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Top Ten 2014 – Marco Di Memmo

1. Fire! Orchestra – Enter!

Data di Uscita: 26/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per entrare in un culto esoterico sono molte le cose da abbandonare, quasi tutte le cose vecchie, i pensieri, le persone e molto spesso anche la propria anima. Poi bisogna sentire che tutte le cose vecchie sono andate via, che la propria vecchia anima ha abbandonato la propria sede immateriale.

Noi imparammo a vorticare come i dervisci da ragazzi, quando anziché ascoltare la musica dei nostri coetanei, per intercessione della nostra vaghezza e del nostro incomprensibile distacco, iniziavamo a dimenarci e a roteare al ritmo del sax tenore di Ornette Coleman. Ma altro non posso dire, altrimenti la segretezza del nostro ordine verrebbe sciolta e diverrebbe una normale setta accessibile a qualsiasi esaltato.
Alcuni di noi facevano parte del grande popolo ormai distrutto degli Inuit e i loro gorgheggi facevano danzare i pesci nei fondali delle acque ghiacciate e rendevano gli orsi bianchi innamorati. Altri invece venivano dall’altro grandioso popolo devastato degli aborigeni australiani che con le loro danze evocavano gli spiriti attorno ai fuochi. La maggior parte però erano volgari europei. Una volta entrati nell’Ordine non fummo più niente se non dei mezzi nei quali il Grande Spirito soffiava la sua anima dentro a degli ottoni o premeva il suo spirito su tasti e superfici vibranti.
Noi non siamo nessuno, siamo gli Entrati, che prima hanno dovuto fare uscire tutto. Noi non abbiamo mai fatto del male a nessuno ma ne abbiamo subito tanto e sfoghiamo il nostro furore e la nostra gioia (che nonostante tutto rimane) in quel gigantesco e poliedrico delirio chiamato Jazz (e in altre esoteriche bellezze di cui non possiamo parlarvi).
Abbiamo abbandonato il sorriso cinico per incontrare la sincope, abbiamo distrutto la maldicenza per costruire l’armonia, ci siamo liberati della nostra mediocrità per essere inconsistenti e di conseguenza siamo saliti, senza neppure saperlo, nel leggerissimo strato di Assoluto che nessuno può toccare con la parola. Noi lo sfioriamo con la musica, come le proprie dita possono solo sfiorare il proprio polso, ed entriamo in esso col nostro spirito. Noi che sappiamo che sulla terra non c’è nulla di puro, abbiamo trovato la purezza oltre la terra, ed ancora oltre abbiamo trovato il Tutto, che supera di intensità e bellezza la somma di tutte le sue parti, che è maggiore grazie alla sua aura (questa oscura cosa che nessuno vuole più nemmeno cercare) la cui luce è raggiungibile solo da chi, dopo essersi dato la pena di Uscire, è riuscito ad Entrare.

