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Archive for dicembre, 2014

Top Ten 2014 – Valentina Loreto

1. Scott Matthews – Home part 1

Data di Uscita: 03/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Ho sussurrato al cuore di non andare. You disappear like my voice. Perchè io non so dove andare. Non mi ha ascoltato. Mi volto, mi volto, mi volto, la luce è troppo forte per i miei deboli occhi, la strada verso casa è dispersa nel buio di un cuore che ora non c’è più.

“La malinconia è la tristezza diventata leggera.” – Italo Calvino

Ti prego, cercami. Ti prego, voltati. Ti prego, guardami.
Still I hope, I pray for now.
I fool the lonely road
As we exchange our vows

Ho parole tanto piccole che filtrano attraverso desideri in bianco e nero. Gli alberi spogli, gli esili rami aggrappati ad un tronco che pare roccia, torneranno a vivere anche loro, sì.
Ora nel traffico di vite sconosciute mi muovo distratta, city man lives under a clock, chiedendomi come sia possibile che un bambino passeggi tenendo per mano un manichino, chiedendomi come sia possibile che una madre lasci che sia il proprio figlio a prenderle la mano e non il contrario.
C’è qualcosa che mi sfugge dietro al vento che corre sul mio viso, un nuovo colore, un suono lontano.

Have you ever wondered what it would be like
To bury your life and start over again?

Salita, discesa, salita, discesa. Prendo fiato, dischiudo la bocca e lo lascio andare via. Mi sento più forte a salire in alto tenendoti per mano, mi sento meno debole a scendere in basso e sentirti che mi chiami, torna qui. Curiosity spoke wholeheartedly / “This is meant to be / Trust my eyes”. Ci siamo allontanati così spesso che non potevamo che restare sempre lì, a legare i nostri cuori in un battito d’ali, in un soffio d’aria gelida. Let’s begin our escape. Again. Credo di non essere pronta, come sempre, come ogni volta. Tu sei pronto?
She floats a kiss goodbye
“I’ll soon be with you…”

Il treno corre veloce, vorrei saltare giù, però prima volteggiare per un po’ in aria, nel vuoto, libera dal tocco, dalla vista, e poi con una carezza toccare terra, sentire di nuovo i piedi danzare, le braccia ondeggiare.
Her only wish is to fly away.
L’acqua scorre e non si arresta, il sole splende e non si spegne, il nostro amore ama e non.
La finirò un altro giorno, quando ci sarà più spazio, quando il tempo non sarà tiranno, quando il buio sarà più luminoso. The dark loves the light’s caress. Finirò quando ci sarà modo di aprire gli occhi e vedere e sentire e vedere e sentirti e vederti. I wonder if there’s room / To fly on your wings soon / Take us far away, way beyond the moon.

Dearest of angels
Can you be here tonight?

La risposta arriva da dentro, l’afferro, scappa, è qui. La strada verso casa è dispersa nel buio di un cuore che ora non c’è più, ma we’re taking the long way, ’cause every step is too soon. La luna proietta le nostre ombre sul selciato, il selciato spezzetta le nostre ombre, mi prendi la mano.

I still hear you now whenever you call
Will you stay here?
I still hear you now whenever you call
Will you stay here now?

La risposta arriva da te, mi prendi la mano. Entriamo in casa, le luci restano spente, metti su della musica. Putting right what is wrong, singing you my little song to soothe your ears. Ci sediamo, ci sentiamo nudi, la pelle e il tocco freddo della stoffa rimasta disabitata per troppo tempo. Ti prendo la mano. Lay your head down to rest / And feel you needing to belong.

Oh come let’s get you home
Where my love can soothe your bones
You can be who you really are in my arms.

 

We can be who we really are in our home.

I will love you till I’m gone.

[A volte dietro l’angolo si può nascondere un disco.
Un album tipo questo. Un album che amerai. Un album che diverrà poi il tuo album. ]

Valentina Loreto

2. Micah P. Hinson – Micah P. Hinson and the Nothing

Data di Uscita: 10/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Pensieri distratti che prendono il loro posto tra il sonno e la veglia. Come se questo sogno fosse una lunga poesia, così vorrei che tu sapessi. Così vorrei raccontarti. But I know you know. Mi tiro su lentamente, lasciando che la mano scivoli su queste lenzuola bianche, fredde, morbide. Come un grattacielo che vien giù pian piano, così sento il tuo amore che si sgretola in questo silenzio che è rumore. Un ritmo incalzante nel frastuono di una primavera che sembra non arrivare in questo cuore, tra queste mura. Lascio la stanza voltandomi a osservare le rifrangenze, confuse in un’immagine lontana, e la mia ombra che mi abbandona, quasi a raggiungerla e fondersi con essa, a formare un tutt’uno. I see far, see far, see.

< Poiché siamo qui soli e indisturbati, con l’animo tranquillo e sereno, debbo confessarti che già da un po’ di tempo ho sul cuore una cosa che dovrei e vorrei confidarti, ma non mi riesce >. The one to save you now, pensai. Questo libro cade a terra mentre, distrattamente, cerco di sfilare dalla libreria una vecchia agenda. Lo rigiro tra le mani. E ancora. E ancora. Ah, Goethe. Questo bisogno di entrare in altre cose, adattarsi in altre forme, per venire a conoscenza di noi stessi. E come a volte siano sufficienti delle parole, una musica, uno sguardo. Sto cambiando. You can test me all you want, I am changing. E’ un nuovo inizio quando non ci si sente più padroni di se stessi. Si resta fermi e si aspetta, nonostante la consapevolezza che tutto stia cambiando. I ain’t movin’.

Nessuno parla, nessuno chiama. Così dovrebbe essere. Una quiete che avvolge, come una madre che protegge il proprio figlio stringendolo tra le sue braccia nel mezzo di una tempesta che tutto porterebbe via. Ma quel nome che resta tutto ciò non vede. What makes me go you will never see it. Se amore è simbiosi, my true love don’t need me no more. Sulle rive di un fiume, ho pregato molto quel Dio perché restasse, perché nessuno andasse via, perché nessuno cambiasse strada. Ma tutto cambia, tutto fluttua attraverso quel torrente che non conosce arresto. Love, wait for me, I’m coming home. La strada non è molto lunga, sarò presto da te. I will love you then, just as I love you now. Se amore è morte, sarò ben lieto a lasciare che sia tu a tornare to kill me. Se amore è vita, you must kill me.

Ora la melodia rallenta, le note son scandite da dita che dolcemente si muovono in quest’aria di vetro, pura manipolatrice del nostro tempo. Come in una foto della Scheynius, I remember the way the sun would run across your face.
And some lonely day
you arrived and said
everyone’s heart to love the boy
che ha rubato il mio cuore.

There’s only one name. L’antica immagine è caduta in polvere.
Ma un nome resta, solo un nome. There’s only one name.

“Il tuo cuore lo porto con me,
lo porto nel mio.” – Edward Estlin Cummings

Valentina Loreto

3. Keaton Henson – Romantic Works

Data di Uscita: 16/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Ha alle spalle una storia lunghissima, una di quelle in cui il tempo è in solitudine, lì nascosto in un angolo che scandisce i secondi, i minuti, le ore, i giorni, le settimane, i mesi, gli anni.
Ha alle spalle una storia di silenzi danzanti, di passi mancati, di saluti protratti attraverso un suono dolce, malinconico, triste, nostalgico, necessario.
Lo scorgo seduto su una panchina, in riva al mare. La sabbia dopo la bella stagione è stanca, bagnata, pesante, non vola via, il mio passo diventa sempre più incerto a raggiungerlo.
Ha lasciato che i capelli crescessero, ricci e ribelli, che gli coprissero il volto. Ma io i suoi occhi ancora li vedo, anche se sono distanti quanto il cielo, quanto l’orizzonte all’estremo mare, sotto quei lunghi e buffi capelli. Poggia la schiena sulla panchina con timore, come se fosse tanto fragile da poter tornare polvere da un momento all’altro. Poggia la schiena sulla panchina con timore, le spalle leggermente protese in avanti, le gambe inclinate, i piedi rigidi, pronti a scattare per la partenza. Uno, due, tre, via? No. Mi chiedo da quanti anni sia lì. Glielo chiedo, ma non mi sente. Mi concentro e urlo tanto da far uscire tutta me stessa affinché lo raggiunga, non si gira, forse non gli arriva la mia voce, forse è già altrove.

“Le nuvole e gli alberi si fondono
e il sole svela la profonda pace.
Sì grande è l’armonia del loro abbraccio,
che vuole parteciparne anche il mare,
il mare ch’è remoto, che s’approssima,
che s’ode palpitare, che già odora” –
J. R. Jiménez

Il filo d’orizzonte azzurro è nostro amico. Mi avvicino, scosto leggermente i capelli dal suo viso e gli sussurro questa poesia nell’orecchio. Il vento si agita, colpisce il mare, le onde ci raggiungono e ci travolgono e siamo persi. Perdendo ti ritrovo, mi agito, impugno sabbia che è fango, scivola, scompare, trattengo granelli ma arriva l’onda e di nuovo, ricomincio. Dove sei? Non ti vedo più. Sæglópur. La corrente è forte, annaspo, mi sento andare con la convinzione che lasciare che io vada sia l’unica condizione che ci permetterà di ritrovarci. Ritrovarci nel nulla, nel vuoto, nell’assenza. Ritrovarci per scoprirci persi, in attesa dell’altro. Ritrovarci per scoprirci persi e ritrovati. Perdendo, ti ritrovo.

“Ho capito che amare significa ringraziare l’altro di esistere.” – A. Jodorowsky

Un’opera romantica è il lavorio assillante e ininterrotto di cuori che amano.

Valentina Loreto

4. Sharon Van Etten – Are We There

Data di Uscita: 27/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

In un imprescindibile film per chi ama tutta quella letteratura che può girare intorno ad una manciata di canzoni, le quattro parole che ne compongono il titolo ricordano molto da vicino quelle di questo lavoro. Cambiano i pronomi personali. I, we. Cambia la loro situazione. Nel primo la presenza è negata, al contrario di quanto accade nel secondo. Non cambia l’indicazione di luogo che chiude entrambe le proposizioni. There. Là, in lontananza. Come a dire non guardare lì dentro, tra quelle parole. Ci potrai trovare nessuna o qualsiasi cosa. Come sempre la verità sta nel mezzo. Come sempre il confine tra autobiografia, scene di vita quotidiana e tutto quello che di fatto poi entra in una canzone è una zona molto poco facilmente descrivibile. Qui però di indizi ne abbiamo tanti, che paradossalmente può diventare uno svantaggio più che un vantaggio. Certamente un segno dei tempi. Non che nei testi manchi totalmente una narrazione, è piuttosto una disarmante sincerità che ne riempie quasi tutto lo spazio. E disarmante è una parola corretta, soprattutto se associata alla reazione dell’ascoltatore, che rimane in rispettoso silenzio o in adorazione ad ascoltare, aggiungendo varie intensità di empatia a piacere. Basterà una sola risata a sciogliere o complicare definitivamente il mosaico. Ironia. Un’ironia conquistata, che non viene apparentemente da lontano. Un’ironia che si avvicina alla consapevolezza. Un certo tipo di distacco, di volta in volta o dal soggetto o dall’oggetto. Una conquista che va a rafforzarne un’altra che è precedente e che dovrebbe essere sempre sottintesa e pronta a spazzare via momenti di sconforto ma che, per motivi strutturali, della creazione artistica e della vita di tutti i giorni, non risulta mai facile da gestire e questa è la conquista raggiunta tramite lo status riconosciuto di cantautrice di talento e prospettive. Andando per un istante più in là basta sottolineare come solo un connubio tra un certa maniera di comunicare attraverso la musica e testi spesso laceranti può portare a consolare e addirittura rafforzare. E’ una sensazione di forza e fragilità. Soprattutto di forza. E, parlando di forza, si può provare a fissare una pietra miliare in questa storia. Tra i tanti tatuaggi (rigorosamente non colorati) che trovano spazio sulla pelle delle braccia della nostra cantautrice ce n’è uno, sul braccio sinistro, che da lontano potrebbe ricordare uno strano simbolo geometrico disegnato all’interno di una fascia di inchiostro nero ma che, in realtà, raffigura e incide per sempre le lettere iniziali del suo cognome, intrecciate tra di loro. Sono una V e una E, chiaramente. Van Etten. Altro che pietre miliari, verrebbe da dire. Qui c’è molto di più. Per la cronaca, sull’avambraccio destro , un compito simile tocca alla sagoma di una chitarra. Le idee sembrano molto chiare. Dire che queste canzoni parlano di una chitarra e di un cognome non sarebbe assolutamente sbagliato. Addirittura quasi esaustivo. Grazie a quello che possiamo sapere, le sue canzoni sono una perfetta radiografia delle sue relazioni amorose, dei suoi equilibri esistenziali, delle sue fughe e dei suoi rapporti con le città, spesso legate alla persona amata. Come titolo di una recente intervista a Sharon una bravissima giornalista americana ha scelto I’ll be your mirror, sottotitolato dalle parole Sharon wants to save herself, and you too. Rapportare queste parole al discorso sull’autobiografismo, alle pietre miliari e chiudere il cerchio. Forse è proprio per questo che girare tanto intorno alle parole e alle sensazioni evocate da queste canzoni non ha molto senso. Non ci sono personaggi fittizi da narrare, scene da abbellire e romanzare o immagini e nomi lontani da menzionare. O meglio, ci possono anche essere ma difficilmente considerabili in autonomia, senza prima citare la loro creatrice, e difficile risulta non pensarli vissuti da lei stessa. Più o meno questi passaggi sono validi per tantissimi suoi colleghi. Parlare di un disco però vuol dire parlare di un disco qui e ora e recensire una nuova creazione di Sharon in questo momento non può prescindere dall’identificarlo con la sua crescita e con la sua forte personalità. Il genere stesso aiuta molto. Americana è una parola francamente facile da abusare quando si scrive di musica che nasce negli States. Queste canzoni sono americane per essenza, per come si intrecciano parole e autobiografia, confessione e tormento, calma inseguita e ritrovata, ricerca di senso, luoghi raggiunti e abbandonati, vagabondaggi e radici. Questo lavoro è stato scritto interamente tra New York e New Jersey ma mai come in queste canzoni le atmosfere riportano alla mente ampi spazi, della natura e dell’animo. Sharon non ti racconta cosa vuol dire vivere a New York nel XXI secolo anche se da poco ha scelto di trasferirsi in città, lei che viene dal già menzionato New Jersey. Scrive di cosa resta delle sue relazioni e lo fa come se ogni canzone fosse appena stata scritta alla vigilia di un concerto in un bar ancora deserto del Texas o dell’Illinois, mentre le cameriere apparecchiano i tavoli e qualcuno prepara la disposizione degli strumenti sul palco. Così nascono canzoni allo stesso tempo strettamente legate a un contesto socioculturale musicale ben in vista e ad esperienze ed episodi per altri motivi universali. Un connubio oggi non così facilmente riscontrabile a questi livelli. Un connubio meno riscontrabile nel precedente Tramp, quello sì, anche se instabile per definizione, più radicato in un sentire contemporaneo e newyorchese. Prendere una canzone qualsiasi di Tramp e una di Are We There e mettere a confronto i paesaggi suggeriti e raccontati. Interni rigorosamente notte, da dietro una finestra con vista luci cittadine possibilmente, nella prima e tiepidi ma fieramente stabili esterni giorno nella seconda. Questo nella maggior parte delle combinazioni possibili. Sono una novità le canzoni al pianoforte in questo ultimo lavoro, forti punti della situazione sulla natura sua e del suo essere cantautrice. Mancano canzoni più dirette e arrabbiate, propriamente da chitarra elettrica. Crescono, come già detto, i momenti d’ironia, già abitudine nel mezzo dei concerti (il disco finisce addirittura con una piccola improvvisazione seguita da una risata di gruppo). E così i paesaggi da viaggio, che favoriscono la già citata natura essenzialmente americana, non nel senso di costituirla dove prima inesistente (chi l’ha detto che una canzone Americana oggi non può essere identificata con New York?) ma piuttosto in un suo appropriasi di un più sconfinato orizzonte. Aumentano le ondate di sole. Quale sia l’importanza del titolo rimane una questione irrisolta, come il valore del suo pronome personale e di quel there, che non si sa dove è situato. Potrebbe racchiudere la storia di una relazione, non avere un significato preciso, non avere per davvero quel significato plurale, oppure avere lo scopo di fissare un istante come, a sua volta, la polaroid in copertina ha fatto nella vita di Sharon. Citare a questo punto il titolo di una canzone sarebbe sbagliato. La scelta di una gerarchia potrebbe risultare mai come questa volta sbagliata. Si potrebbe scegliere di prediligere passaggi ad alta intensità ma questi non sono uniformi, perché alcuni possono ricordare più facilmente vecchie atmosfere mentre altri le portano da un’altra parte dove la liberazione si trova più lontana dalle parti del tormento e più vicina a quelle della serenità. A tutto questo possono essere contrapposte sensazioni decisamente più rilassate che, proprio perché (ri)conquistate, non meritano di passare in secondo piano. Ognuna può raccontare a suo modo un momento di una vita. Quale sia però il soggetto di tutta questa storia e di tutte queste parole e quanto sia imprescindibile per la loro esistenza credo sia abbastanza superfluo da specificare, e comunque di nome fa Sharon e di cognome Van Etten.

Filippo Redaelli

5. Damien Rice – My Favourite Faded Fantasy

Data di Uscita: 11/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Where love has eyes and is not blind. Non potrebbe mai essere lo stesso. Il mattino ha l’oro in bocca, mi sveglio e penso che non potrebbe mai essere as with you. Buongiorno, è un nuovo giorno, oggi sarà uno di quei giorni che sarò costretto a dimenticare, lo so. Piedi a terra, pantofole, passi brevi, barcollo, braccia in aria, strofino gli occhi, sbadiglio, barcollo, cucina, latte caffè cereali. No, it wouldn’t be the same. Quando ci si sveglia al mattino di solito si pensano tante cose, ovviamente contrastate dal buio totale, perché all’inizio non si pensa a nulla se no che ci si ripete ‘non voglio non voglio, ancora un po’ qui al caldo, ti prego’. Poi, magicamente, quando ci si rassegna e si aprono gli occhi e ci si stira, partono i pensieri riguardo alla giornata che ci attende, guardigna. Questo di solito. Oggi io mi sveglio e penso che non sarebbe lo stesso. Il bicchiere poggiato al bordo della mensola vacilla, lo afferro mentre con l’altra mano impugno dei cereali.
So così poche cose. Non immagini quanto mi piacerebbe saper amare come te, non sentirsi intrappolati nel timore, ma dominarlo. Non molto, ma abbastanza.

It takes a lot to give, to ask for help
To be yourself, to know and love what you live with

Così tanto tempo che mi volto a guardare l’orologio rendendomi conto di essere in ritardo. La giornata è già iniziata e io sono in ritardo, e non faccio che pensare alla stessa cosa, a te, in secondi diversi, muovendomi, cercando di terminare il latte nella tazza, ma la fatica aumenta, come essere legati ad una roccia e provare a svincolarsi, correre. Corro e resto fermo. Sistemo le cose nella dispensa e torno in camera.

It takes a lot to breathe, to touch, to feel
The slow reveal of what another body needs

Apro la finestra, fuori nevica. Se fossi stata qui avresti subito preso la tua macchinetta fotografica e, il tuo sguardo il tuo sguardo dio se ora non è qui, guardandomi, solo guardandomi mi avresti convinto. Allora non sarei stato più in ritardo, il mio tempo era tuo.

But letting go is not the same
As pushing someone else away

Il sogno poi è finito. Dovunque tu sia ora, non importa quanto lontano, sai che ti adoro. Raffiorano i ricordi, sono così veloci e incontrollabili. Ripenso a quante volte avrei voluto cominciare, svincolarmi dalla paura dell’amore, svincolarci dalla paura dell’amore, dopo tutte le delusioni, dopo tutte le torte rimaste in frigo e gettate vie perché non si arrivava mai a concludere la cena serenamente, dopo tutti gli addii. Una cosa vorrei dirtela, fermati un secondo, lì dove sei ora: Come let me love you / And then.. colour me in.

So don’t give me love with an old book of rules
That kind of love’s just for fools
And I’m over it

Aiutami a venire fuori da questa scatola, quando sarò fuori la strapperemo via assieme, da solo non posso. Entrambi vogliamo essere fedeli, veri. Io sono qui. Voltati, raggiungimi. Non lasciamo di nuovo che la pioggia bagni i nostri sogni, mettiamoci al riparo prima che sia di nuovo troppo tardi. What is done, what is past / so let us start from here.

Resto qui, avvolto da una musica che inebria casa. La neve, il vento, sei qui. Stay here.

When enough is not enough
it’s not enough.

Siamo “Come l’astro
senza accelerazione
e senza quiete.” – W. Goethe

Valentina Loreto

6. Timber Timbre – Hot Dreams

Data di Uscita: 01/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per molto tempo sono andato a letto tardi la sera. Questo fino ai ventitré anni, ultima età in cui ho avuto l’illusione della purezza, di forme belle e oneste che potevano rallentare la marcia spietata e rumorosa del dolore. Ora che mi rendo conto di quanto sia inarrestabile il battito dell’orrore non ho più molta voglia di andare a dormire tardi.

Ora vado a dormire molto presto e dopo aver guardato immagini di sculture di Brancusi o di pittori italiani del rinascimento cado in un violentissimo e disperato sonno che verso le quattro di mattina comincia ad essere delicato fino alla malattia. Tengo un fucile a pompa dietro il ripiano dei testi sacri della mia libreria perché voglio ringraziare con un buco nella pancia e un salto d’orrore chi mi viene a disturbare nella notte. Ma il vero scopo di questo oggetto, che vi avrà già destato inquietudine o una piccolo-borghese disapprovazione, non è quello di sorprendere un ladro nello squallore della notte, ma è molto più violento ed inquietante: è la vendetta.
Se poteste capire, con un vero slancio di empatia, quanto mi faccia stare male rimanere invendicato, formereste un vero e proprio esercito, e insieme a me distruggereste bandiere, statue, città squallide, penisole e arcipelaghi nidi di bassezze morali, dispensatori di complimenti come “che bei capelli” e raccoglitori di questi complimenti, nonché narcisisti imbecilli che cedono a misere seduzioni.

Quando siamo sbarcati in America abbiamo innalzato profumate chiese a un Signore che non ci sta a sentire, ma alcuni di noi – quelli coscienti – hanno continuato ad innalzarsi nonostante tutto. In duecento anni sono nati grandi poeti e filosofi che hanno popolato porti foreste laghi redazioni di giornali. Io sono il più pazzo di loro e le mie coordinate spaziali sono del tutto diverse e sconfinano nella grande terra allucinata della pazzia, dove si è dei puritani che si svegliano all’alba.

È difficile risorgere: ho iniziato da poco ma ricado nella morte di continuo e soltanto quando sarò tornato definitivamente alla vita potrò lasciare andar via l’idea della vendetta, di una notte passata in un piacere analogo, di un ritorno a casa ubriaco dove si pensa a come vantarsi del proprio squallido successo. Solo allora potrò sotterrare la metafora del mio fucile a pompa e la violenza reale del mio dolore. Ma sarà solo grazie a me, grazie ai mei sforzi.

Mi hai lanciato in un deserto spinoso su una macchina destinata ad esplodere e me l’hai detto con un sorriso da imbecille narcisista, da persona priva di coscienza quale eri e sei. Sei stato tanto idiota da ammazzarmi e dirmelo con quel sorrisino velenoso, e ora il veleno mi sta uccidendo. È il succo squallido di un peyote qualunque e io sanguino di dolore in questa sete sgrammaticata di un deserto che mi è estraneo. La chitarra che un tempo suonava la gioia mi sembra uno stridore che mi strappa i nervi e la carne, e non la riesco più a suonare. Mi può guarire solo quello sciamano che ha il mio stesso volto, che io posso trovare soltanto svuotandomi di tutto, anche di te.

Un giorno, mangiando uno stroopwafel, ricorderò con una travolgente sensazione, quella vastità, quell’ossigeno, quella meraviglia, quella sofferenza talmente vaga e nascosta bene da farmi sentire la felicità. E manca solo una cosa per distruggere questo anno questa vita e il suo distruttore: mi hai deluso.

Marco Di Memmo

7. Marissa Nadler – July

Data di Uscita: 04/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

La cosa che non ti aspetti è il muoversi inarrestabile delle strade sotto i tuoi piedi. Mi è capitato molte volte di ritrovarmi a volteggiare tra vicoli e passanti. Ma quello a cui mi riferisco è una cosa diversa. Non è uno stato d’animo che ti rende leggera. E’ invece la città stessa che danza sotto di te. E quindi ti ritrovi in un punto diverso di continuo. E’ una mancanza di lucidità sistematica. Difficile da spiegare. Anche perché sarebbe proprio tutto un altro contesto. Ora è febbraio. In quella città sarebbe già luglio. O lo sarebbe stato. Non saprei. Ad esempio. Noi ora ci ritroviamo sedute su questa panchina. Ti volti e sai che dietro di te ci sarà un platano spoglio. Un vialetto di ciottoli. Ed in fondo i caseggiati popolari. Mentre ancora più dietro il cielo è completamente bianco. Annuncio atteso di una nevicata che ha tardato fin troppo ad arrivare. Là invece. Là invece sarebbe stato diverso. Perché alle mie spalle avresti visto un roseto. E se ti fossi voltata avresti notato il mercato brulicante di persone che sembrano venute fuori da una scatola di pastelli. Tanto sono accesi i colori dei vestiti che indossano. Quindi avresti cercato il mio sguardo con occhi pieni di sorpresa per chiedermi se anche io avessi avuto quella sensazione. Della scatola di pastelli dico. Ma prima di poter dire una parola qualsiasi ti saresti interrotta perché alle mie spalle non ci sarebbe stato più il roseto ma invece una fontana. E un po’ più oltre un edificio travolto da mosaici ed arabeschi. Cupole ciano. Una torre appuntita che richiama l’attenzione al cielo. Azzurro. Terso. Quindi una nota di tè ci avrebbe raggiunto. Ed allora ti avrei preso per mano. E ci saremmo incamminate in una direzione qualunque. Tanto saremmo comunque arrivate là dove la città avrebbe deciso. Guarda. Cominciano a scendere i primi fiocchi di neve. Domani ti sveglierai e guardando fuori dalla finestra vedrai un silenzio surreale. La neve a ricoprire il tutto. Ovattato. Dicevo. La città avrebbe deciso la nostra meta. Che so? Una piccola piazza dove avremmo potuto trovare refrigerio dal sole implacabile sotto gli aranci. Guardando frammenti di cielo tra le foglie verdi. Mentre il vento si sarebbe insinuato leggero tra i rami e sotto le nostre gonne. Avremmo riso. Mi avresti abbracciata. Con la punta delle dita avresti scostato quel ciuffo di capelli che mi cala sempre sull’occhio. Ma non sarebbe stato quello il momento adatto. Perché in quell’attimo di distrazione gli aranci sarebbero spariti. Al loro posto tappeti rossi e dorati. Caldi alla vista. Ed avremmo immaginato di distenderci sopra essi nei freddi pomeriggi invernali. Mentre fuori la neve cade in fiocchi sempre più grossi ed irripetibili. E dall’altra parte maioliche bianche e blu. Blu bario. A ricomporre fantasie che mai avremmo immaginato di poter avere. Ed incantate avremmo sospirato. Mentre l’aria si sarebbe impregnata degli odori più disparati. Il mercato delle spezie. Un puzzle di sensazioni e ricordi impossibile da ricomporre in maniera errata. Ogni pezzo si incastra perfettamente con tutti gli altri. Ed allora le soluzioni sono infinite. Non c’è niente di sbagliato. Tutto è lecito. La noce moscata. Ci avrebbe ricordato la messa di natale che quando eravamo ancora bambine adoravamo. I canti solenni tra le navate. Una spiritualità che ai tempi forse riuscivamo a cogliere. Che si levava dalle fiamme tremolanti delle candele. E la speranza sempre disattesa di trovare la neve una volta uscite da chiesa. Ma la neve arriva a febbraio. Ora lo sappiamo. E poi il sesamo. A rimembrarci delle corse in mezzo ai campi subito dopo un temporale. Il fango fino alle ginocchia. Il rumore del ruscello rinvigorito. Fili d’erba appiccicati ai nostri volti ancora giovani. Ignari di cosa si possa celare dietro alle lacrime. Un timido sorriso sempre intarsiato tra le gote. E poi un uomo col fez si sarebbe avvicinato. La sua tunica bianca avrebbe proposto al nostro olfatto la curcuma. E la nostra mente sarebbe corsa alla cantina di tuo nonno. Dove ci nascondevamo tra le botti di vino. A raccontarci delle prime vane infatuazioni. Perché così credevamo ci fosse richiesto. E le pareti ammuffite sussurravano alle nostre orecchie di un bacio mai dato. E la vecchia lampada emanava una luce che andava a spezzarsi sull’intonaco crepato. E le ore trascorrevano veloci tra discorsi vacui. Come se scappassero da un brivido di imbarazzo allora sconosciuto che si arrampicava lungo le nostre schiene. Al che. A quel ricordo. Avresti sfiorato le mie dita con le tue e mi avresti condotto al cumino. Ed io ti avrei raccontato delle ore passate appoggiata alla parete comunicante delle nostre camere ad ascoltare quei tuoi stupidi esercizi al violino. E di quando piansi mentre sentivo esercitarti per quello che sapevamo entrambe essere il tuo ultimo saggio. Le note sembravano accompagnare un canto in lontananza. Sembravano riempire tutti i silenzi. I silenzi delle parole non dette. Le carezze non date. I baci voluti. Ed allora io prendevo la mia chitarra. E suonavo. Piano. Per non disturbarti. Per accompagnarti. Accarezzando dolcemente le corde. Sperando che in qualche modo quella vibrazione ti raggiungesse. E ti facesse commuovere. Guarda. Il platano ha smesso di essere nudo. Ed è ora ricoperto di un silenzio rarefatto e fragile. Quindi l’ultima spezia la sussurrerò. Per non incrinare questa immagine cristallina. Così invernale. In quella città sarebbe già luglio. E mentre tutti al sentore di cannella rievocherebbero immagini di maglioni con renne sorridenti e focolari scoppiettanti. Vecchie foto di infanzia. Noi. Noi avremmo pensato ad altro. Non è vero? Era luglio anche allora. E volevamo perderci nei boschi tra le colline dietro casa. Che però conoscevamo a memoria. Ogni angolo. Ogni sentiero. Ogni albero. Là dove la temperatura si abbassava di qualche grado. E l’aria piangeva un profumo selvatico che non eravamo capaci di descrivere. Cannella. Per noi era dolce quanto la cannella. Ci sedemmo sull’erba umida. Le nostre forme ormai più che adolescenti non si nascondevano più bene sotto quei vestiti di un’altra età. Il silenzio mancava. In un bosco il silenzio è solo una finzione. Mimavi le ultime note pizzicate del tuo ultimo pezzo. Ormai un ricordo lontano. Ed erano come gocce in uno stagno. Ti ricordi? Ti ricordi che in quel momento piansi? E risvegliate da quel vortice di profumate nostalgie eccoci ancora in un altro punto della città. Una strada affollata. Urla convulse di venditori mai stanchi. Il correre inarrestabile di bambini scalzi. Che si inseguono. O forse inseguiti da qualche panciuto mercante. Ma il nostro respiro sarebbe immobile. Senza tempo. Raccolto in un istante. Il mio indice sotto il tuo mento. Il pollice avrebbe accarezzato le tue labbra che si sarebbero schiuse al suo passaggio. I tuoi occhi incerti tra il fissare i miei o la mia bocca. E poi i nostri respiri sarebbero diventati un tutt’uno. Esalando in un solo secondo tutti i desideri che per chissà quale ragione non ci eravamo mai dette. Nevica. Nevica forte. Eppure il mio volto è scaldato dal sole di quella città. Quella città nella quale non sono mai stata. Se non con te. E solo con te voglio tornarci. A luglio. Se tu ora non mi volterai le spalle per imboccare quel vialetto di ciottoli che porta fino ai caseggiati popolari. Se non mi lascerai qui a piangere sulle impronte che lascerai su questo manto bianco che non smette di crescere. Per favore. Baciami. O vattene.

