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Top Ten 2014 – Pietro Liuzzo Scorpo

1. Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra – Fuck Off Get Free We Pour Light on Everything

Data di Uscita: 21/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

La casa aveva pareti spesse e solide, quei muri vecchi eretti da maestranze esperte e rigorose, la famosa operosità eccellente del passato. Da bambino supponevo ci fosse un nesso diretto tra la stabilità degli edifici e quella delle famiglie che in essi abitavano e vedevano succedersi le generazioni: costruzioni ben piantate a terra, dai paramenti consistenti, potevano presentare dei minimi difetti, delle imperfezioni quasi irrilevanti, eppure rimanevano imperturbabili ad eventi esterni di ingente entità, resistevano malgrado malevole sollecitazioni. Parimenti, le famiglie di un tempo traevano la loro forza dalla coesione e dalla solidità delle loro basi, da legami di sangue che – spontaneamente – sarebbero bastati di per sé a vincere qualsiasi naturale difficoltà avesse osato insinuarsi.
Tuttavia un limite c’era, e non serviva un’intelligenza spiccata per accorgersene. Bastava mettere da parte l’inguaribile ingenuità della giovinezza e sgranare gli occhi il più possibile dinnanzi allo stato delle cose. Questi meccanismi così apparentemente ben congegnati erano tanto resistenti quanto dotati di precisi punti deboli atti a smascherare le labilità. Fragilità recidive, errori persistenti, talvolta crisi esterne e indipendenti dalla volontà del singolo, fungevano da detonatori di dinamite, e di lì a poco la crepa che ormai si era aperta sarebbe soltanto andata allargandosi, presagendo macerie. La ricostruzione poi nessuno l’avrebbe ritenuta impossibile a priori, certo è che il lavoro da fare sarebbe stato cospicuo, la lena da riversarvici senz’altro indispensabile.

Il tacchino si stava rosolando nella pentola sul fornello, la mamma arrancava con crescente fatica e l’anca ormai arrugginita nel nutrire le fauci dell’enorme camino in mattoni con la legna umida raccolta il giorno prima da Thomas nel bosco. Marie friggeva le uova strapazzate per la nostra tardiva colazione. Fuori l’inverno era piombato di netto su ogni cosa, cristallizzando lo strato superficiale delle pareti, congelando i ruscelli, stendendo tappeti ghiacciati su strade e marciapiedi. Un inverno definitivo e risoluto. Sembrava un giorno come un altro, Marie ed io facevamo il possibile per farlo apparire così, se non altro agli occhi di nostra madre, la cui vecchiaia sopraggiunta all’improvviso e abbondantemente anzitempo non permetteva vistosi sbalzi d’umore, né sorprese. Un basso profilo sostanzialmente appiattito sulla quotidianità era la cura migliore, persino più efficace della lunga lista di ansiolitici che il dottor Huber, nostro vicino di casa e farmacista del paese, aveva appuntato con lodevole premura nell’ultima ricetta prescritta.
Thomas aveva perso il lavoro da qualche mese, era un discreto elettricista ma la piccola ditta che lo aveva assunto aveva chiuso i battenti dopo un lungo periodo di attività stentata; Montreal era così divenuta troppo dispendiosa per le sue tasche ormai semivuote, i risparmi che era riuscito ad accumulare col tempo non bastavano per metterlo al riparo da un costo della vita di città oggettivamente insostenibile. Era dunque tornato in paese, a vivere con la mamma e me e Marie, ancora alle prese con gli studi del liceo. Jerome – il maggiore tra noi quattro – era l’unico a non avere grosse difficoltà economiche, gestiva due locali a Montreal alternandosi tra un bar del centro il giorno, e un rinomato ristorante di sushi la sera; praticamente aveva rinunciato ad avere una vita sociale, di contro non avrebbe mai patito la miseria. Mi chiedevo chi di noi stesse davvero vivendo la vita che aveva sperato per sé; in realtà nessuno, si trattava solamente di valutare quale fallimento risultava più facilmente tollerabile. E abbellire ogni giorno le sventure coi colori caldi delle gioie semplici, una passeggiata al parco, una telefonata, un film da guardare sul divano, una tazza di cioccolata calda. D’altra parte non eravamo ancora sprofondati in un oscuro baratro senza ritorno, ci si armava di pazienza e leggero disperato ottimismo, si andava avanti.

La casa aveva pareti spesse e solide, la mia famiglia l’aveva acquistata troppo tempo addietro e accudita con l’amore che si riserva soltanto a pochi eletti. Qualche anno fa, e io e Marie eravamo ancora piccolini e poco consapevoli per averne memoria accurata, una crepa si era venuta a formare lungo uno spigolo, erano scaturiti i primi dissesti, e la stabilità globale rischiava di venire irrimediabilmente compromessa: nostro padre venne arrestato una sera d’estate, tentato omicidio ai danni del suo ex socio in affari, il quale stava cercando di fare il furbo fregandogli tutti i risparmi e fuggendo col malloppo nella costa Ovest. Inutile dire che da lì in poi si innescò una reazione a catena, i soldi che mancavano, la depressione e l’ansia di nostra madre, i sacrifici di noi tutti, l’unità familiare in bilico.
Oggi papà sarebbe uscito di galera, ma alla mamma abbiamo impedito sin da subito di tenere il conto dei giorni, dei mesi, degli anni; abbiamo lavorato sodo per instillarle un certo nuovo equilibrio, per costruire un sostegno congiunto al riparo delle attese e contro una vita condotta in nome di un unico scopo che sarebbe stato incontrare di nuovo suo marito. Col tempo c’è stata la riappacificazione nonostante il crimine, c’è stato il perdono: è impossibile dimenticare cosa significa essere una famiglia, nonostante tutto. Essere una vera famiglia è la fortuna più grossa che ci sia capitata, e da lì soltanto si poteva compiere una ripartenza, una specie di ricostruzione delle mura dissestate dalle macerie.

Thomas accende il motore dell’auto e una nuvola di vapore sbuffa da terra, per contrasto con il suolo ghiacciato; lentamente la condensa nei finestrini si dirada mentre io e Marie aiutiamo la mamma a salire, non senza aver faticato a convincerla che il tacchino sarebbe stato buono anche riscaldato la sera. Jerome ci avrebbe aspettati a Montreal, davanti all’ingresso del carcere, a riprenderci nostro padre. Thomas infila un disco nel lettore cd prima di inserire la chiave nell’accensione e ci tiene a spiegare che per oggi ci vuole della musica seria. Mi passa la custodia dell’album da riporre nel cassetto ma l’immagine che vedo mi attrae, un bagliore quasi accecante campeggia al centro di una scena in bianco e nero dai toni caldi, Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything. Mi sembra l’augurio più calzante, oggi, e mi sorprendo a prestare attenzione già alle note che, dirompenti come un’esplosione inattesa, invadono l’abitacolo. “Non fate i coglioni voi due, sì Marie dico a te, e anche a te” – tuona Thomas toccandomi la spalla prima di impugnare la leva del cambio. “Questi ragazzi sono di qui e cantano e suonano per noi, parlano di noi tutti. Non fate gli sfigati che non ascoltate giusto perché siete incastrati con l’hip hop e i bambinetti sbarbatelli da boyband!”
Tuoni, rock gridato tra deliziose incursioni di archi, una cavalcata selvaggia, passione e disperazione.
That what we want will never be
In between we fuck and dream at living free again

Thomas urla sopra le voci del gruppo e batte con foga il tempo sul volante. Nei testi sono racchiuse le disgrazie della gente comune, la rabbia politica, i disagi sociali; le voci si fondono e si compenetrano, al pari del binomio dicotomico tra impeti di batterie e chitarre graffianti e le carezze tiepide di violini e contrabbasso. Rock e folk, e post-rock.
All we want is what we’ve owed
We’ve all of us carried this load

I colori sono scurissimi, poi arrivano piccole parentesi di dolcezza e poi la luce da tanto bramata.
“What we loved was not enough
But kiss it quick and rise again
(the day has come when we no longer feel)”

La mamma tace ma non appena riconosce il tragitto, percorso ormai tanti anni addietro ma mai scalfito nella memoria, serra un istante gli occhi e stringe la mano di Marie, seduta accanto a lei nel sedile posteriore; mantiene uno sguardo appartentemente assente e superficialmente posato sulle strade e gli edifici che ci sfilano accanto, mentre la musica diventa più scarna e riflessiva.
Thomas parcheggia l’auto e si ferma, Jerome è già arrivato e ci aspetta, scendiamo silenziosamente con la forza e la speranza che illuminano un nuovo inizio.