Marco Di Memmo

2. A Winged Victory for the Sullen – Atomos

Data di Uscita: 06/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Karlův most nel controluce del levar del sole sprigiona la magia di un’istantanea senza tempo: i sanpietrini irregolari a terra, le statue in pietra ai lati a vegliare sui passi della città che si desta dal torpore, la rarefatta caligine che sfuma i contorni dei palazzi storici in un tocco delicato. Il signor Pavel Cermak era immobile in lontananza, postura asimmetrica piegata verso sinistra, ad accogliere l’aiuto di un bastone da passeggio; la sua figura risultava perfettamente mimetizzata tra le pose drammatiche scolpite che gli sfilavano accanto.
Giunto al bancone del caffè di fiducia, era tutto un tintinnare di tazzine e posate, un sovrapporsi di chiacchiere tra le pagine di un quotidiano e un altro. L’aroma caldo e avvolgente dell’espresso si mescolava a quello dolciastro e legnoso della pipa, spenta un attimo prima di varcare l’uscio ma ancora forte intorno al bavero del cappotto e nella barba irsuta. In strada le saracinesche delle botteghe, una a una, si sollevavano; il signor Cermak restava agganciato con l’orecchio alle conversazioni degli altri, sprofondato in solitudine in una poltrona all’angolo del locale, poi le persone uscivano, facendo calare un temporaneo silenzio. Non si può certo affermare che egli fosse un accentratore, preferiva di gran lunga la sua solita seduta in disparte; arrivato alla soglia dei settanta, era stato sufficientemente intelligente nel costruirsi delle piacevoli abitudini, necessarie per scacciare la noia di giornate tutte uguali dopo essersi arreso alla pensione, ma ancora di più per neutralizzare il subdolo fantasma della vecchiaia, che si divertiva a richiamarlo sull’attenti con lancinanti dolori all’anca. Un fastidioso inconveniente, specie per un uomo come lui che, pur di attraversare l’amata Praga a piedi per tenere le lezioni all’università, un tempo sacrificava ore di sonno alzandosi quando il sole era ancora acquetato dalle tenebre. I suoi pensieri erano tuttora rimasti vischiosamente incollati a quella cattedra di storia, ragione di vita e di passione vibrante, nel cuore e nello sguardo. Quanta nostalgia adesso. La sera, prima di coricarsi, usava riprendere in mano uno dei tanti tomi che teneva disseminati in ciascuna stanza di quel piccolo appartamento all’imbocco del bosco; apriva una pagina a caso e leggeva di gesta e imprese e susseguirsi di eventi di epoche più o meno lontane, di cause scatenanti e implicazioni, che già conosceva a menadito. Quando ancora il signor Cermak insegnava, gli studenti si perdevano nei suoi ragionamenti, l’ardore per la materia e la sua dedita attenzione nell’appassionare gli altri erano contagiosi, a tal punto che al termine di ogni lezione c’era sempre chi si attardava a chiedere approfondimenti e spiegazioni, spesso addirittura s’imbastivano tavole rotonde di fortuna al caldo di un caffè vicino all’università, sorseggiando cioccolata in tazza e addentrandosi nelle vicissitudini del passato. Ora al signor Cermak spuntava un timido sorriso di compiacimento al ricordo, mentre le dita dalle nocche nodose riponevano il libro sulla mensola, o sul tavolino in vimini, o sul davanzale del cucinino accanto alle piante grasse. Poi scendeva sul suo viso l’ombra del tempo, un’ombra grave e irrimediabile. Questa grandezza inafferrabile e veloce, cui tutti obbediamo da sempre, che ci sfugge e ci lascia l’amaro in bocca di ritorni impossibili e occasioni perdute. Il tempo sembrava quasi inconsistente durante il giorno, lungo le traiettorie articolate della città da un incontro a un altro, tra le case fitte e la luce alta; ma all’imbrunire, con l’abbraccio misterioso della radura e della selva accanto, il signor Cermak cadeva inesorabilmente nel tranello delle riflessioni sugli anni passati e quelli, molti di meno, a venire. Il tempo acquisiva pesantezza, come pece scura che gli occludeva le vie respiratorie rendendogli difficile prendere fiato. Una rete intricata, le cui maglie potevano essere allargate, per ridurre la sensazione di soffocamento, solo grazie alla musica classica che riempiva quei profondi silenzi di periferia. Un vecchio allievo periodicamente bussava alla sua porta per portargli saluti e qualche presente, il vinile dalla copertina cerulea che in queste ultime sere Pavel Cermak sceglieva come amico e come cura era un suo regalo. “Corra il rischio di mettere per un po’ a riposo Schubert e Bach. Non abbia paura di ciò che non conosce, di ciò che non è già stato. Con affetto e riconoscenza. T.C.” – recitava il biglietto di accompagnamento. La puntina del giradischi iniziava a girare nel solco, era bastato sollevare la leva e poi abbassarla, come ogni volta, demolire le difese e i preconcetti. Gli alberi quasi spogli ondeggiavano nel rigido vento autunnale, il buio fuori non era ancora assoluto ma la lampada in soggiorno era già accesa, il chiarore flebile. Un incipit solenne sbriciolava enormi distanze spazio-temporali, la piccola stanza modesta diveniva all’istante cattedrale, sede di una funzione sacra, di raccoglimento. Gli strumenti entravano ordinati, uno alla volta per non rubarsi la scena l’un l’altro, per rispettare i ruoli e accentuare la forza del singolo come, infine, dello splendido amalgama risultante. Ecco le tastiere, violino e violoncello, e poi il pianoforte. Anche l’elettronica, strumento di presente e futuro, e pertanto visto con diffidenza, aiutava a strecciare la corda attorno al collo del signor Cermak offrendogli un ulteriore boccaglio dal quale prendere aria. Bastava chiudere gli occhi e scenari mutevoli si materializzavano, pescati da epoche distanti tra loro. La storia diventava tangibile, materia viva; migrazioni di popoli e diaspore, guerre, epidemie, colpi di stato e città abbattute e ricostruite. Gli archi fabbricavano trame dalle tinte perlate per dar voce alla malinconia. Pavel Cermark si aggrappava alle certezze come chiunque nutre timore per l’ignoto e ha la ferma consapevolezza di non poter più disporre di armi valide per ostacolare l’avanzata del tempo, per invertire il corso degli eventi. Lo sconforto era però teneramente attutito dall’affetto verso settant’anni tutto sommato privi di rimorsi ma, piuttosto, ricchi di emozioni, di avvenimenti, di sentimenti. Si stava incamminando verso una vecchiaia felice, era da riconoscere. La musica si alternava tra movimenti carichi d’intensità e altri in cui invece la leggerezza emergeva limpidamente, una fresca brezza a carezzare le calde guance dell’uomo.
La notte ora confondeva le sagome della natura al di là della finestra, l’oscurità era totale e il signor Cermak aveva reclinato il capo sul petto una volta che anche l’ultima nota si era dissolta nell’aria. Si era addormentato seduto, una spessa coperta addosso e un libro adagiato sulle ginocchia. L’indomani l’avrebbe guardato con amore, prima di rimetterlo al suo posto.

