuiva calcolando con estrema lucidità ogni mossa approfittandosi delle loro umane debolezze, poi scompariva. Aveva cambiato appartamenti Jeanine, quasi con la stessa frequenza con cui cambiava versione dei fatti per svignarsela da scomode situazioni ingombranti. Era una tossica atipica, alternava periodi di miracoloso equilibrio in cui riprendere il fiato e pianificare mosse future ad altri estremamente scuri e confusi, affondata nella palude di contesti ingarbugliati e guai, che attirava a sé come campi gravitazionali di forza inaudita.
I suoi genitori avevano strenuamente tentato di influire in qualche modo disperato nelle sue scelte, di aiutarla per quanto potevano; in cambio avevano soltanto ricevuto porte sbattute in faccia e insulti irripetibili, nel migliore dei casi la reazione scaturita era mutismo ostinato. Decisero infine di farsi da parte e lasciarla a se stessa, da qualche anno avevano smesso di vedersi e di parlarsi, come se ambo le parti avessero di comune accordo convenuto che la dissoluzione del vincolo fosse l’unica strada praticabile. Jeanine non lo avrebbe mai ammesso, se non altro per ragioni di orgoglio, ma da quella volta un senso di vuoto latente non la lasciò mai completamente in pace; per fortuna le era rimasto Chad, energumeno di colore, suo unico amico. Soltanto a lui dischiudeva i cancelli delle confidenze, soltanto lui era riuscito a vedere i suoi aridi occhi inumidirsi per la paura e la malinconia.
Un giorno, dopo l’ennesima disintossicazione, Chad le disse che l’unica salvezza sarebbe arrivata soltanto con una nuova identità: documenti vergini intestati a chissà quale nome asettico e insignificante che di lì in avanti si sarebbe dovuta sforzare di accettare, vita nella brughiera al riparo dai fumi di Londra, taglio netto col passato. Il problema è che lei questo proprio non lo voleva, non avrebbe mai rinunciato a se stessa, al suo nome francese rimastole come unica eredità del padre d’oltremanica.
Trascorse la notte insonne, contò gli autobus passare, e le auto, e poi venne il turno dei netturbini; sul fare dell’alba la soluzione arrivò nitida come una rivelazione, e il suo orologio biologico sembrava regolato in sincrono con ciò che andava fatto: si sentiva inaspettatamente pronta, e anche in grado. Alcuni aerei e dei continenti da frapporre tra il passato e il futuro la facevano sentire al riparo da ogni ipotetica minaccia, le apparivano come il terreno ideale sul quale gettare le basi per una ripartenza. L’Australia, inedite prospettive.
Salutò Chad in aeroporto con un abbraccio drammatico e al contempo vigoroso, una forza ritrovata; il filo non si sarebbe comunque mai spezzato tra loro. Il suo corpo, avvezzo finora a oscurità malate e a un masochismo intimista e fragile, aveva adesso bisogno impellente di bianco e di luce. Cose del genere accadono tutte insieme come uno tsunami, incalcolabili, imprevedibili.
Una volta atterrata, coi pochi soldi che aveva a disposizione prese in affitto un minuscolo appartamento in un vecchio stabile; le dimensioni minime, gli infissi male coibentati e la posizione periferica erano ampiamente ripagati dal mare che, imperioso e immenso, entrava da protagonista nei suoi spazi dalle ampie vetrate a tutt’altezza. In particolare perdeva la cognizione del tempo sul terrazzino di un metro quadro, fumando qualche sigaretta mentre odorava la salsedine e ascoltava i gabbiani. Si muoveva con naturalezza in un fresco equilibrio non più precario, irrobustito dalla serenità di lunghe passeggiate tra la spiaggia e i meditativi giardini zen, una musica digitale e delicata a far da cornice, quella di sempre ma ora spogliata di ogni traccia morbosa e oscura, un nuovo riflesso azzurro creava riflessi vibranti e rassicuranti. Blue sunshine.
Aveva sempre odiato il rock, non concepiva il bisogno del fragore degli strumenti suonati per evocare chissà quale stato d’animo. Adesso che la guarigione stava avendo atto, le melodie insane e sincopate e i sussulti tra le coperte madide di sudore avevano gettato la spugna; Sydney sapeva di brezza e di fiori, di giorni semplici da trascorrere col sole alto e un lavoro normale che scandisse dei tempi più umani, regolari, curativi. Trovarsi dall’altra parte del mondo le rendeva in qualche modo più semplice ribaltare la vita. Senza dover essere altro da sé.
Quando Chad decise di sacrificare la sua fobia per gli aerei e la raggiunse, per poco faticava a riconoscerla: nessuna traccia di nero inglese, Jeanine si era convertita a seta e viscosa dai colori chiari e delicati; i luminosi capelli erano raccolti in una treccia lasciata cadere di lato su una spalla, il trucco era leggero. Seduti a un chiosco sulla spiaggia lei scelse un infuso fruttato lasciandolo solo alle gradazioni alcoliche, gli illustrò la nuova occupazione da segretaria presso un medico sportivo e gli parlò con voce ferma e posata. Anche il gesticolare nervoso era sparito.
L’eccezionalità della normalità.
Se solo i suoi cari sapessero – rimase in bilico lei in un’istantanea riflessione. Ma ben presto ricacciò indietro i pensieri pesanti e tuffò lo sguardo oltre il molo.
Probabilmente per questo non era ancora pronta. C’è un tempo giusto per ogni cosa.