Federica Giaccani

2. Lewis & Clarke – Triumvirate

Data di Uscita: 07/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Nessuno sapeva con esattezza cosa sarebbe successo. Come sarebbe stato. E nessuno in realtà aveva voglia di parlarne. Perché il fiato era meglio impegnato a risolvere gli addii. A saldare gli ultimi conti. A portare il bilancio a zero. Prima della fine del mondo. Prima che tutto si concludesse. Inspiegabilmente. Così com’era cominciato. Mancavano poche ore. Alla televisione davano vecchi film in bianco e nero. Come se tutto ciò che valesse davvero la pena di essere rivisto riguardasse il passato. I ricordi. Ciò che si è mescolato indissolubilmente alla nostalgia fino a risultare completamente pulito da ogni imperfezione del presente. O forse più semplicemente. Come se si fosse giunti al fondo di una strada senza uscita e altro non rimanesse da fare che ripercorrere i propri passi. Sperando di notare qualche dettaglio perso durante il tragitto. Uno ancora. Ché non è mai abbastanza. Non è mai stato abbastanza.

Oltre il vetro la nebbia scendeva lieve. Lenta. Ora copriva la testa illuminata dei lampioni. Creando un tappeto impalpabile. Color latte. Sul quale sfilavano adagio le ombre dei primi fiocchi di neve di quell’inverno. L’ultimo inverno dell’umanità. Nessuno sapeva con esattezza cosa sarebbe successo. Né come sarebbe stato. Però ora una certezza lui ce l’aveva. Fuori dalla finestra della stanza d’ospedale nella quale si trovava ci sarebbe stata la neve. E quest’idea tanto poetica quanto futile in qualche modo lo rasserenava.

Avrei voluto avere una vita in più solo per starti accanto. E invece il sole non farà in tempo a compiere la sua consueta rivoluzione quotidiana che non ci sarà più nessuno a fargli i complimenti. Non abbiamo avuto abbastanza tempo. Non so nemmeno quale sarà il tuo gusto di gelato preferito. E non so nemmeno se mi avresti mai abbracciata.

La donna nel letto accanto al suo strinse la piccola creatura tra le braccia. Mentre piangeva piano. Mentre singhiozzava con dignità ammirabile. Perché proprio quel giorno? Quale meschinità. Quale beffa. Avrebbe ammirato quel volto un secondo dopo l’altro. Per concedersi un amore terribile. Tremendamente lacerante. Fino all’ultimo scocco di lancette. Che ormai giravano al contrario. I capelli sciolti si adagiavano sulle spalle magre. Che risaltavano una stanchezza profonda quanto il sonno che evitava con tutte le proprie forze. Il quale cercava di sopraffare una coscienza ben salda al presente che ancora era. Le guance pallide. Ma gli occhi umidi erano pieni. Si soffermò a guardare quegli occhi. Mosaico preciso. Dipinto perfetto. Descrizione particolareggiata di ciò sarebbe stato se. Se. Puntini di sospensione. Si soffermò a guardare quegli occhi. Poi senza che se ne rendesse conto. Perso in quella contemplazione. I loro sguardi si incrociarono. All’improvviso. Fu un attimo. Come l’apertura di un otturatore. Che congela l’istante per un’eternità che durerà solo il tempo concessole. Lui le sorrise. Senza compassione. Un sorriso. Pieno di quanto più conforto è concesso racchiudere in tale gesto.

Le lenzuola avevano ancora quella rigidità caratteristica di un lavaggio con un detersivo economico. Le luci al neon vibravano impercettibilmente tinteggiando l’aria intrisa di disinfettante di un verde morbido. Riempitivo discreto di quel silenzio altrimenti soffocante. Sentì sulle labbra il salato di quell’amarezza incontenibile. Esplosa in un pianto che non era riuscita a contenere. L’uomo alla sua sinistra le sorrise. Aveva un’aria serena. Nonostante la giovane età le sue iridi scure lasciavano intuire un’esistenza compiuta. Riflettevano le immagini di un viaggio forse inconcluso. Ma che valeva la pena aver intrapreso. I capelli corti. La barba incolta di qualche giorno. Innumerevoli tubi sottili entravano ed uscivano dal suo corpo rendendolo simile ad un’antica divinità dalle mille braccia. Un’antica divinità morente. Asciugò le lacrime. Raccolse le forze. Si alzò col bambino. Gli si avvicinò. E lo pose cautamente tra le sue braccia prima di sedersi sulla sedia tra i loro letti. Lo sconosciuto sorpreso e riconoscente sussurrò un impercettibile ringraziamento.

Un altoparlante verde barrato nell’angolo in alto a sinistra dello schermo giustificava quel silenzio. Che si specchiava nel ronzio sussurrato delle luci al neon. E nella neve che aveva preso a cadere copiosamente. Gli attori proiettati lì dal tubo catodico aprivano la bocca a vuoto. Come se tutto ciò che dovessero dire lo avessero già espresso. Ed era proprio così. Chissà quante volte. Ma sembravano ancora soffrire e gioire per quelle parole inudibili. D’altronde conoscono domande e risposte in anticipo. Una grazia che a nessuno è mai stata concessa.

Sul monitor sopra la sua testa lampeggiava una piccola spia. Senza emettere alcun suono. Ad intervalli regolari. E poi numeri. E sigle. In altre circostanze neanche il più grande luminare della medicina avrebbe potuto dire con precisione quanto gli sarebbe rimasto ancora da vivere. Ma in quelle circostanze. In quelle circostanze tutti lo sapevano. Poco più di ventitré ore. Non aveva paura. Non era dispiaciuto. Non per sé stesso. Guardò il volto placido e ignaro di tutto che respirava adagio sul ritmico alzarsi e abbassarsi del suo torace. Dormiva. Sereno.

Non dirò nulla per cercare di consolarla. Non sono mai stato bravo con le parole. Mi scusi.

La voce dell’uomo era stentata. Sofferta e sincera. E fu sollevata di non doversi sentire in obbligo a provare sollievo nell’ascoltare un banale conforto circostanziale. Si mosse per cercare una posizione comoda su quella sedia dall’imbottitura logora e sottile. Poi la sua attenzione venne per un attimo catturata dall’assenza dei braccioli. Chiuse le braccia sul ventre afferrandosi i gomiti. Solo in quel momento si accorse che fuori nevicava. Quell’immagine tanto poetica quanto futile in qualche modo la rasserenò.

Non cerchi parole che andrebbero sprecate. Abbiamo le battute contate oramai.

Sul monitor sopra la sua testa la spia si accese. Si spense. Rimase spenta per un istante più lungo del solito. Poi si riaccese. E riprese a scomparire e riapparire al solito ritmo. Guardò il volto placido e ignaro di tutto. Si sentì profondamente triste e impotente. Lo baciò sulla fronte. Quindi allungò il braccio per prendere il cellulare. Scorse la rubrica. Selezionò il numero. Premette il tasto verde. E aspettò. La donna lo guardava. In parte consapevole di quello che lui stava pensando. Di quello che stava provando. Consapevole che anche se avessero avuto una settimana in più. Un mese. Anni. Secoli e millenni. Comunque. Non sarebbero riusciti a dire tutto ciò che avrebbero voluto. Qualcuno chissà dove prese la chiamata. Ma non disse nulla. Come se aspettasse. Che fosse lui a cominciare. Si inumidì le labbra.

Se fosse la fine del mondo saprei cosa dirti. Ma. Mi dispiace. Il mondo finirà appena domani. E fuori nevica.

Dall’altra parte del telefono. Al sentire quelle parole. Lei. Sorrise.