Federica Giaccani

3. Land Observations – The Grand Tour

Data di Uscita: 29/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

ḫa-a-a-iṭ kib-ra-a-ti muš-te-‘-ú ba-lá-ṭi

Vi parrà assurdo il mio mestiere: osservo le terre lontane, guardo i paesaggi, studio le strade e poi racconto tutto al mio amico Gilgamesh. Per questo motivo mi hanno rinchiuso in questo manicomio che chiamano con squallido finto pudore “centro psichiatrico”.
Il povero Gilgamesh si è ammalato di cuore amando una donna che credeva pura e da allora non può più varcare i confini del mondo cercando la vita eterna. È un grande amico ed è seduto proprio qui vicino a me adesso; fumiamo la pipa.
Da quando sono rinchiuso riesco a raggiungere le terre lontane solo col pensiero –capacità che mi ha donato la luna il giorno in cui sono nato-, ma Gilgamesh è contento lo stesso, si è fatto uomo, sa di non poter essere un eroe, perché gli eroi non esistono.
Nei Paesi Bassi ho mangiato interi campi di tulipani per poi vomitare al mio amico un meraviglioso arcobaleno di petali colorati. Ho bevuto tutte le acque del Passo del Sempione per potergli raccontare le montagne –perché si sa che l’acqua e la pietra sono sorelle-. Gli ho soffiato una balaustrata di brezza per appoggiare, di sera, la sua malinconia. E Gilgamesh sorrideva, e lo fa ancora quando gli parlo gli canto gli suono le terre che ho osservato con gli occhi interiori ed esteriori, perché anche lui conosce i segreti orfici, sa incantare i serpenti, sa far piangere Ade. Conosceva i misteri ancora prima di Orfeo, aveva incontrato le aure ancora prima che esistessero i riti zoroastriani.
Ama gli indiani d’America, i nativi.
Il dottore dice che ho creato Gilgamesh per recuperare la parte di me che ho perso dopo un trauma. Sei un coglione caro dottore! Io e Gilgamesh siamo qui, reali, con le nostre trippe facilmente constatabili, coi nostri intestini segreti –come i tuoi, caro scrutatore dei cervelli- stiamo ridendo di te e recitiamo un poeta francese al contrario.
Mr G., come lo chiamo da quando gli ho raccontato gli USA, vuole sapere per la prima volta, sorprendendomi enormemente, com’è la terra in cui sono nato, vuole i paesaggi del mio paese. Te li do mio caro, li ho masticati per tanti anni e li annuso ancora.
La Terravecchia punta in direzione Est-Sud/Est come un uccello migratore che ha rubato i segreti del grande Nord; è la parte vecchia, la parte iniziale, ha un capo e dei piedi, nasconde cortiletti in pietra scolpiti dalle divinità del silenzio, ha un’arteria principale su cui è scorso il sangue dei giacobini. Ci è passato pure un Efesto giapponese a rinfrescare la nostra memoria pigra, a dirci che chiunque poteva prodursi il pane.
La Montagnola è una pietra poggiata sulla pietra, è un canto che sfocia nel cielo, guardando il mare.
Eppure tutti vanno per il Corso, vasca di pesciolini rossi.
Quella che mi trovo sempre di fronte è una montagna dalle apparenze di collina, la sua altezza ripete per tre volte (numero magico) l’otto (numero sacro, infinito rovesciato). È popolata dai boschi e schiere di rapaci disegnano linee alla Picasso sul suo corpo.
Alle spalle c’è il lago, selvaggio ricettacolo di creature devastanti, serena sede di venti di fuoco, di venti d’acqua –perché si sa che il vento e l’acqua sono amanti-.
E l’ultima cosa che riesco a dirti –il mio cranio è scrigno di stanchezze imperscrutabili- è che c’è ancora l’odore dei cartaginesi, per chi ha un olfatto acuto.

Mr G. è contento di questa terra vicina, dice che l’ho osservata bene, dice che l’ho dormita ottimamente. Che sagoma Mr G., ama far diventare transitivi i verbi intransitivi.
Mi dà molta noia essere considerato pazzo nell’unico periodo della mia vita in cui non lo sono affatto, è come iniziare un pranzo dalla frutta, ovvero banale e fastidioso. Nonché inutile.
Dottore sano, dottore caro, pronipote di un Ippocrate che non è mai esistito, lasciami andare, lasciami entrare nei boschi e ti giuro che aspirerò Gilgamesh dalle mie magiche narici.
Ti giuro che diventerò stupidamente felice come mi vuoi tu.