Pietro Liuzzo Scorpo

8. James Vincent McMorrow – Post Tropical

Data di Uscita: 13/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Non so dimenticare, se dimenticare è ignorare il ricordo. Il vento tiene sospesi momenti mentre trascina con sé forme di vita a mezz’aria. Scorgo da lontano una luce che, leggiadra, illumina un timido passato; sospiro e sono di nuovo lì.
I remember how cloth hung
flexing with the forest clung
Half waist and high raised arms
kicking at the slightest form
I remember my first love

Mi sposto con indifferenza, le braccia ondeggiano nel vuoto, muovono l’aria che mi circonda con la stessa noncuranza con cui osservo il mondo che accade, senza interruzione. Un fruscìo tra i rami mi distrae, poi di nuovo. Then in the quiet it calls again. Devo farmi spazio tra le immagini di te che si sovrappongono a questo presente. Inizio a correre tentando di raggiungere quelle parole con cui ti allontanasti, ma gli attimi continuano a sfuggire alla mia presa. Il vento si allontana, prendendo la forma della tua assenza. Mi lascio cullare da questo momento. Senza cadere, mi ripeto, senza cadere. Why do you cry? Reclaim your passing and passing outside. Vorrei poter afferrare le gocce di pioggia che bagnano il tuo volto, ma ho ormai mani lontane e pensieri troppo stanchi per cercarti ancora. Ti sfioro da vicino, attraverso un soffio di vento che sconvolge i tuoi capelli. Every breath that echoes endlessly. Nella mia vita, ogni passo in avanti è un continuo trovarti. Un piccolo vuoto si riempie del respiro che rinasce. Chiudo gli occhi lentamente, tutto si ravviva, dal basso verso l’alto, un calore quasi d’oro mi sconvolge e stringo le mani, d’improvviso, a trattenerlo. Now, in the passed them again. Avanzo un pochino, passi distratti, schiudo le labbra e un gemito viene fuori, aleggiando suoni confusi. Il corpo perde equilibrio, il ritmo scandisce la caduta, allargo le braccia e vengo trascinato via senza alcuna resistenza. La sospensione mi procura una nuova visione attraverso stanze disabitate e castelli distrutti. Una voce, una voce. Then no one from the roll up call you. Poi nulla più. Barely in the old. There among the cold.

Mi avvicino alla finestra per osservare ciò che rimane: l’inverno di un’attesa che non potrà finire, passi incessanti verso un futuro che di certo ha solo l’alternarsi del giorno e della notte. Sento il suono che scivola, un battito che rallenta e poi il silenzio della casa che rimbomba nel ricordo. Abbiamo intrapreso percorsi senza avere una meta, tentato di recuperare strade perdute, sorpassato temporali e affrontato tempeste. I wanna go south of the river, facing alone in the heart of the winter. Sono inverno, freddo, ghiaccio, ma ho bisogno di sapere di poterti amare ancora.

L’acqua è gelida, so che non dovrei bagnarmi. Un po’ più in là, forse un raggio di sole potrebbe colpirmi. So che convincermi di farcela è l’unico modo per liberarmi dalla condizione che mi tiene in blocco. Forse. I need someone to love, I need someone to hold. Mi guardo attorno, osservando quel che resta. Mi siedo su un ricordo in frantumi, precipitando. Non so dimenticare, se dimenticare è ignorare il ricordo, ma so che there is so little left from the warmth of the sun.

Valentina Loreto

9. Ruu Campbell – Heart Song

Data di Uscita: 17/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

6,36 Mattine d’autunno.

La senti quest’aria che ci avvolge? E’ fredda e luminosa, sì, e le ombre sono affilate e leggere. Ti aggiri per casa avvolta da un profumo d’autunno e inizi a cantare la tua canzone del cuore. Sono in ritardo, ma il desiderio di restare mentre fuori il sole si fa alto e tu ti schiudi al cospetto del nuovo giorno mi fa tremare e avvicinare, e tremare, e avvicinare. Così mi allontano, un bacio che è una carezza, la porta scricchiola un po’, si chiude.

Il mondo è perso nel suo tempo. In testa ora ho l’eco della tua voce che canticchia.. e continuo a vederti, sai, dietro questi occhi, dietro questi alberi, in fondo alla strada, dietro quella curva. Ci sei tu. Prima di te ero solo un uomo invisibile, sul filo di quell’incertezza che non fa che chiederti ininterrottamente ma chi sono ma dove sono ma chi sono chissà se esisto chissà se. Poi un giorno ti svegli e arriva la risposta, quando non la stai più cercando, quando forse sei ormai rassegnato. Senti che bussa alla porta, che parla sottovoce, che ti abbraccia e ti conforta. Ne sei quasi spaventato, fai un lungo sospiro, metti in moto, riparti.

I heard you in the wind with my face toward the sun,
sparrows danced above my head and dived on their way home.
Be careful what you wish for,
and one day she will come,
like the day when I saw you and my past was gone.

Believe in me. E’ stata la prima cosa che mi hai detto, ed è stata questa crepa che hai creato a permettere che il mio amore filtrasse e che il tuo mi inondasse. Non sapevamo dove andare, non sappiamo tuttora dove andare. Le strade sono molte, si incrociano, si sovrappongono, si scontrano, e noi cerchiamo. Cerchiamo quelle due strade che si sfiorano, e si toccano, e si sfiorano, orgogliose della loro tangenza e della loro condivisa prospettiva. C’è un posto, e lo sappiamo, da qualche parte, altrove, dove il mare e il cielo si fondono, quel punto lì, al confine con l’orizzonte, lì dove esistiamo. Quel nostro altrove.

Down by the water, all the lights surround me.

Mi fermo e ti aspetto. Love, guide me home. Mi appoggio ad un esile tronco, nell’attesa del tuo arrivo, ho dei libri con me che mi terranno al caldo. E poi quest’albero ha qualcosa di magico, lo dici sempre, no? Eccoti.
She whispered in my ear,
“You won’t always know I’m there”
I said all I can I give you and all I am I share.

Rimarrai, io lo so. Esisteremo finchè ci sarà tempo per esistere, ci ameremo finchè ci sarà tempo per vivere, nel nostro altrove, nel nostro orizzonte, con gli occhi rivolti al cielo, con i cuori in mano. Con me o senza me, con te o senza te, noi ci saremo.

Nelle cristalline mattine d’autunno.

“E noi stringiamo la grazia
come una mano che si ritira” – Cardarelli, V.

Valentina Loreto

10. Flip Grater – Pigalle

Data di Uscita: 04/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Più che anni, potrei dire che siano passati millenni. Un’intera vita. Ampi passi mi hanno portata dove oggi posso di nuovo svegliarmi e sentire il profumo del sole che scalda.
A volte camminiamo così tanto senza avere una meta che non ci rendiamo conto di quanto, durante quel lungo cammino, ci lasciamo alle spalle. The Quit. Hai presente? Paura di voltarsi, paura di quel buio che incombe, quel vuoto a cui non riusciamo a dare una forma. Lasciare tutto questo, abbandonarlo, farlo scivolare via e iniziare a vivere quella vita che ci è stata donata. Attraverso l’insicurezza e l’entusiasmo di un nuovo giorno. Deve essere conquista, non sconfitta.
Sarebbe tutto molto più semplice se non avessimo occhi ciechi e parole mute, no? E’ mattino. Distrattamente tiro fuori le gambe da sotto le lenzuola, metto giù i piedi, toccando terra, e mi torna in mente ciò che scrisse Paul in una lettera indirizzata a Ingeborg: avrebbe voluto fare cose con lei, vedere cose, parlare di cose, girare, volare, ma (e soprattutto) “io volevo anche essere muto con te”. Ritrovare tutto questo nella leggerezza e nella trasparenza di una bolla di sapone, mentre mi scompiglio i capelli e metto su un disco.
Parte un pezzo in discesa. I would like to sing but it’s hard enough to breathe. Mi sento precipitare, come se rotolassi giù in un passato di cui più non ricordavo nulla. Poi delle parole. Falling is the only way to get high. Pian piano le note risalgono, e così anch’io con loro. Un’ultima spinta, più decisa, e sono di nuovo su. La necessità di cadere, spossarsi, per iniziare un nuovo cammino. Il mondo si rovescia assieme allo sguardo che voltola, ogni singolo dettaglio si inverte, il vuoto a cui prima non si riusciva a dare forma si contorce e ne assume non una, ma diverse, tutto cambia, tutto si evolve.
At the end of the day
I’ve always been alone
And that’s how it should stay.
Forse sarebbe ciò di cui avrei realmente bisogno, ma ammetterlo è morire una morte silenziosa, è perdere sempre più un po’ di sé e un po’ di tutto, è restare immobili davanti ad una luce che pian piano ci assorbirà. Fin quando poi non resterà più nulla, se non il costante desiderio di una rinascita, la speranza di un ritorno e il rimpianto di essere andati via, aver seguito il sentiero buio e tortuoso per il timore dell’immensità della luce.
Sarebbe sufficiente imporsi una legge e seguirla, la vita è anche questa, creare una cornice e con dedizione iniziare a tessere la tela, dall’interno. Amore, presenza, pazienza. Poi un giorno tutto prenderà forma.
“E la vita non ci viene incontro, Ingeborg, attendere che ciò accada sarebbe per noi il modo meno adatto di esserci. Esserci, sì, questo noi possiamo e ne abbiamo il diritto. Esserci – l’uno per l’altro.” – Paul Celan a Ingeborg Bachmann, Parigi, 31.10-1.11.1957.
And I would say goodbye, but just can’t seem to leave.

Valentina Loreto

Top Ten 2014 – Filippo Righetto

1. A Winged Victory for the Sullen – Atomos

Data di Uscita: 06/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Karlův most nel controluce del levar del sole sprigiona la magia di un’istantanea senza tempo: i sanpietrini irregolari a terra, le statue in pietra ai lati a vegliare sui passi della città che si desta dal torpore, la rarefatta caligine che sfuma i contorni dei palazzi storici in un tocco delicato. Il signor Pavel Cermak era immobile in lontananza, postura asimmetrica piegata verso sinistra, ad accogliere l’aiuto di un bastone da passeggio; la sua figura risultava perfettamente mimetizzata tra le pose drammatiche scolpite che gli sfilavano accanto.
Giunto al bancone del caffè di fiducia, era tutto un tintinnare di tazzine e posate, un sovrapporsi di chiacchiere tra le pagine di un quotidiano e un altro. L’aroma caldo e avvolgente dell’espresso si mescolava a quello dolciastro e legnoso della pipa, spenta un attimo prima di varcare l’uscio ma ancora forte intorno al bavero del cappotto e nella barba irsuta. In strada le saracinesche delle botteghe, una a una, si sollevavano; il signor Cermak restava agganciato con l’orecchio alle conversazioni degli altri, sprofondato in solitudine in una poltrona all’angolo del locale, poi le persone uscivano, facendo calare un temporaneo silenzio. Non si può certo affermare che egli fosse un accentratore, preferiva di gran lunga la sua solita seduta in disparte; arrivato alla soglia dei settanta, era stato sufficientemente intelligente nel costruirsi delle piacevoli abitudini, necessarie per scacciare la noia di giornate tutte uguali dopo essersi arreso alla pensione, ma ancora di più per neutralizzare il subdolo fantasma della vecchiaia, che si divertiva a richiamarlo sull’attenti con lancinanti dolori all’anca. Un fastidioso inconveniente, specie per un uomo come lui che, pur di attraversare l’amata Praga a piedi per tenere le lezioni all’università, un tempo sacrificava ore di sonno alzandosi quando il sole era ancora acquetato dalle tenebre. I suoi pensieri erano tuttora rimasti vischiosamente incollati a quella cattedra di storia, ragione di vita e di passione vibrante, nel cuore e nello sguardo. Quanta nostalgia adesso. La sera, prima di coricarsi, usava riprendere in mano uno dei tanti tomi che teneva disseminati in ciascuna stanza di quel piccolo appartamento all’imbocco del bosco; apriva una pagina a caso e leggeva di gesta e imprese e susseguirsi di eventi di epoche più o meno lontane, di cause scatenanti e implicazioni, che già conosceva a menadito. Quando ancora il signor Cermak insegnava, gli studenti si perdevano nei suoi ragionamenti, l’ardore per la materia e la sua dedita attenzione nell’appassionare gli altri erano contagiosi, a tal punto che al termine di ogni lezione c’era sempre chi si attardava a chiedere approfondimenti e spiegazioni, spesso addirittura s’imbastivano tavole rotonde di fortuna al caldo di un caffè vicino all’università, sorseggiando cioccolata in tazza e addentrandosi nelle vicissitudini del passato. Ora al signor Cermak spuntava un timido sorriso di compiacimento al ricordo, mentre le dita dalle nocche nodose riponevano il libro sulla mensola, o sul tavolino in vimini, o sul davanzale del cucinino accanto alle piante grasse. Poi scendeva sul suo viso l’ombra del tempo, un’ombra grave e irrimediabile. Questa grandezza inafferrabile e veloce, cui tutti obbediamo da sempre, che ci sfugge e ci lascia l’amaro in bocca di ritorni impossibili e occasioni perdute. Il tempo sembrava quasi inconsistente durante il giorno, lungo le traiettorie articolate della città da un incontro a un altro, tra le case fitte e la luce alta; ma all’imbrunire, con l’abbraccio misterioso della radura e della selva accanto, il signor Cermak cadeva inesorabilmente nel tranello delle riflessioni sugli anni passati e quelli, molti di meno, a venire. Il tempo acquisiva pesantezza, come pece scura che gli occludeva le vie respiratorie rendendogli difficile prendere fiato. Una rete intricata, le cui maglie potevano essere allargate, per ridurre la sensazione di soffocamento, solo grazie alla musica classica che riempiva quei profondi silenzi di periferia. Un vecchio allievo periodicamente bussava alla sua porta per portargli saluti e qualche presente, il vinile dalla copertina cerulea che in queste ultime sere Pavel Cermak sceglieva come amico e come cura era un suo regalo. “Corra il rischio di mettere per un po’ a riposo Schubert e Bach. Non abbia paura di ciò che non conosce, di ciò che non è già stato. Con affetto e riconoscenza. T.C.” – recitava il biglietto di accompagnamento. La puntina del giradischi iniziava a girare nel solco, era bastato sollevare la leva e poi abbassarla, come ogni volta, demolire le difese e i preconcetti. Gli alberi quasi spogli ondeggiavano nel rigido vento autunnale, il buio fuori non era ancora assoluto ma la lampada in soggiorno era già accesa, il chiarore flebile. Un incipit solenne sbriciolava enormi distanze spazio-temporali, la piccola stanza modesta diveniva all’istante cattedrale, sede di una funzione sacra, di raccoglimento. Gli strumenti entravano ordinati, uno alla volta per non rubarsi la scena l’un l’altro, per rispettare i ruoli e accentuare la forza del singolo come, infine, dello splendido amalgama risultante. Ecco le tastiere, violino e violoncello, e poi il pianoforte. Anche l’elettronica, strumento di presente e futuro, e pertanto visto con diffidenza, aiutava a strecciare la corda attorno al collo del signor Cermak offrendogli un ulteriore boccaglio dal quale prendere aria. Bastava chiudere gli occhi e scenari mutevoli si materializzavano, pescati da epoche distanti tra loro. La storia diventava tangibile, materia viva; migrazioni di popoli e diaspore, guerre, epidemie, colpi di stato e città abbattute e ricostruite. Gli archi fabbricavano trame dalle tinte perlate per dar voce alla malinconia. Pavel Cermark si aggrappava alle certezze come chiunque nutre timore per l’ignoto e ha la ferma consapevolezza di non poter più disporre di armi valide per ostacolare l’avanzata del tempo, per invertire il corso degli eventi. Lo sconforto era però teneramente attutito dall’affetto verso settant’anni tutto sommato privi di rimorsi ma, piuttosto, ricchi di emozioni, di avvenimenti, di sentimenti. Si stava incamminando verso una vecchiaia felice, era da riconoscere. La musica si alternava tra movimenti carichi d’intensità e altri in cui invece la leggerezza emergeva limpidamente, una fresca brezza a carezzare le calde guance dell’uomo.
La notte ora confondeva le sagome della natura al di là della finestra, l’oscurità era totale e il signor Cermak aveva reclinato il capo sul petto una volta che anche l’ultima nota si era dissolta nell’aria. Si era addormentato seduto, una spessa coperta addosso e un libro adagiato sulle ginocchia. L’indomani l’avrebbe guardato con amore, prima di rimetterlo al suo posto.

Federica Giaccani

2. St. Vincent – St. Vincent

Data di Uscita: 25/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Nel momento in cui lancia per aria il mazzo di fiori della vittoria.

Annie ci fa sapere che questo disco ha a che fare con New York e qualsiasi sia la nostra esperienza possiamo immaginare i luoghi d’origine di queste atmosfere. Nel momento in cui il mazzo di fiori si stacca dalla presa della mano possiamo essere catapultati per le strade verso le sette di sera nel mese di febbraio, tra il traffico, le strisce pedonali, i semafori e i taxi gialli in fila indiana e via diretti tra il pubblico partecipante di un’asta di quadri, o l’inaugurazione di una mostra d’arte contemporanea. Un negozio strettissimo dall’affitto troppo caro e bicchieri di champagne che tintinnano ai flash di quattrocento macchine fotografiche. Un ragazzo guarda la cartella messaggi del suo smartphone e non si sorprende di non trovare una risposta a uno dei suoi ultimi messaggi inviato a quella ragazza che in un primo momento, seduta da sola a mangiare un toast in quel bar, le era sembrata proprio un’altra persona. Sai che non era colpa di nessuno dei due? Ci sono delle rose di molti colori nel mazzo di fiori lanciato per aria. Qualcuno dalla platea si scomoda dalla sua poltrona per cercare di fotografare meglio quel momento e condividerlo su Instagram. Ci sono anche dei momenti in cui le città si ritrovano immobili, e i suoi abitanti, più facilmente i turisti, possono godersi la calma dei primi giorni di primavera, il cielo celeste, un caffè in un tavolino all’aperto, quattro chiacchiere con il barista e con clienti di passaggio. Un ragazzo sui venticinque anni beve da un bicchiere pieno di ghiaccio e controlla qualche aggiornamento tra i suoi profili Twitter preferiti. Senza sapere in che zona si trova della città, e per questo ignora completamente che potrebbe incontrare da un momento all’altro la sua giornalista preferita, habitué dei locali alla moda di quei dintorni. Intanto mi ricordo di quando parlavamo di come tutte le grandi città globali stiano diventando sempre più uguali. Ho seguito concerti per città europee, visto gli stessi quadri di Kandinskij in due città diverse a qualche mese di distanza, visto lo stesso orizzonte da vie che non riuscivo più a distinguere. Eravamo d’accordo su questo, adoravamo la cultura metropolitana contemporanea. Queste sono canzoni per il mondo moderno, con una chitarra che cerca di tagliarlo a metà, sedurlo, ipnotizzarlo, calmarlo, la tela numero uno di Jackson Pollock e il cigno bianco. Come ci si può sentire a correre nudi nel deserto, ad ascoltare storie derisorie sul valore del passato sdraiati su tappeti in case di nuovi quartieri rincorrendo identità androgine, ritrovare la calma con gli stessi modi di sempre. Una delle caratteristiche principali della cultura odierna è la simbiosi tra cultura alta e cultura bassa. Quantomeno un riconoscimento reciproco. Senza questo punto di partenza appare difficile andare molto lontano. Quindi era un inverno gelido per la ragazza appena arrivata in Europa, per il cameriere annoiato, per un professore incompreso, per la giovane scrittrice disordinata, mentre una loro gemella sconosciuta era già uscita di casa per gettare via la spazzatura, pronta a canticchiare il ritornello e il ritmo di una canzone che stava per nascere e che ora è ascoltata e recensita in ogni angolo del globo. Esco, devo andare alla prima in teatro del tour mondiale di Annie. Sono in grandissimo ritardo, vi racconterò un’altra volta di quel mazzo di fiori, lascio all’immaginazione di chi legge decidere se è stato appena lanciato da una campionessa olimpica di pattinaggio sul ghiaccio al momento delle premiazioni o da un’attrice commossa nell’istante appena successivo al trionfo della sua prima grande interpretazione, l’importante è che siano coinvolte emozioni in grado di sfiorare il cielo. Alto, facendo finta di dimenticarsi per un istante del basso. Come fanno le cattedrali da sempre. Come fanno oggi i grattacieli con i loro giardini sopra le nuvole. Finalmente si spengono le luci. Penso per un attimo alle domande che vorrei farle nei trenta secondi che mi saranno concessi per l’intervista dopo lo show. A come questo disco sia riuscito a spostare gli orizzonti della canzone rock un po’ più in là. Tra New York, lo spazio, un sentire contemporaneo senza nome, la sua chitarra e la sua voce e come tutto si concluda con una emozionante allegoria del mestiere dell’artista. Penso al suo carisma e alla sua bellezza, spina dorsale di queste canzoni. Domani vedrò Alice, dopodomani ho un aereo da prendere, le mail da controllare, il bicchiere vuoto in mano, le tasche piene della giacca. Nel momento in cui lancia per aria il mazzo di fiori della vittoria spengo il telefonino. Annie incomincia a suonare.

Filippo Redaelli

3. Future Islands – Singles

Data di Uscita: 25/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

All that glitters is gold

C’era qualcosa, nel modo di fare di Terrence Williams, che lo rendeva unico nel suo genere.
Dico genere, ma non mi riferisco alla specie umana.
Parlo dei mendicanti, che scrivono i loro desideri su un pentagramma di cartone stretto intorno al collo, note e lettere mischiate su uno spartito musicale invisibile a tutti tranne alla mano di chi le ha disegnate. Alcuni passano anni interi seduti su un gradino o appoggiati al muro di un incrocio, guardando dal basso verso l’alto oggetti, ricordi, emozioni, che sfilano davanti a loro, nell’attesa che qualcuno decida di condividerli.
Leggere quei tratti morbidi, dagli spigoli levigati come un ciottolo accarezzato dalla corrente, non era affatto semplice. Serviva una buona dose di fortuna e coinvolgimento per vedere quel bagliore negli occhi del mendicante, l’unico indizio che manifestava il momento in cui una folata di brezza temperata raggiungeva la loro parte più intima.
Molti di quei desideri duravano giusto il tempo di pronunciare il loro nome, mentre altri erano stati scritti da così tanto tempo che del loro passaggio rimaneva solo il solco dei caratteri scavato nel cartone.
Quel che rendeva Terrence Williams speciale era il gesto volontario, ma inconsapevole, con il quale ogni mattina si spogliava di un oggetto che avrebbe dovuto accompagnarlo per l’intera giornata. Ai mendicanti non è dato il permesso di rivelarsi, nessuno avrebbe potuto capire le loro parole se avessero deciso di confessare il loro segreto.

Quella volta in cui si dimenticò l’ombrello durante una mattinata di pioggia. Così come si bagnava, Terrence poteva asciugarsi, e l’unica cosa che si rovinava era l’immagine che qualche sconosciuto con lo sguardo scettico aveva di lui. Era strano vedere così tante persone che si nascondevano dal cielo per la paura che gli altri scoprissero che in realtà erano bagnate e fredde ancor prima che cominciasse a piovere. Quel giorno fu l’unico a sorridere attraverso gli occhiali vestiti di gocce d’acqua, quando il sole scese per contare coloro che aspettavano il mattino.

Il bottone centrale di quella giacca con cui si proteggeva dal clima dell’autunno, staccato con un movimento improvviso mentre usciva dalle porte dell’ascensore. Quella sera nel metrò, alla base delle scale che lo avrebbero portato in superficie, lo sbalzo di pressione creò dei vortici che lanciarono in aria la fioritura dei pioppi, regalandogli l’ultima nevicata di una stagione da tutti considerata ormai passata.

Le scarpe tolte in cima alla collina, per assomigliare alla cortina di nuvole dorate dalla parte opposta del golfo. Scendere insieme a lei, abbracciando ogni radice, ogni foglia. Arrivare finalmente alla riva, ma aspettare, prima di entrare in acqua. Aspettare di individuare quel punto, tra il faro e la boa con la bandiera, oltre il quale, dopo molti chilometri, lei attende. Dirigersi finalmente verso di essa, al termine di una di quelle giornate in cui torni a casa e non hai bisogno di chiudere gli occhi per iniziare a sognare.

For dreams come to those who let them in their guarded room.

Filippo Righetto

4. Spoon – They Want My Soul

Data di Uscita: 05/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Il satellite innamorato

Ti ricordi il nostro primo appuntamento?