Pietro Liuzzo Scorpo

3. The Antlers – Familiars

Data di Uscita: 17/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era dolce e privo di barba. I riccioli biondi ricadevano sulla fronte con grazia. Come fossero stati messi lì da uno scultore alle prese con la sua opera meglio riuscita. Le donne più anziane quando nelle sere d’estate si ritrovavano a cucire e ciarlare sedute sulle sedie di fronte alle porte di casa si riferivano a lui come il Putto. Non si sapeva chi fosse suo padre e sua madre era morta subito dopo averlo dato al mondo e questo aveva mosso di compassione tutto il Paese. Sì che divenne il figlio di tutti. Dicevano che fosse un bambino adorabile. Di un’intelligenza sottile che nascondeva dietro una timidezza quantomai sincera. Era gentile e sempre educato. E preservò questo carattere anche crescendo. Mentre la sua bellezza sbocciava piano. Senza destare sospetti. Mia madre e le sue amiche quando cadevano in argomento erano solite dire che nessuna di loro l’aveva mai guardato in quel modo per molto tempo. Poi si svegliarono una domenica di maggio teatro di una nevicata tardiva e mentre si recavano alla messa tutte lo notarono col volto arrossato ed i riccioli umidi di sudore che spaccava la legna dietro la canonica. E tutte capirono quel giorno che il Putto era cresciuto. Ed era bello. Di colpo. Lo Zio però non si sposò mai. Le donne sostenevano che non ebbe mai neanche un’amante. Le malelingue invece insinuavano che tutti noi fanciulli avremmo dovuto chiamarlo Papà invece che Zio. Ma erano discorsi di ubriachi che si ritrovavano ad affogare alla locanda l’ultima pedata ricevuta dalla moglie. E nessuno prendeva quelle dicerie sul serio. Per noi era lo Zio e basta. Ci insegnava a costruire gli aquiloni e ad acchiappare le bisce senza essere morsi. Ci mostrava i sentieri nascosti che si arrampicavano sulla montagna e che portavano sempre a qualche albero solitario grondante di frutti. E poi ci raccontava le storie dei suoi viaggi inventati. E noi lo ascoltavamo rapiti volendo credere ad ogni sua parola. Avevo dodici anni quando partì per il suo vero viaggio. Nessuno seppe come maturò quella decisione che a tutti parve cosa improvvisa ed inaspettata. Mi ricordo che era l’alba quando bussò alla nostra porta. Quando la mamma andò ad aprire se lo trovò davanti con una vecchia sacca gonfia ed il bastone che portava sempre quando andava a fare le sue lunghe camminate sul Matajur. Io lo vidi solo di sfuggita che confabulava sull’uscio con mia madre prima di abbracciarla e partire. Lei non ci riferì mai cosa si dissero. Però ripensando a quella scena anni dopo mi convinsi che negli occhi dello Zio c’era qualcosa che non avevo mai notato prima e che la sua partenza non era stata improvvisata ma invece il frutto di qualche lunga riflessione.
Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Non ce ne accorgemmo subito. No. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese ricordavamo. Solo le mani lasciavano trasparire il cambiamento di cui tutti prendemmo coscienza con ritardo. Tutti tranne mia madre. Tornò un giorno di giugno quando il sole si apprestava ormai a nascondersi nel cielo alle spalle del Matajur. Venne alla nostra porta e la mamma andò ad aprire come se già sapesse che se lo sarebbe trovato di fronte. E forse era così perché niente sul suo volto più scavato rispetto a quando lo aveva salutato anni prima lasciava trasparire sorpresa. Questa volta non si dissero niente. Lei gli prese le mani e si mise ad osservarle come fossero una pietra preziosa. Quindi mantenendo la stessa impassibilità lo baciò due volte sulle guance e gli sussurrò. Bentrovato. Si richiuse la porta alle spalle. Poi ritornò in cucina dove l’attendevamo per la cena. Ma invece di versare la zuppa nei piatti disse. Lo Zio. Il Putto. E’ tornato. Si deve fare una festa. E come se tutti in Paese avessero sentito quelle parole nel medesimo istante in cui lei le pronunciò le strade si riempirono. Ed assieme alle strade i boccali. Vennero accesi i falò. E ognuno portò qualcosa. Chi una gallina. Chi ceste di frutta. Chi il corno e chi la chitarra. Il locandiere ammazzò una pecora. E l’odore della festa si levò alto nel cielo assieme a lapilli e canti di gioia. Sì che accorsero sulle nostre strade anche donne e uomini degli altri paesi della Valle. Nessuno si aspettava di esorcizzare così quella nostalgia che l’assenza dello Zio ci aveva instillato senza che ce ne fossimo nemmeno accorti. La notte era tiepida ed il vino fresco. E la sete riportò a galla quella curiosità che mi aveva sempre contraddistinto quando ero bambino ma che era stata soppiantata da una taciturna diffidenza adolescenziale. Mosso da quella ritrovata innocente sfrontatezza mi ritrovai seduto a gambe incrociate di fronte allo Zio. E con me tutti quelli che erano cresciuti dei suoi racconti. Volevamo sapere dove era stato. Cosa aveva visto. Chi aveva incontrato. Volevamo nuovamente tornare a credere ad ogni sua parola. Ma lui si negò dicendo che era sopraffatto dalla stanchezza. I racconti erano rimandati al giorno seguente.
Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Non ce ne accorgemmo subito. No. Dovette passare anzi parecchio tempo. Trascorsero anni dal suo ritorno e sembrava che la vecchiaia gli scivolasse addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese avevamo sempre ricordato. A me invece la barba crebbe. E folta. Un po’ all’improvviso. Le anziane dicevano che era una cosa normale quando un ragazzo deve affrontare una scomparsa come quella che aveva toccato la mia famiglia. La mamma infatti si era ammalata di tubercolosi ed una notte priva della luna ci aveva detto addio. Essendo io il primogenito senza padre mi ritrovai sulle spalle le responsabilità di un capofamiglia. La barba mi crebbe in tre sole notti come a voler sancire il mio approdo all’età adulta. Ma io non mi sentivo ancora davvero pronto e non fosse stato per lo Zio non so come avrei fatto. Mi prese a lavorare con lui in bottega dove mi insegnò a battere il ferro e a realizzare piccoli monili che una volta a settimana andavamo a vendere al mercato a fondo Valle. In quegli anni passati al suo fianco più volte provai a carpire i segreti del suo viaggio. Ma lui sempre con garbo mi rispondeva che mi avrebbe raccontato tutto l’indomani. Ma l’indomani sembrava non arrivare mai per lui. Mentre io mi sposai. Ed ebbi due figlie. E i miei capelli cominciarono a cadere. E quei pochi che mi rimasero ogni giorno acquisivano una sempre più pronunciata sfumatura di grigio. Poi una mattina arrivai alla bottega e lo trovai con la vecchia logora sacca che avevo visto anni prima ed il bastone in mano. I riccioli biondi gli cascavano sugli occhi che ancora conservavano quella stessa luce che avevo visto quando aveva fatto ritorno al Paese. In quel momento sentii tutta la mia vecchiaia di fronte al suo spirito inquieto. Parto. Fu l’unica parola che pronunciò prima di accarezzarmi la guancia ed incamminarsi.
Quando il Putto tornò ero una persona diversa. Vecchio e stanco. Lui anche era una persona diversa. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese conoscevamo. Mi trovò sotto il pergolato della casa nella quale ero cresciuto e avevo vissuto tutti i miei giorni. Mi trovò intento ad insegnare al mio nipote più grande come realizzare i monili più belli di tutta la Valle. Quando lo vidi avvicinarsi con mio grande stupore non fui sorpreso. Come se una parte di me già sapesse che quel pomeriggio l’avrei rivisto. Il Putto. Sempre lui. Congedai mio nipote che corse via per raggiungere i suoi amici che giocavano a prendere le bisce. Il Putto si sedette di fronte a me. Ma questa volta non gli chiesi niente. Mi limitai ad osservare le sue mani come se conservassero tutti i racconti della sua assenza della quale non ci aveva mai messo a parte. Rimanemmo uno di fronte all’altro senza dire una parola per minuti interi. Poi ruppe il silenzio. Sono qui solo di passaggio. Volevo dirti addio. Quelle parole non mi suonarono strane. Né fuori luogo. E’ per questo che sei triste? Chiesi. Al che mi rispose con una nota di compassione. Il tempo scorre per tutti. Quindi sorrise. E per la prima volta notai l’affacciarsi di due impercettibili rughe sulle guance.
Quando lo Zio partì per l’ultima volta era una persona ancora diversa. Nonostante fossero passate solo poche ore dal suo ritorno sembrava che la saggeza avesse cominciato a sbocciare d’improvviso sul suo volto. Come la sua bellezza fiorita durante una nevosa notte di maggio di un’altra epoca. Ma il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese avremmo sempre ricordato.