Marco Di Memmo

4. Eno • Hyde – High Life

Data di Uscita: 30/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Sono ormai dieci anni che suono la chitarra –potrei scriverlo coi numeri arabi: 10 anni-, dieci giri della terra attorno al sole in cui mi sono unito amorevolmente o distrattamente a questo strumento-amante dal quale non riesco ancora a separarmi. Tutti i generi musicali sono passati dalla mia testa alla cassa di risonanza durante questi anni e tutti i pensieri hanno fatto lo stesso. Potrei divagare sulla mia vita, su quanto fin ora mi abbia entusiasmato, illuso, ferito, ubriacato e deluso, ma la mia vita non vale niente, mentre la musica, forse, vale ancora qualcosa.
Ascoltare questa musica -in cui la chitarra solitaria, schiva, nobile (non quella chitarra popolana, urlata e collettiva) si tuffa in un computer, unendo l’Africa agli Stati Uniti d’America, passando per l’Inghilterra, per unire molti dei generi che ho guardato in questi anni- mi mette in una disposizione di spirito della quale si può capire molto se da bambini si è passato molto tempo in mondi paralleli o a parlare con le vacche, convinti che potessero capire.
Pensavo di essere un mago che percorreva mari meravigliosi sulla sua piccola barca a vela, mentre ora mi rendo conto di essere stato solo un ingenuo, un assetato, e che navigo un oceano spesso in tempesta su una zattera che in alcune venature dei suoi tronchi è sporca, oscura e misera come la zattera della Medusa. Non che manchino cose meravigliose, ma il risveglio è stato troppo doloroso ed ora riesco solo ad accarezzare la bellezza, mentre per afferrarla di nuovo sarà necessario molto tempo.
Ora mi è difficile parlare della Vita Alta, quell’entità che viene recepita in milioni di modi diversi. Adesso mi pare un’auto-illusione considerarla anche soltanto in quelle alte creature alate che ho tanto amato e descritto in questi anni, ed è altrettanto un auto-inganno considerarla nella donna, nella bellezza, nel vino, nell’altissima Idea di tutte le cose che viene chiamata a volte Dio. La verità è che mi trovo a mettere in dubbio l’atto stesso di credere in qualcosa, anche se sono cosciente della sua necessità. Non c’è bisogno di credere nel suono della chitarra, nel battito furioso del proprio cuore di fronte agli occhi amati: sono davanti a te, si manifestano autentici e chiari, almeno in quell’istante non ti tradiscono. Io mi sento solo un po’ stanco.
Sempre dieci anni sono passati da quando ho letto Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde che ora mi torna in mente per l’ovvia omonimia; sinceramente non lo ricordo bene, ma mi riemerge vagamente la simpatia che avevo per Mr. Hyde, per la sua autentica cattiveria: ero assolutamente certo che non avrebbe mai fatto del bene in vita sua, ero affascinato dalla sua sincera mostruosità. In questo disco i ruoli e le omonimie pare che siano rispettate, con il selvaggio Hyde alla chitarra, che delira tra le strade della sua mente, e con il dottor Eno che dà un metodo e sperimenta.
Ma ora chiudete gli occhi, se volete fare da parte il vostro io per qualche minuto, e prestando fede a chi vi ha offerto questo mezzo migliaio di parole fate questo: andate al momento della vostra vita in cui siete stati felici davvero in solitudine; e se nel vostro viso, in verticale o in orizzontale scorrerà qualcosa che non sia un sorriso ironico o un ghigno, mi avrete fatto un grande dono e forse lo avrete fatto anche a voi stessi.
Amen.

Marco Di Memmo

5. Celestial Shore – Enter Ghost

Data di Uscita: 11/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi dispiace povero imbecille, ma devo rispiegarti la cosmogonia per la terza ed ultima volta: non hai ancora capito il concetto chiave.
All’inizio era la pistola, una Colt M1911, poi spuntò uno spirito infinito indefinito incontrollabile superiore supercosciente esterno interno folle lucido, e con un piano apparentemente casuale mirò a una piccola particella che non chiameremo bosone ma bozzone, dato che si trattava di una grande bozza dell’universo. Poteva certamente scrivere una storia più dettagliata, ma dal momento in cui per darle vita bisognava spararle, la storia non doveva essere troppo articolata.
Perciò il mondo è disarticolato violento cinico scatologico escatologico, per questo ogni creatura è una bestia selvaggia. Di tutte queste belve, la più immonda, ovvero l’uomo, decise di disegnare come era più consono alla sua natura, così nacquero i fauves, i pittori più sinceri mai esistiti.
Lo spirito sparatore ne fu commosso e si portò con sé uno dei più grandi: Henri Matisse. Insieme spararono a dei bozzetti, dai quali nacque il mondo contemporaneo, globale, pieno di carnevalesca imbecillità. Ma ovviamente ne furono delusi: non erano quelle le loro intenzioni. Così si ritirarono in una remota parte dell’universo in cui volteggiano pianeti in forma di uccelli, abitati solo dall’alata genia amata dal grande spirito e che pure Matisse cominciò ad amare.
Li raggiunsero pure Brâncuşi e Picasso, il quale pretese, con molta insistenza, la presenza di una donna. Lo spirito lo accontentò e così dall’accoppiamento tra Picasso e la migliore puttana di Pigalle nacque la popolazione dei mondi-uccelli. Brâncuşi progettò e costruì palazzi meravigliosi, con infinite colonne senza fine sulle quali amavano fare i nidi gli uccelli, e in questo modo fu venerato dalle cicogne, le quali gli portarono dalla Romania la più bella ragazza bionda della terra, con la quale, per la prima volta, lo scultore si sposò. I loro figli avviarono un nuovo popolo, più silenzioso, meditativo e sintetico di quello picassiano.
Una notte decisero tutti di ubriacarsi e ne venne fuori un delirio di mitra e bombe varie. Era l’anno 37373 ed una di quelle bombe, presa in bocca da una cicogna nera, venne fatta cadere sul pianeta terra, che scoppiò.
Amen.
La verità è che nutro un certo odio, attutito solo dalle suggestioni estetiche e dalle sinestesie che mi fanno camminare sul crepaccio della follia, in orizzontale, come un ragno che deve salire in cima per mangiare la sua mosca-dio. L’altra verità è che trovo patetici quei bisogni di riempire quello che è soltanto un grande vuoto, andate pure a vivere nel posto dove far sfogare la scimmietta adolescente della vostra anima, e ammazzate chi avete di più caro uno, due o tre giorni prima di tornare. Quando il grande spirito deciderà di spappolarvi il cranio e il suo contenuto grigiastro me ne starò coi vermi e i rospi, putrefatto, a godere dello spettacolo.
Eppure in un’altra vita, molto vicina, avrei voluto soltanto amarvi.