Ero arrivato in anticipo ed ero così nervoso ed agitato ed ero così tremendamente sbagliato!
Non avevo fiori e non avevo risposte pronte, neppure il coraggio di tentar la sorte!
Indosso avevo vestiti di diversi colori, una tinta per ogni lettera che avresti voluto condividere. Mi mancava solo il giallo ocra, ma, sono sincero, avevo un guanto bagnato in quei pigmenti che sarà ormai arrivato al capolinea della linea 63. E se tu non mi avessi voluto credere, per diffidenza o per sfida, io te ne avrei parlato, e ti avrei raccontato di tutte le mani che l’avevano toccato per sbaglio, o stretto in amicizia, e di quelle volte in cui era stato baciato per amore. Ti avrei detto che mi era stato donato da un sultano allergico alla sabbia, dopo che avevo tolto dall’orecchio del suo destriero una mosca fastidiosa che non lo faceva dormire bene. O almeno questo è quello che mi disse il cammello.
Mi ero trovato un angolo dove aspettarti, su un muretto alto e stretto, scomodo, ma da lì potevo vedere tutte le strade che avresti potuto scegliere! I quattro percorsi scelti da tutti, pavimentati e sicuri… bastavano un paio di gambe o un paio di ruote per percorrerli. O una gamba e una ruota ora che ci penso. Ma quattro strade sono così poche per tutte le persone che ci camminano sopra! E per tutte le storie d’amore che hanno accarezzato i loro cuori! Gli uccelli sono ben più saggi, ed i loro movimenti li portavano a toccare tutte le invisibili particelle d’aria della piazza, in un’infinita danza di fantasia, e se tu fossi venuta sotto una forma minuta ed impiumata io sarei stato il primo a vederti, perché guardavo verso terra acqua e cielo!
Acqua… della stessa acqua erano bagnate le mie scarpe malmesse ed i miei pantaloni rammendati, perché quando dalla fontana che occupava la maggior parte della piazza erano comparsi degli zampilli di colore liquido io non ero riuscito a resistere e mi ci ero tuffato dentro calciandola e saltandoci insieme e baciando! Perchè l’acqua è trasparente in tutto il mondo, ma quella sera no, in quella piazza no, era felice per qualche motivo a me sconosciuto ed io ero felice insieme a lei.
Ti prego ti prego arriva presto… i muscoli delle braccia cominciano a farmi male! Prima… avevo visto due persone che parlavano, e tenevano le braccia incrociate sul cuore! Assurdo, lo so! È come provare a dire il tuo nome mentre sei imbavagliato. A tutti i miei appuntamenti, soprattutto ai primi, io tengo sempre le braccia spalancate, così! Esatto! Fatelo anche voi! Non è meglio? Come fate a dare sfogo ai vostri sentimenti, ad accettare i loro abbracci, il loro calore.

Sei arrivata in tempo per il tuo appuntamento… non ti sono mai piaciuti i luoghi comuni, la donna che deve farsi attendere. Sei comparsa all’improvviso dalle scale della metropolitana, mi sei passata di fianco in una nuvola di vaniglia dandomi un’occhiata un po’ stupita, ed hai raggiunto l’uomo sorridente che ti stava aspettando al tavolo migliore della piazza.
Quando incrociasti i suoi occhi ti dimenticasti di me in un istante, perché io non ero il tuo appuntamento, perché il mio appuntamento era con la vita e con la bellezza, perché ad un matto non è concesso il lusso di essere matto.
Perchè io sono un satellite innamorato, e giro e giro e giro, per tutta la vita, intorno alla mia anima gemella, senza avere mai l’opportunità, nemmeno per un attimo, di sfiorarla.

Filippo Righetto

5. Freddie Gibbs & Madlib – Piñata

Data di Uscita: 18/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Cocaine Piñata

Non abbiamo la minima idea di cosa voglia dire essere un gangster nero, magari possiamo immaginare come possa essere la sua giornata tipo ma senza dubbio non siamo formati per capirlo a pieno. E questo fatto non lo possiamo importare magari tre anni dopo, come accade con i fenomeni musicali che da noi arrivano in ritardo, tipo Stromae. Qui il retroterra culturale non permette emulazioni e gli esperienti in questioni sono ridicoli tipo gli indipendentisti veneti.

Quando siamo partiti per l’America avevamo prima di tutto l’idea di mangiare in ogni catena di fast food presente sul territorio. Dare i voti ai panini, alle salse, al contorno e bere bevande gassate a litri, per scrivere una guida completa e preparare il pubblico italiano interessato a questo paradiso. Immaginando la presentazione della guida avevamo anche pensato di camuffare il tutto con un “aperitivo biologico” per attirare tutti i nostri amici della “Yankee go home tribù”. Spesso il sentimento si accompagna al veganismo, al disgusto per le multinazionali e ad altre amenità varie con le quali ci si ripulisce per bene la coscienza giacobina.

State of Indiana.
Partendo da Los Angeles ci siamo spostati verso l’altra costa e con l’agenda ormai piena di appunti Fort Wayne è stata una tappa più per riposare ché per mangiare. Il richiamo tuttavia era dietro l’angolo ed entrare nel primo fast food è stato ormai naturale.
Grida per l’attesa prolungata di una quantità abnorme di pollo fritto, tabasco sul viso di svariate cameriere e uscita di scena sorridente lasciando alla cassa duemila dollari, nessun resto richiesto. Una sottosezione locale di un Popeyes Louisiana Kitchen tranquillamente mandata in tilt.
La cosa più sorprendente è che lo stupore sul nostro volto non fosse condiviso da nessuno. I gestori del locale impegnati a pulire e i pochi consumatori concentrati sui loro Bonafide Chicken. Nessuno era minimamente scosso dal fatto che una decina di enormi uomini muscolosi, pieni di armi, catene coltelli avesse messo a soqquadro la stanza.
Circospetti ordiniamo due Spicy e dopo pochi minuti si avvicina un vecchio nero con una rivista musicale tra le mani. Ci sbatte sul tavolo il giornaletto dicendo sornione di stare tranquilli e di mangiare con calma la nostra merda. Sulla copertina leggiamo “Cocaine Piñata” e nell’immagine riconosciamo tutti i personaggi visti riversare tabasco sulla povera cameriera. Il titolo dell’articolo è “A gangster Blaxploitation film on wax” e l’autore è il signore davanti a noi.

Quando ha iniziato a parlare non c’è stato verso di fermarlo.
Siamo abituati a tutto ciò, questi personaggi vivono da gangster e il successo ha totalmente garantito loro la massima impunità. Fanno cose illegali, spacciano le sostanze peggiori sulla faccia della terra, gestiscono le donne come calzini sporchi e si sparano per il minimo sgarbo. Non sono persone che hanno studiato e nello stesso tempo non sono affatto stupide, hanno sviluppato altri tipi di paura rispetto a noi. Quelli che avete visto prima sono artisti assoluti e la loro vita non può essere paragonata ad altro, voi europei poi vivete in un altro mondo.
Ho avuto la fortuna di intervistarli per il loro ultimo album, un lavoro favoloso, e Freddie conosce benissimo i suoi errori. Li ha messi tutti davanti allo specchio ed è consapevole di tutto senza il minimo pentimento. Solitamente per redimere il peccato è necessario pentirsi e questo contrasto ha garantito l’unicità del loro lavoro. Funk, soul, jazz, rap danno forma alla narrativa ed essere sballati o “cattivi” è uno degli ingredienti. “Freddie smoking, annotate got me rolling stogies on a dark street”. Scarface. Synth, R&B e Madlib, lui è il boss e dovreste conoscerlo. Poi Danny Brown è dappertutto ormai e pure lui fa uso di sostanze, state tranquilli. “Hey, are you okay? You slobbing, you okay? Is he okay? Are you okay? He shouldn’t have smoked that dipper for real. You aight? Oh my God. God bless, man”. High. I coretti in loop, le armi e, come avete visto prima, il pollo fritto. Tutto fa parte del gruppo, prendere o lasciare. “A plate of chicken with the bread stuck to the bottom”. Harold’s. Un beat soul oscuro abbraccia molte tracce, la riflessione è dappertutto ma bisogna andare oltre la corazza. “Fuck the rap shit my gangsta been solidified. Still do my business on the side”. Thuggin. Il dominio è da Los Angeles a New York, poco conta la costa. “I’ve seen lost angels, I even found demons”. Lakers. “I got it selling nickel bags, bitch”. Knicks. Tutti erano tranquilli prima perché è il loro modo, è il loro mondo e noi non possiamo entrare così come entrare dal dottore. “You motherfuckers just like me. Drink all the liquor, blow weed, probably play with your nose. You motherfuckers just like me. I said you motherfuckers just like me. I said you motherfuckers just like me. I know you motherfuckers just like me. You ain’t no better, hell you just like me”. “It’s Shitsville nigga”. Shitsville. La festa è loro e si divertono un sacco. “Residue on pinata’s, wonder what’s up inside of ‘em. It’s sure ain’t no Vicodin cause it up and excited ‘em”. Piñata.
Quando il vecchio ha finito di parlare e se ne è andato senza salutare eravamo storditi per il cibo e per il fiume di parole. Il giorno dopo abbiamo comprato il disco in questione e siamo tornati in Italia. Non abbiamo scritto nessuna guida ma abbiamo iniziato a prendere in giro il panorama rap & affini italiano, per essere un poco gangster anche noi.

Alessandro Ferri

6. Ben Howard – I Forget Where We Were

Data di Uscita: 20/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

“Non ho mai pensato di essere troppo vecchio, o troppo giovane, per morire.
Sono troppo vivo per morire.”

Quelle poche parole anticipavano di poco il punto finale con cui terminava una storia che non avevo mai iniziato a scrivere. Mi erano venute in mente leggendo un libro donatomi quasi per caso, appoggiato su una mano stretta a pugno senza reggere niente. Non le avevo mai scritte, per la paura di firmare per l’ennesima volta un foglio bianco con l’inchiostro di una penna intinta in un calamaio riempito quotidianamente da emozioni e volti.
La mia casa aveva le forme di una mansarda di un vecchio condominio degli anni ’30. Lo spazio abitabile, dal punto di vista della norma, era scarso. Scarso… aveva usato questo termine il proprietario, guardando in alto alla ricerca dei miei occhi sollevati di più di un metro e novanta rispetto al pavimento. Io presi la mia biglia portafortuna dalla tasca destra del cappotto, la rigirai un po’ tra le dita, e la appoggiai a terra. La pallina, forse imbarazzata per la presenza dell’estraneo, rimase per qualche secondo ferma, per poi cominciare a seguire felice la pendenza del pavimento. Si fermò contro il muro dalla parte opposta della stanza, come un centometrista stanco. “Se c’è posto per lei, c’è posto anche per tutti gli altri”, dissi sorridendo a quell’omino preoccupato.
In quel tavolino di fronte alla finestra avevo un leggìo sempre vuoto, sul quale mi ero ripromesso di appoggiare il mio primo libro, e molti fogli ingialliti nell’attesa di ricevere la carezza di una lettera. Mi ci sedevo ogni sera, prima di andare a letto, anche quando le lancette dell’orologio protestavano per la vicinanza con l’ora della sveglia.
Avevo promesso ad un amico di ospitare per qualche notte una ragazza che aveva conosciuto durante una vacanza in Italia. “Posso offrirle un divano che non è mai stato nuovo ed un frigorifero che soffre di solitudine”. Quella sera pioveva così tanto da rendere gli ombrelli utili quanto uno stuzzicadenti durante un terremoto. Avevo aperto la porta di casa per fare entrare il gatto, ma al suo posto trovai una ragazza sul terrazzino, con la testa rivolta verso l’alto, la bocca spalancata, la lingua di fuori. Tremava di freddo e tra un brivido e l’altro dalle sue labbra violacee uscì un sorriso generoso: “Morivo di sete!”. Mi tolsi la maglietta e le asciugai i capelli mentre lei rideva, dicendole “Questa sera non ho l’acqua calda. Non ho nemmeno la legna per accendere la stufa… ma ho una sedia svedese scomodissima che mi hanno appena regalato e che non vede l’ora di sentirsi utile”.
Con la luce di quel piccolo fuoco ad illuminare i nostri sguardi, parlammo tutta la notte mentre il cielo sonnecchiava. Capimmo entrambi di aver trovato il libro, o il segnalibro, a seconda che fossimo parole scritte o da ricordare.
Vivevamo di quel poco che guadagnavo scribacchiando per qualche giornale locale, per lo più articoli di cronaca nera nei quali spalmavo sarcasmo e derisione che ti facevano ridere così tanto. Ogni volta che tornavo a casa con quella busta stropicciata con dentro pochi soldi tu battevi le mani, sapendo che da lì a qualche ora quella lettera si sarebbe svuotata, ed i nostri ricordi si sarebbero annebbiati.
Il nostro locale preferito era un disco bar ricavato dalla migliore pasticceria della città quando era vent’anni più giovane. Pieno di botole segrete, festoni appesi, fumo acre e velluto che aveva conosciuto molte mani, passavamo lì le nostre notti a bere, ballare, cadere.
Un mattino, verso le cinque, eravamo seduti uno di fianco all’altro sull’autobus per tornare a casa, rigorosamente senza biglietto. Mi ero appisolato appoggiato al vetro per non so quanto, e quando riaprii gli occhi ti vidi mentre guardavi fuori dal finestrino. Un’espressione un po’ nervosa per la paura di essere sopra un mezzo con più di quattro ruote, il tuo sguardo di matura tristezza dipinto sul volto, strinsi la tua mano pensando quelle tre parole che mi avresti scritto qualche giorno dopo su quel bigliettino di addio.
Tornati a casa prendesti quei fogli ingialliti sui quali i desideri erano stati rimpiazzati dalla polvere e mi dicesti “Scrivi quello che mi hai detto prima, mentre eravamo sudati e confusi, ballando accompagnati dalla musica di un’altra terra”. Io scrissi quelle parole con le quali pensavo di terminare quel libro senza titolo che non avevo ancora iniziato a scrivere. Tu prendesti il foglio e lo girasti, spiegandomi che l’inizio e la fine sono solo due modi diversi di vedere una storia.
Quella notte scrissi il mio primo libro, e continuai senza smettere. Parlava della nostra vita precedente, in cui eravamo spiriti liberi con i pantaloni stracciati ed amanti nelle notti dispari.
Quando mi svegliai tu te ne eri andata. Avevi appoggiato i fogli su cui mi ero addormentato sul leggìo. Sentii un prurito al braccio destro e, grattandomi, notai l’inchiostro blu che stava macchiando le mie unghie.
Sollevai il braccio e lo appoggiai sui fogli per leggere quelle lettere, approfittando della poca luce che filtrava dalla finestra.
Sorrisi, ringraziandoti silenziosamente per il titolo del mio libro ancora caldo, intimo e completo, che mi avevi lasciato come ultimo regalo.

Hello love, my invincible friend

Filippo Righetto

7. Dakota Suite & Quentin Sirjacq – There Is Calm to Be Done

Data di Uscita: 11/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lay down with me

Non è banale, arrivati a questo punto, tentare di dare un ordine agli eventi e so bene che le mie confidenze indurranno i più rigorosi di voi ad una smorfia di disapprovazione, ma chiedo pazienza perché non avrei potuto fare altrimenti. Ogni passo che ho compiuto era l’ovvio effetto della precedente condizione e tra i miei umori, in questo momento non c’è posto per il pentimento.
La prima volta che ho incontrato il suo sorriso era un marzo mite e i germogli più insolenti dell’albero di siliquastro cominciavano a schiudere le loro singolari curiosità. Non davamo peso alle nostre presenze, in fondo eravamo poco più che estranei; ma le stagioni passavano in fretta e quella sera, quella in cui l’ho trovato, pioveva l’irruente pazzia che ci avrebbe resi attori al primo atto di una commedia che capivo avrebbe raccontato di morbide attrazioni. Non potevo sapere che la cosa lo riguardasse, così confessai di esserne affascinata e il disorientamento fu breve prima che le cose cambiassero. Fu sufficiente cominciare a regalarsi i dettagli più scabrosi delle nostre esistenze, quelli che non si raccontano o che si confessano solo per dimostrare gli stomaci più incoscienti; è buffo constatare che passiamo la maggior parte della nostra vita a esibire prove di solida indipendenza, eppure continuiamo ad aver bisogno di eroi.
Probabilmente il terreno era fertile, ma questo non aveva alcuna rilevanza, comprendevamo entrambi il potenziale arbitrario che si apriva di fronte a noi e il suo buon senso era di certo superiore al mio. Non era decenza a muovere il suo distacco, piuttosto prudenza, come biasimarlo, ma quella che sentivo si chiamava mancanza e non volevo altro che essere la sua scelta. M’irritava profondamente sentir dire che trovava tutto così avvilente. L’impulso che nutrivo non lo era, ma avevo a disposizione solo due cortili e una finestra e vedermi derubata di quel piccolo spazio che percepivo come un mio diritto, era un altro centimetro di corda che si stringeva attorno al mio collo e che mi privava della possibilità di respirare l’aria di cui chiunque ha bisogno. Rimaneva poco altro per noi, my sweet nothing, ero ormai decisa alla resa quando tornai con l’insegna della sconfitta tra le mani.
Non c’era vento e le foglie esauste non si muovevano, come se incollate all’asfalto. Poco lontano da noi qualcuno canticchiava una nenia d’indulgenza, come se non fosse ignaro di quel che stava per verificarsi, come se volesse immolarsi nel tentativo di fornire un sostegno. Nell’aria si percepiva un odore pregno d’autunno e si udivano con chiarezza i passi spasmodici del quotidiano in movimento. Camminavamo l’uno al fianco dell’altra in direzione della stazione e ci fermammo al solito bar a prendere un caffè. Era una serena mattina domenicale di metà novembre quando scelsi di confessare le mie insofferenze, le mie inadeguatezze, la fragile volontà di mettere fine a quella dolce agonia che sembrava offrire nient’altro che un nuovo turbamento. Ma la tensione era troppa e l’urgenza di una riappacificazione opprimente, mi avvicinai più del concesso e fu impossibile scoraggiare la naturale necessità di sfiorarsi e sussurrare quelle impercettibili nostalgie che scoprimmo essere l’inizio di un nuovo racconto.

I am he that aches with amorous love;
Does the earth gravitate? Does not all matter, aching, attract all matter?
So the body of me to all I meet or know.
Walt Whitman

Giulia Delli Santi

8. Banks – Goddess

Data di Uscita: 09/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Goddess

Il giorno in cui Jillian decise che dai suoi occhi non sarebbero più uscite gocce di frustrazione fu un giorno di lutto per le tante persone, uomini o donne, che erano annegate in quei due stagni gemelli, neri e cupi, seguendo la melodia della sirena che li possedeva. Ma fu anche un rapido momento in cui centinaia di pensieri, appartenenti a volti nuovi così come a persone la cui memoria era già stata sfiorata dal viso di Jillian, si concretizzarono in un grazie.
Rientrava in anticipo da una vacanza nell’Est Europa, rovinata per l’ennesima volta da quel bastardo irlandese dalla barba rossiccia. Era finalmente riuscita a vincere il senso di colpa che lui riusciva ad instillarle nello spirito ogniqualvolta lei minacciava di abbandonarlo, tirando in mezzo l’assenza di un padre e la presenza di un patrigno troppo vivace.
Mentre sedeva sui sedili posteriori del taxi si conficcava le unghie delle dita della mano destra sul dorso di quella sinistra, cercando la forza di non rispondere ai suoi messaggi nel dolore fisico. La sua tetra concentrazione venne rotta dal clacson e dagli insulti pronunciati in una lingua straniera, rivolti verso un uomo con un bastone bianco lungo e sottile che aveva provato ad attraversare la strada. Quando il taxista si fu sfogato il veicolo ripartì, mentre Jillian appoggiava una mano sul vetro e mormorava un impercettibile mi dispiace, al quale l’uomo rispose con un sorriso, mentre avvicinava la mano libera al petto.
Jillian era un’attrice, una giovane star del cinema. Il suo imperativo era lo studio, di personaggi e tradizioni. La sua parola chiave era la dedizione, con cui studiava le sceneggiature, nelle pause, nelle maiuscole, negli accenti. Tutto questo, unite a delle buone dosi di recitazione, le consentivano di immedesimarsi in qualsiasi personaggio le venisse offerto.
Abituata ad essere circondata da molte telecamere sul set, controllata in ogni gesto, in ogni respiro, quello che vide sul palco di un piccolo teatro locale la lasciò senza parole e con un grande senso di vuoto. Sedeva in prima fila, ma all’estrema destra, cosicchè il suo campo di vista sul palco a semicerchio era composto dalla sua metà sinistra. Un attore in particolare la colpì, un ragazzo moro, giovane, senza barba, suppergiù della sua età. Interpretava il ruolo di un polacco poco più che adolescente che sognava di elevarsi dallo stato sociale di garzone di macelleria. La sua mimica facciale e la sua interpretazione erano nel complesso gradevoli, ma i suoi occhi non brillavano e le sue frasi erano solo lettere scritte da qualcun altro. Quando una delle attrici cominciò a cantare una canzone e tutti gli altri attori diedero le spalle al pubblico, Jillian vide quello che aveva sempre cercato, ma non aveva mai avuto. Il giovane attore era girato e lei era l’unica a poter vedere la sua espressione di pura emozione di fronte alla musica della sua collega. Mentre gli altri attori, protetti dall’occhio del pubblico, riposavano i muscoli del volto o ripetevano le battute in silenzio, le mani del ragazzo tremavano, ed il suo volto veniva bagnato da una gioia naturale e viva. Era qualcosa di più della recitazione, era una condivisione nascosta, sincera, una traduzione di qualcosa di più intimo e profondo della sola memoria.
Terminata la corsa del taxi, si fermò per versare le poche banconote rimaste da quell’esperienza in terra straniera nel cappotto di due musicisti da marciapiede. Alzò la testa aspettandosi di incrociare lo sguardo del più anziano dei due, forse il padre, ma vide che entrambi tenevano gli occhi chiusi, e che il ringraziamento che si aspettava era trasportato nell’aria ed era rivolto a tutti, perché tutti, in un modo o nell’altro, stavano donando qualcosa a quella famiglia di cantastorie.
Fu con animo umile e riconoscente che Jillian si sedette sulla panchina di metallo di fianco a lei.
Chiuse gli occhi, per l’ultima volta.
Chiuse gli occhi, per non essere più circondata da telecamere severe e sguardi ingombranti, ma per vivere nell’aria che si sprigiona quando un sentimento sincero incontra una nota vibrata da una mano innamorata.

Filippo Righetto

9. James Vincent McMorrow – Post

Data di Uscita: 13/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Non so dimenticare, se dimenticare è ignorare il ricordo. Il vento tiene sospesi momenti mentre trascina con sé forme di vita a mezz’aria. Scorgo da lontano una luce che, leggiadra, illumina un timido passato; sospiro e sono di nuovo lì.
I remember how cloth hung
flexing with the forest clung
Half waist and high raised arms
kicking at the slightest form
I remember my first love

Mi sposto con indifferenza, le braccia ondeggiano nel vuoto, muovono l’aria che mi circonda con la stessa noncuranza con cui osservo il mondo che accade, senza interruzione. Un fruscìo tra i rami mi distrae, poi di nuovo. Then in the quiet it calls again. Devo farmi spazio tra le immagini di te che si sovrappongono a questo presente. Inizio a correre tentando di raggiungere quelle parole con cui ti allontanasti, ma gli attimi continuano a sfuggire alla mia presa. Il vento si allontana, prendendo la forma della tua assenza. Mi lascio cullare da questo momento. Senza cadere, mi ripeto, senza cadere. Why do you cry? Reclaim your passing and passing outside. Vorrei poter afferrare le gocce di pioggia che bagnano il tuo volto, ma ho ormai mani lontane e pensieri troppo stanchi per cercarti ancora. Ti sfioro da vicino, attraverso un soffio di vento che sconvolge i tuoi capelli. Every breath that echoes endlessly. Nella mia vita, ogni passo in avanti è un continuo trovarti. Un piccolo vuoto si riempie del respiro che rinasce. Chiudo gli occhi lentamente, tutto si ravviva, dal basso verso l’alto, un calore quasi d’oro mi sconvolge e stringo le mani, d’improvviso, a trattenerlo. Now, in the passed them again. Avanzo un pochino, passi distratti, schiudo le labbra e un gemito viene fuori, aleggiando suoni confusi. Il corpo perde equilibrio, il ritmo scandisce la caduta, allargo le braccia e vengo trascinato via senza alcuna resistenza. La sospensione mi procura una nuova visione attraverso stanze disabitate e castelli distrutti. Una voce, una voce. Then no one from the roll up call you. Poi nulla più. Barely in the old. There among the cold.

Mi avvicino alla finestra per osservare ciò che rimane: l’inverno di un’attesa che non potrà finire, passi incessanti verso un futuro che di certo ha solo l’alternarsi del giorno e della notte. Sento il suono che scivola, un battito che rallenta e poi il silenzio della casa che rimbomba nel ricordo. Abbiamo intrapreso percorsi senza avere una meta, tentato di recuperare strade perdute, sorpassato temporali e affrontato tempeste. I wanna go south of the river, facing alone in the heart of the winter. Sono inverno, freddo, ghiaccio, ma ho bisogno di sapere di poterti amare ancora.

L’acqua è gelida, so che non dovrei bagnarmi. Un po’ più in là, forse un raggio di sole potrebbe colpirmi. So che convincermi di farcela è l’unico modo per liberarmi dalla condizione che mi tiene in blocco. Forse. I need someone to love, I need someone to hold. Mi guardo attorno, osservando quel che resta. Mi siedo su un ricordo in frantumi, precipitando. Non so dimenticare, se dimenticare è ignorare il ricordo, ma so che there is so little left from the warmth of the sun.

Valentina Loreto

10. The War on Drugs – Lost in the Dream

Data di Uscita: 18/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lost in the dream
or just the silence of a moment …

Wheat
La storia di un’estate giovane. Un ragazzo uscito con buoni voti dal college pronto per una nuova avventura. Una tenuta dalla prospettiva infinita, campi così vicini all’orizzonte da poterlo abbracciare, una stanza tutta per sé in completa tranquillità. I ritmi della giornata erano scanditi dal percorso del sole, amava svegliarsi prima degli altri al mattino, scendere in cucina a preparare la colazione. L’aroma del caffè, biscotti, frutta di stagione. Posava tutto su un vassoio e lo portava sotto al portico che dava sull’aperta natura, adorava incominciare così la giornata, pochi minuti dopo la nascita del nuovo giorno. Mezz’ora dopo scendeva suo zio, si incominciava a studiare il programma di lavoro per la giornata. Adorava le lunghe passeggiate nei boschi, i bagni nel ruscello, giocare con i cani del vicinato, guardare il grano maturare. E chiudere gli occhi, lasciandosi invadere la pelle del viso dal sole bruciante di giugno. La sera, dopo la cena, sedeva al suo piccolo scrittoio con vista su città immaginarie. Il più delle volte leggeva i suoi maestri, cercava di cogliere i loro segreti fondamentali. Se qualcosa lo stimolava particolarmente scriveva. Una voce in lontananza, il vento fresco, ricordi del deserto, le luci della città sospese sulle colline, il mercato del venerdì sera con tutti i suoi luccichii. Il giorno in cui il cuore gli si era spezzato guardando sorridere la ragazza dai lunghi capelli castani al banchetto dei dischi in vinile. Si ricordava esattamente cosa aveva letto la sera precedente al primo incontro. “Mi aspetterai anche se sarò obbligata a giocare la parte di chi si mette in viaggio?”. “Aspetteremo. Per ora sono un fuggiasco anch’io”. “Sono stato felice”, pensava.

Land
Arrotolando le maniche della camicia guardava il deserto scorrere fuori dal finestrino e dentro alle lenti dei suoi occhiali da sole. Era in viaggio da quattro ore e doveva ancora percorrere chilometri per almeno lo stesso intervallo di tempo. Voleva scrivere un romanzo vero, come non aveva mai fatto. Voleva scrivere un romanzo vero ma tutta quella Terra senza fine gli sembrava impossibile da fissare su carta in quei giorni. Voleva scrivere un romanzo vero, come non era ancora riuscito a fare, benché ci stesse provando da tempo, anche se continuava a sentirsi troppo giovane. Gli facevano male gli occhi, aveva troppe scene da mettere meglio a fuoco. Avrebbe continuato a provare, lo incoraggiavano già in molti. – Fuori il deserto passava.- Non voleva pubblicare racconti, era con un vero romanza che vedeva l’inizio della sua carriera. Aveva i dubbi di chi aveva già letto molto, di chi ha già intravisto la perfezione. Di chi ha rispetto per i veri Scrittori. Guardava i cactus sfilare uno dopo l’altro nella piana deserta. Scelse la musica più adatta per vedere passare il paesaggio sotto a quelle note. “Sarò felice”, pensava.

Sunset
I luoghi da cui aveva ammirato i tramonti più sensazionali erano diventati per la sua vita come cattedrali. Per quelli che ancora riusciva a ricordarsi degli anni dell’infanzia, durante le estati nel Texas in famiglia. Per quelli assaporati disteso su spighe di grano con un bicchiere di vino accanto a sé. Per quelli che avrebbe adorato nella sua vita adulta, con un figlio o una figlia o tutte e due accanto a lui. Per tutti quelli che aveva sognato tra le pagine dei libri e quelli suggeriti dalle canzoni. Per la sera in cui era andato a vedere un concerto dei Wilco con la ragazza che vendeva dischi in vinile e il tramonto esplose poco prima dell’ingresso del gruppo sul palco, in mesi in cui pensava che la sua vita avesse per davvero trovato una direzione. “Quel giorno ero molto felice”, scriveva.