Pietro Liuzzo Scorpo

4. Swans – To Be Kind

Data di Uscita: 13/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Dal libro di Υπηρέτης

Mi rivolgo a voi. E per mezzo di me anche Lei si rivolge a voi. Voi che sentirete le mie parole e vi darete ascolto. Voi che vi salverete quando Lei poserà lo sguardo alle vostre opere. Alle vostre vite. E con occhi pieni di temibile misericordia pronuncerà la parola. Υπηρέτης. Servo. Perché solo asservendovi totalmente al Suo volere sarete meritevoli di misericordia. Mi rivolgo a voi. Fratelli. Che ascolterete la mia parola. E attraverso la mia parola la Sua. E sarete timorosi. E chinerete il capo. E seguirete la Sua volontà.
Io sono solo un umile servo. Non ero nulla se non un peccatore. E niente della mia vita passata ha senso prima di quel giorno. Il giorno in cui Lei mi apparse come in un sogno che sogno non era. Come di veglia in un mondo senza giorno. E le ombre erano immobili alla luce tremolante dei falò.
Sono stato un peccatore. Nei lidi ai quali approdavo il calore era solo ebbrezza. L’amore era solo decadenza putrescente al fragile riparo di un obolo. La luce era solo rifiuto. La salvezza scorreva nelle vene sotto forma di veleno. La vita giaceva abbandonata ai piedi di sentieri di tenebra. Il tempo non esisteva in quei lidi. E Lei venne per condurmi in un porto di acque sicure. Mi apparve con le sembianze di un gabbiano dorato. E teneva nel becco una squamosa lucertola. Quella lucertola era la vita mia. Una vita di soli peccati. E come in un lampo. In un fragore solenne. Strinse la presa e la lucertola venne tagliata in due. Ed il suo sangue si riversò copioso sul mio capo. Mentre un dolore inimmaginabile mi prendeva tutto. Poi il sangue smise di cadere. Ed il gabbiano si posò davanti a me. Al suo fianco sinistro vi si trovava un feto a me legato. Dal suo equilibrio al mio. E sentivo la sua vita pulsare attraverso di me. Il dolore si placò e la sofferenza abbandonò le mie membra. E attraverso gli equilibri quella vita ancora da nascere faceva rinascere me. E potei sentire la Sua parola. E capii che ero stato salvato. E che dovevo incamminarmi per essere il Suo strumento tra gli uomini. Il gabbiano annuì. Mi ridestai da quel sogno che sogno non era. Mi addormentai in quella veglia priva del giorno. E mi ritrovai inginocchiato sulla via. Con in bocca il sapore del sangue. E davanti a me un frammento di quel sogno che sogno non era. Che mai ha respirato all’infuori di me. Che mai ha visto la luce se non attraverso i miei occhi. Il cui cuore non ha mai battuto se non nel mio.
Io non ho più un nome perché nessuno può chiamarmi se non Lei. Io sono. Υπηρέτης.

* * *

Peregrinavo. E incanutivo nel mio vagare. Una città di luci comparve davanti ai miei occhi. E potevo vedere uomini e donne perdersi in quello splendore che nascondeva lo squallore dei nostri tempi. Vedevo l’affaccendarsi di piccole creature così simili a me alla ricerca vacua del piacere. Che celebravano con riti pagani il totale asservimento all’edonismo. E vidi che la città di luci era in realtà la tenebra più nera. E capii perché Lei trovasse così ripugnanti le sue stesse creature. Creature che avevano rinnegato il Suo nome. E che si credevano liberi padroni del Suo Regno. Ed ecco che sentii la mia natura abbandonarmi per trasformarsi in collera. E nelle mie mani comparve un bastone di fuoco. E mi diressi verso la città di luci.
I peccatori mi deridevano indicandomi col dito. Si facevano beffe di me. Ma non mi feci fermare perché sentivo che il Suo volere stava per compiersi. E dal bastone che stringevo tra le mani uscirono lingue di fuoco che andavano ad abbattere coloro che ridevano di me. Che ridevano di Lei. E questi caddero riversi al suolo nel loro stesso sangue. Le luci si squarciarono di fronte al terrore suscitato dalla Sua potenza. E sentii Lei ridere attraverso la mia bocca. Mentre uno alla volta i peccatori precipitavano sulla terra che tanto amavano ma che non poteva dare loro la vera Salvezza.
Ecco. Io dico a voi che mi ascoltate che quella notte Lei ha condotto alla rovina la città di luci per mezzo del Suo servo. Perché il Suo giudizio è verità. E non c’è redenzione nella colpa. Non c’è speranza nel peccato. E la morte non sarà un sollievo per i peccatori che nell’assenza della Storia moriranno ancora infinite volte.

* * *

Non ci è dato sapere quando l’aria smetterà di scorrerci nelle vene. Ma il profeta ha sentito il Suo sussurro e sa che il proprio destino è stato tracciato sino alla fine. Un sentiero tortuoso. In mezzo alle spine. Sassi appuntiti. Bestie feroci. Infinite insidie. Perché Lei ha voluto saggiare l’obbedienza del proprio servo. E ha guardato a lui con occhio severo. Ed è stata con lui più intransigente. Ma quando giungerà il momento lo eleverà sopra tutti. Il Suo alito si poserà sul suo dormire. E lo avvolgerà il sonno eterno. Perché le labbra del profeta hanno reso Lei il giusto onore.
E voi che ascoltate le mie parole. Che sono le Sue. Anche voi non dovete temere la morte. Non abbiate paura di dire addio a questo mondo. La Sua volontà si compirà nel sonno. In una giornata privata del sole. E non stupitevi se non sarà un comodo giaciglio ad ascoltare i vostri ultimi sogni. Non disperatevi se qualche mercante di false speranze vi chiederà di rivolgere a lui le vostre ultime parole. Non angosciatevi se i vostri panni non saranno degni dell’occasione. Non piangete per lo scadere delle vostre ore da umili servi. Perché per voi Lei ha riservato il posto migliore nei cieli. Farà riecheggiare le Sue parole tramite la vostra voce per i secoli a venire. Vi vestirà con la Sua benevolenza e risplenderete di grazia sopra tutti gli uomini.
Prestate orecchio. Lei attraverso me vi ha parlato. Io sono. Υπηρέτης.

Dalle lettere di Υπηρέτης alla madre

Madre,
un sogno inquietante una notte ha turbato il mio dormire. Una visione terribile e rivelatrice. Mi sono risvegliata in un bagno di sudore. Nel terrore di una vita persa. Nel dolore di una morte improvvisa. Ti sono vicina. E spero che anche il tuo pensiero sia rivolto a me in questo momento. Tu che conosci bene la sofferenza di veder fuggire la vita cresciuta nel proprio grembo.
Piango con te Madre perché so di averti deluso. Perché so di non aver prestato ascolto ai tuoi avvertimenti. Ai tuoi consigli. Ho voluto seguire la strada che mi ha condotto lontano da te e dalla tua grazia. Ma mi sono persa. Imploro il tuo perdono per aver condotto una vita dedicata alla perdizione. Ho creduto di poter trovare la salvezza nel veleno. La libertà nella lontananza da ciò che ero. Nella lontananza da te. L’amore in letti sconosciuti. Ero convinta con una certa arroganza di poter bastare a me stessa.
Ma una notte un sogno mi ha risvegliato. Ho perso tutto. Non ho più niente. La vita nel mio grembo si è spenta nel sangue delle mie colpe. E sono sola. Questo mondo non conosce che cosa sia l’amore. E’ l’uomo stesso ad allontanarlo da sé per poi rimpiangerne l’assenza. Che cosa ci meritiamo se non tutto il male che procuriamo a noi stessi? Che pietà cerchiamo quando siamo i primi a non concederla? Siamo peccatori senza redenzione. Siamo costantemente alla ricerca del dolore per poter compatire la condizione che noi stessi abbracciamo.
Madre. Tu solo puoi capire le mie lacrime. Tu solo puoi asciugarle. Io non permetterò più a me stessa di affogare in questa feccia. Non ricercherò più un barlume di luce nei sentieri di tenebra. Troverò la forza di liberarmi dal giogo delle mie colpe. Se solo troverai la forza di perdonarmi. Se solo riuscirai a passare la tua mano tra i miei capelli come facevi un tempo cercando di preservare la mia innocenza. Quando ancora infante io ti amavo senza saperlo.
Mi ritrovo ora nel deserto. Tra luci accecanti e suoni falsi. Mentre l’umanità che mi circonda si affanna a vendere la propria anima demolendo il tempio che la contiene. Come io ho fatto un tempo. E mi accorgo che non sono mai stata così sola.
Madre. L’uomo non merita alcuna pietà se non è capace di risollevarsi da solo. Deve perdere tutto per rendersi conto che già prima di raggiungere il fondo non aveva niente. Le genti mi deridono per il mio aspetto. Per le mie parole. Per i miei avvertimenti e per la mia storia. L’uomo che brancola nel buio del peccato è convinto di essere forte. Ma l’uomo non è forte Madre. E se ha bisogno di un segno per capirlo io darò all’uomo questo segno. Distruggerò queste luci. E illuminerò la sua fragilità. Altro non siamo che debole carne. E basta un nulla per ritrovarsi al suolo in mezzo al sangue. Farò vedere a questi peccatori quanto è fugace la nostra esistenza se non siamo in grado di discernere ciò che illumina da ciò che acceca.
Distruggerò la città di luci per dimostrarti che sono cambiata. Ma dammi un segno della tua presenza.
Amami ancora.