Con stimato delirio, Santo Odore del Muschio,
protettore delle radici, dei rospi, di chi odia le estati, di chi conosce il mondo senza andare oltre la propria finestra, dei puritani col forte senso dell’umorismo e degli accoglitori della nuova cosmogonia.
Andate con la pace di Gesù Cristo.
Io mi andrò a bucare lo stomaco col whiskey, raccontando a tutti la storia straordinaria di Dio sparatore e di Matisse belva-amata-dall’Autentico.

Sia lode a ciò che non potrà mai essere conosciuto.

Marco Di Memmo

6. Timber Timbre – Hot Dreams

Data di Uscita: 01/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per molto tempo sono andato a letto tardi la sera. Questo fino ai ventitré anni, ultima età in cui ho avuto l’illusione della purezza, di forme belle e oneste che potevano rallentare la marcia spietata e rumorosa del dolore. Ora che mi rendo conto di quanto sia inarrestabile il battito dell’orrore non ho più molta voglia di andare a dormire tardi.

Ora vado a dormire molto presto e dopo aver guardato immagini di sculture di Brancusi o di pittori italiani del rinascimento cado in un violentissimo e disperato sonno che verso le quattro di mattina comincia ad essere delicato fino alla malattia. Tengo un fucile a pompa dietro il ripiano dei testi sacri della mia libreria perché voglio ringraziare con un buco nella pancia e un salto d’orrore chi mi viene a disturbare nella notte. Ma il vero scopo di questo oggetto, che vi avrà già destato inquietudine o una piccolo-borghese disapprovazione, non è quello di sorprendere un ladro nello squallore della notte, ma è molto più violento ed inquietante: è la vendetta.
Se poteste capire, con un vero slancio di empatia, quanto mi faccia stare male rimanere invendicato, formereste un vero e proprio esercito, e insieme a me distruggereste bandiere, statue, città squallide, penisole e arcipelaghi nidi di bassezze morali, dispensatori di complimenti come “che bei capelli” e raccoglitori di questi complimenti, nonché narcisisti imbecilli che cedono a misere seduzioni.

Quando siamo sbarcati in America abbiamo innalzato profumate chiese a un Signore che non ci sta a sentire, ma alcuni di noi – quelli coscienti – hanno continuato ad innalzarsi nonostante tutto. In duecento anni sono nati grandi poeti e filosofi che hanno popolato porti foreste laghi redazioni di giornali. Io sono il più pazzo di loro e le mie coordinate spaziali sono del tutto diverse e sconfinano nella grande terra allucinata della pazzia, dove si è dei puritani che si svegliano all’alba.

È difficile risorgere: ho iniziato da poco ma ricado nella morte di continuo e soltanto quando sarò tornato definitivamente alla vita potrò lasciare andar via l’idea della vendetta, di una notte passata in un piacere analogo, di un ritorno a casa ubriaco dove si pensa a come vantarsi del proprio squallido successo. Solo allora potrò sotterrare la metafora del mio fucile a pompa e la violenza reale del mio dolore. Ma sarà solo grazie a me, grazie ai mei sforzi.

Mi hai lanciato in un deserto spinoso su una macchina destinata ad esplodere e me l’hai detto con un sorriso da imbecille narcisista, da persona priva di coscienza quale eri e sei. Sei stato tanto idiota da ammazzarmi e dirmelo con quel sorrisino velenoso, e ora il veleno mi sta uccidendo. È il succo squallido di un peyote qualunque e io sanguino di dolore in questa sete sgrammaticata di un deserto che mi è estraneo. La chitarra che un tempo suonava la gioia mi sembra uno stridore che mi strappa i nervi e la carne, e non la riesco più a suonare. Mi può guarire solo quello sciamano che ha il mio stesso volto, che io posso trovare soltanto svuotandomi di tutto, anche di te.