Wind / Eyes / Love
Le carte si rimescolarono in fretta. Vennero altri treni da prendere al volo, orizzonti da abbandonare, sguardi da accarezzare senza aver la possibilità di riportare altrove con sé. Scrisse molto, scrisse della sua gioventù. Le sue convinzioni si confusero tra loro e formarono un nuovo campo di gioco. Aveva abitato case diverse in diverse città, in paesi più piccoli e per periodi molto brevi. Aveva visto dopo anni annaffiare campi di grano in estate, passandoci accanto commosso. Stava ascoltando nuovi gruppi e nuove canzoni, aveva conosciuto nuovi amici a concerti in angoli diversi del mondo. Ora con il suono di un tamburo, ora con una frase perfetta, o con una successione di accordi catartica alla tastiera, o semplicemente con un arpeggio strozzato alla chitarra acustica, così la serenità continuava a fare capolino nel suo cuore. Aveva imparato ad amare anche il vento, oltre ai tramonti. Si era innamorato di una ragazza completamente diversa dalla ragazza del banchetto dei vinili di molte estati prima. Aveva capito che nonostante la vita, i suoi occhi continuavano a rimanere gli stessi. Secchi, sorridenti, arrossati, increduli, emozionati. Sentiva il bisogno di parole con incastri più complessi tra loro per stare dietro alla realtà. Ogni giorno scopriva nuovi modi per avvicinarsi a una vita serena. Il suo primo vero romanzo era in fase di pubblicazione. In apertura di libro citò una frase, che faceva così: Love’s the key to the games that we play. “Il nostro valzer continua, felicità”, fece dire a uno dei suoi personaggi.

Filippo Redaelli

Top Ten 2014 – Giulia Delli Santi

1. ROME – A Passage to Rhodesia

Data di Uscita: 02/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

So we walk on through and beyond the failures of men
And we know there’s a void at the center of everything

Sono in ritardo perché ho ucciso.
L’ho fatto perché mi è stato chiesto.
Non sarebbe finita in questo modo se, ognuno di noi, si fosse reso conto che non può renderci felici più di quanto siamo in grado di realizzare.
Ci si accompagna con i propri simili, è la natura che lo chiede, e per i miei pari non ero altro che un bianco corrotto da quella bile scura che ti rende eretico. Al mio passaggio, ripetevano con riprovazione che preferivo circondarmi di negri insubordinati i quali, nonostante abbia dimostrato di esserlo in più occasioni, non sono mai riusciti a chiamarmi fratello. E se è vero che si possono accogliere cause che non ti appartengono, negando l’istinto che hai ereditato, per questo sarai trattato come il peggiore dei rinnegati le cui scelte sono da considerare inammissibili. L’ultima, quella che mi ha portato lontano dai miei pochi affetti, ancora la pago. Continuavo a ripetere a me stesso che si trattava di dignità, non ho pensato a quel che stavo facendo, non ne ero capace. Ho peccato violando la vita stessa, cosi come farebbe il più rabbioso dei cani che con superba ferocia è convinto di poter difendere il suo ridicolo pasto.
Non ci è dato di rivelare le nostre malattie e cosa tormenta il nostro sonno notturno, e quando non sono più sufficienti neanche quegli amici in mezzo ai quali sentirsi soli, altro non ci resta che piangere in segreto perché dal mostrarsi vulnerabili, riuscirai ad ottenere solo risposta di irriverente prepotenza.
La sua unica colpa era d’aver attraversato, scomposta, una strada in parata; era il maggio del 1971. Sette coltellate inflitte al primo ministro per difendere una donna gravida sono state più che sufficienti perché mi fosse inflitta la massima pena, la completa reclusione cui avrei preferito la morte. L’emarginazione è diventata il mio trofeo, c’è chi dice che dovrei essere fiero del mio atto, si trattava di dignità. Ma a parlarmi di orgoglio, sono uomini e donne stuprati dall’ideologia, accecati dal desiderio di vendetta che credevano di meritare. Siamo molto lontani dai sogni che predicavamo. Dei tanti che avevo, nessuno si è realizzato. La città è cambiata, il vecchio è stato ridipinto, le insegne sostituite ma le concrezioni sono rimaste immutate. I suoni sono più aspri e tu hai perso tutto, dannata povertà. La società ha nascosto ogni anima, affamata cacciatrice di vittime, anche su di me aveva inciso un marchio di depravazione. Da quando sono arrivato in questo luogo, non mi è stato concesso un momento senza che io fossi ferito. Qualcuno direbbe che è un problema esistenziale, un concetto tutt’altro che semplice l’esistenza. Sarebbe sufficiente riuscire a comunicare le ragioni per cui stiamo soffrendo, ma nessun elemento esterno può regalarci la pace. La verità è che cerchiamo nient’altro che morte. Il sole mi acceca e mi segue, come in tutti questi anni, la mia unica compagna solitudine; le sue grazie armoniche non mi hanno fatto dimenticare i miei dolori, ma continua a prendermi per compagnia e portami, ancora una volta, dove tu vorrai. Raccoglimi nel tuo abbraccio di echi di prigioni e gridiamo fino all’alba in favore di una coscienza che non sopporta più il peso robusto dei continui conflitti.

Giulia Delli Santi

2. The Antlers – Familiars

Data di Uscita: 17/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era dolce e privo di barba. I riccioli biondi ricadevano sulla fronte con grazia. Come fossero stati messi lì da uno scultore alle prese con la sua opera meglio riuscita. Le donne più anziane quando nelle sere d’estate si ritrovavano a cucire e ciarlare sedute sulle sedie di fronte alle porte di casa si riferivano a lui come il Putto. Non si sapeva chi fosse suo padre e sua madre era morta subito dopo averlo dato al mondo e questo aveva mosso di compassione tutto il Paese. Sì che divenne il figlio di tutti. Dicevano che fosse un bambino adorabile. Di un’intelligenza sottile che nascondeva dietro una timidezza quantomai sincera. Era gentile e sempre educato. E preservò questo carattere anche crescendo. Mentre la sua bellezza sbocciava piano. Senza destare sospetti. Mia madre e le sue amiche quando cadevano in argomento erano solite dire che nessuna di loro l’aveva mai guardato in quel modo per molto tempo. Poi si svegliarono una domenica di maggio teatro di una nevicata tardiva e mentre si recavano alla messa tutte lo notarono col volto arrossato ed i riccioli umidi di sudore che spaccava la legna dietro la canonica. E tutte capirono quel giorno che il Putto era cresciuto. Ed era bello. Di colpo. Lo Zio però non si sposò mai. Le donne sostenevano che non ebbe mai neanche un’amante. Le malelingue invece insinuavano che tutti noi fanciulli avremmo dovuto chiamarlo Papà invece che Zio. Ma erano discorsi di ubriachi che si ritrovavano ad affogare alla locanda l’ultima pedata ricevuta dalla moglie. E nessuno prendeva quelle dicerie sul serio. Per noi era lo Zio e basta. Ci insegnava a costruire gli aquiloni e ad acchiappare le bisce senza essere morsi. Ci mostrava i sentieri nascosti che si arrampicavano sulla montagna e che portavano sempre a qualche albero solitario grondante di frutti. E poi ci raccontava le storie dei suoi viaggi inventati. E noi lo ascoltavamo rapiti volendo credere ad ogni sua parola. Avevo dodici anni quando partì per il suo vero viaggio. Nessuno seppe come maturò quella decisione che a tutti parve cosa improvvisa ed inaspettata. Mi ricordo che era l’alba quando bussò alla nostra porta. Quando la mamma andò ad aprire se lo trovò davanti con una vecchia sacca gonfia ed il bastone che portava sempre quando andava a fare le sue lunghe camminate sul Matajur. Io lo vidi solo di sfuggita che confabulava sull’uscio con mia madre prima di abbracciarla e partire. Lei non ci riferì mai cosa si dissero. Però ripensando a quella scena anni dopo mi convinsi che negli occhi dello Zio c’era qualcosa che non avevo mai notato prima e che la sua partenza non era stata improvvisata ma invece il frutto di qualche lunga riflessione.
Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Non ce ne accorgemmo subito. No. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese ricordavamo. Solo le mani lasciavano trasparire il cambiamento di cui tutti prendemmo coscienza con ritardo. Tutti tranne mia madre. Tornò un giorno di giugno quando il sole si apprestava ormai a nascondersi nel cielo alle spalle del Matajur. Venne alla nostra porta e la mamma andò ad aprire come se già sapesse che se lo sarebbe trovato di fronte. E forse era così perché niente sul suo volto più scavato rispetto a quando lo aveva salutato anni prima lasciava trasparire sorpresa. Questa volta non si dissero niente. Lei gli prese le mani e si mise ad osservarle come fossero una pietra preziosa. Quindi mantenendo la stessa impassibilità lo baciò due volte sulle guance e gli sussurrò. Bentrovato. Si richiuse la porta alle spalle. Poi ritornò in cucina dove l’attendevamo per la cena. Ma invece di versare la zuppa nei piatti disse. Lo Zio. Il Putto. E’ tornato. Si deve fare una festa. E come se tutti in Paese avessero sentito quelle parole nel medesimo istante in cui lei le pronunciò le strade si riempirono. Ed assieme alle strade i boccali. Vennero accesi i falò. E ognuno portò qualcosa. Chi una gallina. Chi ceste di frutta. Chi il corno e chi la chitarra. Il locandiere ammazzò una pecora. E l’odore della festa si levò alto nel cielo assieme a lapilli e canti di gioia. Sì che accorsero sulle nostre strade anche donne e uomini degli altri paesi della Valle. Nessuno si aspettava di esorcizzare così quella nostalgia che l’assenza dello Zio ci aveva instillato senza che ce ne fossimo nemmeno accorti. La notte era tiepida ed il vino fresco. E la sete riportò a galla quella curiosità che mi aveva sempre contraddistinto quando ero bambino ma che era stata soppiantata da una taciturna diffidenza adolescenziale. Mosso da quella ritrovata innocente sfrontatezza mi ritrovai seduto a gambe incrociate di fronte allo Zio. E con me tutti quelli che erano cresciuti dei suoi racconti. Volevamo sapere dove era stato. Cosa aveva visto. Chi aveva incontrato. Volevamo nuovamente tornare a credere ad ogni sua parola. Ma lui si negò dicendo che era sopraffatto dalla stanchezza. I racconti erano rimandati al giorno seguente.
Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Non ce ne accorgemmo subito. No. Dovette passare anzi parecchio tempo. Trascorsero anni dal suo ritorno e sembrava che la vecchiaia gli scivolasse addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese avevamo sempre ricordato. A me invece la barba crebbe. E folta. Un po’ all’improvviso. Le anziane dicevano che era una cosa normale quando un ragazzo deve affrontare una scomparsa come quella che aveva toccato la mia famiglia. La mamma infatti si era ammalata di tubercolosi ed una notte priva della luna ci aveva detto addio. Essendo io il primogenito senza padre mi ritrovai sulle spalle le responsabilità di un capofamiglia. La barba mi crebbe in tre sole notti come a voler sancire il mio approdo all’età adulta. Ma io non mi sentivo ancora davvero pronto e non fosse stato per lo Zio non so come avrei fatto. Mi prese a lavorare con lui in bottega dove mi insegnò a battere il ferro e a realizzare piccoli monili che una volta a settimana andavamo a vendere al mercato a fondo Valle. In quegli anni passati al suo fianco più volte provai a carpire i segreti del suo viaggio. Ma lui sempre con garbo mi rispondeva che mi avrebbe raccontato tutto l’indomani. Ma l’indomani sembrava non arrivare mai per lui. Mentre io mi sposai. Ed ebbi due figlie. E i miei capelli cominciarono a cadere. E quei pochi che mi rimasero ogni giorno acquisivano una sempre più pronunciata sfumatura di grigio. Poi una mattina arrivai alla bottega e lo trovai con la vecchia logora sacca che avevo visto anni prima ed il bastone in mano. I riccioli biondi gli cascavano sugli occhi che ancora conservavano quella stessa luce che avevo visto quando aveva fatto ritorno al Paese. In quel momento sentii tutta la mia vecchiaia di fronte al suo spirito inquieto. Parto. Fu l’unica parola che pronunciò prima di accarezzarmi la guancia ed incamminarsi.
Quando il Putto tornò ero una persona diversa. Vecchio e stanco. Lui anche era una persona diversa. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese conoscevamo. Mi trovò sotto il pergolato della casa nella quale ero cresciuto e avevo vissuto tutti i miei giorni. Mi trovò intento ad insegnare al mio nipote più grande come realizzare i monili più belli di tutta la Valle. Quando lo vidi avvicinarsi con mio grande stupore non fui sorpreso. Come se una parte di me già sapesse che quel pomeriggio l’avrei rivisto. Il Putto. Sempre lui. Congedai mio nipote che corse via per raggiungere i suoi amici che giocavano a prendere le bisce. Il Putto si sedette di fronte a me. Ma questa volta non gli chiesi niente. Mi limitai ad osservare le sue mani come se conservassero tutti i racconti della sua assenza della quale non ci aveva mai messo a parte. Rimanemmo uno di fronte all’altro senza dire una parola per minuti interi. Poi ruppe il silenzio. Sono qui solo di passaggio. Volevo dirti addio. Quelle parole non mi suonarono strane. Né fuori luogo. E’ per questo che sei triste? Chiesi. Al che mi rispose con una nota di compassione. Il tempo scorre per tutti. Quindi sorrise. E per la prima volta notai l’affacciarsi di due impercettibili rughe sulle guance.
Quando lo Zio partì per l’ultima volta era una persona ancora diversa. Nonostante fossero passate solo poche ore dal suo ritorno sembrava che la saggeza avesse cominciato a sbocciare d’improvviso sul suo volto. Come la sua bellezza fiorita durante una nevosa notte di maggio di un’altra epoca. Ma il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese avremmo sempre ricordato.

Pietro Liuzzo Scorpo

3. Dakota Suite & Quentin Sirjacq – There Is Calm to Be Done

Data di Uscita: 11/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lay down with me

Non è banale, arrivati a questo punto, tentare di dare un ordine agli eventi e so bene che le mie confidenze indurranno i più rigorosi di voi ad una smorfia di disapprovazione, ma chiedo pazienza perché non avrei potuto fare altrimenti. Ogni passo che ho compiuto era l’ovvio effetto della precedente condizione e tra i miei umori, in questo momento non c’è posto per il pentimento.
La prima volta che ho incontrato il suo sorriso era un marzo mite e i germogli più insolenti dell’albero di siliquastro cominciavano a schiudere le loro singolari curiosità. Non davamo peso alle nostre presenze, in fondo eravamo poco più che estranei; ma le stagioni passavano in fretta e quella sera, quella in cui l’ho trovato, pioveva l’irruente pazzia che ci avrebbe resi attori al primo atto di una commedia che capivo avrebbe raccontato di morbide attrazioni. Non potevo sapere che la cosa lo riguardasse, così confessai di esserne affascinata e il disorientamento fu breve prima che le cose cambiassero. Fu sufficiente cominciare a regalarsi i dettagli più scabrosi delle nostre esistenze, quelli che non si raccontano o che si confessano solo per dimostrare gli stomaci più incoscienti; è buffo constatare che passiamo la maggior parte della nostra vita a esibire prove di solida indipendenza, eppure continuiamo ad aver bisogno di eroi.
Probabilmente il terreno era fertile, ma questo non aveva alcuna rilevanza, comprendevamo entrambi il potenziale arbitrario che si apriva di fronte a noi e il suo buon senso era di certo superiore al mio. Non era decenza a muovere il suo distacco, piuttosto prudenza, come biasimarlo, ma quella che sentivo si chiamava mancanza e non volevo altro che essere la sua scelta. M’irritava profondamente sentir dire che trovava tutto così avvilente. L’impulso che nutrivo non lo era, ma avevo a disposizione solo due cortili e una finestra e vedermi derubata di quel piccolo spazio che percepivo come un mio diritto, era un altro centimetro di corda che si stringeva attorno al mio collo e che mi privava della possibilità di respirare l’aria di cui chiunque ha bisogno. Rimaneva poco altro per noi, my sweet nothing, ero ormai decisa alla resa quando tornai con l’insegna della sconfitta tra le mani.
Non c’era vento e le foglie esauste non si muovevano, come se incollate all’asfalto. Poco lontano da noi qualcuno canticchiava una nenia d’indulgenza, come se non fosse ignaro di quel che stava per verificarsi, come se volesse immolarsi nel tentativo di fornire un sostegno. Nell’aria si percepiva un odore pregno d’autunno e si udivano con chiarezza i passi spasmodici del quotidiano in movimento. Camminavamo l’uno al fianco dell’altra in direzione della stazione e ci fermammo al solito bar a prendere un caffè. Era una serena mattina domenicale di metà novembre quando scelsi di confessare le mie insofferenze, le mie inadeguatezze, la fragile volontà di mettere fine a quella dolce agonia che sembrava offrire nient’altro che un nuovo turbamento. Ma la tensione era troppa e l’urgenza di una riappacificazione opprimente, mi avvicinai più del concesso e fu impossibile scoraggiare la naturale necessità di sfiorarsi e sussurrare quelle impercettibili nostalgie che scoprimmo essere l’inizio di un nuovo racconto.

I am he that aches with amorous love;
Does the earth gravitate? Does not all matter, aching, attract all matter?
So the body of me to all I meet or know.
Walt Whitman

Giulia Delli Santi

4. St. Vincent – St. Vincent

Data di Uscita: 25/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Nel momento in cui lancia per aria il mazzo di fiori della vittoria.

Annie ci fa sapere che questo disco ha a che fare con New York e qualsiasi sia la nostra esperienza possiamo immaginare i luoghi d’origine di queste atmosfere. Nel momento in cui il mazzo di fiori si stacca dalla presa della mano possiamo essere catapultati per le strade verso le sette di sera nel mese di febbraio, tra il traffico, le strisce pedonali, i semafori e i taxi gialli in fila indiana e via diretti tra il pubblico partecipante di un’asta di quadri, o l’inaugurazione di una mostra d’arte contemporanea. Un negozio strettissimo dall’affitto troppo caro e bicchieri di champagne che tintinnano ai flash di quattrocento macchine fotografiche. Un ragazzo guarda la cartella messaggi del suo smartphone e non si sorprende di non trovare una risposta a uno dei suoi ultimi messaggi inviato a quella ragazza che in un primo momento, seduta da sola a mangiare un toast in quel bar, le era sembrata proprio un’altra persona. Sai che non era colpa di nessuno dei due? Ci sono delle rose di molti colori nel mazzo di fiori lanciato per aria. Qualcuno dalla platea si scomoda dalla sua poltrona per cercare di fotografare meglio quel momento e condividerlo su Instagram. Ci sono anche dei momenti in cui le città si ritrovano immobili, e i suoi abitanti, più facilmente i turisti, possono godersi la calma dei primi giorni di primavera, il cielo celeste, un caffè in un tavolino all’aperto, quattro chiacchiere con il barista e con clienti di passaggio. Un ragazzo sui venticinque anni beve da un bicchiere pieno di ghiaccio e controlla qualche aggiornamento tra i suoi profili Twitter preferiti. Senza sapere in che zona si trova della città, e per questo ignora completamente che potrebbe incontrare da un momento all’altro la sua giornalista preferita, habitué dei locali alla moda di quei dintorni. Intanto mi ricordo di quando parlavamo di come tutte le grandi città globali stiano diventando sempre più uguali. Ho seguito concerti per città europee, visto gli stessi quadri di Kandinskij in due città diverse a qualche mese di distanza, visto lo stesso orizzonte da vie che non riuscivo più a distinguere. Eravamo d’accordo su questo, adoravamo la cultura metropolitana contemporanea. Queste sono canzoni per il mondo moderno, con una chitarra che cerca di tagliarlo a metà, sedurlo, ipnotizzarlo, calmarlo, la tela numero uno di Jackson Pollock e il cigno bianco. Come ci si può sentire a correre nudi nel deserto, ad ascoltare storie derisorie sul valore del passato sdraiati su tappeti in case di nuovi quartieri rincorrendo identità androgine, ritrovare la calma con gli stessi modi di sempre. Una delle caratteristiche principali della cultura odierna è la simbiosi tra cultura alta e cultura bassa. Quantomeno un riconoscimento reciproco. Senza questo punto di partenza appare difficile andare molto lontano. Quindi era un inverno gelido per la ragazza appena arrivata in Europa, per il cameriere annoiato, per un professore incompreso, per la giovane scrittrice disordinata, mentre una loro gemella sconosciuta era già uscita di casa per gettare via la spazzatura, pronta a canticchiare il ritornello e il ritmo di una canzone che stava per nascere e che ora è ascoltata e recensita in ogni angolo del globo. Esco, devo andare alla prima in teatro del tour mondiale di Annie. Sono in grandissimo ritardo, vi racconterò un’altra volta di quel mazzo di fiori, lascio all’immaginazione di chi legge decidere se è stato appena lanciato da una campionessa olimpica di pattinaggio sul ghiaccio al momento delle premiazioni o da un’attrice commossa nell’istante appena successivo al trionfo della sua prima grande interpretazione, l’importante è che siano coinvolte emozioni in grado di sfiorare il cielo. Alto, facendo finta di dimenticarsi per un istante del basso. Come fanno le cattedrali da sempre. Come fanno oggi i grattacieli con i loro giardini sopra le nuvole. Finalmente si spengono le luci. Penso per un attimo alle domande che vorrei farle nei trenta secondi che mi saranno concessi per l’intervista dopo lo show. A come questo disco sia riuscito a spostare gli orizzonti della canzone rock un po’ più in là. Tra New York, lo spazio, un sentire contemporaneo senza nome, la sua chitarra e la sua voce e come tutto si concluda con una emozionante allegoria del mestiere dell’artista. Penso al suo carisma e alla sua bellezza, spina dorsale di queste canzoni. Domani vedrò Alice, dopodomani ho un aereo da prendere, le mail da controllare, il bicchiere vuoto in mano, le tasche piene della giacca. Nel momento in cui lancia per aria il mazzo di fiori della vittoria spengo il telefonino. Annie incomincia a suonare.

Filippo Redaelli

5. Beck – Morning Phase

Data di Uscita: 25/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

These are some faults we found
Hollowed out from the years
Don’t let them wear you out
Don’t let them turn your mind inside out

Cosa ci fa un alcolizzato in un negozio di liquori?
Ogni mercoledì, verso le sette, se sporgevi la testa oltre la porta, potevi vederlo arrivare dalla Promenade oceanica, lungo Wiltshire boulevard, dritto verso il mio negozio. Un piede avanti all’altro, sicuro, come fosse la strada che ti porta a casa. Quella di sempre. Quella dove sei cresciuto. Che giocavi con i figli dei vicini. Non pensi siano troppo simpatici, ma è meglio che sopportare, chiuso in camera con il cuscino ben stretto sulla testa, il rumore dell’aspirapolvere di tua madre che tanto ti terrorizza.
Cerca affetto. Di una donna, di una cagna, poco importa. Le puttane in strada, quelle no. Loro sono amiche. A loro non si può che chiedere compassione e qualche buon consiglio: no, agli ascensori preferisci sempre le scale e si, in certi casi marrone e blu stanno bene insieme. Sono delle discrete ascoltatrici. Soprattutto Daisy. Oh Daisy, labbra carnose e capelli color di molto tempo fa. Lei racconta dei figli che avrebbe avuto e della villetta sulla 54th street, quella con la porta salmone. Se solo avesse accettato in una vita che ormai non ricorda di aver vissuto, il compromesso che l’acido anarcoide nelle sue vene le ha impedito di accogliere. Ma oggi lei è astemia e io resto solo, nelle appassionate serate con me stesso, andrò a ballare il bluegrass con la mia confusione.
Dicono viva in un seminterrato di fronte alla fermata del tram T14, ma a casa non c’è mai. Preferisce la panchina nel piccolo parco dietro l’angolo. È il suo lavoro. Il cappello è in terra, tanto c’è il vecchio Hansen, come sempre seduto poco più in la di guardia, a controllare che a qualche bullo non venga in mente di raccogliere il tesoro che esso contiene. Di lui ricordi solo il forte odore di naftalina di cui s’è impregnato nei lunghi periodi passati in ospedale. Il suo passatempo è guardare il beccare degli uccelli che pranzano con i resti del pasto sobrio di qualche impiegato nella banca che si erge magnifica di fronte all’ingresso principale. Sua figlia ha sposato il direttore dopo esser rimasta incinta a qualche mese dalla scadenza del suo contratto. Non la vede da parecchio. È troppo impegnata, dice.
Cerca indulgenza. Perché il pesante baule colmo delle mie scelte, continuo a portarlo sulle spalle e non ho mai chiesto ad alcuno di condividerne con me il suo carico. L’assoluzione è un dono che possono offrire solo i santi, lo so bene, ma in fondo pretenderla dagli ottusi affannati che rivestono le strade ogni mattina al mio risveglio, non ha alcun costo. Quando ho la possibilità di incontrare me stesso riflesso nella vetrina di qualche negozio, mi capita di pensare a loro. Forse nel mio sguardo c’è lo stesso ribrezzo che mi è stato offerto. Mi concentro su qualcos’altro per evitare che si aggiunga altra contrizione, una nuova radio è quel che ci vorrebbe.
Lungo il viale rotolano delle biglie di vetro e dei bambini a seguito le rincorrono. Ti fermi a guardarli e ne invidi l’innocenza. Pensi di non essere mai stato come loro. Per quanto sia assurda l’idea, ne sei convinto. Quando è successo, non te lo ricordi. Forse è quello che ti è mancato, l’infanzia che sei stato costretto ad inventare percorrendo la scala a vite d’Archimede. Ma per un solo gradino mal posto da un architetto oltremodo distratto, sei caduto alla base e li, dolorante, hai deciso di fermarti, magari solo per indolenza. Scegliere di proseguire è molto più faticoso.
Madido di sudore lo vedevi entrare infiacchito dall’inedia e flemmatico verso il primo scaffale, con nonchalance aristocratica di un nobile della strada, passare in rassegna meticolosa ogni prodotto esposto.
Una volta trovai il coraggio, glielo chiesi. La sua sagoma m’intimoriva, il cappotto lungo alle caviglie sembrava l’unica ragione che lo tenesse dritto. La mano terrosa, tesa, tra le dita i due spicci che aveva raccattato in qualche vicolo, e l’odore pungente di lassismo che lo avvolgeva, confesso, mi nauseava.
Cosa ci fa un alcolizzato in un negozio di liquori?
Da occhi itterici a quel modo non ci si può che aspettare risposta esaustiva. La testa si sollevò appena e lo sguardo sfortunato mi fu concesso per pochi istanti prima che tornasse a rivolgersi alla strada benedetta da quei peccati che mai siamo riusciti a perdonarci.

Life should be free.
Take what you need.

Giulia Delli Santi

6. Timber Timbre – Hot Dreams

Data di Uscita: 01/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per molto tempo sono andato a letto tardi la sera. Questo fino ai ventitré anni, ultima età in cui ho avuto l’illusione della purezza, di forme belle e oneste che potevano rallentare la marcia spietata e rumorosa del dolore. Ora che mi rendo conto di quanto sia inarrestabile il battito dell’orrore non ho più molta voglia di andare a dormire tardi.

Ora vado a dormire molto presto e dopo aver guardato immagini di sculture di Brancusi o di pittori italiani del rinascimento cado in un violentissimo e disperato sonno che verso le quattro di mattina comincia ad essere delicato fino alla malattia. Tengo un fucile a pompa dietro il ripiano dei testi sacri della mia libreria perché voglio ringraziare con un buco nella pancia e un salto d’orrore chi mi viene a disturbare nella notte. Ma il vero scopo di questo oggetto, che vi avrà già destato inquietudine o una piccolo-borghese disapprovazione, non è quello di sorprendere un ladro nello squallore della notte, ma è molto più violento ed inquietante: è la vendetta.
Se poteste capire, con un vero slancio di empatia, quanto mi faccia stare male rimanere invendicato, formereste un vero e proprio esercito, e insieme a me distruggereste bandiere, statue, città squallide, penisole e arcipelaghi nidi di bassezze morali, dispensatori di complimenti come “che bei capelli” e raccoglitori di questi complimenti, nonché narcisisti imbecilli che cedono a misere seduzioni.

Quando siamo sbarcati in America abbiamo innalzato profumate chiese a un Signore che non ci sta a sentire, ma alcuni di noi – quelli coscienti – hanno continuato ad innalzarsi nonostante tutto. In duecento anni sono nati grandi poeti e filosofi che hanno popolato porti foreste laghi redazioni di giornali. Io sono il più pazzo di loro e le mie coordinate spaziali sono del tutto diverse e sconfinano nella grande terra allucinata della pazzia, dove si è dei puritani che si svegliano all’alba.