* * *

Madre.
Questa sarà la mia ultima lettera. Perché è giunta la mia ora. Io ti amo. Amo te e te soltanto.
Un mercante di false parole è venuto a chiedermi se volessi rivolgermi al suo dio per implorare perdono. Ed io presa dalla rabbia ho voluto strappargli gli occhi. Perché è già cieco. E non ha visto che io sono già stata salvata. Mi hanno percosso ancora e ridotto il mio corpo in sterili macerie. Non riusciresti più a riconoscere il mio volto Madre. Mi hanno denudata. Inflitto dolore alla mia carne credendo che così facendo mi sarei sentita punita. Ma non ho dato loro alcuna soddisfazione perché tanto io lo so che devo morire. E la mia lingua ha cantato salmi di gioia perché seppur piangendo per le ferite sulla mia pelle non ho sofferto. Io solo per la tua mancanza soffro.
Madre. Sii sempre gentile con chi ti chiede una carezza. Ed anche se non mi rispondi io so con certezza che tu ci sei. E mi osservi. Mi osservi vero? Perché mi manchi tutti i giorni. Lo vedi che sono diversa? Lo vedi che ora puoi amarmi? Amami anche solo per un secondo. Per quel secondo prima che il loro odio venga iniettato nel mio corpo. Per quel secondo prima che il mio cuore smetta di battere. Per quel secondo in cui dormirò e non mi accorgerò di nulla. Distesa su uno scomodo giaciglio artificiale al quale mi legheranno. Come vengono legati i capretti prima di essere macellati. Come vengono imbrigliati i cavalli prima di essere soppressi. Ma per quel secondo. Per quell’immobile secondo. Pensami.
Addio Madre.
Amami ancora.

Pietro Liuzzo Scorpo

5. SixToes – The Morning After

Data di Uscita: 16/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lo scialle a coprire il naso. Il passo svelto. Incurante delle pozzanghere. L’aria madida di fredda rugiada. Infiltra i vestiti. A lungo andare fa marcire l’anima. L’approssimativa illuminazione stradale. Uniforma le ombre facendole diventare spenti acquerelli monocolore. Tutto già visto altre volte. Appiccicosa sensazione di già vissuto. Il rumore di bottiglie che si frantumano in lontananza. Suono ricorrente quanto lo squittire dei topi. Sottofondo irrinunciabile della grande città. Rumoreggiare notturno al quale non si è ancora abituata. Non ci si sarebbe abituata mai. L’odore di piscio e merda di cavalli. Unico sentore bucolico tra i rigidi contorni di quei palazzoni. Architettura fredda e funzionale a necessità meno che primarie. Squadrato rigore di menti impersonali. S’incasellano vite in quadri grigi e sterminati. Lei cammina. Un passo dopo l’altro. Un passo avanti all’altro. Arriva. Apre la porta. Entra.
L’atmosfera è bassa e pesante. Permeata dal fumo. Riempie a scendere dal soffitto un vuoto altrimenti incolmabile. Abbassa lo scialle. Respira il sudore. Almeno c’è vita. C’è vita. La piccola orchestra suona in un angolo remoto. Il pavimento in assi di legno trema al ritmo di chi balla. Il tempo di scolarsi un pessimo whiskey. Due. E poi tre. Gli indumenti pesanti vengono abbandonati. Così la speranza di ritrovarli asciutti al momento di incamminarsi per la via di casa. Quindi è tutto uno sbracciarsi per immergersi nella folla. Alienata creatura. Mossa solo dalla volontà di dimenticare. Abbandonata creatura. Ebbra di vita prima di morire nuovamente al sorgere del sole.
E sono ricordi convulsi. E sono ricordi confusi. Al riparo dal freddo. Al riparo dalla pioggia. Là sotto al sole. Dove movimenti di piedi nudi trascinano nell’aria la polvere rossa che si mescola alla sabbia del deserto portata dal vento che spira da sud. E il sole s’infrange e rifrange su mura bianche. Ora rosa. Al tramonto. Tra gli spiriti. Evocati da rituali antichi. Da chitarre pizzicate. Da percussioni improvvisate. Da corde strofinate da crini di cavallo. Antenati che si ritrovano per le strade. Affollate da volti scuri e capelli corvini. E i corpi si toccano. Le labbra si sorridono. Gli occhi si conoscono. Una bellissima illusione di pace. Ma la guerra non era ancora finita. La guerra doveva ancora cominciare.
Ed è un presente convulso. Ed è un presente confuso. Ed è un presente contuso. La pelle scura. Un anatroccolo tra i corvi. Unico sentore di un sole lontano in mezzo a quel pallore diffuso. I capelli neri. Un pedone su una tavola di backgammon. Carattere dominante solitario. Sinuoso si muove. Allarga le braccia e le porta in alto. Ruotano le mani. I polsi sono un perno adornato di ninnoli e sonagli. Memori di un cielo terso. Testimoni del vagabondare di innumerevoli generazioni. Gli occhi chiusi. Sotto le palpebre ricercano volti noti. Notti migliori. Mentre il marasma cresce. Si fa marea. Corpi sconosciuti la urtano. Senza la confidenza della risacca. I fianchi. Le cosce. Il seno. In morbide traiettorie. Cerchi concentrici. Sulle labbra il sapore è salato.
C’è chi allunga le mani. C’è chi scruta timoroso. C’è chi ha lo sguardo rivolto altrove. C’è chi non si regge più in piedi. C’è chi ordina ancora da bere. C’è chi discute di politica e cavalli. C’è chi se ne sta zitto e ascolta la musica. C’è chi ancora entra. C’è chi già esce. C’è chi ride fragorosamente. C’è chi si dispera. C’è chi litiga. C’è chi s’abbraccia. Lei. Sola. Balla.
E’ solo l’ennesimo volto scomparso dalla sua vita. Come il suo volto scomparve per tanti. Decisione necessaria. Si può morire in molti modi. Si può morire per la morte di altri. Si può morire per la propria vita. E’ solo l’ennesimo volto che è meglio dimenticare. Nella grande città le facce sono come un fiume in piena. Scorrono via. Lontano. Una goccia d’acqua non ripassa per le stesse rive. E’ solo l’ennesimo volto.
L’orchestra suona in un angolo remoto. Le assi di legno del pavimento. Si muovono ora dolcemente. S’inarcano gentili. Mentre il ritmo s’allieta per un momento. Un piede piantato al suolo. L’altro sulla punta. La caviglia fa da perno. Adornato da fili e pietre luccicanti. Che tratteggiano spirali a bassa quota. Gli occhi ancora chiusi. Rivedono la brezza gentile. E le carezze. E gli abbracci. Seduta su verdi pendii. Da dove è possibile far perdere lo sguardo.
In una grande città c’è il rischio di perdersi. Lei si era persa tante cose.
In una grande città ogni luogo è attesa. Lei non s’aspettava più nulla.

Pietro Liuzzo Scorpo

6. Fire! Orchestra – Enter!

Data di Uscita: 26/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per entrare in un culto esoterico sono molte le cose da abbandonare, quasi tutte le cose vecchie, i pensieri, le persone e molto spesso anche la propria anima. Poi bisogna sentire che tutte le cose vecchie sono andate via, che la propria vecchia anima ha abbandonato la propria sede immateriale.

Noi imparammo a vorticare come i dervisci da ragazzi, quando anziché ascoltare la musica dei nostri coetanei, per intercessione della nostra vaghezza e del nostro incomprensibile distacco, iniziavamo a dimenarci e a roteare al ritmo del sax tenore di Ornette Coleman. Ma altro non posso dire, altrimenti la segretezza del nostro ordine verrebbe sciolta e diverrebbe una normale setta accessibile a qualsiasi esaltato.
Alcuni di noi facevano parte del grande popolo ormai distrutto degli Inuit e i loro gorgheggi facevano danzare i pesci nei fondali delle acque ghiacciate e rendevano gli orsi bianchi innamorati. Altri invece venivano dall’altro grandioso popolo devastato degli aborigeni australiani che con le loro danze evocavano gli spiriti attorno ai fuochi. La maggior parte però erano volgari europei. Una volta entrati nell’Ordine non fummo più niente se non dei mezzi nei quali il Grande Spirito soffiava la sua anima dentro a degli ottoni o premeva il suo spirito su tasti e superfici vibranti.
Noi non siamo nessuno, siamo gli Entrati, che prima hanno dovuto fare uscire tutto. Noi non abbiamo mai fatto del male a nessuno ma ne abbiamo subito tanto e sfoghiamo il nostro furore e la nostra gioia (che nonostante tutto rimane) in quel gigantesco e poliedrico delirio chiamato Jazz (e in altre esoteriche bellezze di cui non possiamo parlarvi).
Abbiamo abbandonato il sorriso cinico per incontrare la sincope, abbiamo distrutto la maldicenza per costruire l’armonia, ci siamo liberati della nostra mediocrità per essere inconsistenti e di conseguenza siamo saliti, senza neppure saperlo, nel leggerissimo strato di Assoluto che nessuno può toccare con la parola. Noi lo sfioriamo con la musica, come le proprie dita possono solo sfiorare il proprio polso, ed entriamo in esso col nostro spirito. Noi che sappiamo che sulla terra non c’è nulla di puro, abbiamo trovato la purezza oltre la terra, ed ancora oltre abbiamo trovato il Tutto, che supera di intensità e bellezza la somma di tutte le sue parti, che è maggiore grazie alla sua aura (questa oscura cosa che nessuno vuole più nemmeno cercare) la cui luce è raggiungibile solo da chi, dopo essersi dato la pena di Uscire, è riuscito ad Entrare.