Un giorno, mangiando uno stroopwafel, ricorderò con una travolgente sensazione, quella vastità, quell’ossigeno, quella meraviglia, quella sofferenza talmente vaga e nascosta bene da farmi sentire la felicità. E manca solo una cosa per distruggere questo anno questa vita e il suo distruttore: mi hai deluso.

Marco Di Memmo

7. Luluc – Passerby

Data di Uscita: 15/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Entanglement is a phenomenon which occurs when two systems are generated or have interacted in ways such that they cannot be described independently. Entangled bodies cannot be considered actually separated. Space-time remoteness is a fictitious distance for them because they are tangled in a deeper fashion. If you can get the answer to the question “How are you?” from one, then you will exactly know how its entangled companion feels. Spinning clockwise for one could mean counterclockwise for the other. And, whenever spinning around involves souls, tears and smiles are shared. Oh please! Wipe away those salty drops from your cheeks. This is just a melancholic dream dropping from my eyes. You know where my smile was born. I know where yours is shining.

Aprì gl’occhi su un soffitto insolito. L’usuale parvenza di quotidianità dello svegliarsi cozzava con lo sconosciuto intrecciarsi delle ombre su quello schermo improvvisato. Allestito permanentmente per l’occasione. Lo spettacolo avrebbe replicato chissà ancora quante volte. Avrebbe imparato ad apprezzarlo. Fatta mente locale sul luogo e sull’adesso rimise a posto gli ultimi tasselli del puzzle spostati durante la notte da un sonno profondo e ristoratore per la prima volta dopo settimane. Rotolò su un fianco e osservò fuori dalla finestra il frastuono di tutte quelle anime che si recavano al lavoro. Sbirciò l’ululare di un’ambulanza contrarsi e poi allungarsi nuovamente fino a scomparire nella speranza di un finale lieto ma ad ora incerto. Il tempo era scandito in maniera dubbia ed irregolare da pesanti gocce di una pioggia imminente. Come da un metronomo scarico. Come da un insegnante di musica placidamente sonnecchiante. Ed estraniandosi per un momento da quello scenario urbano si chiese. Chissà se è già il tempo della vendemmia?

No one can run faster than time and nothing can travel faster than light. Not even neutrinos. Although for a moment we desired so for the sake of challenge. Have we believed in the wrong answer for more than a century? No, my dear. We believe, today as a hundred years ago, that the speed of light is an unbreakable limit. Still. What a pity! But looking at the bright stars shining on you tenderly, you could hear the first wept of the universe. And the newborn reality remnants fill the vacuum around us. Nonetheless, it is not just a matter of causes and consequences when entanglement enters the show. So, don’t be afraid of darkness and cold. Locality trembles and then fades away. Time is passing, you’re right!, but every moment is just a point on a dense line.

Sarebbe stata una buona annata. Le vigne ormai svuotate della loro dolcezza apparivano sfinite. Ma senza versare una sola lacrima. E l’aria placida ripulita dallo scuro temporale della sera precedente appariva ora trasparente come i suoi occhi. Tremava nel rosso concludersi dell’ultimo giorno di lavoro. Tremava. L’aria placida? Svuotò l’ultimo secchio sul carro trainato dal trattore. Quindi lo poggiò capovolto sulla terra ancora umida e ci si sedette sopra per riprendere un fiato mai perso per davvero. Osservò le colline circostanti. Si sposavano fedeli all’autunno incombente. Sarebbero arrossite come colpite da un amore inatteso. E poi si sarebbero spogliate. Nude. Per non soffrire di quel consolante freddo abbraccio. Osservò le rose all’inizio di ogni filare. Avrebbero dato l’allarme morendo se solo una malattia si fosse avvicinata per minacciare la genesi del mosto. Sentinelle. Vittime sacrificali per ebbre notti a venire. Osservò innocue nuvole all’orizzonte scorrere lentamente verso le montagne. Ed estraniandosi per un momento da quel paesaggio campestre si chiese. Chissà se hai già visto l’ultimo temporale estivo?

We should never neglect interactions with the environment. Whatever we want to describe. There exist just two objects to our eyes. The one our words aim to tell something about, and the rest of the universe with which the former interacts. Sometimes happens that the rest of the universe can be approximated with something as tiny as us. If this is the case, words come naturally and worlds annihilate becoming inert background. And all the intricate laws we have to face reduce to a unitary description where the past mirrors the future and viceversa. So, don’t worry about what has been and what has to come. Are you laughing at me? Classic. But let me tell you one thing more. We won’t stop growing and we are going to lose our coherence. And this is just another step we have to take to end up as an inextricable tangle.

