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A Winged Victory for the Sullen @ Locomotiv Club, Bologna (29/11/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

Ci sono serate che lasciano ricordi lineari, in naturale progressione temporale. Un inizio, uno svolgimento, una conclusione. Ce ne sono altre imperniate attorno a un evento, un dettaglio, una sensazione: tutto il resto si dipana intorno, come un ricamo.
Raccontare ciò che si è vissuto a Bologna, sabato 29 novembre, non riesce facile se si vuole stendere una canonica narrazione consequenziale. Piuttosto, è il concetto di intimità quello dal quale si dovrebbe partire.

Un’intimità personale, privata, di condivisione attorno a un tavolo, a dieci minuti di distanza dal motivo che ci ha chiamati a raccolta nello snodo nevralgico italiano per eccellenza; del vino rosso, delle lasagne, della vodka polacca, delle chiacchiere naturali tra persone che non si vedono abitualmente ma che hanno molto da darsi, da scambiarsi. Ci sono fili invisibili che andiamo tessendo giorno dopo giorno per costruire legami che esplodono, nella loro forza, in circostanze come questa.
C’è poi un’intimità lasciata uscire dal calore domestico, le stesse persone appoggiate al bancone di un bar dalle poche pretese, errori di scrittura sul listino prezzi e ampi sorrisi negli occhi a mandorla dei baristi. Si ammazza l’attesa sorseggiando birra o whisky di pessima qualità, si ride complici, si fanno congetture, s’incontrano altre persone venute anch’esse da lontano, ci si ambienta. Particolari sgangherati in quella cornice spartana si riflettono nelle nostre rispettive debolezze, imperfezioni; parimenti la genuinità e l’assenza di ostentazione le sentiamo cucite addosso anche ai nostri vestiti, ai movimenti, alle conversazioni.
L’umidità autunnale bagna l’attesa all’ingresso, per finire l’ultimo sorso e compilare i moduli di tesseramento Aics. La caligine si mischia al fumo di sigaretta, restituendoci un’istantanea fiabesca dalle linee evanescenti. Il Locomotiv ospita un pubblico esiguo per l’occasione, cosa che non ci sorprende, considerata la miopia tipicamente italiana nei confronti di musica leggermente più “impegnativa” rispetto agli artisti pompati da hype e facili ascolti. Questo deficit, a ben vedere, non fa che trasformarsi in punto di forza, nel momento in cui le luci si abbassano e ci si assiepa vicini al palco.
L’intimità, eccola prendersi i nostri sguardi, le orecchie attente, il rapimento. Cala miracolosamente un religioso silenzio. Il centro del palco è occupato dagli archi, disposti a formare un triangolo in pianta, grazie al quale si osservano a vicenda e proiettano i suoni verso il baricentro. Un violino, una viola e un violoncello, tre sedute e tre leggii. Lateralmente, uno per parte, si collocano Dustin O’Halloran e Adam Wiltzie, pianoforte tastiere chitarra e tutto l’occorrente per poter musicalmente dipingere l’aria. Il raccoglimento è assoluto, come la sensazione di appartenere a una schiera di eletti a cui è stato concesso il privilegio di godere di un’esperienza unica. Gli spettatori progressivamente si avvicinano, le palpebre a tratti si chiudono, per immergersi nel fluttuare delle melodie, a tratti rimangono aperte, per seguire gli archetti che compiono ampi movimenti di respiro o gesti nervosi in saliscendi per gli episodi di maggiore tensione. È un flusso unico – non chiedeteci di riportare la scaletta vi prego – ed avvolgente. Certo, i brani di “Atomos” sono riconoscibili nel loro scorrere concatenati senza pause, come anche alcune incursioni nel passato, specie verso la fine dell’esibizione, tra cui una “Requiem for the Static King, part two” totalmente trasfigurata seppure tracciabilissima e ancorata a vividi ricordi. La consecutività dei giorni senza sole, umidità e pioggia a tratti battente. Sognare più file di sedie per immaginarsi come in un piccolo teatro, nel quale andare a vedere l’orchestra. Semplicità e familiarità lasciano spazio ad una tecnica affinata dal tempo, la monotonia non esiste e il pubblico rapito concede alla fine i meritati applausi.
La profondità raggiunta è difficilmente spiegabile a parole. Le note vengono realmente dipinte nell’aria e una volta configurato lo schema base, nella mente dell’ascoltatore si sviluppano pensieri che prendono strade proprie. Gli accordi e i vuoti aprono tali spazi interni, le progressioni sono spesso astratte e raramente si riempiono di metallo. Gradualmente le linee tracciate dai cinque artisti sul palco si incrociano, propongono una geometria calda. Le formule e i calcoli del liceo non sono percepiti, il pentagono accoglie e non respinge come sul quaderno a quadretti.
Il tempo se ne va e non c’è modo di tornare indietro, è una legge molto chiara. Il gruppo e l’idea stessa di unirsi è nata proprio a Bologna. Non vorremmo cedere al sentimentalismo più sdolcinato, ma lo sforzo di spiegarsi ed aprirsi nella nostra lingua merita quantomeno un abbraccio. Lo teniamo in serbo per una prossima occasione in cui magari arrischiarsi ad abbattere il confine della timidezza; nel frattempo trasferiamo questa stretta di affetto al saluto di commiato nel momento in cui, purtroppo, dobbiamo salutare Bologna e allontanarci a raggiera dal centro.

Federica Giaccani & Alessandro Ferri

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