Marco Di Memmo

7. Ty Segall – Manipulator

Data di Uscita: 26/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Wonderendezvous. Wonderoundabout.

La stanza bianca. Immacolata. Come la coscienza di una vergine che percorre la navata. Pulita e asettica. La navata o la vergine? Come se avesse una qualche importanza. La stanza bianca. Un odore misto di vuoto e disinfettante. Di nulla e detergente per vetri. Di assenze sporadiche e cloro. Come una piscina all’aperto. Nello spazio intergalattico. Questo prima dell’orario di apertura. Poi entrarono tutti. Ad uno ad uno. In maniera apparentemente casuale. In maniera apparentemente banale. In maniera apparentemente animale.

Valzer. In senso antiorario. Contro il tempo. Contrattempo. Controtempo.

Sentiva che qualcosa sarebbe cresciuto. Lanciò un’occhiata fugace a quelle due mammelle enormi. Alla sua destra. Sarebbe cresciuto? No. I capelli bianchi. Le rughe. E le medicine per il cuore. Ma quelle due mammelle su quel corpo segnato dal tempo e da almeno un paio di gravidanze gli facevano scattare dentro qualcosa. Voleva affondarci la testa. Come fosse un lattante. Si chiese se ci sarebbe potuto affogare dentro.
Sopra le due mammelle. Un collo flaccido. Che sorreggeva un viso che aveva fatto il suo tempo. Due occhiali rotondi su un naso piccolo. Le guance rosse. E la testa che intanto si arrovellava sul contenuto della valigetta che quel tizio vestito in maniera così sgargiante teneva così saldamente. Forse era una spia. Forse un criminale. Forse una testa di cazzo qualunque. Ma che cosa c’era in quella valigetta? Perbacco. Lo voleva sapere.
Non era una spia. Un criminale forse. I capelli lunghi e unti. Gli occhiali scuri a nascondere delle profonde occhiaia. La prova inconfutabile che il mondo oltre al velo gli si era dischiuso. L’armonia del cosmo. I segreti dell’universo. E la pace dei sensi. E la cetra. La cetra. Cetra. Eccetera. Salute. Avrebbe voluto danzare. Ma prima doveva pensare a chi vendere qualcosa. Per rendere anche lui partecipe di quel tutto che era ormai diventato. Girò la testa a est. Giacca cravatta e barba curata. Lui avrebbe comprato qualcosa? Gli piaceva pensare che anche giaccaecravatta in fondo ne avesse bisogno. Come tutti.
Stronzo. Il suo capo era uno stronzo. E fanculo al suo sorriso falso. Alle frasi di circostanza. Fanculo. E’ finita. La rabbia saliva. Ma non come un fiume in piena. Piuttosto come una bottiglia di spumante senza sicura al tappo. E se non avesse retto quel giovanotto alla sua destra si sarebbe preso un pugno dritto sul muso. Ed avrebbe abbassato quella cresta di merda. Ma come se ne va conciato così in giro? Avrebbe voluto fargli sanguinare il naso. Strappargli tutti quei piercing.
Si toccò il piccolo anello alla narice. Poteva sentire se ci pensava a fondo il piccolo brivido che aveva sentito al tempo. Un tempo ormai andato. Una leggera scossa. Tra le palle. Ma quella non era dovuta al ricordo. Ma all’immagine della sua mano che si infila nel tailleur. Lo sbottona. La camicetta fuori dai pantaloni. La mano che si insinua. Ed il gemito di piacere. Lo sente. Lo senti? Chiedeva col pensiero a quel viso inespressivo e freddo incorniciato in lunghi capelli scuri.
Il tailleur le stava stretto. O c’era dell’altro? Cos’è che le stava veramente stretto? Avrebbe dovuto tagliarsi i capelli? Il ragazzino al suo fianco si mosse in maniera impacciata e le urtò la gamba. Notò una smagliatura sulla calza. Uno strappo. Le ci voleva uno strappo. Ed allora sì. Avrebbe portato quel bimbo con sé. Caricato sulla sua decapottabile. E poi via. Gli avrebbe fatto scoprire il mondo. Gli avrebbe fatto assaggiare frutti che neanche si immaginava. E lei con lui. Uno strappo. Gli avrebbe comprato degli occhiali nuovi.
Cercò di soffiare via il ciuffo che gli cadeva sulle lenti. Senza riuscirci. Si portò una mano tremante sulla fronte per completare il lavoro. Cos’era che lo rendeva così agitato? Cos’era quella sensazione? Voleva sentire il calore di quelle labbra sulle sue. Quelle labbra così carnose. Accese da un rossetto provocante. Quanti anni avrà avuto? Tre? Quattro più di lui? E perché fissava il vuoto? Che importava? Voleva baciarla. Voleva vivere per sempre felice e contento con lei.
Era a disagio. Ormai conosceva nei minimi particolari il vuoto di fronte a lei. Si concentrava. Si sforzava di non guardare l’uomo accanto a lei. Così grasso. Strabordante. Si sentiva in imbarazzo. Si sentiva avvampare le gote. E cercò di riportare la mente lontano da lì. A correre in mezzo ai campi. Le scappò un sorriso innocente. Ma come si fa ad essere così grassi?
Cosa aveva da guardare? Cosa c’era? Era per il suo aspetto? Non che gliene fregasse qualcosa. Ma non era carino. Quella stronza. Avrebbe voluto dirle qualcosa. Avrebbe voluto dirle che quel suo sguardo contornato da quell’apparenza così educata se lo sarebbe potuto ficcare su per il culo. Su per il culo. E sarebbe potuta tornare dietro alla scrivania alla quale lavorava e dove avrebbe passato il resto dei suoi tristi giorni con quello sguardo incastonato tra le chiappe.
Pensò di tirare fuori dalla borsa lo specchietto per controllarsi il trucco. Ma cambiò idea. E si accontentò di darsi una sistemata ai capelli. Alla cieca. Sbatté le sopracciglia. Si sentiva civettuola. Ma il direttore d’orchestra aveva un fascino al quale non poteva resistere. Si inumidì le labbra. E sperò di essere notata. Un direttore d’orchestra. Sbatté ancora le sopracciglia. Ed emise un gemito impercettibile. Si inumidì.
Un. Due. Ripassò mentalmente i movimenti delle mani. La destra. La sinistra. Attaccano le chitarre. E poi il cantato. Un due. Un. Due. Tre. Come avrebbe fatto se fosse stato il suo vicino d’attesa? Cioè. Di un occhio forse avrebbe potuto fare a meno. Ma la mano? La mano no. Quella gli serviva. I gesti ampi. La possenza dei movimenti. Sarebbero mancati di finali. Un. Due. Le chitarre che si intrecciano. Come avrebbe dato gli attacchi? Ma per fortuna non era il suo vicino d’attesa.
Non voleva essere compatito. Voleva una persona con cui parlare. Che non fissasse in continuazione la benda scura. O il suo polso. Senza sfondo. Come una strada per soli frontisti. Senza conclusione. Voleva parlare con qualcuno. La bionda che gli sfiorava il braccio con apparente disinvoltura sarebbe stata ad ascoltarlo? Di storie ne aveva. Di pensieri sul senso della vita no. Ma la vita è fatta di storie. Non di sensi. E quei capelli color grano forse avrebbero apprezzato le sue narrazioni.
Si passò una mano sulla pancia. C’è qualcuno? Si chiese. No. Non c’è nessuno. Che domande. Però se ci fosse stato? Sarebbe stata in grado? E ci sarebbe stato qualcuno al suo fianco? Guardò. Un uomo brizzolato. Di un certo fascino. Doveva ammetterlo. I tratti del viso duri. La mascella pronunciata. Un’aria saggia. Sarebbe potuto essere un buon padre?
Deglutì. No. Non ora e non lì. Forse se ne sarebbe dovuto andare. Non in un luogo pubblico. Ma quegli anfibi. E invece eccola. Un’erezione. Cercò di trovare una posizione comoda. Fanculo agli anfibi. Anche se lo sapeva che non erano quelli. Era ciò che contenevano. Ed era solo una ragazzina. Però i piedi. I piedi lo facevano andare fuori di testa. Avrebbe voluto leccarli. Annusarli. E lasciarsi calpestare. E leccarli ancora. Assaggiarne ogni centimetro. Deglutì. E quella era solo una ragazzina.
Si attorcigliava i capelli sul dito. Un’occhiata innocente. La gomma da masticare che si gonfia. Esplode. Rattrappisce su sé stessa. Un risolino. Un cliché. Non una reazione. Eppure ci doveva essere un modo per metterlo in imbarazzo. Voleva vedere la sua angoscia nel cercare di allargare il colletto bianco. Facendo finta che la ragione fosse il caldo. Voleva che andasse a confessare pensieri impuri.
Sia lodato il Signore per ogni nuova creatura. Ma si chiedeva come sarebbe potuta crescere da una madre di quell’età. Satana. Satana si è insediato nelle menti di questi giovani. Induce in tentazione. E questi scopano come conigli. E poi c’è chi rimane gravida. Gravida era la parola. Non incinta. Gravida. Come le bestie. E lui avrebbe dovuto lavare dal peccato originale chi nel peccato c’era nato. Possa il Signore perdonare chi se lo merita. E possa andare all’inferno chi se la cerca.
Era stata una cosa veloce l’ultima volta. E non aveva fatto male come pensava. Come al ballo della scuola. Non le aveva fatto male. Nello sgabuzzino. Quando poi una vita aveva preso a crescerle nel grembo. Al ballo della scuola. Fissò il vecchietto alla sua destra. Aveva un’aria speranzosa. Sbirciava di tanto in tanto nella scollatura della signora al suo fianco. E poi bofonchiava senza senso. E attendeva. Chissà cosa. Chissà se ai suoi tempi anche lui ha messo incinta qualcuna al ballo della scuola? Non le aveva fatto male. Chissà se anche quel vecchietto era diventato padre così presto?