Federica Giaccani

9. Warpaint – Warpaint

Data di Uscita: 20/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Aveva sempre in mente una scena, ogni volta che incominciava a suonare. Sarebbe meglio specificare, dire che aveva in mente immagini appartenenti a più scene. Quello che non cambiava e che non sarebbe mai cambiato era l’ambientazione di quegli attimi di vita fugaci, di quelle pause dal tempo, delle parole che facevano da sottofondo, dalle sue mani appoggiate alla ringhiera, tutte le ombre proiettate dalle luci sparse ovunque per l’ampia sala all’ultimo piano di quella costruzione, il traffico che si muoveva irregolare, qualche albero in buona salute a spezzare la monotonia dei parcheggi, il rimbombo delle canzoni che stavano per nascere, la quiete la notte, l’attimo successivo alla conquista, il fremito nelle ossa, la calma figlia della sazietà. All’altezza di un’ampia finestra sbrogliava matasse di cavi ai suoi piedi, guardava fuori dalla finestra alzando leggermente la testa, si poteva tracciare una linea retta dalle punte degli stivali alle rotaie del tram, passando per i rami ora vuoti della vegetazione, aggiungerci anche partenze di aeroplani, strisce pedonali, riflessi metropolitani, copertine di giornali. La seconda prospettiva portava capelli biondi, una storia ulteriore da raccontare, un lungo vestito e una tazza di the tra le mani. Raccontava di come raggiungere suoni più lontani, poi creò una successione di note al sintetizzatore e si ritrovarono al centro di una valle, in un passato indefinito, in una notte priva di volti umani, ampie vesti con un copricapo per testa e pregiudizi da disintegrare. L’accordo fu raggiunto e simbolizzato dall’immagine della legna da ardere, un falò nella sera, la forza del fuoco, tastiere. Quel pomeriggio la vide con la schiena appoggiata al muro di mattoni rossi, lo sguardo verso l’altrove, i lunghi capelli castani lisci sulle spalle, il piede sinistro nudo appoggiato alla parete. Prova a cantare queste parole. Le portò così un foglietto di carta, lei restava immobile appena fuori dalla porta di quella stanza affacciata a strapiombo sulla città, le mani ora nelle tasche. Una folata di vento scompigliò voci e capelli, il foglietto con quello squarcio di testo le scappò dalle mani e andò a rifugiarsi nel vuoto, ci risero sopra l’intera giornata su quell’episodio. Chi se ne frega, con un ritmo del genere ogni parola andrà bene. Alle tre di notte nacque una nuova canzone. Ballarono dietro ai loro strumenti, esauste e soddisfatte del loro operato. Come se qualcuno spaccasse il campanaccio di un animale nel silenzio di quella valle che avevo immaginato, prima del rogo. Sussurrare all’orecchio di una mente ottusa il racconto della rivincita delle streghe. Si ricordarono di una storia esemplare, si strinsero in un abbraccio e decisero di condividere. In the middle of the day we find love. Chiuse gli occhi, i capelli raccolti in un nastro, le ciglia abbassate che si confondono con le sagome dei grattacieli proiettate su tutti i lembi di pelle e tessuto disponibili. Dietro accesero quattro candele e le posizionarono una per ognuno degli angoli di un vecchio tavolo da lavoro. Si addormentò con le punte di dita altrui che le accarezzavano il braccio, sulla poltrona più comoda a loro disposizione. Domani pitturiamo i muri o li ricopriamo di fotografie venute male apposta, voluta mancanza di focalizzazione. Poi inviteremo i primi ospiti della nostra nuova festa. Ricordi quell’attimo in cui hai chiuso gli occhi e hai fatto casa al respiro del vento, allo scorrere delle stagioni tra le tue guance e le labbra leggermente socchiuse, la carezza più soffice dei vestiti alternati con disinvoltura sulla tua pelle, il passato e il futuro frantumati sul pavimento, la consapevolezza di poter frantumare le barriere. Aprì gli occhi, le teneva le mani ricoperte di anelli di vero oro. La storia che aveva deciso di raccontare riusciva a far convivere desideri e quiete, contrasti e conciliazioni. Più in là fumava una sigaretta appoggiata alla ringhiera di quel palazzo, si sentiva sul tetto del mondo. You are worthless. You belong. Sembravano tutti sul punto di lanciare la propria sfida a quell’angolo di cielo, loro comprese, e comunicavano anche con i silenzi più interminabili, bastavano gli sguardi, i movimenti sinuosi, i vestiti gettati sul tappeto e quelli prescelti per la prima quotidiana per il teatro, l’accettazione del valore universale di quella rappresentazione. Lasciarono l’abitazione portando insieme a loro tutte quelle nuove canzoni soddisfatte di essere riuscite a tratteggiare nuove consapevolezze. E come in un unico sguardo, salutando e ringraziando quei muri e quelle finestre, le immagini e le parole si unirono. I’m on my way back home. I’ve not been. I’m not gonna stay away too long. Regola numero uno: aggredire la realtà. LOVE IS TO DANCE. WHY DON’T YOU DANCE? And dance, and dance, and dance, and dance