Pietro Liuzzo Scorpo

8. Ricky Eat Acid – Three Love Songs

Data di Uscita: 21/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Nella nostra casa nella rural Virginia, il sole si alza puntuale ogni mattina.
Lo aspetto sulla veranda, con i piedi nudi che toccano uno dei piccoli ciuffetti d’erba che crescono ai bordi delle assi di legno. Seduto su quella vecchia panchina a dondolo con i cuscini gialli, accarezzo uno di quei cardini che non sono mai riuscito a trovare da nessuna parte, ripensando a quella volta in cui mi ero presentato con un set appena comprato dal ferramenta in città.
Ti trovai seduta lì sopra, un vestito blu a fiori bianchi, con la gonna larga, ti dondolavi dolcemente e i tuoi piedi sfioravano gli stessi fili d’erba. Sorridevi e, stringendo le spalle, mi facesti capire che non aveva importanza. Che quelle cerniere e quei cespi d’erba, all’apparenza fuori posto, erano stati messi lì da qualcuno, e che la bellezza non risiede solo in quel che sembra avere un senso.
Il sole compare sempre all’improvviso e non in maniera graduale, come se il vento soffiasse sul crinale spoglio della collina quel tanto che basta perché la luce inondi tutto. Io lo guardo direttamente, senza occhiali appoggiati sul volto o attraverso del vetro rigato da anni di grandine, allo stesso modo nel quale non ci si nasconde in un guanto prima di stringere una mano amica.
Dicono che il bagliore del sole sia accecante e che annulli ogni cosa… in realtà satura tutto ciò che non è essenziale, lasciando intatti i margini di un desiderio rivelato.
Lo capii la sera in cui ti riportai a casa per la prima volta. Avevo cercato di evitare il tuo sguardo, quelle volte in cui mi guardavi, e tu l’avevi scambiato per disinteresse. Le nostre risposte emersero quando la luce andò via ed i nostri contorni presero forma, modellati dalle lettere di: there is only you in the light & nothing else.
Dopo tutto questo tempo, non fa più nemmeno male…
Posso guardare quel disco luminoso con la stessa naturalezza con cui, alzando lo sguardo al cielo, avevo visto le nuvole… le punte degli alberi erano invisibili e nascoste, ma il sole le proiettava allungate sul prato adiacente, e mi ero reso conto che la felicità vuol dire vivere di attimi di luce e di ombra.
Ci siamo trovati a eastside quasi per caso, incantati da una cartolina impigliata tra le foglie rosso brillante di un acero saccarino, in un contesto così bello da sembrare falso. Quel che ci colpì non furono le due costruzioni in pietra e legno, ma l’abbraccio che le circondava, che gli veniva dato da radici e tinte dell’autunno che non avremmo mai potuto comprare o possedere.
Te lo chiesi qualche giorno dopo. Avevamo attraversato a piedi il piccolo orto e poi più in là, fin dentro al bosco. I capelli scompigliati dal vento ed il mazzetto dei tuoi fiori preferiti che tenevo in mano mi facevano apparire comico ai tuoi occhi. Quando mi fermai, tu corresti ad abbracciarmi e nascondesti il tuo viso nel mio petto. Ti accarezzai i capelli e tu mi guardasti dal basso verso l’alto, con quegli occhi un po’ spaventati e tristi come ogni volta che non capivi qualcosa.
Ti avevo portato in un campo di fiori gialli, gli stessi che avevo tenuto in mano mentre camminavamo, e che avevo iniziato a piantare dal primo giorno in cui ti ho vista.
Un mazzetto dal quale non mi sarei mai liberato e che avrei sempre portato con me, raccolto in un vasetto di sabbia bianca che lo mantiene sempre vivo.
Alimentato dalla volontà di non accontentarsi dei ricordi.