Si chiude il cerchio. A suon di valzer. I violini suonano. Un due tre. I violini suonano.

Si affacciò alla porta. E venne investito da un odore forte. Un odore di sudore. Ormoni. Desideri inespressi. Altri inesprimibili. Umanità che si guarda attorno. Per poi tornare al punto di partenza. Non lo sopportava quell’odore. Si scostò dagli occhi la fangia bionda che andava a finire su dei nei apparentemente finti. Sorrise in maniera finta. Trattenne il respiro. Non poteva più sentire quell’olezzo. Voleva l’odore di sangue. Il rumore del trapano. Dell’aspiratore. Voleva odore di sangue e colluttorio.

Avanti il primo.

Pietro Liuzzo Scorpo

8. Beck – Morning Phase

Data di Uscita: 25/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

These are some faults we found
Hollowed out from the years
Don’t let them wear you out
Don’t let them turn your mind inside out

Cosa ci fa un alcolizzato in un negozio di liquori?
Ogni mercoledì, verso le sette, se sporgevi la testa oltre la porta, potevi vederlo arrivare dalla Promenade oceanica, lungo Wiltshire boulevard, dritto verso il mio negozio. Un piede avanti all’altro, sicuro, come fosse la strada che ti porta a casa. Quella di sempre. Quella dove sei cresciuto. Che giocavi con i figli dei vicini. Non pensi siano troppo simpatici, ma è meglio che sopportare, chiuso in camera con il cuscino ben stretto sulla testa, il rumore dell’aspirapolvere di tua madre che tanto ti terrorizza.
Cerca affetto. Di una donna, di una cagna, poco importa. Le puttane in strada, quelle no. Loro sono amiche. A loro non si può che chiedere compassione e qualche buon consiglio: no, agli ascensori preferisci sempre le scale e si, in certi casi marrone e blu stanno bene insieme. Sono delle discrete ascoltatrici. Soprattutto Daisy. Oh Daisy, labbra carnose e capelli color di molto tempo fa. Lei racconta dei figli che avrebbe avuto e della villetta sulla 54th street, quella con la porta salmone. Se solo avesse accettato in una vita che ormai non ricorda di aver vissuto, il compromesso che l’acido anarcoide nelle sue vene le ha impedito di accogliere. Ma oggi lei è astemia e io resto solo, nelle appassionate serate con me stesso, andrò a ballare il bluegrass con la mia confusione.
Dicono viva in un seminterrato di fronte alla fermata del tram T14, ma a casa non c’è mai. Preferisce la panchina nel piccolo parco dietro l’angolo. È il suo lavoro. Il cappello è in terra, tanto c’è il vecchio Hansen, come sempre seduto poco più in la di guardia, a controllare che a qualche bullo non venga in mente di raccogliere il tesoro che esso contiene. Di lui ricordi solo il forte odore di naftalina di cui s’è impregnato nei lunghi periodi passati in ospedale. Il suo passatempo è guardare il beccare degli uccelli che pranzano con i resti del pasto sobrio di qualche impiegato nella banca che si erge magnifica di fronte all’ingresso principale. Sua figlia ha sposato il direttore dopo esser rimasta incinta a qualche mese dalla scadenza del suo contratto. Non la vede da parecchio. È troppo impegnata, dice.
Cerca indulgenza. Perché il pesante baule colmo delle mie scelte, continuo a portarlo sulle spalle e non ho mai chiesto ad alcuno di condividerne con me il suo carico. L’assoluzione è un dono che possono offrire solo i santi, lo so bene, ma in fondo pretenderla dagli ottusi affannati che rivestono le strade ogni mattina al mio risveglio, non ha alcun costo. Quando ho la possibilità di incontrare me stesso riflesso nella vetrina di qualche negozio, mi capita di pensare a loro. Forse nel mio sguardo c’è lo stesso ribrezzo che mi è stato offerto. Mi concentro su qualcos’altro per evitare che si aggiunga altra contrizione, una nuova radio è quel che ci vorrebbe.
Lungo il viale rotolano delle biglie di vetro e dei bambini a seguito le rincorrono. Ti fermi a guardarli e ne invidi l’innocenza. Pensi di non essere mai stato come loro. Per quanto sia assurda l’idea, ne sei convinto. Quando è successo, non te lo ricordi. Forse è quello che ti è mancato, l’infanzia che sei stato costretto ad inventare percorrendo la scala a vite d’Archimede. Ma per un solo gradino mal posto da un architetto oltremodo distratto, sei caduto alla base e li, dolorante, hai deciso di fermarti, magari solo per indolenza. Scegliere di proseguire è molto più faticoso.
Madido di sudore lo vedevi entrare infiacchito dall’inedia e flemmatico verso il primo scaffale, con nonchalance aristocratica di un nobile della strada, passare in rassegna meticolosa ogni prodotto esposto.
Una volta trovai il coraggio, glielo chiesi. La sua sagoma m’intimoriva, il cappotto lungo alle caviglie sembrava l’unica ragione che lo tenesse dritto. La mano terrosa, tesa, tra le dita i due spicci che aveva raccattato in qualche vicolo, e l’odore pungente di lassismo che lo avvolgeva, confesso, mi nauseava.
Cosa ci fa un alcolizzato in un negozio di liquori?
Da occhi itterici a quel modo non ci si può che aspettare risposta esaustiva. La testa si sollevò appena e lo sguardo sfortunato mi fu concesso per pochi istanti prima che tornasse a rivolgersi alla strada benedetta da quei peccati che mai siamo riusciti a perdonarci.

Life should be free.
Take what you need.

Giulia Delli Santi

9. Have a Nice Life – The Unnatural World

Data di Uscita: 04/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Depressione.
Significa vedere i sorrisi lontani delle persone durante una Domenica di Maggio.
Percepire che c’è qualcosa…
Che sfugge…
Sia esso calore o debolezza.
Sentirsi dall’altra parte, nel punto esatto dove tutte le ombre degli alberi si intersecano, ciascuna proiettata da una pallida e fredda sorgente luminosa in cima ad ogni abete, una per ogni insoddisfazione di una vita senza riposo.
Vedere tutto questo, e non avere voglia di tendere la mano.

………………………………..

Giocare ogni giorno con una lametta nella speranza che sia lei a prendere la decisione.

………………………………..

Alzare gli occhi al cielo dopo aver dimenticato l’odore di una giornata con le nuvole cariche di pioggia. Passarsi una mano sui capelli bagnati, con l’acqua fredda che scende lungo la colonna vertebrale, senza rimpiangere un’emozione in grado di curare tutto questo.

………………………………..

Rincorrere la scelta del meno peggio.
Accontentarsi della disillusione.
Immaginarsi di poter immaginare una realtà che sostituisca il vuoto.
It isn’t real, but it feels real.
It isn’t real, but it feels real.

………………………………..