È difficile risorgere: ho iniziato da poco ma ricado nella morte di continuo e soltanto quando sarò tornato definitivamente alla vita potrò lasciare andar via l’idea della vendetta, di una notte passata in un piacere analogo, di un ritorno a casa ubriaco dove si pensa a come vantarsi del proprio squallido successo. Solo allora potrò sotterrare la metafora del mio fucile a pompa e la violenza reale del mio dolore. Ma sarà solo grazie a me, grazie ai mei sforzi.

Mi hai lanciato in un deserto spinoso su una macchina destinata ad esplodere e me l’hai detto con un sorriso da imbecille narcisista, da persona priva di coscienza quale eri e sei. Sei stato tanto idiota da ammazzarmi e dirmelo con quel sorrisino velenoso, e ora il veleno mi sta uccidendo. È il succo squallido di un peyote qualunque e io sanguino di dolore in questa sete sgrammaticata di un deserto che mi è estraneo. La chitarra che un tempo suonava la gioia mi sembra uno stridore che mi strappa i nervi e la carne, e non la riesco più a suonare. Mi può guarire solo quello sciamano che ha il mio stesso volto, che io posso trovare soltanto svuotandomi di tutto, anche di te.

Un giorno, mangiando uno stroopwafel, ricorderò con una travolgente sensazione, quella vastità, quell’ossigeno, quella meraviglia, quella sofferenza talmente vaga e nascosta bene da farmi sentire la felicità. E manca solo una cosa per distruggere questo anno questa vita e il suo distruttore: mi hai deluso.

Marco Di Memmo

7. Fire! Orchestra – Enter!

Data di Uscita: 26/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per entrare in un culto esoterico sono molte le cose da abbandonare, quasi tutte le cose vecchie, i pensieri, le persone e molto spesso anche la propria anima. Poi bisogna sentire che tutte le cose vecchie sono andate via, che la propria vecchia anima ha abbandonato la propria sede immateriale.

Noi imparammo a vorticare come i dervisci da ragazzi, quando anziché ascoltare la musica dei nostri coetanei, per intercessione della nostra vaghezza e del nostro incomprensibile distacco, iniziavamo a dimenarci e a roteare al ritmo del sax tenore di Ornette Coleman. Ma altro non posso dire, altrimenti la segretezza del nostro ordine verrebbe sciolta e diverrebbe una normale setta accessibile a qualsiasi esaltato.
Alcuni di noi facevano parte del grande popolo ormai distrutto degli Inuit e i loro gorgheggi facevano danzare i pesci nei fondali delle acque ghiacciate e rendevano gli orsi bianchi innamorati. Altri invece venivano dall’altro grandioso popolo devastato degli aborigeni australiani che con le loro danze evocavano gli spiriti attorno ai fuochi. La maggior parte però erano volgari europei. Una volta entrati nell’Ordine non fummo più niente se non dei mezzi nei quali il Grande Spirito soffiava la sua anima dentro a degli ottoni o premeva il suo spirito su tasti e superfici vibranti.
Noi non siamo nessuno, siamo gli Entrati, che prima hanno dovuto fare uscire tutto. Noi non abbiamo mai fatto del male a nessuno ma ne abbiamo subito tanto e sfoghiamo il nostro furore e la nostra gioia (che nonostante tutto rimane) in quel gigantesco e poliedrico delirio chiamato Jazz (e in altre esoteriche bellezze di cui non possiamo parlarvi).
Abbiamo abbandonato il sorriso cinico per incontrare la sincope, abbiamo distrutto la maldicenza per costruire l’armonia, ci siamo liberati della nostra mediocrità per essere inconsistenti e di conseguenza siamo saliti, senza neppure saperlo, nel leggerissimo strato di Assoluto che nessuno può toccare con la parola. Noi lo sfioriamo con la musica, come le proprie dita possono solo sfiorare il proprio polso, ed entriamo in esso col nostro spirito. Noi che sappiamo che sulla terra non c’è nulla di puro, abbiamo trovato la purezza oltre la terra, ed ancora oltre abbiamo trovato il Tutto, che supera di intensità e bellezza la somma di tutte le sue parti, che è maggiore grazie alla sua aura (questa oscura cosa che nessuno vuole più nemmeno cercare) la cui luce è raggiungibile solo da chi, dopo essersi dato la pena di Uscire, è riuscito ad Entrare.

Marco Di Memmo

8. Damon Albarn – Everyday Robots

Data di Uscita: 28/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Il passo lento ha una cadenza ritmica che si sposa perfettamente con l’ambiente, discarica e ora anche regno di una pedocrazia che non accetta estranei, m’hanno catturato e non me la faranno passare liscia. Lei, dodici anni a stento, vestita con stracci e metallo arrugginito, suona come un carillion incrostato mentre mano alla corda che dall’altro capo congiunge un paio di manette di nastro adesivo che mi lega i polsi, mi trascina verso il capo. Trascina è un parolone, decido di essere accondiscendente, saranno pure mocciosi quelli che tamburellano impettiti dall’alto delle colline di rifiuti ma sono pur sempre armati di lame arrugginite di fortuna. Anche d’un graffio potrei morirci, il botulino non perdona, i bambini sì, quindi chino il capo e cammino speranzoso verso la coorte del capo. Anche capo è un parolone, il kahar di questo clan non dispone di potere assoluto e quando la sua decisione non convince tutti rischia di essere destituito, questo non prevede pene oltre l’esenzione dall’annunciare la scelta comune, così mi spiega la mia guida, Lili. Questa discarica è enorme e c’è quello che serve per il sostentamento di tutti, hanno costruito ripari di fortuna, si sono specializzati nelle mansioni, sanno leggere e scrivere, hanno addirittura una biblioteca ricchissima su una palafitta. Sono profughi fuggiti agli istituti correttivi, alle case di cura, Lili racconta che non vogliono nulla se non essere lasciati in pace, non cercano guerra, si sono ritagliati un pezzo di terra là dove noi accatastiamo gli scarti. Vogliono esser considerati scarti vivi, qui accatastati, nel diritto di essere abbandonati a se stessi e arrugginire, dice proprio così, arrugginire. Quando provo a correggerla dicendo che le persone invecchiano, non arrugginiscono, lei mi osserva saccente e dice che magari prima era così, ora l’adultocentrismo ha negato agli anziani la loro funzione di saggi e ai bambini quella di scopritori, perciò non si è più vecchi ma rotti, inutili, arrugginiti. Taccio per non essere zittito ancora da una bambina, l’adultocentrismo non permette un contraddittorio con un bambino che non finisca con un adulto che ha ragione e questa situazione mi mette a disagio, mi fa vergognare a tratti di me e a tratti della mia cultura. Arriviamo dopo una lunga marcia alla coorte, il kahar è adagiato su un divano pulcioso arrabattato qua e là, tutto intorno fioriere ricolme di piante colorate e girandole. Lui mi guarda, uno zambos di otto, nove anni al massimo, ha occhi scuri di onice profondissimi, non dice niente e per un attimo immagino un tono cavernoso e solenne a intimorirmi. La corona di piume, il fatto che sia nudo, i giocattoli a pochi passi dal “trono” mi riportano alla realtà: è solo un bambino. Si avvicina lentamente, non smette per un attimo di fissarmi negli occhi e alla fine proferisce parola. Chi sei? Sono sorpreso, ha la voce di un bambino di otto, nove anni al massimo, mi tranquillizzo. Sono un giornalista. Giornalista, vattene e non tornare, non sei gradito qui. Verranno se non racconto loro che siete inoffensivi, non avranno macchine fotografiche ma manganelli e manette. Siamo bambini, cosa temono? Non siete gli unici. Ce ne sono altri? Sì, vecchi, dissidenti, deformi, ognuno nel suo kahar, nascosti covano file. Gli altri bambini della coorte ridono, il piccolo zambos li zittisce con un gesto. Come se la vostra vita ci facesse gola, schiavi della vostra libertà, lavorate per un terzo della vostra vita, pagate debiti non vostri, odiate quello che fate e vi sentite costretti a farlo. Nessuno cova file per una civiltà al collasso, torna al tuo clan e dì loro che con tutti i regali con cui ci omaggiate giornalmente riteniamo meschino attaccarvi. Sparisci.

Alfonso Errico

9. Ben Howard – I Forget Where We Were

Data di Uscita: 20/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

“Non ho mai pensato di essere troppo vecchio, o troppo giovane, per morire.
Sono troppo vivo per morire.”

Quelle poche parole anticipavano di poco il punto finale con cui terminava una storia che non avevo mai iniziato a scrivere. Mi erano venute in mente leggendo un libro donatomi quasi per caso, appoggiato su una mano stretta a pugno senza reggere niente. Non le avevo mai scritte, per la paura di firmare per l’ennesima volta un foglio bianco con l’inchiostro di una penna intinta in un calamaio riempito quotidianamente da emozioni e volti.
La mia casa aveva le forme di una mansarda di un vecchio condominio degli anni ’30. Lo spazio abitabile, dal punto di vista della norma, era scarso. Scarso… aveva usato questo termine il proprietario, guardando in alto alla ricerca dei miei occhi sollevati di più di un metro e novanta rispetto al pavimento. Io presi la mia biglia portafortuna dalla tasca destra del cappotto, la rigirai un po’ tra le dita, e la appoggiai a terra. La pallina, forse imbarazzata per la presenza dell’estraneo, rimase per qualche secondo ferma, per poi cominciare a seguire felice la pendenza del pavimento. Si fermò contro il muro dalla parte opposta della stanza, come un centometrista stanco. “Se c’è posto per lei, c’è posto anche per tutti gli altri”, dissi sorridendo a quell’omino preoccupato.
In quel tavolino di fronte alla finestra avevo un leggìo sempre vuoto, sul quale mi ero ripromesso di appoggiare il mio primo libro, e molti fogli ingialliti nell’attesa di ricevere la carezza di una lettera. Mi ci sedevo ogni sera, prima di andare a letto, anche quando le lancette dell’orologio protestavano per la vicinanza con l’ora della sveglia.
Avevo promesso ad un amico di ospitare per qualche notte una ragazza che aveva conosciuto durante una vacanza in Italia. “Posso offrirle un divano che non è mai stato nuovo ed un frigorifero che soffre di solitudine”. Quella sera pioveva così tanto da rendere gli ombrelli utili quanto uno stuzzicadenti durante un terremoto. Avevo aperto la porta di casa per fare entrare il gatto, ma al suo posto trovai una ragazza sul terrazzino, con la testa rivolta verso l’alto, la bocca spalancata, la lingua di fuori. Tremava di freddo e tra un brivido e l’altro dalle sue labbra violacee uscì un sorriso generoso: “Morivo di sete!”. Mi tolsi la maglietta e le asciugai i capelli mentre lei rideva, dicendole “Questa sera non ho l’acqua calda. Non ho nemmeno la legna per accendere la stufa… ma ho una sedia svedese scomodissima che mi hanno appena regalato e che non vede l’ora di sentirsi utile”.
Con la luce di quel piccolo fuoco ad illuminare i nostri sguardi, parlammo tutta la notte mentre il cielo sonnecchiava. Capimmo entrambi di aver trovato il libro, o il segnalibro, a seconda che fossimo parole scritte o da ricordare.
Vivevamo di quel poco che guadagnavo scribacchiando per qualche giornale locale, per lo più articoli di cronaca nera nei quali spalmavo sarcasmo e derisione che ti facevano ridere così tanto. Ogni volta che tornavo a casa con quella busta stropicciata con dentro pochi soldi tu battevi le mani, sapendo che da lì a qualche ora quella lettera si sarebbe svuotata, ed i nostri ricordi si sarebbero annebbiati.
Il nostro locale preferito era un disco bar ricavato dalla migliore pasticceria della città quando era vent’anni più giovane. Pieno di botole segrete, festoni appesi, fumo acre e velluto che aveva conosciuto molte mani, passavamo lì le nostre notti a bere, ballare, cadere.
Un mattino, verso le cinque, eravamo seduti uno di fianco all’altro sull’autobus per tornare a casa, rigorosamente senza biglietto. Mi ero appisolato appoggiato al vetro per non so quanto, e quando riaprii gli occhi ti vidi mentre guardavi fuori dal finestrino. Un’espressione un po’ nervosa per la paura di essere sopra un mezzo con più di quattro ruote, il tuo sguardo di matura tristezza dipinto sul volto, strinsi la tua mano pensando quelle tre parole che mi avresti scritto qualche giorno dopo su quel bigliettino di addio.
Tornati a casa prendesti quei fogli ingialliti sui quali i desideri erano stati rimpiazzati dalla polvere e mi dicesti “Scrivi quello che mi hai detto prima, mentre eravamo sudati e confusi, ballando accompagnati dalla musica di un’altra terra”. Io scrissi quelle parole con le quali pensavo di terminare quel libro senza titolo che non avevo ancora iniziato a scrivere. Tu prendesti il foglio e lo girasti, spiegandomi che l’inizio e la fine sono solo due modi diversi di vedere una storia.
Quella notte scrissi il mio primo libro, e continuai senza smettere. Parlava della nostra vita precedente, in cui eravamo spiriti liberi con i pantaloni stracciati ed amanti nelle notti dispari.
Quando mi svegliai tu te ne eri andata. Avevi appoggiato i fogli su cui mi ero addormentato sul leggìo. Sentii un prurito al braccio destro e, grattandomi, notai l’inchiostro blu che stava macchiando le mie unghie.
Sollevai il braccio e lo appoggiai sui fogli per leggere quelle lettere, approfittando della poca luce che filtrava dalla finestra.
Sorrisi, ringraziandoti silenziosamente per il titolo del mio libro ancora caldo, intimo e completo, che mi avevi lasciato come ultimo regalo.

Hello love, my invincible friend

Filippo Righetto

10. The War on Drugs – Lost in the Dream

Data di Uscita: 18/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lost in the dream
or just the silence of a moment …

Wheat
La storia di un’estate giovane. Un ragazzo uscito con buoni voti dal college pronto per una nuova avventura. Una tenuta dalla prospettiva infinita, campi così vicini all’orizzonte da poterlo abbracciare, una stanza tutta per sé in completa tranquillità. I ritmi della giornata erano scanditi dal percorso del sole, amava svegliarsi prima degli altri al mattino, scendere in cucina a preparare la colazione. L’aroma del caffè, biscotti, frutta di stagione. Posava tutto su un vassoio e lo portava sotto al portico che dava sull’aperta natura, adorava incominciare così la giornata, pochi minuti dopo la nascita del nuovo giorno. Mezz’ora dopo scendeva suo zio, si incominciava a studiare il programma di lavoro per la giornata. Adorava le lunghe passeggiate nei boschi, i bagni nel ruscello, giocare con i cani del vicinato, guardare il grano maturare. E chiudere gli occhi, lasciandosi invadere la pelle del viso dal sole bruciante di giugno. La sera, dopo la cena, sedeva al suo piccolo scrittoio con vista su città immaginarie. Il più delle volte leggeva i suoi maestri, cercava di cogliere i loro segreti fondamentali. Se qualcosa lo stimolava particolarmente scriveva. Una voce in lontananza, il vento fresco, ricordi del deserto, le luci della città sospese sulle colline, il mercato del venerdì sera con tutti i suoi luccichii. Il giorno in cui il cuore gli si era spezzato guardando sorridere la ragazza dai lunghi capelli castani al banchetto dei dischi in vinile. Si ricordava esattamente cosa aveva letto la sera precedente al primo incontro. “Mi aspetterai anche se sarò obbligata a giocare la parte di chi si mette in viaggio?”. “Aspetteremo. Per ora sono un fuggiasco anch’io”. “Sono stato felice”, pensava.

Land
Arrotolando le maniche della camicia guardava il deserto scorrere fuori dal finestrino e dentro alle lenti dei suoi occhiali da sole. Era in viaggio da quattro ore e doveva ancora percorrere chilometri per almeno lo stesso intervallo di tempo. Voleva scrivere un romanzo vero, come non aveva mai fatto. Voleva scrivere un romanzo vero ma tutta quella Terra senza fine gli sembrava impossibile da fissare su carta in quei giorni. Voleva scrivere un romanzo vero, come non era ancora riuscito a fare, benché ci stesse provando da tempo, anche se continuava a sentirsi troppo giovane. Gli facevano male gli occhi, aveva troppe scene da mettere meglio a fuoco. Avrebbe continuato a provare, lo incoraggiavano già in molti. – Fuori il deserto passava.- Non voleva pubblicare racconti, era con un vero romanza che vedeva l’inizio della sua carriera. Aveva i dubbi di chi aveva già letto molto, di chi ha già intravisto la perfezione. Di chi ha rispetto per i veri Scrittori. Guardava i cactus sfilare uno dopo l’altro nella piana deserta. Scelse la musica più adatta per vedere passare il paesaggio sotto a quelle note. “Sarò felice”, pensava.

Sunset
I luoghi da cui aveva ammirato i tramonti più sensazionali erano diventati per la sua vita come cattedrali. Per quelli che ancora riusciva a ricordarsi degli anni dell’infanzia, durante le estati nel Texas in famiglia. Per quelli assaporati disteso su spighe di grano con un bicchiere di vino accanto a sé. Per quelli che avrebbe adorato nella sua vita adulta, con un figlio o una figlia o tutte e due accanto a lui. Per tutti quelli che aveva sognato tra le pagine dei libri e quelli suggeriti dalle canzoni. Per la sera in cui era andato a vedere un concerto dei Wilco con la ragazza che vendeva dischi in vinile e il tramonto esplose poco prima dell’ingresso del gruppo sul palco, in mesi in cui pensava che la sua vita avesse per davvero trovato una direzione. “Quel giorno ero molto felice”, scriveva.

Wind / Eyes / Love
Le carte si rimescolarono in fretta. Vennero altri treni da prendere al volo, orizzonti da abbandonare, sguardi da accarezzare senza aver la possibilità di riportare altrove con sé. Scrisse molto, scrisse della sua gioventù. Le sue convinzioni si confusero tra loro e formarono un nuovo campo di gioco. Aveva abitato case diverse in diverse città, in paesi più piccoli e per periodi molto brevi. Aveva visto dopo anni annaffiare campi di grano in estate, passandoci accanto commosso. Stava ascoltando nuovi gruppi e nuove canzoni, aveva conosciuto nuovi amici a concerti in angoli diversi del mondo. Ora con il suono di un tamburo, ora con una frase perfetta, o con una successione di accordi catartica alla tastiera, o semplicemente con un arpeggio strozzato alla chitarra acustica, così la serenità continuava a fare capolino nel suo cuore. Aveva imparato ad amare anche il vento, oltre ai tramonti. Si era innamorato di una ragazza completamente diversa dalla ragazza del banchetto dei vinili di molte estati prima. Aveva capito che nonostante la vita, i suoi occhi continuavano a rimanere gli stessi. Secchi, sorridenti, arrossati, increduli, emozionati. Sentiva il bisogno di parole con incastri più complessi tra loro per stare dietro alla realtà. Ogni giorno scopriva nuovi modi per avvicinarsi a una vita serena. Il suo primo vero romanzo era in fase di pubblicazione. In apertura di libro citò una frase, che faceva così: Love’s the key to the games that we play. “Il nostro valzer continua, felicità”, fece dire a uno dei suoi personaggi.

Filippo Redaelli

Angelo De Augustine – Spirals of Silence

D.d.U. 18/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Nessuno sa che quando si annega si continua a vivere per molti anni sul fondo dei fiumi, dei laghi o dei mari; poi viene l’angelo della morte e porta nel paradiso degli annegati. Nei fondali si scopre che le carpe sono delle ragazze meravigliose, oppure che i persici eseguono alle perfezione i passi di danza cinese, oppure, ancora, che i tonni, i merlin e i pescispada cantano le canzoni di Nick Drake e che ascoltando questo Angelo con le sue spirali di silenzio, in alcuni momenti, hanno provato quella stessa malinconia dell’angelo-drago annegato, che è bella e dolorosa al tempo stesso.

Marco Di Memmo

Top Ten 2014 – Federica Giaccani

1. A Winged Victory for the Sullen – Atomos

Data di Uscita: 06/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Karlův most nel controluce del levar del sole sprigiona la magia di un’istantanea senza tempo: i sanpietrini irregolari a terra, le statue in pietra ai lati a vegliare sui passi della città che si desta dal torpore, la rarefatta caligine che sfuma i contorni dei palazzi storici in un tocco delicato. Il signor Pavel Cermak era immobile in lontananza, postura asimmetrica piegata verso sinistra, ad accogliere l’aiuto di un bastone da passeggio; la sua figura risultava perfettamente mimetizzata tra le pose drammatiche scolpite che gli sfilavano accanto.
Giunto al bancone del caffè di fiducia, era tutto un tintinnare di tazzine e posate, un sovrapporsi di chiacchiere tra le pagine di un quotidiano e un altro. L’aroma caldo e avvolgente dell’espresso si mescolava a quello dolciastro e legnoso della pipa, spenta un attimo prima di varcare l’uscio ma ancora forte intorno al bavero del cappotto e nella barba irsuta. In strada le saracinesche delle botteghe, una a una, si sollevavano; il signor Cermak restava agganciato con l’orecchio alle conversazioni degli altri, sprofondato in solitudine in una poltrona all’angolo del locale, poi le persone uscivano, facendo calare un temporaneo silenzio. Non si può certo affermare che egli fosse un accentratore, preferiva di gran lunga la sua solita seduta in disparte; arrivato alla soglia dei settanta, era stato sufficientemente intelligente nel costruirsi delle piacevoli abitudini, necessarie per scacciare la noia di giornate tutte uguali dopo essersi arreso alla pensione, ma ancora di più per neutralizzare il subdolo fantasma della vecchiaia, che si divertiva a richiamarlo sull’attenti con lancinanti dolori all’anca. Un fastidioso inconveniente, specie per un uomo come lui che, pur di attraversare l’amata Praga a piedi per tenere le lezioni all’università, un tempo sacrificava ore di sonno alzandosi quando il sole era ancora acquetato dalle tenebre. I suoi pensieri erano tuttora rimasti vischiosamente incollati a quella cattedra di storia, ragione di vita e di passione vibrante, nel cuore e nello sguardo. Quanta nostalgia adesso. La sera, prima di coricarsi, usava riprendere in mano uno dei tanti tomi che teneva disseminati in ciascuna stanza di quel piccolo appartamento all’imbocco del bosco; apriva una pagina a caso e leggeva di gesta e imprese e susseguirsi di eventi di epoche più o meno lontane, di cause scatenanti e implicazioni, che già conosceva a menadito. Quando ancora il signor Cermak insegnava, gli studenti si perdevano nei suoi ragionamenti, l’ardore per la materia e la sua dedita attenzione nell’appassionare gli altri erano contagiosi, a tal punto che al termine di ogni lezione c’era sempre chi si attardava a chiedere approfondimenti e spiegazioni, spesso addirittura s’imbastivano tavole rotonde di fortuna al caldo di un caffè vicino all’università, sorseggiando cioccolata in tazza e addentrandosi nelle vicissitudini del passato. Ora al signor Cermak spuntava un timido sorriso di compiacimento al ricordo, mentre le dita dalle nocche nodose riponevano il libro sulla mensola, o sul tavolino in vimini, o sul davanzale del cucinino accanto alle piante grasse. Poi scendeva sul suo viso l’ombra del tempo, un’ombra grave e irrimediabile. Questa grandezza inafferrabile e veloce, cui tutti obbediamo da sempre, che ci sfugge e ci lascia l’amaro in bocca di ritorni impossibili e occasioni perdute. Il tempo sembrava quasi inconsistente durante il giorno, lungo le traiettorie articolate della città da un incontro a un altro, tra le case fitte e la luce alta; ma all’imbrunire, con l’abbraccio misterioso della radura e della selva accanto, il signor Cermak cadeva inesorabilmente nel tranello delle riflessioni sugli anni passati e quelli, molti di meno, a venire. Il tempo acquisiva pesantezza, come pece scura che gli occludeva le vie respiratorie rendendogli difficile prendere fiato. Una rete intricata, le cui maglie potevano essere allargate, per ridurre la sensazione di soffocamento, solo grazie alla musica classica che riempiva quei profondi silenzi di periferia. Un vecchio allievo periodicamente bussava alla sua porta per portargli saluti e qualche presente, il vinile dalla copertina cerulea che in queste ultime sere Pavel Cermak sceglieva come amico e come cura era un suo regalo. “Corra il rischio di mettere per un po’ a riposo Schubert e Bach. Non abbia paura di ciò che non conosce, di ciò che non è già stato. Con affetto e riconoscenza. T.C.” – recitava il biglietto di accompagnamento. La puntina del giradischi iniziava a girare nel solco, era bastato sollevare la leva e poi abbassarla, come ogni volta, demolire le difese e i preconcetti. Gli alberi quasi spogli ondeggiavano nel rigido vento autunnale, il buio fuori non era ancora assoluto ma la lampada in soggiorno era già accesa, il chiarore flebile. Un incipit solenne sbriciolava enormi distanze spazio-temporali, la piccola stanza modesta diveniva all’istante cattedrale, sede di una funzione sacra, di raccoglimento. Gli strumenti entravano ordinati, uno alla volta per non rubarsi la scena l’un l’altro, per rispettare i ruoli e accentuare la forza del singolo come, infine, dello splendido amalgama risultante. Ecco le tastiere, violino e violoncello, e poi il pianoforte. Anche l’elettronica, strumento di presente e futuro, e pertanto visto con diffidenza, aiutava a strecciare la corda attorno al collo del signor Cermak offrendogli un ulteriore boccaglio dal quale prendere aria. Bastava chiudere gli occhi e scenari mutevoli si materializzavano, pescati da epoche distanti tra loro. La storia diventava tangibile, materia viva; migrazioni di popoli e diaspore, guerre, epidemie, colpi di stato e città abbattute e ricostruite. Gli archi fabbricavano trame dalle tinte perlate per dar voce alla malinconia. Pavel Cermark si aggrappava alle certezze come chiunque nutre timore per l’ignoto e ha la ferma consapevolezza di non poter più disporre di armi valide per ostacolare l’avanzata del tempo, per invertire il corso degli eventi. Lo sconforto era però teneramente attutito dall’affetto verso settant’anni tutto sommato privi di rimorsi ma, piuttosto, ricchi di emozioni, di avvenimenti, di sentimenti. Si stava incamminando verso una vecchiaia felice, era da riconoscere. La musica si alternava tra movimenti carichi d’intensità e altri in cui invece la leggerezza emergeva limpidamente, una fresca brezza a carezzare le calde guance dell’uomo.
La notte ora confondeva le sagome della natura al di là della finestra, l’oscurità era totale e il signor Cermak aveva reclinato il capo sul petto una volta che anche l’ultima nota si era dissolta nell’aria. Si era addormentato seduto, una spessa coperta addosso e un libro adagiato sulle ginocchia. L’indomani l’avrebbe guardato con amore, prima di rimetterlo al suo posto.

Federica Giaccani

2. Swans – To Be Kind

Data di Uscita: 13/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Dal libro di Υπηρέτης

Mi rivolgo a voi. E per mezzo di me anche Lei si rivolge a voi. Voi che sentirete le mie parole e vi darete ascolto. Voi che vi salverete quando Lei poserà lo sguardo alle vostre opere. Alle vostre vite. E con occhi pieni di temibile misericordia pronuncerà la parola. Υπηρέτης. Servo. Perché solo asservendovi totalmente al Suo volere sarete meritevoli di misericordia. Mi rivolgo a voi. Fratelli. Che ascolterete la mia parola. E attraverso la mia parola la Sua. E sarete timorosi. E chinerete il capo. E seguirete la Sua volontà.
Io sono solo un umile servo. Non ero nulla se non un peccatore. E niente della mia vita passata ha senso prima di quel giorno. Il giorno in cui Lei mi apparse come in un sogno che sogno non era. Come di veglia in un mondo senza giorno. E le ombre erano immobili alla luce tremolante dei falò.
Sono stato un peccatore. Nei lidi ai quali approdavo il calore era solo ebbrezza. L’amore era solo decadenza putrescente al fragile riparo di un obolo. La luce era solo rifiuto. La salvezza scorreva nelle vene sotto forma di veleno. La vita giaceva abbandonata ai piedi di sentieri di tenebra. Il tempo non esisteva in quei lidi. E Lei venne per condurmi in un porto di acque sicure. Mi apparve con le sembianze di un gabbiano dorato. E teneva nel becco una squamosa lucertola. Quella lucertola era la vita mia. Una vita di soli peccati. E come in un lampo. In un fragore solenne. Strinse la presa e la lucertola venne tagliata in due. Ed il suo sangue si riversò copioso sul mio capo. Mentre un dolore inimmaginabile mi prendeva tutto. Poi il sangue smise di cadere. Ed il gabbiano si posò davanti a me. Al suo fianco sinistro vi si trovava un feto a me legato. Dal suo equilibrio al mio. E sentivo la sua vita pulsare attraverso di me. Il dolore si placò e la sofferenza abbandonò le mie membra. E attraverso gli equilibri quella vita ancora da nascere faceva rinascere me. E potei sentire la Sua parola. E capii che ero stato salvato. E che dovevo incamminarmi per essere il Suo strumento tra gli uomini. Il gabbiano annuì. Mi ridestai da quel sogno che sogno non era. Mi addormentai in quella veglia priva del giorno. E mi ritrovai inginocchiato sulla via. Con in bocca il sapore del sangue. E davanti a me un frammento di quel sogno che sogno non era. Che mai ha respirato all’infuori di me. Che mai ha visto la luce se non attraverso i miei occhi. Il cui cuore non ha mai battuto se non nel mio.
Io non ho più un nome perché nessuno può chiamarmi se non Lei. Io sono. Υπηρέτης.