Filippo Righetto

9. alt-J – This Is All Yours

Data di Uscita: 22/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per capire quanto sia tutto schifosamente vano basta non essere una scimmia, ma la cosa non è molto comune in realtà. La musica si riconduce sempre di più a quella prima scintilla di ritmo tribale che le ha dato l’innesto. È una ragazzina un po’ stupida che si è spogliata del corpo di donna meravigliosa che indossava come una pesante pelliccia; una lentigginosa scimmietta che pensa solo a ballare. E così sia.
Io me ne sono andato per onestà, perché quando la misantropia cavalca l’anima infuriata con tanta maestria bisogna soltanto inchinarsi ad essa ed aprire gli emisferi del cervello per crearle un comodo scranno. Vaffanculo, l’ho detto, io che praticavo “l’ascesi della parola”, la gentilezza, vi mando tutti sonoramente a fare in culo.
Ero un musicista abbastanza serio, cresciuto in un mondo in cui contava ancora qualcosa la musica seria, in cui qualcuno sapeva ancora cosa fossero l’armonia e la melodia, dove si giocava con la tonalità come due cantori provenzali potessero giocare con le parole qualche secolo fa, si poteva parlare di intervalli di quarta diminuita senza essere accusati di pedanteria. Ho ceduto alla rabbia, i miei nervi si sono circonfusi di ira con la costante coscienza di quanto fosse vano portare avanti con tutta quella convinzione l’arte che credevo ancora fosse sacra. I miei amici puntavano il dito contro la mia arbitrarietà, mi giudicavano, irridevano uno che, pur festeggiando sempre, non si è mai fatto trascinare nello squallore da una festa di imbecilli e da qualche bicchiere di sangria. Ho lasciato tutti, ho dato al fuoco quel poco di amore che mi rimaneva e mi sono ritirato in una collina mite.
Dopo che hanno sciolto la nostra storica orchestra ho comprato per quattro soldi una casa di pietra in un luogo dove costa tutto poco e l’aria è ancora decente. Non ho contatto con molte persone, solo con qualche uomo in cui ravviso una minima curiosità per la vita.
Io che sembro prendermi così sul serio in realtà non lo faccio e riesco ad ascoltare la vostra musica, ma voi non riuscite a non deridere la mia –non solo non l’ascoltate-. In realtà il mio ritiro non è altro che lo scacco matto del senso dell’humour che aveva pervaso qualsiasi aspetto della mia vita, dato che non riuscivo a parlare con qualcuno per più di un minuto senza mettermi a ridere come un pazzo.
Ora sono scollegato, vivo in una specie di distacco mistico che non vi interessa e di cui quindi non vi parlerò. Non so nemmeno perché vi sto scrivendo ora, forse per togliervi dall’ansia di sapermi suicida in qualche burrone: sono vivo, solo e quasi felice –mi fa ridere la parola “felice”, spero che la leggiate senza darle troppo peso-.
I pochi pastori e artigiani che entrano a casa mia si stupiscono del pianoforte a coda e della grossa biblioteca che occupa tutti e quattro i lati dell’ampio salone: glie lo spiego sempre che nonostante abbia letto tutti quei libri io rimanga sempre un coglione, ma loro sono diffidenti.
Alla fine continuerete a giudicarmi, a spendere e intrecciare quelle quattro categorie mentali per etichettare un mondo di cui nessuno ha capito niente.
Il venerdì pratico il silenzio: se proprio dovessi mancare a qualcuno di voi, questo patetico qualcuno può venirmi a trovare in quel giorno e gli mostrerò in silenzio la fresca e felice disperazione dell’autunno che si sporge verso l’inverno guardando già la primavera.

Marco Di Memmo

10. Sunn O))) & Ulver – Terrestrials

Data di Uscita: 04/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Il tuo corpo racconta una storia molto più antica della tua lingua, più profonda dei pensieri, più intelligente della nostra superbia. È stato plasmato dalle preghiere, dalla fame e dai più violenti desideri che hanno vorticato nei secoli sotto al sole.
Sei bella, e in quanto menzogna sei storia, e ciò che è meno bello in te è storia vera. Sei allitterazione, germoglio di un albero infinito le cui radici vanno in alto, opposte ai rami che scendono nel profondo spazio dell’universo. Per forgiare i tuoi nervi e le tue arterie l’uomo è sceso nell’Ade, ha conosciuto la disperazione, ha incrociato le cime delle piramidi col mutevole disegno degli astri. Per dare l’innesto alla tua memoria le fiabe e i canti hanno mischiato il loro incanto con la medicina, la matematica e la parola scritta, fino a darti l’opportunità di far deflagrare i tuoi ricordi nell’immenso baccanale della tecnica contemporanea.
Se fossimo più belli, più coraggiosi ed umili lasceremmo alle nostre spalle le soglie dorate e vane del nostro Io, come i mistici occidentali, come i più antichi filosofi-scienziati orientali, e ci avvieremmo verso l’essenziale, verso la luce nuda, spogliandoci lentamente, alleggerendoci, fino ad arrivare alla religione delle montagne, al discorso senza parole dell’acqua. Ma siamo attaccati al pietrisco luccicante di questa terra, e forse è un bene, ma è un bene che ci divora, ci tritura nello stomaco delle pulsioni, delle passioni e della vanità.

Sotto le cupe note dei nordici paesi innevati volano gli eserciti meravigliosi degli uccelli artici, i fanti bianchi della vita che in un infinito sforzo infinitesimale portano la mutevole bandiera della materia. Sopra il loro volo ci siamo uniti per diventare un corpo solo, l’androgino babilonese, descritto per la prima volta nella più antica delle Upanishad e reso eterno da Platone. Così, portandoci avanti, trascorreremo la storia e la saggezza umana all’indietro fino a ricongiungerci, alla fine del cerchio, coi nostri padri primitivi.

Eppure non lo dicono soltanto i tuoi geni che sei bella, come penserebbe il più imbecille degli ortodossi: la tua bellezza è cantata dai tuoi occhi, espressa dalle rughe del tuo volto, dalle linee d’aria disegnate dai tuoi movimenti, dalle meravigliose anche larghe del tuo genere che accolgono la vita grezza del mio.
Ed è per queste cose che l’uomo adora la guerra e per le stesse, complementarmente, ama la pace.
Ma nella vita analoga non ci sarebbe bisogno di tutte queste parole, basterebbero uno sguardo e un momento di solitudine per arrivare al quel sentimento che come sempre trascende la parola.

Marco Di Memmo

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