Abbandonare la testa sul sedile della macchina, guardando con occhi appannati le luci rosse al di là del vetro.
Sperare, in un segno, in un augurio solenne, puro, sacro.
Attendere l’arrivo di qualcuno che dica cosa fare, come fare…
Che…
Come un mendicante che bussa al finestrino, e riceve in cambio uno sbuffo di fumo da una signora di mezza età, che spira tra due labbra che non hanno mai pronunciato la parola compassione.

………………………………..

No matter how much I write, you’ll never read a single line.

Filippo Righetto

10. Marissa Nadler – July

Data di Uscita: 04/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

La cosa che non ti aspetti è il muoversi inarrestabile delle strade sotto i tuoi piedi. Mi è capitato molte volte di ritrovarmi a volteggiare tra vicoli e passanti. Ma quello a cui mi riferisco è una cosa diversa. Non è uno stato d’animo che ti rende leggera. E’ invece la città stessa che danza sotto di te. E quindi ti ritrovi in un punto diverso di continuo. E’ una mancanza di lucidità sistematica. Difficile da spiegare. Anche perché sarebbe proprio tutto un altro contesto. Ora è febbraio. In quella città sarebbe già luglio. O lo sarebbe stato. Non saprei. Ad esempio. Noi ora ci ritroviamo sedute su questa panchina. Ti volti e sai che dietro di te ci sarà un platano spoglio. Un vialetto di ciottoli. Ed in fondo i caseggiati popolari. Mentre ancora più dietro il cielo è completamente bianco. Annuncio atteso di una nevicata che ha tardato fin troppo ad arrivare. Là invece. Là invece sarebbe stato diverso. Perché alle mie spalle avresti visto un roseto. E se ti fossi voltata avresti notato il mercato brulicante di persone che sembrano venute fuori da una scatola di pastelli. Tanto sono accesi i colori dei vestiti che indossano. Quindi avresti cercato il mio sguardo con occhi pieni di sorpresa per chiedermi se anche io avessi avuto quella sensazione. Della scatola di pastelli dico. Ma prima di poter dire una parola qualsiasi ti saresti interrotta perché alle mie spalle non ci sarebbe stato più il roseto ma invece una fontana. E un po’ più oltre un edificio travolto da mosaici ed arabeschi. Cupole ciano. Una torre appuntita che richiama l’attenzione al cielo. Azzurro. Terso. Quindi una nota di tè ci avrebbe raggiunto. Ed allora ti avrei preso per mano. E ci saremmo incamminate in una direzione qualunque. Tanto saremmo comunque arrivate là dove la città avrebbe deciso. Guarda. Cominciano a scendere i primi fiocchi di neve. Domani ti sveglierai e guardando fuori dalla finestra vedrai un silenzio surreale. La neve a ricoprire il tutto. Ovattato. Dicevo. La città avrebbe deciso la nostra meta. Che so? Una piccola piazza dove avremmo potuto trovare refrigerio dal sole implacabile sotto gli aranci. Guardando frammenti di cielo tra le foglie verdi. Mentre il vento si sarebbe insinuato leggero tra i rami e sotto le nostre gonne. Avremmo riso. Mi avresti abbracciata. Con la punta delle dita avresti scostato quel ciuffo di capelli che mi cala sempre sull’occhio. Ma non sarebbe stato quello il momento adatto. Perché in quell’attimo di distrazione gli aranci sarebbero spariti. Al loro posto tappeti rossi e dorati. Caldi alla vista. Ed avremmo immaginato di distenderci sopra essi nei freddi pomeriggi invernali. Mentre fuori la neve cade in fiocchi sempre più grossi ed irripetibili. E dall’altra parte maioliche bianche e blu. Blu bario. A ricomporre fantasie che mai avremmo immaginato di poter avere. Ed incantate avremmo sospirato. Mentre l’aria si sarebbe impregnata degli odori più disparati. Il mercato delle spezie. Un puzzle di sensazioni e ricordi impossibile da ricomporre in maniera errata. Ogni pezzo si incastra perfettamente con tutti gli altri. Ed allora le soluzioni sono infinite. Non c’è niente di sbagliato. Tutto è lecito. La noce moscata. Ci avrebbe ricordato la messa di natale che quando eravamo ancora bambine adoravamo. I canti solenni tra le navate. Una spiritualità che ai tempi forse riuscivamo a cogliere. Che si levava dalle fiamme tremolanti delle candele. E la speranza sempre disattesa di trovare la neve una volta uscite da chiesa. Ma la neve arriva a febbraio. Ora lo sappiamo. E poi il sesamo. A rimembrarci delle corse in mezzo ai campi subito dopo un temporale. Il fango fino alle ginocchia. Il rumore del ruscello rinvigorito. Fili d’erba appiccicati ai nostri volti ancora giovani. Ignari di cosa si possa celare dietro alle lacrime. Un timido sorriso sempre intarsiato tra le gote. E poi un uomo col fez si sarebbe avvicinato. La sua tunica bianca avrebbe proposto al nostro olfatto la curcuma. E la nostra mente sarebbe corsa alla cantina di tuo nonno. Dove ci nascondevamo tra le botti di vino. A raccontarci delle prime vane infatuazioni. Perché così credevamo ci fosse richiesto. E le pareti ammuffite sussurravano alle nostre orecchie di un bacio mai dato. E la vecchia lampada emanava una luce che andava a spezzarsi sull’intonaco crepato. E le ore trascorrevano veloci tra discorsi vacui. Come se scappassero da un brivido di imbarazzo allora sconosciuto che si arrampicava lungo le nostre schiene. Al che. A quel ricordo. Avresti sfiorato le mie dita con le tue e mi avresti condotto al cumino. Ed io ti avrei raccontato delle ore passate appoggiata alla parete comunicante delle nostre camere ad ascoltare quei tuoi stupidi esercizi al violino. E di quando piansi mentre sentivo esercitarti per quello che sapevamo entrambe essere il tuo ultimo saggio. Le note sembravano accompagnare un canto in lontananza. Sembravano riempire tutti i silenzi. I silenzi delle parole non dette. Le carezze non date. I baci voluti. Ed allora io prendevo la mia chitarra. E suonavo. Piano. Per non disturbarti. Per accompagnarti. Accarezzando dolcemente le corde. Sperando che in qualche modo quella vibrazione ti raggiungesse. E ti facesse commuovere. Guarda. Il platano ha smesso di essere nudo. Ed è ora ricoperto di un silenzio rarefatto e fragile. Quindi l’ultima spezia la sussurrerò. Per non incrinare questa immagine cristallina. Così invernale. In quella città sarebbe già luglio. E mentre tutti al sentore di cannella rievocherebbero immagini di maglioni con renne sorridenti e focolari scoppiettanti. Vecchie foto di infanzia. Noi. Noi avremmo pensato ad altro. Non è vero? Era luglio anche allora. E volevamo perderci nei boschi tra le colline dietro casa. Che però conoscevamo a memoria. Ogni angolo. Ogni sentiero. Ogni albero. Là dove la temperatura si abbassava di qualche grado. E l’aria piangeva un profumo selvatico che non eravamo capaci di descrivere. Cannella. Per noi era dolce quanto la cannella. Ci sedemmo sull’erba umida. Le nostre forme ormai più che adolescenti non si nascondevano più bene sotto quei vestiti di un’altra età. Il silenzio mancava. In un bosco il silenzio è solo una finzione. Mimavi le ultime note pizzicate del tuo ultimo pezzo. Ormai un ricordo lontano. Ed erano come gocce in uno stagno. Ti ricordi? Ti ricordi che in quel momento piansi? E risvegliate da quel vortice di profumate nostalgie eccoci ancora in un altro punto della città. Una strada affollata. Urla convulse di venditori mai stanchi. Il correre inarrestabile di bambini scalzi. Che si inseguono. O forse inseguiti da qualche panciuto mercante. Ma il nostro respiro sarebbe immobile. Senza tempo. Raccolto in un istante. Il mio indice sotto il tuo mento. Il pollice avrebbe accarezzato le tue labbra che si sarebbero schiuse al suo passaggio. I tuoi occhi incerti tra il fissare i miei o la mia bocca. E poi i nostri respiri sarebbero diventati un tutt’uno. Esalando in un solo secondo tutti i desideri che per chissà quale ragione non ci eravamo mai dette. Nevica. Nevica forte. Eppure il mio volto è scaldato dal sole di quella città. Quella città nella quale non sono mai stata. Se non con te. E solo con te voglio tornarci. A luglio. Se tu ora non mi volterai le spalle per imboccare quel vialetto di ciottoli che porta fino ai caseggiati popolari. Se non mi lascerai qui a piangere sulle impronte che lascerai su questo manto bianco che non smette di crescere. Per favore. Baciami. O vattene.

Pietro Liuzzo Scorpo

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