* * *

Peregrinavo. E incanutivo nel mio vagare. Una città di luci comparve davanti ai miei occhi. E potevo vedere uomini e donne perdersi in quello splendore che nascondeva lo squallore dei nostri tempi. Vedevo l’affaccendarsi di piccole creature così simili a me alla ricerca vacua del piacere. Che celebravano con riti pagani il totale asservimento all’edonismo. E vidi che la città di luci era in realtà la tenebra più nera. E capii perché Lei trovasse così ripugnanti le sue stesse creature. Creature che avevano rinnegato il Suo nome. E che si credevano liberi padroni del Suo Regno. Ed ecco che sentii la mia natura abbandonarmi per trasformarsi in collera. E nelle mie mani comparve un bastone di fuoco. E mi diressi verso la città di luci.
I peccatori mi deridevano indicandomi col dito. Si facevano beffe di me. Ma non mi feci fermare perché sentivo che il Suo volere stava per compiersi. E dal bastone che stringevo tra le mani uscirono lingue di fuoco che andavano ad abbattere coloro che ridevano di me. Che ridevano di Lei. E questi caddero riversi al suolo nel loro stesso sangue. Le luci si squarciarono di fronte al terrore suscitato dalla Sua potenza. E sentii Lei ridere attraverso la mia bocca. Mentre uno alla volta i peccatori precipitavano sulla terra che tanto amavano ma che non poteva dare loro la vera Salvezza.
Ecco. Io dico a voi che mi ascoltate che quella notte Lei ha condotto alla rovina la città di luci per mezzo del Suo servo. Perché il Suo giudizio è verità. E non c’è redenzione nella colpa. Non c’è speranza nel peccato. E la morte non sarà un sollievo per i peccatori che nell’assenza della Storia moriranno ancora infinite volte.

* * *

Non ci è dato sapere quando l’aria smetterà di scorrerci nelle vene. Ma il profeta ha sentito il Suo sussurro e sa che il proprio destino è stato tracciato sino alla fine. Un sentiero tortuoso. In mezzo alle spine. Sassi appuntiti. Bestie feroci. Infinite insidie. Perché Lei ha voluto saggiare l’obbedienza del proprio servo. E ha guardato a lui con occhio severo. Ed è stata con lui più intransigente. Ma quando giungerà il momento lo eleverà sopra tutti. Il Suo alito si poserà sul suo dormire. E lo avvolgerà il sonno eterno. Perché le labbra del profeta hanno reso Lei il giusto onore.
E voi che ascoltate le mie parole. Che sono le Sue. Anche voi non dovete temere la morte. Non abbiate paura di dire addio a questo mondo. La Sua volontà si compirà nel sonno. In una giornata privata del sole. E non stupitevi se non sarà un comodo giaciglio ad ascoltare i vostri ultimi sogni. Non disperatevi se qualche mercante di false speranze vi chiederà di rivolgere a lui le vostre ultime parole. Non angosciatevi se i vostri panni non saranno degni dell’occasione. Non piangete per lo scadere delle vostre ore da umili servi. Perché per voi Lei ha riservato il posto migliore nei cieli. Farà riecheggiare le Sue parole tramite la vostra voce per i secoli a venire. Vi vestirà con la Sua benevolenza e risplenderete di grazia sopra tutti gli uomini.
Prestate orecchio. Lei attraverso me vi ha parlato. Io sono. Υπηρέτης.

Dalle lettere di Υπηρέτης alla madre

Madre,
un sogno inquietante una notte ha turbato il mio dormire. Una visione terribile e rivelatrice. Mi sono risvegliata in un bagno di sudore. Nel terrore di una vita persa. Nel dolore di una morte improvvisa. Ti sono vicina. E spero che anche il tuo pensiero sia rivolto a me in questo momento. Tu che conosci bene la sofferenza di veder fuggire la vita cresciuta nel proprio grembo.
Piango con te Madre perché so di averti deluso. Perché so di non aver prestato ascolto ai tuoi avvertimenti. Ai tuoi consigli. Ho voluto seguire la strada che mi ha condotto lontano da te e dalla tua grazia. Ma mi sono persa. Imploro il tuo perdono per aver condotto una vita dedicata alla perdizione. Ho creduto di poter trovare la salvezza nel veleno. La libertà nella lontananza da ciò che ero. Nella lontananza da te. L’amore in letti sconosciuti. Ero convinta con una certa arroganza di poter bastare a me stessa.
Ma una notte un sogno mi ha risvegliato. Ho perso tutto. Non ho più niente. La vita nel mio grembo si è spenta nel sangue delle mie colpe. E sono sola. Questo mondo non conosce che cosa sia l’amore. E’ l’uomo stesso ad allontanarlo da sé per poi rimpiangerne l’assenza. Che cosa ci meritiamo se non tutto il male che procuriamo a noi stessi? Che pietà cerchiamo quando siamo i primi a non concederla? Siamo peccatori senza redenzione. Siamo costantemente alla ricerca del dolore per poter compatire la condizione che noi stessi abbracciamo.
Madre. Tu solo puoi capire le mie lacrime. Tu solo puoi asciugarle. Io non permetterò più a me stessa di affogare in questa feccia. Non ricercherò più un barlume di luce nei sentieri di tenebra. Troverò la forza di liberarmi dal giogo delle mie colpe. Se solo troverai la forza di perdonarmi. Se solo riuscirai a passare la tua mano tra i miei capelli come facevi un tempo cercando di preservare la mia innocenza. Quando ancora infante io ti amavo senza saperlo.
Mi ritrovo ora nel deserto. Tra luci accecanti e suoni falsi. Mentre l’umanità che mi circonda si affanna a vendere la propria anima demolendo il tempio che la contiene. Come io ho fatto un tempo. E mi accorgo che non sono mai stata così sola.
Madre. L’uomo non merita alcuna pietà se non è capace di risollevarsi da solo. Deve perdere tutto per rendersi conto che già prima di raggiungere il fondo non aveva niente. Le genti mi deridono per il mio aspetto. Per le mie parole. Per i miei avvertimenti e per la mia storia. L’uomo che brancola nel buio del peccato è convinto di essere forte. Ma l’uomo non è forte Madre. E se ha bisogno di un segno per capirlo io darò all’uomo questo segno. Distruggerò queste luci. E illuminerò la sua fragilità. Altro non siamo che debole carne. E basta un nulla per ritrovarsi al suolo in mezzo al sangue. Farò vedere a questi peccatori quanto è fugace la nostra esistenza se non siamo in grado di discernere ciò che illumina da ciò che acceca.
Distruggerò la città di luci per dimostrarti che sono cambiata. Ma dammi un segno della tua presenza.
Amami ancora.

* * *

Madre.
Questa sarà la mia ultima lettera. Perché è giunta la mia ora. Io ti amo. Amo te e te soltanto.
Un mercante di false parole è venuto a chiedermi se volessi rivolgermi al suo dio per implorare perdono. Ed io presa dalla rabbia ho voluto strappargli gli occhi. Perché è già cieco. E non ha visto che io sono già stata salvata. Mi hanno percosso ancora e ridotto il mio corpo in sterili macerie. Non riusciresti più a riconoscere il mio volto Madre. Mi hanno denudata. Inflitto dolore alla mia carne credendo che così facendo mi sarei sentita punita. Ma non ho dato loro alcuna soddisfazione perché tanto io lo so che devo morire. E la mia lingua ha cantato salmi di gioia perché seppur piangendo per le ferite sulla mia pelle non ho sofferto. Io solo per la tua mancanza soffro.
Madre. Sii sempre gentile con chi ti chiede una carezza. Ed anche se non mi rispondi io so con certezza che tu ci sei. E mi osservi. Mi osservi vero? Perché mi manchi tutti i giorni. Lo vedi che sono diversa? Lo vedi che ora puoi amarmi? Amami anche solo per un secondo. Per quel secondo prima che il loro odio venga iniettato nel mio corpo. Per quel secondo prima che il mio cuore smetta di battere. Per quel secondo in cui dormirò e non mi accorgerò di nulla. Distesa su uno scomodo giaciglio artificiale al quale mi legheranno. Come vengono legati i capretti prima di essere macellati. Come vengono imbrigliati i cavalli prima di essere soppressi. Ma per quel secondo. Per quell’immobile secondo. Pensami.
Addio Madre.
Amami ancora.

Pietro Liuzzo Scorpo

3. Loscil – Sea Island

Data di Uscita: 17/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Le città non sono mai abbastanza grandi, quando siamo in cerca di evasioni.
Le città non sono mai abbastanza intime, quando siamo in cerca di calore, di un abbraccio.

Le feste erano da poco cominciate a Vancouver; in quelle giornate tutte uguali di assoluta libertà ma anche assoluta ripetitività, vagavo come un povero cane che aveva smarrito la via di casa. I saluti e gli auguri agli amici in partenza apparivano talmente distanti da percepire falsato il flusso del tempo, le ore si erano nel frattempo allungate, sfibrate, moltiplicate. Avere a che fare con la solitudine in una città vittima di un ricambio di volti, via i residenti – benvenuti turisti, era a suo modo destabilizzante. E non fosse stato per l’inatteso vento sferzante, sarei corso a guardare il mare accovacciato su una banchina, con gli occhi fissi all’orizzonte e una busta di pistacchi incastrata tra le gambe, i movimenti delle mani meccanici per sgusciare i frutti e portarli alla bocca, l’udito vigile per cogliere ogni sussulto.
Qualche falcata veloce per divorare in fretta la gradinata d’ingresso, e trovai presto rifugio tra le sale della Galleria d’Arte, uno di quei posti elencati nella wishlist del visitatore modello, ma snobbati e sottovalutati da qualsiasi residente, con l’alibi di “tutto il tempo del mondo davanti”. Le aspettative non rientravano nemmeno lontanamente tra le prerogative del caso, piuttosto lo scopo era sopravvivere al freddo, e alla noia. Con le cuffie dell’audioguida alle orecchie, con l’intento di calarmi il più possibile nella poetica delle opere esposte, sfilavo rapidamente davanti a teche contenenti gioielli esotici, istallazioni surreali di poco fascino, imitazioni di preraffaelliti. Quando capitai in quella stanza completamente bianca, illuminata da affilate fessure tra il parquet in rovere sbiancato e le pareti, trasalii emettendo una specie di goffo gemito, tant’è che la signora addetta alla sorveglianza mi fulminò con un’espressione di sdegno, di rimprovero. Lo scenario sembrava estrapolato da un film in bianco e nero, anche le fotografie che campeggiavano sui pannelli raffiguravano mondi in scale di grigio, e la donna canuta seduta all’angolo vestiva un tailleur color antracite. Per un attimo provai vergogna per il mio cappotto blu, ma soprattutto per la sciarpa scarlatta. Evidentemente era un azzardo. Tentai di accantonare l’imbarazzo, mentre la voce registrata aveva preso a narrare la storia strappalacrime di quell’artista straordinario che stavo scoprendo allora, per la prima volta. Si trattava di un uomo già avviato sul sentiero della vecchiaia, una specie di eremita contemporaneo sordomuto, in un’isola remota, chissà dove nel Pacifico. Un avventuriero canadese ci era approdato dopo una strana combinazione di eventi, e per mia fortuna aveva riesumato velleità da mecenate, non appena l’anziano uomo gli ebbe mostrato una serie di immagini scattate sulle rive di quel luogo indefinito, all’indomani di una violenta tempesta. Non aveva altro modo per esprimersi, se non le istantanee, che fissavano indissolubilmente squarci di rovine naturali e litorali sfigurati. Tuttavia, tanta era la potenza delle fotografie davanti a me, che quasi udivo il verso stridulo dei gabbiani assiepati sulla battigia e lo sciabordio delle onde scomposte, percepivo l’odore salmastro, avvertivo la consistenza del legno umido, riversatosi a terra per i marosi.
L’impulso nel voler dar voce a quelle storie visive venne da sé, per tramandare una narrazione che altrimenti sarebbe rimasta confinata tra le mura della galleria o poco più, o ingiustamente taciuta. Un complicato scambio epistolare tra me, il vecchio esule e i curatori dell’esposizione terminò con un aperto lasciapassare, e totale carta bianca. L’epifania era già avvenuta, dal primissimo istante. Ricreare un isolamento, una tempesta artificiale e i suoi effetti, uno sfondo asettico come quella sala qui a Vancouver, pronto per essere inondato, deturpato, e infine lasciato solo nella sua quiete. Il compito era ancora più semplice, in una città di mare in cui bastava un ponte per raggiungere un’isola, e dimenticarsi, con grande sforzo d’immaginazione, che accanto alla natura selvaggia coesisteva un aeroporto. Sea Island era lì.
Il racconto attinse da registrazioni ambientali, ma allo stesso tempo si snodò attraverso minuziose melodie di archi, pianoforte e trame elettroniche. L’inquietudine e la pace convivevano armonicamente, non facevano che passarsi la palla, ammiccarsi e succedersi attraverso offuscamenti e bagliori palpitanti. L’acqua affiorava in superficie, la si sentiva avanzare e ritirarsi, lambire i contorni di ciascuna presenza. Il suo rumore non svaniva mai del tutto, si faceva pesante quando impregnava i tronchi morti, si trasformava in leggero ed evanescente quando evaporava sfumando la linea di orizzonte. Volevo riservare cura estrema al dettaglio, rendere al meglio le suggestioni avute grazie ai chiari scatti dell’uomo. Dedicai l’episodio più cristallino a Iona, oasi ancora vergine da interventi invasivi, ed edificai un crescendo di campanelli su fondo etereo, fino al pulsare della materia liquida. A più riprese intervenivano voci e sussurri, ad amplificare sensazioni vagamente sinistre e nostalgiche. La complessità emotiva rappresentava intrecci di luci e ombre, angoli quasi primitivi e incontaminati che appaiono nella loro drammatica autenticità anche in seguito a mareggiate.
Il direttore artistico della Galleria d’Arte fu entusiasta del risultato, e anche l’avventuriero grazie al quale le opere dell’anziano fotografo erano sbarcate a Vancouver si profuse in complimenti e parole di riconoscenza. Di lì in avanti il connubio di immagini e musica intraprese un viaggio intercontinentale, un divenire di tappe per portare la Natura assoluta dove non vi è mai stata, o dove purtroppo è scomparsa.

Le città non sono mai del tutto ostili, quando esiste un mare ma anche una riva che ti consentono di ritrovare l’essenza delle cose.

Federica Giaccani

4. Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra – Fuck Off Get Free We Pour Light on Everything

Data di Uscita: 21/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

La casa aveva pareti spesse e solide, quei muri vecchi eretti da maestranze esperte e rigorose, la famosa operosità eccellente del passato. Da bambino supponevo ci fosse un nesso diretto tra la stabilità degli edifici e quella delle famiglie che in essi abitavano e vedevano succedersi le generazioni: costruzioni ben piantate a terra, dai paramenti consistenti, potevano presentare dei minimi difetti, delle imperfezioni quasi irrilevanti, eppure rimanevano imperturbabili ad eventi esterni di ingente entità, resistevano malgrado malevole sollecitazioni. Parimenti, le famiglie di un tempo traevano la loro forza dalla coesione e dalla solidità delle loro basi, da legami di sangue che – spontaneamente – sarebbero bastati di per sé a vincere qualsiasi naturale difficoltà avesse osato insinuarsi.
Tuttavia un limite c’era, e non serviva un’intelligenza spiccata per accorgersene. Bastava mettere da parte l’inguaribile ingenuità della giovinezza e sgranare gli occhi il più possibile dinnanzi allo stato delle cose. Questi meccanismi così apparentemente ben congegnati erano tanto resistenti quanto dotati di precisi punti deboli atti a smascherare le labilità. Fragilità recidive, errori persistenti, talvolta crisi esterne e indipendenti dalla volontà del singolo, fungevano da detonatori di dinamite, e di lì a poco la crepa che ormai si era aperta sarebbe soltanto andata allargandosi, presagendo macerie. La ricostruzione poi nessuno l’avrebbe ritenuta impossibile a priori, certo è che il lavoro da fare sarebbe stato cospicuo, la lena da riversarvici senz’altro indispensabile.

Il tacchino si stava rosolando nella pentola sul fornello, la mamma arrancava con crescente fatica e l’anca ormai arrugginita nel nutrire le fauci dell’enorme camino in mattoni con la legna umida raccolta il giorno prima da Thomas nel bosco. Marie friggeva le uova strapazzate per la nostra tardiva colazione. Fuori l’inverno era piombato di netto su ogni cosa, cristallizzando lo strato superficiale delle pareti, congelando i ruscelli, stendendo tappeti ghiacciati su strade e marciapiedi. Un inverno definitivo e risoluto. Sembrava un giorno come un altro, Marie ed io facevamo il possibile per farlo apparire così, se non altro agli occhi di nostra madre, la cui vecchiaia sopraggiunta all’improvviso e abbondantemente anzitempo non permetteva vistosi sbalzi d’umore, né sorprese. Un basso profilo sostanzialmente appiattito sulla quotidianità era la cura migliore, persino più efficace della lunga lista di ansiolitici che il dottor Huber, nostro vicino di casa e farmacista del paese, aveva appuntato con lodevole premura nell’ultima ricetta prescritta.
Thomas aveva perso il lavoro da qualche mese, era un discreto elettricista ma la piccola ditta che lo aveva assunto aveva chiuso i battenti dopo un lungo periodo di attività stentata; Montreal era così divenuta troppo dispendiosa per le sue tasche ormai semivuote, i risparmi che era riuscito ad accumulare col tempo non bastavano per metterlo al riparo da un costo della vita di città oggettivamente insostenibile. Era dunque tornato in paese, a vivere con la mamma e me e Marie, ancora alle prese con gli studi del liceo. Jerome – il maggiore tra noi quattro – era l’unico a non avere grosse difficoltà economiche, gestiva due locali a Montreal alternandosi tra un bar del centro il giorno, e un rinomato ristorante di sushi la sera; praticamente aveva rinunciato ad avere una vita sociale, di contro non avrebbe mai patito la miseria. Mi chiedevo chi di noi stesse davvero vivendo la vita che aveva sperato per sé; in realtà nessuno, si trattava solamente di valutare quale fallimento risultava più facilmente tollerabile. E abbellire ogni giorno le sventure coi colori caldi delle gioie semplici, una passeggiata al parco, una telefonata, un film da guardare sul divano, una tazza di cioccolata calda. D’altra parte non eravamo ancora sprofondati in un oscuro baratro senza ritorno, ci si armava di pazienza e leggero disperato ottimismo, si andava avanti.

La casa aveva pareti spesse e solide, la mia famiglia l’aveva acquistata troppo tempo addietro e accudita con l’amore che si riserva soltanto a pochi eletti. Qualche anno fa, e io e Marie eravamo ancora piccolini e poco consapevoli per averne memoria accurata, una crepa si era venuta a formare lungo uno spigolo, erano scaturiti i primi dissesti, e la stabilità globale rischiava di venire irrimediabilmente compromessa: nostro padre venne arrestato una sera d’estate, tentato omicidio ai danni del suo ex socio in affari, il quale stava cercando di fare il furbo fregandogli tutti i risparmi e fuggendo col malloppo nella costa Ovest. Inutile dire che da lì in poi si innescò una reazione a catena, i soldi che mancavano, la depressione e l’ansia di nostra madre, i sacrifici di noi tutti, l’unità familiare in bilico.
Oggi papà sarebbe uscito di galera, ma alla mamma abbiamo impedito sin da subito di tenere il conto dei giorni, dei mesi, degli anni; abbiamo lavorato sodo per instillarle un certo nuovo equilibrio, per costruire un sostegno congiunto al riparo delle attese e contro una vita condotta in nome di un unico scopo che sarebbe stato incontrare di nuovo suo marito. Col tempo c’è stata la riappacificazione nonostante il crimine, c’è stato il perdono: è impossibile dimenticare cosa significa essere una famiglia, nonostante tutto. Essere una vera famiglia è la fortuna più grossa che ci sia capitata, e da lì soltanto si poteva compiere una ripartenza, una specie di ricostruzione delle mura dissestate dalle macerie.

Thomas accende il motore dell’auto e una nuvola di vapore sbuffa da terra, per contrasto con il suolo ghiacciato; lentamente la condensa nei finestrini si dirada mentre io e Marie aiutiamo la mamma a salire, non senza aver faticato a convincerla che il tacchino sarebbe stato buono anche riscaldato la sera. Jerome ci avrebbe aspettati a Montreal, davanti all’ingresso del carcere, a riprenderci nostro padre. Thomas infila un disco nel lettore cd prima di inserire la chiave nell’accensione e ci tiene a spiegare che per oggi ci vuole della musica seria. Mi passa la custodia dell’album da riporre nel cassetto ma l’immagine che vedo mi attrae, un bagliore quasi accecante campeggia al centro di una scena in bianco e nero dai toni caldi, Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything. Mi sembra l’augurio più calzante, oggi, e mi sorprendo a prestare attenzione già alle note che, dirompenti come un’esplosione inattesa, invadono l’abitacolo. “Non fate i coglioni voi due, sì Marie dico a te, e anche a te” – tuona Thomas toccandomi la spalla prima di impugnare la leva del cambio. “Questi ragazzi sono di qui e cantano e suonano per noi, parlano di noi tutti. Non fate gli sfigati che non ascoltate giusto perché siete incastrati con l’hip hop e i bambinetti sbarbatelli da boyband!”
Tuoni, rock gridato tra deliziose incursioni di archi, una cavalcata selvaggia, passione e disperazione.
That what we want will never be
In between we fuck and dream at living free again

Thomas urla sopra le voci del gruppo e batte con foga il tempo sul volante. Nei testi sono racchiuse le disgrazie della gente comune, la rabbia politica, i disagi sociali; le voci si fondono e si compenetrano, al pari del binomio dicotomico tra impeti di batterie e chitarre graffianti e le carezze tiepide di violini e contrabbasso. Rock e folk, e post-rock.
All we want is what we’ve owed
We’ve all of us carried this load

I colori sono scurissimi, poi arrivano piccole parentesi di dolcezza e poi la luce da tanto bramata.
“What we loved was not enough
But kiss it quick and rise again
(the day has come when we no longer feel)”

La mamma tace ma non appena riconosce il tragitto, percorso ormai tanti anni addietro ma mai scalfito nella memoria, serra un istante gli occhi e stringe la mano di Marie, seduta accanto a lei nel sedile posteriore; mantiene uno sguardo appartentemente assente e superficialmente posato sulle strade e gli edifici che ci sfilano accanto, mentre la musica diventa più scarna e riflessiva.
Thomas parcheggia l’auto e si ferma, Jerome è già arrivato e ci aspetta, scendiamo silenziosamente con la forza e la speranza che illuminano un nuovo inizio.

Federica Giaccani

5. Ben Frost – A U R O R A

Data di Uscita: 26/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

“Non avrai altro Dio al di fuori di me.”
Sembrava impossibile crederci, o almeno così appariva a me, miscredente impenitente.
Rifuggivo la religione come fosse un’appestata, per coerenza a convinzioni radicate in anni e anni di esperienze, per testardaggine col tempo tatuata addosso. Lui, un dio terreno e immanente, stava tessendo tappeti sonori ai confini del mondo, mescolando luci e tenebre, synth bianchissimi e nere percussioni, il bene e il male.
La pelle indurita dal peregrinare per le dure terre dei Carpazi, i graffi di lupi e le escoriazioni di vetri rotti richiedevano tempo necessario come minimo a ricucire le ferite e riappropriarsi della forza primordiale per governare il mondo. La guarigione era quantomeno necessaria per intraprendere una nuova missione tanto impegnativa quanto epica.
Egli cercò il ritorno in Patria, perché sì il culto prevede l’universalità della risposta, ma le basi per irrobustire una certa dottrina impongono concentrazione e dedizione assolute; protetto da terreni di nota asprezza, sapeva bene dove scovare insolite fascinazioni e i segreti di reazioni chimiche debordanti, al riparo da qualche curioso disturbatore che di tanto in tanto andava accenando incursioni per verificare coi propri occhi anziché credere senza riserve. A quanto pare San Tommaso non era soltanto un biblico ricordo.
Di contro, erano anni che dinnanzi a Lui avevo imparato a plasmare la mia Weltanschauung. Cieca fiducia e totale abbandono. Attesa paziente, congiunta a simili attese disseminate per i continenti, silenti ma conscie di trovarsi in stasi apparente, ché era questione di giorni – se non di ore. Quando il momento arrivò, nessuno seppe se la gioia stesse superando la sorpresa, o meglio ancora lo stordimento; in questa religione le epifanie scuotono l’anima tanto quanto il corpo, non vi è modo di farsi coinvolgere spiritualmente senza avvertire le membra possedute da tale forza (sovran)naturale.
Le percussioni battevano impazzite come ingrediente inedito in una tavola periodica già satura di elementi pre-combinati e lasciati reagire in giochi di esplosioni metalliche e parentesi di quiete destinate a essere spezzate all’improvviso. Sembrava che il nostro demiurgo avesse imbastito un dialogo complesso tra la natura e suoi derivati; talora il confronto prendeva pieghe drammatiche tramutandosi in disputa e mostrava le due parti battersi strenuamente per avere una certa rivalsa, altre volte si conveniva presto a un accordo spontaneo, fatto di trame dense e fitte, di avvolgimenti reciproci e passaggi di palla armoniosi.
Il rito pagano aveva luogo alle pendici di un vulcano, ma aveva richiesto un cammino impervio per guadagnarsi la meta agognata, tra sbruffi di geysers e distese lunari. Non bastavano quindi le cicatrici avute come pegno dalle imprese passate, la catarsi andava completamente portata a termine. E a quel punto egli si trasformò in un sapiente direttore d’orchestra, facendo imbracciare gli strumenti musicali alla natura stessa, la quale si prodigò in una miriade di declinazioni sonore da lasciare tramortiti, sovrastati, affascinati. Gli acciai affilati innestavano tagli netti alle superfici rugose di rocce e terre più morbide, piogge di lapilli iniettavano il cielo di materia incandescente su musica battente dalle derive industrial e il ruggire delle lamiere. Si palesarono due aiutanti, eletti prescelti per potenziare ulteriormente la funzione: frustavano tamburi con violenza liberatoria e occhi chiusi, incarnando, in danze convulse e tribali, il cuore pulsante del centro della Terra. Intorno era tutto un andare e venire di coordinazioni e asincronie, di sublimi contrasti tra atmosfere sintetiche che lambivano i territori della techno e soavi aperture riappacificanti, rintocchi di campane lontane. In un simbolico moto ascensionale ci si andava nutrendo di sussulti infernali oscuri, animaleschi, di cenere grigia che sporcava qualsiasi accennata melodia con substrati gracchianti, di ghiacci acuminati, mentre il climax in progressione si stava dirigendo furioso verso il suo acme a lungo desiderato.
L’Aurora deflagrò nella volta celeste, stupenda e commovente, abbracciando di un chiarore bianco e vitreo tutti noi al cospetto. Gli sguardi fissi in alto per rapire una ad una tutte le sfumature, pupille affamate e ingorde, finché arrivarono al punto in cui la luce divenne davvero accecante e oscurò di colpo retina e campo visivo, ché rivelazioni come quelle sono irripetibili e hanno comunque un prezzo da pagare, anche caro. A single point of blinding light.
Rimasero le emozioni, a fatica comunicabili a parole ma ancora saldamente vive nello stomaco impregnato di meraviglia e di turbamento, nel tremore delle mani, nella pelle d’oca, nella memoria colpita affondata e riempita, nel cuore devoto.
E quando ci chiederanno le ragioni che sottendono la resa incondizionata sapremo tutti avvalerci dell’ineffabilità della fede. Sola fide.