Filippo Redaelli

10. Kelis – FOOD

Data di Uscita: 21/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lo scambio di valigette

Nei film sembra fottutamente semplice!

Non so cosa diavolo ci sia di così importante in quella ventiquattrore ma mi hanno riempita di soldi per un lavoretto “veloce”, almeno è così lo hanno chiamato.

Sono chiusa nel bagno di un aeroporto con indosso un vestito da hostess due taglie più piccole, perlomeno fisseranno la ma scollatura anziché il mio volto. Mi hanno assicurato che una delle assistenti di volo avrà un improvviso malore in aeroporto, un attimo prima di salire a bordo, ed è allora che con gli altoparlanti avvertiranno i sevizi in staff di dover effettuare un cambio di personale. Dovrò dirigermi al gate 43 presentando un grande sorriso ed i documenti che mi hanno “consigliato vivamente” di non perdere. A bordo ci sarà un signore distinto con una valigetta, dello stesso tipo che è nella mia borsa; a questo punto avrete capito anche voi che il mio compito è quello di inventarmi qualcosa e di effettuare lo scambio. La cosa più facile del mondo, soldi facili per un lavoretto veloce.

Cazzo, l’orario stabilito è passato da venti minuti…

Avviso urgente per i Servizi in Staff, Hostess al Gate 43, ripeto Hostess al Gate 43, è un codice H.

E’ il momento! Mi precipito fuori del bagno e cerco di assumere un’espressione professionale; su questi tacchi sembra che ci sia nata, sarà un gioco da ragazzi. Arrivo al gate con tutti gli occhi puntati addosso, il pavimento in marmo riflette la mia biancheria rosa, a contrasto con la mia carnagione scura, mi presento mostrando i documenti falsi ed i miei denti splendenti. Sono sull’aereo, un attimo prima del decollo.

Mi hanno istruita a dovere e prendo posto nella cabina antistante quella del comandante in attesa della stabilizzazione del velivolo. Lascio la mia borsa nell’apposito scomparto e infilo la replica della ventiquattrore sotto il carrello delle vivande. Dopo dieci minuti, insieme al collega, iniziamo a servire i clienti di coda.

Caffè; snack dolce; bibita gassata e snack dolce; salatini e aranciata; caffè; caffè ed un bicchier d’acqua; tramezzino e bibita gassata; caffè… ed ecco che ci siamo, a due file da me ci sono due posti occupati da un uomo di mezza età e da una ventiquattrore! Dico al collega che sono terminate le bibite gassate e mentre lui va a recuperarle sono accanto all’uomo X che, composto, mi chiede un caffè. Passandoglielo me lo faccio sfuggire di mano versandoglielo sulla giacca e nel colletto, il suo sobbalzare mi fa intendere di avergli ustionato anche il collo; chiedo scusa e mi propongo di accompagnarlo in bagno. Lui rifiuta ma lo seguo lo stesso, considerando che nel frattempo è tornato il belloccio con le bibite di riserva.

Estraggo dalla tasca un deodorante stick e tiro via la pellicola con l’accurata descrizione degli ingredienti per spacciarlo per uno smacchiatore universale e, preso un nuovo rifiuto dal signore, mi accorgo che ha la valigetta legata ad un braccio con delle cazzo di manette. Di scatto mi chiudo nel bagno con lui assestandogli un colpo improvviso, quanto preciso, sulla carotide: cade a terra svenuto.

Esco e lo chiudo dentro mentre recupero la mia borsa che nasconde un coltellaccio con il quale potrei riuscire a forzare le manette oppure… a tagliargli l’arto grigio e sottile. Inizio a destare l’attenzione del collega, ma non mi importa, mi richiudo nel bagno con il vecchietto in terra facendo l’occhiolino allo Stewart. Prima di procedere decido di aprire quella maledettissima ventiquattrore per scoprire finalmente cosa ci sia dentro. Non si apre, allora faccio leva con la lama, in modo sempre più insistente, fino a quando sento un click…

L’esplosione fu devastante, illuminò il cielo, strappando l’aereo in due; ma questo potete saperlo solo voi che state guardando dalle vostre fottute poltrone di casa, di me non rimane altro che un frullato sparso tra i 9.000 e i 12.000 metri di altezza!

The end

Maurizio Narciso

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