Federica Giaccani

6. Kangding Ray – Solens Arc

Data di Uscita: 24/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lo stridore di una frenata disperata, segni delle gomme sull’asfalto nel tentativo estremo di evitare lo schianto, lamiere accartocciate, un orrorifico scenario che precludeva la benché minima possibilità di salvezza.
Dmitri era intrappolato tra i resti della sua auto, aveva visto senz’altro tempi migliori quella berlina riadattata e rimessa a nuovo ad ogni incidente. Piet, rivale nella notte appena trascorsa, era spirato all’istante nella morsa della macchina da corsa presa in prestito dal cugino. Una gelida alba rischiarava il cielo plumbeo, un flebile raggio di luce fredda trafiggeva la coltre di nubi illuminando la scena come una cinepresa collocata a una distanza siderale. Una strada diritta, la neve, i boschi intorno e quell’odore pungente di urina, una triste libertà espressiva di un corpo ormai andato. Il sangue gocciava sulla candida coltre che copriva i campi, altro era schizzato come vernice al momento dell’impatto. Silenzio mortifero assoluto, fatta eccezione per il gracchiare fastidioso di uno sparuto stormo di uccelli tra le fronde degli alberi.

Dmitri era un uomo avvezzo al rischio. Cresciuto nella povertà radicata di un non bene precisato Stato nell’Europa orientale, aveva perso entrambi i genitori a causa di un’epidemia scaturita dalla miseria; gli zii erano riusciti a fuggire dalla campagna anni addietro grazie alla loro lungimiranza, piccoli risparmi accumulati nel tempo permisero loro un riscatto e una casetta al caldo, in un paese di nemmeno cinquemila anime. Incapaci ad avere figli propri, si offrirono spontaneamente di accogliere lui e suo fratello maggiore, e di crescerli con amore. Malgrado gli insistenti tentativi, Dmitri non era fatto per studiare; con un’istruzione zoppicante, l’unico modo per raggranellare un po’ di spiccioli era accettare lavoretti di fortuna. Goran, più grande e più saggio, era dotato di un’indole forgiata al sacrificio: sapendo bene che i guadagni sarebbero arrivati col sudore e la dedizione, aprì un forno in cui produrre e vendere il pane, e il negozio divenne ben presto un porto sicuro anche per quello scavezzacollo di Dmitri, qualora restasse a secco tra le ore passate ad aiutare il meccanico del paese, e quelle perse fumando sigarette per strada mentre si bullava coi ragazzini delle scuole.
Quando entrò nel giro delle corse clandestine, e delle scommesse, nessuno si stupì. Non era prevista redenzione per un uomo votato alla nullafacenza. Il tempo trascorso con mani e abiti sporchi d’olio a imparare i segreti delle macchine veniva se non altro ripagato, Dmitri si divertiva e aveva occasione di sfoggiare il suo ego, i soldi fioccavano con una semplicità sorprendente. Le sere in cui non gareggiava, si recava nel capannone dismesso di proprietà di conoscenti a bere liquori pregiati e ascoltare musica techno industrial di importazione tedesca, uno di loro era emigrato a Berlino ma di tanto in tanto tornava a casa portando con sé vinili e aneddoti da condividere tra casse di alcolici e cicche. Scoprì che quella musica gli era congeniale per prepararsi psicologicamente alle sfide, i pezzi tirati – quasi ballabili – gli pompavano l’adrenalina nelle vene. S’infilava i guanti in pelle fissando la propria immagine sullo specchietto retrovisore, un volto scavato e costellato di imperfezioni e cicatrici, gli occhi piccoli iniettati di sete di vittoria; il piede batteva nervoso a terra, tra i pedali, mentre i bassi picchiavano a martello dalle casse dell’auto, scurissimi, come le strade perdute in cui andava ogni volta a giocare con la sorte. Per i giri di ricognizione, prima degli incontri, prediligeva brani più rarefatti e sospesi, che gli lasciavano spazio a sufficienza per concentrarsi sull’obiettivo e sgombrare la mente da eventuali fremiti d’insicurezza. I suoni sapevano di asfalto, di macerie, di paura, di brividi; marce cattive e desolate da ascoltare come un rituale, di corsa in corsa, per scrollarsi di dosso i fantasmi e le ferite delle competizioni precedenti e arrivare pronto a destinazione, e premere ancora una volta il gas verso l’ignoto. Aveva sempre riportato a casa la pelle, e nonostante i tentativi di dissuasione da parte di Goran che non si dava per vinto era lì, di nuovo, a scommettere se stesso. Sfrontato e spaccone, segretamente aveva chiara la percezione del rischio, e gli piaceva.

Nell’aurora di ghiaccio di un giorno qualunque, Dmitri guardava neve e alberi dal filtro sporco della ragnatela di vetri semirotti, nella sua berlina in bilico. Il respiro affannoso non avrebbe retto a lungo, sperava che fissando immobile le cime dei pini avrebbe congelato il tempo, in attesa di soccorsi.
Cinquanta chilometri a Ovest, alle porte del centro abitato più vicino, un falegname stava affastellando la legna sul camion prima di mettersi in viaggio per la consegna, attraverso il bosco.
Chissà se avrebbe fatto in tempo a salvarlo.

Federica Giaccani

7. Mogwai – Rave Tapes

Data di Uscita: 20/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Clepsamia

Camminava. Un passo dopo l’altro. Un piede avanti all’altro. Sequenzialmente. Pedissequamente. Dietro alla vacuità della giornata. Assecondando l’assenza di colori di un cielo immobile. Specchio perfetto del nulla. Immagine nitida del niente. Se avesse dovuto elevare una preghiera ad un dio nel quale non credeva avrebbe detto una sola cosa. Fa’ che l’apatia non mi porti via.

La strada
Le vetrine dei negozi. Il cicaleccio pomeridiano invadente. Mozziconi da unire con linee immaginarie per formare contorni spezzati di figure inventate. Qualche pozzanghera tenta vanamente di essere macchia di Rorschach. Riflette un continuo andirivieni di vite. Si spezza la superficie calpestata. Assume una nuova forma. Ma ancora macchia di Rorschach non è.

I piedi si fermarono. E percepì nitidamente quella sensazione fastidiosa di essere vincolato al suolo. La Terra conficcata nei piedi. La piattezza di un’esistenza da bipede. Costretta a due soli gradi di libertà. Immaginò di vedere la città e le strade dall’alto. A volo d’uccello. E prima che potesse prendere coscienza dell’inutilità di quel pensiero entrò nel negozio di orologi.
L’uomo del tempo non aveva età. Impossibile quantificare gli anni che aveva trascorso in quel piccolo negozio. I capelli chiari. Sembravano cambiare colore al minimo movimento. Ora bianchi illuminati da un filamento incandescente in un bulbo vuoto. Ora biondi alla luce diffusa dalla coltre di nebbia che avvinghiava i tetti ed i palazzi. Gli occhi. Ora facevano trasparire una saggezza rara. Ora l’energia di un bambino alla fine della scuola. Quando l’estate è appena cominciata. I movimenti. Ora lenti e precisi chinato su ruote dentate e molle. Ora veloci e decisi a riordinare il tavolo da lavoro.

Il negozio di orologi
L’atmosfera del piccolo negozio. Calda. Come il legno. Lo spazio riempito dal lavoro di quell’uomo. Le pareti così piene da non poter dire di che colore siano. Non un singolo scaffale lasciato a sé stesso. Niente è vuoto. Una clessidra contenente sabbia in entrambe i bulbi. Assenza di mancanze. Pienezza confortante.

L’uomo del tempo alzò gli occhi su di lui. Lo fissò per qualche istante. Ma lui non si sentì inquisito. Non ebbe difficoltà a reggerne lo sguardo. Si sciolse in un sorriso appena accennato ricordando l’insolita felicità di un ricordo sconosciuto. Per niente distinto. Sono qui per l’orologio. Poche parole. Una meta precisa. Un desiderio univoco. L’uomo del tempo non disse nulla. Aprì un cassetto e tirò fuori quello che l’uomo di fronte a lui voleva. Glielo porse. Le lancette erano immobili. Segnavano le sette e trentasei. Di sera. Ma questo solo lui lo poteva sapere. Le lancette erano immobili. Laddove se le ricordava. L’uomo del tempo tornò a chinarsi sul proprio lavoro.

Il bagno degli uomini
Odore di neutralità. Azzurrino spento. Lo stesso odore delle piastrelle rettangolari che incorniciano gli orinatoi. Tirati a lucido. Un alone di igienizzazione sterile. Lavabo di ceramica. Rubinetto e fotocellula. Piange copiosamente all’idea di una carezza. E si interrompe quando la mano è ormai lontana.

Uscì dal bagno e si avviò al bancone. Ordinò un caffè. Guardò l’orologio appena recuperato dall’uomo del tempo. Le sette e trentasei. Di sera. Ne era certo. Distolse l’attenzione delle lancette. Il barista gli pose davanti una tazzina contenente il nettare nero. Ne assaporò l’oscurità. Ne odorò l’amarezza. Perse lo sguardo nel vapore che saliva in lente spirali. Se avesse dovuto elevare una preghiera ad un dio nel quale non credeva avrebbe detto una sola cosa. E’ ora.

La strada
Ora il buio. Ora il cono di luce di un lampione. Il silenzio rassicurante della sera. L’odore di aria fredda. Vetrine illuminate nel silenzio dei negozi ora chiusi. Ora il semaforo lampeggiante. Sporadiche macchine sulla strada. L’odore dell’aria fredda e secca. Un cielo rischiarato dalla mancanza di nuvole. L’incrocio al quale svoltare per tornare a casa.

Si fermò un istante. Guardò l’ora. Le sette e trentasette. Si fermò a guardare il cielo. E’ ora.

Pietro Liuzzo Scorpo

8. Gidge –  Autumn Bells

Data di Uscita: 23/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

………..

………..

tornavo ogni sera ad immergermi nel verde, quando la Luna sorrideva complice e niente di quel che mi rendeva me stesso, abitudini, manie, ricordi, poteva seguirmi. Lasciavo dietro alle mie spalle, nude, l’idea che gli altri si erano fatti di me, e girandomi davo un nome a quel simulacro pallido che tutti noi dobbiamo vestire per la maggior parte della nostra vita: timore. Di non essere all’altezza o di non rispettare i confini. Di avanzare nello spreco, di lasciare accese poche luci al nostro passaggio. Ed allo stesso modo in cui nella nostra vita al di fuori della natura dobbiamo vivere vincolati dai numeri e dalle circostanze, non possiamo spiegare ad un riccio cosa sia la povertà di contenuti, o ad un ago di pino che ci accarezza sull’avambraccio cosa sia il concetto di precedenza.
Entravo attraverso una porta rampicante dove le spine erano rivolte verso l’interno, aperta da una chiave che si materializzava nella mia mano ogni volta che riuscivo a dare un nome all’oggetto della mia ricerca. Capitava spesso che questo desiderio fosse semplicemente una domanda leggera e galleggiante che non entrava nel mio profondo, come una mano che sfiora la superficie di una fontana senza increspare l’acqua. Una richiesta non essenziale per continuare solo a vivere, come molti, ma indispensabile per respirare nel modo in cui lo intendono i poeti.
Trovavo la risposta all’interno di una mappa erbosa, dove gli alberi abbracciano la terra grazie a radici millenarie. Una regione senza nome, perché i confini e le demarcazioni sono inventati dagli uomini che hanno perso l’orientamento, che devono tracciare su un pezzo di carta la gloria delle loro gesta. Gli unici colori che le foreste si ricordano sono quelli del muschio, delle foglie che cadendo suonano come le campane d’autunno, mentre si dimenticano facilmente di quelli dietro quei simboli di divisione che sono le bandiere.
Ti ho riconosciuta in una notte di foschia, una delle più limpide che i miei occhi abbiano mai visto. I riflessi limacciosi delle pietre si diffondevano nella nebbia e sembrava che una tempesta di sabbia si fosse appena sollevata. Sei uscita dall’erba alta, nuda sotto una veste bianca, e ti sei immersa fino alle ginocchia nell’acqua del torrente. Dietro i capelli biondi la tua schiena aveva lo stesso rilievo della corteccia di un albero. Era un tratto mimetizzante con il quale ti confondevi in mezzo agli altri alberi, ed io mi resi conto di averti vista centinaia e migliaia di volte senza distinguerti.
I tuoi gesti erano quelli di una persona forte delle proprie convinzioni, ma quando ti guardai negli occhi vidi per un attimo la fragilità di chi si era fatto le mie stesse domande.
Mi bastò quel frammento di storia per capire che si può conoscere una persona anche senza sapere la via in cui abita, il suo secondo nome, o la prima parola con cui ha salutato questo mondo.

Filippo Righetto

9. Fire! Orchestra – Enter!

Data di Uscita: 26/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per entrare in un culto esoterico sono molte le cose da abbandonare, quasi tutte le cose vecchie, i pensieri, le persone e molto spesso anche la propria anima. Poi bisogna sentire che tutte le cose vecchie sono andate via, che la propria vecchia anima ha abbandonato la propria sede immateriale.

Noi imparammo a vorticare come i dervisci da ragazzi, quando anziché ascoltare la musica dei nostri coetanei, per intercessione della nostra vaghezza e del nostro incomprensibile distacco, iniziavamo a dimenarci e a roteare al ritmo del sax tenore di Ornette Coleman. Ma altro non posso dire, altrimenti la segretezza del nostro ordine verrebbe sciolta e diverrebbe una normale setta accessibile a qualsiasi esaltato.
Alcuni di noi facevano parte del grande popolo ormai distrutto degli Inuit e i loro gorgheggi facevano danzare i pesci nei fondali delle acque ghiacciate e rendevano gli orsi bianchi innamorati. Altri invece venivano dall’altro grandioso popolo devastato degli aborigeni australiani che con le loro danze evocavano gli spiriti attorno ai fuochi. La maggior parte però erano volgari europei. Una volta entrati nell’Ordine non fummo più niente se non dei mezzi nei quali il Grande Spirito soffiava la sua anima dentro a degli ottoni o premeva il suo spirito su tasti e superfici vibranti.
Noi non siamo nessuno, siamo gli Entrati, che prima hanno dovuto fare uscire tutto. Noi non abbiamo mai fatto del male a nessuno ma ne abbiamo subito tanto e sfoghiamo il nostro furore e la nostra gioia (che nonostante tutto rimane) in quel gigantesco e poliedrico delirio chiamato Jazz (e in altre esoteriche bellezze di cui non possiamo parlarvi).
Abbiamo abbandonato il sorriso cinico per incontrare la sincope, abbiamo distrutto la maldicenza per costruire l’armonia, ci siamo liberati della nostra mediocrità per essere inconsistenti e di conseguenza siamo saliti, senza neppure saperlo, nel leggerissimo strato di Assoluto che nessuno può toccare con la parola. Noi lo sfioriamo con la musica, come le proprie dita possono solo sfiorare il proprio polso, ed entriamo in esso col nostro spirito. Noi che sappiamo che sulla terra non c’è nulla di puro, abbiamo trovato la purezza oltre la terra, ed ancora oltre abbiamo trovato il Tutto, che supera di intensità e bellezza la somma di tutte le sue parti, che è maggiore grazie alla sua aura (questa oscura cosa che nessuno vuole più nemmeno cercare) la cui luce è raggiungibile solo da chi, dopo essersi dato la pena di Uscire, è riuscito ad Entrare.

Marco Di Memmo

10. Fennesz – Bécs

Data di Uscita: 28/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Baeetch chiamano Vienna gli immigrati ungheresi venuti ad abitare la città austriaca.

La simbiosi con l’ambiente circostante attraverso strutture cicliche ridondanti, minimali e scarne per rappresentare fedelmente la propria visione. L’astrazione concettuale illumina strade e costruzioni dai contorni scolpiti dal passare dei secoli, mentre il susseguirsi di pioggia e cielo sereno scandisce una sperimentazione che è divenuta ormai familiare. Assestata in forme a volte acuminate e altre volte vellutate questa tensione costante si dipana a macchia d’olio. Superato un certo pubblico ci si trasforma in monumenti, come le città dopo un certo numero di eventi storici importanti mutano la propria cultura, restando fedeli ad una natura immutabile. L’articolazione multidimensionale di questa importanza si staglia viva più che mai nel razionalismo di Adolf Loos, nello Jugendstil di Joseph Maria Olbrich e nella metropolitana costruita in quel periodo. Lo sfruttamento costruttivo che porta alla congestione è tramutato in un brulicare ordinato lungo i nuovi negozi che pullulano nel centro di Baeetch. L’infinito numero di premi Nobel, quando ancora l’Istituto era serio, le teorie economiche che hanno agilmente smontato i falsi miti del 1900, e infine le aperture ai cambiamenti pervadono ogni angolo della città. Trovano spazio la distorsione ed il rumore ridefinito e curato per creare la melodia, laddove si è sempre pensato che una melodia fosse impossibile da ricreare. Le vere rivoluzioni austriache a cavallo del 1900, quasi ad indicare un terreno fertile sul quale scoprire nuovi lidi da esplorare, hanno avuto sviluppi anche meno lontani nel passato, quando la ricerca del glitch ha aperto strade prima difficili da percorrere. Non c’è più nulla o quasi ma il retroterra rimanere saldo anche in questo nuovo affresco, dove il sacro rumore viene trasportato in una gloriosa melodia.
C’è tutto il lascito industriale e non in una città che si fonde con l’artista e viene riproposta dallo stesso senza alcuna ansia personale che potrebbe portare ad una banalizzazione del risultato, se di risultato si può parlare. La torsione verso l’astrattismo è una forza perfettamente contrastata dal razionalismo di cui si parlava sopra, lo scorrere rumoristico si lascia trasportare equilibrato dalle acque del Duna. L’ambiente riproposto con rigore lascia tranquillamente lo spazio all’evasione più totale, proponendo viaggi pindarici pur restando ancorati ad un suolo asfaltato e pulito.
Un gorgogliare confuso dà il via alla composizione che tra le frizioni si rischiara catapultando la mente in una piazza circolare illuminata da immensi lampioni a tre luci che mandano segnali intermittenti. Static Kings. La luce scompare rapidamente in alcuni vicoli centrali ma periferici nello stesso momento. Qui una cappa scura opprime gli avventori che tuttavia paiono proprio ricercare questo tipo di ambiente. Un noise disturbato si interseca con una chitarra elettrica annegata nei sintetizzatori che accresce pathos e tenebre. The Liar. Lo sviluppo è una cavalcata che intende riportare in zone più illuminate, ancora un poco storditi ma rafforzati da una chitarra che solenne raggiunge una potenza inaudita e commovente. Monumento inarrivabile di un qualcosa che resterà indelebile nella mente di chi, predisposto, si sia aperto al suono. Liminality. L’organismo ormai entrato totalmente nell’ambiente circostante viene cullato da un synth che bucolico si dipana tra i rumori nascosti dietro l’angolo, tra i palazzi e le chiese. Pallas Athene. Gli angoli più remoti del ghetto ebraico, il circolo formato dalle vie centrali, il zigzagare impazzito in un rumore che assorda ma non nasconde mai fino in fondo il cuore melodico. Una fuga che si tramuta in ricerca grazie ad una bellezza ancora una volta pura e semplice, che commuove. Lacrime di gioia è questa Bécs.

Un lungo viaggio notturno su un taxi di Vienna guidato dall’autista magiaro che pur restando muto per tutto il tempo è riuscito a farti da guida lasciandoti poi scendere senza nulla chiedere in cambio. La promesso di tornare a visitare, ad ascoltare e a respirare quell’aria.

Alessandro Ferri

Top Ten 2014 – Alessandro Ferri

1. Freddie Gibbs & Madlib – Piñata

Data di Uscita: 18/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Cocaine Piñata

Non abbiamo la minima idea di cosa voglia dire essere un gangster nero, magari possiamo immaginare come possa essere la sua giornata tipo ma senza dubbio non siamo formati per capirlo a pieno. E questo fatto non lo possiamo importare magari tre anni dopo, come accade con i fenomeni musicali che da noi arrivano in ritardo, tipo Stromae. Qui il retroterra culturale non permette emulazioni e gli esperienti in questioni sono ridicoli tipo gli indipendentisti veneti.

Quando siamo partiti per l’America avevamo prima di tutto l’idea di mangiare in ogni catena di fast food presente sul territorio. Dare i voti ai panini, alle salse, al contorno e bere bevande gassate a litri, per scrivere una guida completa e preparare il pubblico italiano interessato a questo paradiso. Immaginando la presentazione della guida avevamo anche pensato di camuffare il tutto con un “aperitivo biologico” per attirare tutti i nostri amici della “Yankee go home tribù”. Spesso il sentimento si accompagna al veganismo, al disgusto per le multinazionali e ad altre amenità varie con le quali ci si ripulisce per bene la coscienza giacobina.

State of Indiana.
Partendo da Los Angeles ci siamo spostati verso l’altra costa e con l’agenda ormai piena di appunti Fort Wayne è stata una tappa più per riposare ché per mangiare. Il richiamo tuttavia era dietro l’angolo ed entrare nel primo fast food è stato ormai naturale.
Grida per l’attesa prolungata di una quantità abnorme di pollo fritto, tabasco sul viso di svariate cameriere e uscita di scena sorridente lasciando alla cassa duemila dollari, nessun resto richiesto. Una sottosezione locale di un Popeyes Louisiana Kitchen tranquillamente mandata in tilt.
La cosa più sorprendente è che lo stupore sul nostro volto non fosse condiviso da nessuno. I gestori del locale impegnati a pulire e i pochi consumatori concentrati sui loro Bonafide Chicken. Nessuno era minimamente scosso dal fatto che una decina di enormi uomini muscolosi, pieni di armi, catene coltelli avesse messo a soqquadro la stanza.
Circospetti ordiniamo due Spicy e dopo pochi minuti si avvicina un vecchio nero con una rivista musicale tra le mani. Ci sbatte sul tavolo il giornaletto dicendo sornione di stare tranquilli e di mangiare con calma la nostra merda. Sulla copertina leggiamo “Cocaine Piñata” e nell’immagine riconosciamo tutti i personaggi visti riversare tabasco sulla povera cameriera. Il titolo dell’articolo è “A gangster Blaxploitation film on wax” e l’autore è il signore davanti a noi.

Quando ha iniziato a parlare non c’è stato verso di fermarlo.
Siamo abituati a tutto ciò, questi personaggi vivono da gangster e il successo ha totalmente garantito loro la massima impunità. Fanno cose illegali, spacciano le sostanze peggiori sulla faccia della terra, gestiscono le donne come calzini sporchi e si sparano per il minimo sgarbo. Non sono persone che hanno studiato e nello stesso tempo non sono affatto stupide, hanno sviluppato altri tipi di paura rispetto a noi. Quelli che avete visto prima sono artisti assoluti e la loro vita non può essere paragonata ad altro, voi europei poi vivete in un altro mondo.
Ho avuto la fortuna di intervistarli per il loro ultimo album, un lavoro favoloso, e Freddie conosce benissimo i suoi errori. Li ha messi tutti davanti allo specchio ed è consapevole di tutto senza il minimo pentimento. Solitamente per redimere il peccato è necessario pentirsi e questo contrasto ha garantito l’unicità del loro lavoro. Funk, soul, jazz, rap danno forma alla narrativa ed essere sballati o “cattivi” è uno degli ingredienti. “Freddie smoking, annotate got me rolling stogies on a dark street”. Scarface. Synth, R&B e Madlib, lui è il boss e dovreste conoscerlo. Poi Danny Brown è dappertutto ormai e pure lui fa uso di sostanze, state tranquilli. “Hey, are you okay? You slobbing, you okay? Is he okay? Are you okay? He shouldn’t have smoked that dipper for real. You aight? Oh my God. God bless, man”. High. I coretti in loop, le armi e, come avete visto prima, il pollo fritto. Tutto fa parte del gruppo, prendere o lasciare. “A plate of chicken with the bread stuck to the bottom”. Harold’s. Un beat soul oscuro abbraccia molte tracce, la riflessione è dappertutto ma bisogna andare oltre la corazza. “Fuck the rap shit my gangsta been solidified. Still do my business on the side”. Thuggin. Il dominio è da Los Angeles a New York, poco conta la costa. “I’ve seen lost angels, I even found demons”. Lakers. “I got it selling nickel bags, bitch”. Knicks. Tutti erano tranquilli prima perché è il loro modo, è il loro mondo e noi non possiamo entrare così come entrare dal dottore. “You motherfuckers just like me. Drink all the liquor, blow weed, probably play with your nose. You motherfuckers just like me. I said you motherfuckers just like me. I said you motherfuckers just like me. I know you motherfuckers just like me. You ain’t no better, hell you just like me”. “It’s Shitsville nigga”. Shitsville. La festa è loro e si divertono un sacco. “Residue on pinata’s, wonder what’s up inside of ‘em. It’s sure ain’t no Vicodin cause it up and excited ‘em”. Piñata.
Quando il vecchio ha finito di parlare e se ne è andato senza salutare eravamo storditi per il cibo e per il fiume di parole. Il giorno dopo abbiamo comprato il disco in questione e siamo tornati in Italia. Non abbiamo scritto nessuna guida ma abbiamo iniziato a prendere in giro il panorama rap & affini italiano, per essere un poco gangster anche noi.

Alessandro Ferri

2. Dean Blunt – Black Metal

Data di Uscita: 03/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Everybody says I’m wrong

Un cimitero di foglietti accartocciati, questo era il punto scommesse dopo appena due ore dall’apertura del venerdì mattina. Un gigante come Paddy Power richiama una grande quantità di persone, per di più nella patria del betting. Nel retro dello stabile – un piccolo ed insospettabile centro commerciale nell’East London – alcune persone erano assorte, con la schiena appoggiata ad un muro di mattoni rossi. Leggevano le quote dei prossimi eventi sportivi, la carta era diversa da quella che si poteva trovare all’interno del negozio. Da una parte veri e propri schemi stampati da un computer, la struttura rigorosa come in un foglio Excel ed i numeri riportati in un nero molto intenso. Fuori tutto era sistemato in colonna, ma una scrittura nervosa aveva proposto le proprie quote personali: scommesse clandestine per chiarirci.
All’esterno nessuna traccia di cimiteri e fallimenti personali, i fogli con le previsioni errate andavano letteralmente in fumo. Tutto era sistematicamente bruciato. Il fumo che si alzava al cielo comunque non era molto differente da quello che si poteva trovare nello spazio chiuso. La libertà di fumare e una rottura nel sistema d’areazione creava una cappa grigia capace d’impregnare radicalmente gli abiti. Le mogli più astute sapevano esattamente che il proprio marito aveva passato la serata lì dentro, non c’era stata nessuna “birra con amici”.
La globalizzazione portava lavoratori di ogni etnia: bengalesi e cinesi erano costretti a digitare in tutta fretta i bottoni del proprio computer. Le scommesse dell’ultimo minuto perse perché l’evento era già iniziato, e non c’era stato il tempo materiale di giocarle, facevano andare su tutte le furie alcuni signori di mezz’età. Non era colpa dello straniero di turno, semplicemente gli scommettitori si erano smarriti nel succedersi dei minuti. Questi, una volta accortisi che avrebbero comunque fallito, non andavano mai a scusarsi con i ragazzi seduti dietro i pc. La vergogna di aver sbagliato pronostico era superiore al sollievo di aver risparmiato due sterline, immediatamente puntate su altre situazioni.
Nel retrobottega non tutti erano accetti, per meglio dire: raggiungeva il luogo esclusivamente chi era a conoscenza dell’esistenza di quel prolungamento.
Lì attendevano tutti Dean.
Due anni di gavetta ed ora poteva considerarsi un vero bookmaker. I primi mesi li ricorda bene, come un livido che ricopre gran parte del corpo. Il colore della pelle, il nero, non aveva facilitato il suo ingresso in un ambiente del genere. Dean in quei ventiquattro mesi subì le peggiori discriminazioni, iniziando come fattorino venne più volte derubato e picchiato dai superiori. Rivestirsi di una scorza identitaria non sarebbe servito, l’improvvisazione e l’unirsi ad una comunità nera non lo avrebbe aiutato granché. Tenacemente restò aggrappato alle sue volontà, raggiunte sviluppando una cinica ironia che lo rese enigmatico agli occhi di molti. Suo padre lasciò la madre quando lui aveva sette anni, la donna morì dieci mesi dopo e i suoi studi proseguirono grazie ai sussidi statali. Il taglio profondo al Welfare State inglese non gli impedì di studiare antropologia: lo studio dell’identità e dei gruppi sociali doveva essere il suo futuro. La scomparsa dello zio, amante del jazz e noto allibratore della zona, tuttavia indirizzò la sua vita.
Non era più rimasto nessuno della famiglia, i creditori lo trovarono e fu costretto a lavorare per loro. La consapevolezza che il mondo era dominato da white tropes non gli fece rimpiangere il fatto di aver perso un’eventuale carriera accademica. L’impegno sociale, così come veniva proposto dai progressisti, non lo interessava per via del narcisismo. Il mondo delle scommesse si rivelò ben più vivo, imparò molto a gestire lo sfruttamento e ad evitare di finire schiacciato totalmente da un sistema di riscossione spesso crudele. Essere o fingere di essere rude divenne un gioco per combattere cliché incollati al colore della sua pelle.
Ora che veniva rispettato per la sua puntualità, le sue abitudini fissate nel tempo non sono cambiate. Somme non esagerate, per evitare azioni di disturbo ai pesci più grossi, e puntate singole su di un unico evento. I sistemi complessi non facevano per lui.
I momenti vuoti colmati dalla musica e dall’alcool, di qualità sempre migliore proporzionalmente agli incassi conseguiti. Un disco nero sul tavolo della cucina, l’ultimo arrivato nella collezione. Ascoltato a ripetizione, tra quote da stabilire e whiskey.
Ritrovarsi nella musica è un fatto personale e sentirsi cuciti addosso suoni e parole non è acquisizione da poco. Il lavoro dell’artista si apre costantemente a più interpretazioni, un album del genere raggiunge un equilibrio tutto suo. Le discordanze, i cambi di registro e lo spartiacque centrale sono legati: diversi messaggi per stagioni che cambiano. Non esiste la definizione che ferma un concetto. Il sax finisce coll’unirsi al sintetizzatore più scuro, la chitarra ariosa si divide la stanza con un duetto di voci. Il folk – se così si può immaginare – stordisce più dell’alcool, la capacità dimostrativa di piccole perle sonore è disturbante. Un quieto fluire è appesantito dalle riflessioni di tutti i giorni, uscire dallo schema e ritrovarsi da qualsiasi angolazione nudo. L’autodifesa, la mano che copre le parti basse e le risate dei passanti. Droni, drum machine, oscurità e vie di fuga varie sono espedienti che non bastano.
Non può esserci redenzione e Dean lo sa bene, lo ha imparato negli anni. Il futuro è da vivere al meglio, tra un over 1,5 e una vittoria esterna sicura, ad altissima quota, del Leyton Orient.

You’re not a rerun | Not just another one | You’re a new friend | You just began.

Alessandro Ferri

3. Grouper – Ruins

Data di Uscita: 31/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Rudolf dopo l’incidente non riusciva più a vivere dignitosamente, la sua mente era circondata da una schiera infinita di fantasmi che baldanzosi non gli consentivano un pensiero lucido.
Si era salvato miracolosamente, uscendo vivo da un groviglio di lamiere, dopo un frontale in macchina nel deserto. Come è possibile scontrarsi in un luogo del genere, quasi privo di presenze e dove la natura si ritrae lasciando spazio al vuoto? Un “contenitore per il vuoto”, dice un noto scrittore americano.
Rudolf è sempre stato una persona semplice, con una moglie e due figli di sette e dieci anni. Una villetta a schiera nello Utah, grande tifoso dei Jazz e un normale lavoro alle poste locali, l’unico strappo alla regola era il non appartenere alla Chiesa dei Mormoni. La solitudine, nessuno voleva vedersi l’inutile Suns VS. Jazz con le squadre ampiamente fuori dalla corsa playoff ad Ovest, non lo aveva scoraggiato ed era partito da solo. La febbre del figlio più piccolo aveva bloccato a casa il resto della famiglia che di solito lo seguiva nella doppia trasferta annuale in Arizona. Quante volte aveva visto quelle strade desertiche, dopo aver seguito per un tratto a nord il corso del fiume Colorado. Il Grand Canyon e il Coconino Plateau erano luoghi familiari di cui aveva vecchie immagini sfocate riportate dal padre che aveva sposato una donna di Flagstaff dopo il divorzio con la madre di Rudolf.
L’euforia per la vittoria senza senso non era una buona scusa, la strada illuminata alla perfezione dava una visibilità pressoché perfetta. Cosa lo aveva portato a spingere sull’acceleratore oltre il limite? La conseguente frenata per cercare di evitare una vecchia Cobra con il telaio completamente scrostato, dove il blu originario lasciava spazio ad una ruggine senza fine, fu inutile. Parafanghi divelti, cruscotto in frantumi, airbag funzionante, sedili distrutti e il tanto vetro ricaduto sulla strada a rendere difficoltoso il camminare. Nessuno era morto, un miracolo.
Il ritorno a casa una volta assicuratosi che nessuno si era fatto male e i primi spettri davanti ai propri occhi, un’insicurezza totale e paralizzante. Come è stato possibile uscire con qualche contusione dalla vettura? Perché si sono salvati entrambi i conducenti?
E la porta dell’automobile nei mesi successivi non si è più richiusa lasciando entrare altri ospiti indesiderati. Rudolf si chiedeva se fosse in grado di proteggere la propria famiglia, se in quella macchina ci fossero stati i suoi figli e se sua moglie lo avrebbe mai perdonato. Configurava la morte in macchina, sua, dei figli e della moglie in ogni momento della propria vita.
La fissità tipica dell’ottuso stoppava ogni azione e un’insofferenza generale si trasformò in una sorta di immenso panno di lana bianca, steso sul proprio corpo. Rudolf voleva liberarsene ma non ne aveva il tempo, le domande erano troppe e i fantasmi soffiavano un vento freddo su di lui. I figli non comprendevano, volevano solo andare a vedere la presentazione dei nuovi Jazz e cercare dei miglioramenti nella squadra giovanissima e pronta a stupire. Rudolf non era lì realmente e la moglie, dopo aver perso ormai le speranze, ricevette un consiglio da un amico di famiglia.
In Portogallo, più precisamente nelle campagne di Aljezur, soggiornava una donna che parlava con i propri fantasmi dopo averli accolti. Un’altra persona che si sentiva “incapable of being in a relationship, of finding love. Bad at taking care of people, no one taking care of me”.
Spingere Rudolf fu l’impresa più complessa della loro vita. Molto più difficile del matrimonio senza i parenti di lei che non apprezzavano l’allontanamento dalla Chiesa locale. Lui era piagnucoloso, le ansie e le paure rimanevano in superficie e non c’era l’intenzione né di scalfirle, né di comprenderle.
Dal Portogallo arrivò solo una risposta: “I’m not a very straight person”, e la moglie iniziò a pentirsi della scelta di mandarlo in quel luogo.
La serra, il mare, falesie a nascondere arenili, un recupero del silenzio e la possibilità di perdersi esclusivamente nei rumori della natura.
Rudolf giunse a destinazione una domenica pomeriggio, una ragazza in t-shirt nera lo attendeva al varco. “I was so sick with depression and solitude then that the feelings just spilled over of their own accord”, furono le parole d’accoglienza.
Elizabeth, questo era il suo nome, non aveva nulla di strappalacrime e di lamentoso ma continuava a parlare a voce molto bassa. Rudolf doveva sforzarsi parecchio per comprendere il senso di frasi che lo colpivano come frecce nello sterno. “There’s a darker side to it, because when part of you is gone there is room for other entities to hang out, but those heavy forces need to move through, too. The worst thing you can do when they show up is try to keep the gate closed”.
E se avesse ragione?
I live in my body a lot more these days, which means paying attention to its needs in a more engaged way—going slow, resting, experiencing actual calm. Nihilism isn’t sustainable as a magic feather”.
No, il panno di lana bianco che lo ricopriva non era affatto una piuma.
Tutt’intorno molte costruzioni sbriciolate e lasciate in rovina, pochi contadini, vegetazione, animali e un mercato lontano dall’abitazione. Elizabeth lavorava – cioè scriveva, registrava sul campo e scattava fotografie -, mentre Rudolf osservava rimuginando sulla forza magnetica che la ragazza proiettava sulle cose.
I write a song about feeling isolated. Listeners know the song is about their mother dying, the birth of their child, the way their last relationship ended. All these things and more. An open door.
In poco tempo tutto si concluse, Rudolf ebbe la fortuna di ascoltare i suoni in anteprima e il panno oppressivo non c’era più. Aveva compreso molte cose, in particolar modo che: “Don’t listen to anyone who tells you do something a certain way. Do things your own way even if people tell you it’s wrong. I can’t tell you how many times people have told me not to mix things a certain why, or to use a certain chord. Stand up for yourself”.
Tutti i suggerimenti erano dentro di lui, sussurrati dai fantasmi che ormai aleggiavano tranquilli.
Prese un piccolo CD con sé e lo portò a casa per farlo ascoltare alla moglie, iniziando dalla fine. Made Of Air. Un suono allungatissimo, onde in delay, riverbero e nubi che in lontananza si addensano pronte a scaricare un temporale estivo.
Holding. Il temporale arriva e crepita il legno sotto il peso delle gocce d’acqua sbattute a terra dal vento. “It’s in the morning when the sadness comes” ed il piano parte in loop.
Call Across Rooms. La malinconia ed un amore che non è niente inizialmente spaventano la moglie, prima di sciogliersi in un abbraccio che riabilita ogni emozione. Il solito pianoforte trascinato e una voce che ritorna a cullare la mente, come durante le camminate sulla spiaggia.
Clearing. Alcune note sono infinite e la luce mano a mano penetra nelle stanze con una timida ritrosia di fondo. L’ambiente e gli spazi che lo hanno aiutato sono compresi in questi minuti da riascoltare spesso e volentieri. Le cadenze ed i respiri.
La prima partita della nuova regular season vedrà i Jazz ospiti in casa dei Suns. I bambini stanno bene e muoiono dalla voglia di andare al US Airways Center, con la maglietta di GordonHayward.
Rudolf sei pronto?

Alessandro Ferri

4. Iceage – Plowing Into the Field of Love

Data di Uscita: 07/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

“Pissing against the moon”

I socialdemocratici persero il suo voto dopo l’ennesimo aumento delle accise sugli alcolici, l’amore per il sindacato e una vita dedicata alla causa del bene comune sgretolati dai terribili balzelli governativi.
Nicklas era rimasto a casa, mentre Jakob aveva scelto di seguire il sogno americano fuggendo oltreoceano. La nuova prospettiva del fratello, a capo di un’azienda di materassi a Salt Lake City, era riversata nelle lettere che spediva con regolare cadenza a Copenhagen.

“Hai scelto tu questa vita, per fare contento nostro padre. I socialisti ti tasseranno l’anima, non puoi più essere alcolizzato e politicamente impegnato. C’è del marcio in Danimarca”.

E non importa che “il marcio” era un fattore transnazionale, Nicklas si convinse che il fratello aveva ragione.
Adeguarsi a whisky di serie z, accontentarsi di vino simile ad aceto, vodka d’importazione misteriosa e distillati da luoghi improbabili: tutto divenne ingestibile, ma i pochi introiti lo obbligarono a tali scelte. Limitare i consumi e convivere con il germe dell’astinenza non venne neppure preso in considerazione.
Thorup – il padre – aveva insegnato loro l’arte del fare di necessità virtù e lui si sentiva ancora più in colpa. L’alcol annientò nel tempo la capacità di replicare la vita dei propri genitori. Risparmio, poche piccole gioie e tanto lavoro: Nicklas non riuscì a portare avanti nulla di tutto ciò, e non aveva neppure fatto carriera in America.
Come si guadagnava da vivere?
La sera beveva nelle bettole adiacenti al porto, dove si spendeva meno. Per raggiungere il centro era necessario un complicato incastro di eventi favorevoli: un cameriere ex compagno della scuola d’arte lavorava sempre meno nel turno serale, solo in quei giorni Nicklas poteva permettersi il gin migliore. Martin gli faceva un forte sconto e a notte inoltrata – prima di chiudere il locale – si fermava a bere con lui. Quando l’amico, per stare vicino alla figlia appena nata, chiese di servire esclusivamente nella prima parte della giornata Nicklas si adattò variando il proprio bioritmo. La produttività calava verticalmente, direttamente proporzionale agli incassi.
Nel giro di qualche mese divenne come gli uomini presenti nei bozzetti che riproduceva, i dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio. Avvolto nell’indifferenza, senza fiducia in Dio e privo del raziocinio donato da un certo tipo di filosofia. Una natura non idilliaca o idealizzata e personaggi grotteschi, Nicklas ubriaco nel primo pomeriggio non riusciva ad attirare nessun turista.
Nei primi anni – quando la sua mano tratteggiava riproduzioni in serie a ritmi strabilianti – il successo lo aveva portato a viaggiare in tutta la Danimarca. Nulla di straordinario, ma comunque abbastanza per vivere senza dover troppo pensare al giorno dopo. La produzione divenne meccanica e i quadretti di varie dimensioni andavano a ruba. Trovava anche il tempo per aiutare Thorup nel volantinaggio davanti alle fabbriche per conto del sindacato, essere a contatto con gli operai gli piaceva. Le tute sporche di nero, le mani abilissime a maneggiare bulloni e tenaglie lo salutavano e lo stringevano con grande forza. Lenire le distorsioni del capitalismo e disegnare, una vita perfetta.
Le lacrime notturne gli rigavano il volto, quando nonostante il passaggio della sbronza voleva solo dormire ed invece avrebbe fatto meglio a recuperare il tempo perduto. Aver smarrito i propri ideali lo atterriva, fosse stato in grado di vivere diversamente avrebbe raggiunto il fratello. Le vertenze sindacali e le lotte puntellavano la sua stabilità emotiva, disperdere così il tesoretto ideologico della famiglia mise in crisi l’impalcatura personale della propria vita.
Scoccata la mezzanotte si alzò dal letto vagando per la città da cima a fondo. Clochard, coppie felici, luci accese nei grattacieli e una moltitudine di ragazzi appena usciti da un locale. Le luci poste sopra la porta d’ingresso formavano una scritta chiarissima: Iceage – live show.
Dei baffuti personaggi parlavano del concerto appena finito, le loro sciarpe multicolore coprivano la bocca e capirli era difficile. Nicklas era pieno di risentimento, il padre lo metteva sempre in guardia contro i figli di papà che giocavano a fare i proletari. Generi musicali, blog da riempire, recensioni da proporre al proprio pubblico e strutture lessicali tanto complesse quanto banali.
Altri rimanevano in disparte, seduti per terra perché visibilmente ubriachi. Stonati e vestiti di nero si gettavano alle spalle i discorsi impegnati e fumavano con ardore le loro sigarette. L’intelligenza di tacere è in certi casi superiore a tutto e Nicklas proseguendo oltre cercò di immaginare – oltre ogni generalizzazione – il tipo di musica proposto nel locale. Il carico pesante del punk annacquato in una stonatura più blanda, trombe e coltellini sempre presenti nelle tasche. Una ricerca di maggiore complessità che si schiude in un cantano strascicato, quasi a riprodurre i suoi piedi durante il cammino notturno.
Si fermò nuovamente a bere in uno scantinato accanto al grande porto, una volta uscito aprì i due bottoni dei pantaloni marroni e pisciò nell’acqua. Nessun riflesso della luna, ma appena entrato in casa ricominciò a disegnare partendo da Pissing Against the Moon.

Non è più come una volta, il sindacato non serve a nulla. Tuttavia anche il nichilismo non serve a nulla, Nicklas si convinse: guardando avanti e non indietro troverà un altro modo di fottere il capitalismo, almeno fino al prossimo whisky.

Alessandro Ferri

5. Loscil – Sea Island

Data di Uscita: 17/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Le città non sono mai abbastanza grandi, quando siamo in cerca di evasioni.
Le città non sono mai abbastanza intime, quando siamo in cerca di calore, di un abbraccio.

Le feste erano da poco cominciate a Vancouver; in quelle giornate tutte uguali di assoluta libertà ma anche assoluta ripetitività, vagavo come un povero cane che aveva smarrito la via di casa. I saluti e gli auguri agli amici in partenza apparivano talmente distanti da percepire falsato il flusso del tempo, le ore si erano nel frattempo allungate, sfibrate, moltiplicate. Avere a che fare con la solitudine in una città vittima di un ricambio di volti, via i residenti – benvenuti turisti, era a suo modo destabilizzante. E non fosse stato per l’inatteso vento sferzante, sarei corso a guardare il mare accovacciato su una banchina, con gli occhi fissi all’orizzonte e una busta di pistacchi incastrata tra le gambe, i movimenti delle mani meccanici per sgusciare i frutti e portarli alla bocca, l’udito vigile per cogliere ogni sussulto.
Qualche falcata veloce per divorare in fretta la gradinata d’ingresso, e trovai presto rifugio tra le sale della Galleria d’Arte, uno di quei posti elencati nella wishlist del visitatore modello, ma snobbati e sottovalutati da qualsiasi residente, con l’alibi di “tutto il tempo del mondo davanti”. Le aspettative non rientravano nemmeno lontanamente tra le prerogative del caso, piuttosto lo scopo era sopravvivere al freddo, e alla noia. Con le cuffie dell’audioguida alle orecchie, con l’intento di calarmi il più possibile nella poetica delle opere esposte, sfilavo rapidamente davanti a teche contenenti gioielli esotici, istallazioni surreali di poco fascino, imitazioni di preraffaelliti. Quando capitai in quella stanza completamente bianca, illuminata da affilate fessure tra il parquet in rovere sbiancato e le pareti, trasalii emettendo una specie di goffo gemito, tant’è che la signora addetta alla sorveglianza mi fulminò con un’espressione di sdegno, di rimprovero. Lo scenario sembrava estrapolato da un film in bianco e nero, anche le fotografie che campeggiavano sui pannelli raffiguravano mondi in scale di grigio, e la donna canuta seduta all’angolo vestiva un tailleur color antracite. Per un attimo provai vergogna per il mio cappotto blu, ma soprattutto per la sciarpa scarlatta. Evidentemente era un azzardo. Tentai di accantonare l’imbarazzo, mentre la voce registrata aveva preso a narrare la storia strappalacrime di quell’artista straordinario che stavo scoprendo allora, per la prima volta. Si trattava di un uomo già avviato sul sentiero della vecchiaia, una specie di eremita contemporaneo sordomuto, in un’isola remota, chissà dove nel Pacifico. Un avventuriero canadese ci era approdato dopo una strana combinazione di eventi, e per mia fortuna aveva riesumato velleità da mecenate, non appena l’anziano uomo gli ebbe mostrato una serie di immagini scattate sulle rive di quel luogo indefinito, all’indomani di una violenta tempesta. Non aveva altro modo per esprimersi, se non le istantanee, che fissavano indissolubilmente squarci di rovine naturali e litorali sfigurati. Tuttavia, tanta era la potenza delle fotografie davanti a me, che quasi udivo il verso stridulo dei gabbiani assiepati sulla battigia e lo sciabordio delle onde scomposte, percepivo l’odore salmastro, avvertivo la consistenza del legno umido, riversatosi a terra per i marosi.
L’impulso nel voler dar voce a quelle storie visive venne da sé, per tramandare una narrazione che altrimenti sarebbe rimasta confinata tra le mura della galleria o poco più, o ingiustamente taciuta. Un complicato scambio epistolare tra me, il vecchio esule e i curatori dell’esposizione terminò con un aperto lasciapassare, e totale carta bianca. L’epifania era già avvenuta, dal primissimo istante. Ricreare un isolamento, una tempesta artificiale e i suoi effetti, uno sfondo asettico come quella sala qui a Vancouver, pronto per essere inondato, deturpato, e infine lasciato solo nella sua quiete. Il compito era ancora più semplice, in una città di mare in cui bastava un ponte per raggiungere un’isola, e dimenticarsi, con grande sforzo d’immaginazione, che accanto alla natura selvaggia coesisteva un aeroporto. Sea Island era lì.
Il racconto attinse da registrazioni ambientali, ma allo stesso tempo si snodò attraverso minuziose melodie di archi, pianoforte e trame elettroniche. L’inquietudine e la pace convivevano armonicamente, non facevano che passarsi la palla, ammiccarsi e succedersi attraverso offuscamenti e bagliori palpitanti. L’acqua affiorava in superficie, la si sentiva avanzare e ritirarsi, lambire i contorni di ciascuna presenza. Il suo rumore non svaniva mai del tutto, si faceva pesante quando impregnava i tronchi morti, si trasformava in leggero ed evanescente quando evaporava sfumando la linea di orizzonte. Volevo riservare cura estrema al dettaglio, rendere al meglio le suggestioni avute grazie ai chiari scatti dell’uomo. Dedicai l’episodio più cristallino a Iona, oasi ancora vergine da interventi invasivi, ed edificai un crescendo di campanelli su fondo etereo, fino al pulsare della materia liquida. A più riprese intervenivano voci e sussurri, ad amplificare sensazioni vagamente sinistre e nostalgiche. La complessità emotiva rappresentava intrecci di luci e ombre, angoli quasi primitivi e incontaminati che appaiono nella loro drammatica autenticità anche in seguito a mareggiate.
Il direttore artistico della Galleria d’Arte fu entusiasta del risultato, e anche l’avventuriero grazie al quale le opere dell’anziano fotografo erano sbarcate a Vancouver si profuse in complimenti e parole di riconoscenza. Di lì in avanti il connubio di immagini e musica intraprese un viaggio intercontinentale, un divenire di tappe per portare la Natura assoluta dove non vi è mai stata, o dove purtroppo è scomparsa.

Le città non sono mai del tutto ostili, quando esiste un mare ma anche una riva che ti consentono di ritrovare l’essenza delle cose.

Federica Giaccani

6. Swans – To Be Kind

Data di Uscita: 13/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Dal libro di Υπηρέτης

Mi rivolgo a voi. E per mezzo di me anche Lei si rivolge a voi. Voi che sentirete le mie parole e vi darete ascolto. Voi che vi salverete quando Lei poserà lo sguardo alle vostre opere. Alle vostre vite. E con occhi pieni di temibile misericordia pronuncerà la parola. Υπηρέτης. Servo. Perché solo asservendovi totalmente al Suo volere sarete meritevoli di misericordia. Mi rivolgo a voi. Fratelli. Che ascolterete la mia parola. E attraverso la mia parola la Sua. E sarete timorosi. E chinerete il capo. E seguirete la Sua volontà.
Io sono solo un umile servo. Non ero nulla se non un peccatore. E niente della mia vita passata ha senso prima di quel giorno. Il giorno in cui Lei mi apparse come in un sogno che sogno non era. Come di veglia in un mondo senza giorno. E le ombre erano immobili alla luce tremolante dei falò.
Sono stato un peccatore. Nei lidi ai quali approdavo il calore era solo ebbrezza. L’amore era solo decadenza putrescente al fragile riparo di un obolo. La luce era solo rifiuto. La salvezza scorreva nelle vene sotto forma di veleno. La vita giaceva abbandonata ai piedi di sentieri di tenebra. Il tempo non esisteva in quei lidi. E Lei venne per condurmi in un porto di acque sicure. Mi apparve con le sembianze di un gabbiano dorato. E teneva nel becco una squamosa lucertola. Quella lucertola era la vita mia. Una vita di soli peccati. E come in un lampo. In un fragore solenne. Strinse la presa e la lucertola venne tagliata in due. Ed il suo sangue si riversò copioso sul mio capo. Mentre un dolore inimmaginabile mi prendeva tutto. Poi il sangue smise di cadere. Ed il gabbiano si posò davanti a me. Al suo fianco sinistro vi si trovava un feto a me legato. Dal suo equilibrio al mio. E sentivo la sua vita pulsare attraverso di me. Il dolore si placò e la sofferenza abbandonò le mie membra. E attraverso gli equilibri quella vita ancora da nascere faceva rinascere me. E potei sentire la Sua parola. E capii che ero stato salvato. E che dovevo incamminarmi per essere il Suo strumento tra gli uomini. Il gabbiano annuì. Mi ridestai da quel sogno che sogno non era. Mi addormentai in quella veglia priva del giorno. E mi ritrovai inginocchiato sulla via. Con in bocca il sapore del sangue. E davanti a me un frammento di quel sogno che sogno non era. Che mai ha respirato all’infuori di me. Che mai ha visto la luce se non attraverso i miei occhi. Il cui cuore non ha mai battuto se non nel mio.
Io non ho più un nome perché nessuno può chiamarmi se non Lei. Io sono. Υπηρέτης.

* * *

Peregrinavo. E incanutivo nel mio vagare. Una città di luci comparve davanti ai miei occhi. E potevo vedere uomini e donne perdersi in quello splendore che nascondeva lo squallore dei nostri tempi. Vedevo l’affaccendarsi di piccole creature così simili a me alla ricerca vacua del piacere. Che celebravano con riti pagani il totale asservimento all’edonismo. E vidi che la città di luci era in realtà la tenebra più nera. E capii perché Lei trovasse così ripugnanti le sue stesse creature. Creature che avevano rinnegato il Suo nome. E che si credevano liberi padroni del Suo Regno. Ed ecco che sentii la mia natura abbandonarmi per trasformarsi in collera. E nelle mie mani comparve un bastone di fuoco. E mi diressi verso la città di luci.
I peccatori mi deridevano indicandomi col dito. Si facevano beffe di me. Ma non mi feci fermare perché sentivo che il Suo volere stava per compiersi. E dal bastone che stringevo tra le mani uscirono lingue di fuoco che andavano ad abbattere coloro che ridevano di me. Che ridevano di Lei. E questi caddero riversi al suolo nel loro stesso sangue. Le luci si squarciarono di fronte al terrore suscitato dalla Sua potenza. E sentii Lei ridere attraverso la mia bocca. Mentre uno alla volta i peccatori precipitavano sulla terra che tanto amavano ma che non poteva dare loro la vera Salvezza.
Ecco. Io dico a voi che mi ascoltate che quella notte Lei ha condotto alla rovina la città di luci per mezzo del Suo servo. Perché il Suo giudizio è verità. E non c’è redenzione nella colpa. Non c’è speranza nel peccato. E la morte non sarà un sollievo per i peccatori che nell’assenza della Storia moriranno ancora infinite volte.

* * *

Non ci è dato sapere quando l’aria smetterà di scorrerci nelle vene. Ma il profeta ha sentito il Suo sussurro e sa che il proprio destino è stato tracciato sino alla fine. Un sentiero tortuoso. In mezzo alle spine. Sassi appuntiti. Bestie feroci. Infinite insidie. Perché Lei ha voluto saggiare l’obbedienza del proprio servo. E ha guardato a lui con occhio severo. Ed è stata con lui più intransigente. Ma quando giungerà il momento lo eleverà sopra tutti. Il Suo alito si poserà sul suo dormire. E lo avvolgerà il sonno eterno. Perché le labbra del profeta hanno reso Lei il giusto onore.
E voi che ascoltate le mie parole. Che sono le Sue. Anche voi non dovete temere la morte. Non abbiate paura di dire addio a questo mondo. La Sua volontà si compirà nel sonno. In una giornata privata del sole. E non stupitevi se non sarà un comodo giaciglio ad ascoltare i vostri ultimi sogni. Non disperatevi se qualche mercante di false speranze vi chiederà di rivolgere a lui le vostre ultime parole. Non angosciatevi se i vostri panni non saranno degni dell’occasione. Non piangete per lo scadere delle vostre ore da umili servi. Perché per voi Lei ha riservato il posto migliore nei cieli. Farà riecheggiare le Sue parole tramite la vostra voce per i secoli a venire. Vi vestirà con la Sua benevolenza e risplenderete di grazia sopra tutti gli uomini.
Prestate orecchio. Lei attraverso me vi ha parlato. Io sono. Υπηρέτης.

Dalle lettere di Υπηρέτης alla madre

Madre,
un sogno inquietante una notte ha turbato il mio dormire. Una visione terribile e rivelatrice. Mi sono risvegliata in un bagno di sudore. Nel terrore di una vita persa. Nel dolore di una morte improvvisa. Ti sono vicina. E spero che anche il tuo pensiero sia rivolto a me in questo momento. Tu che conosci bene la sofferenza di veder fuggire la vita cresciuta nel proprio grembo.
Piango con te Madre perché so di averti deluso. Perché so di non aver prestato ascolto ai tuoi avvertimenti. Ai tuoi consigli. Ho voluto seguire la strada che mi ha condotto lontano da te e dalla tua grazia. Ma mi sono persa. Imploro il tuo perdono per aver condotto una vita dedicata alla perdizione. Ho creduto di poter trovare la salvezza nel veleno. La libertà nella lontananza da ciò che ero. Nella lontananza da te. L’amore in letti sconosciuti. Ero convinta con una certa arroganza di poter bastare a me stessa.
Ma una notte un sogno mi ha risvegliato. Ho perso tutto. Non ho più niente. La vita nel mio grembo si è spenta nel sangue delle mie colpe. E sono sola. Questo mondo non conosce che cosa sia l’amore. E’ l’uomo stesso ad allontanarlo da sé per poi rimpiangerne l’assenza. Che cosa ci meritiamo se non tutto il male che procuriamo a noi stessi? Che pietà cerchiamo quando siamo i primi a non concederla? Siamo peccatori senza redenzione. Siamo costantemente alla ricerca del dolore per poter compatire la condizione che noi stessi abbracciamo.
Madre. Tu solo puoi capire le mie lacrime. Tu solo puoi asciugarle. Io non permetterò più a me stessa di affogare in questa feccia. Non ricercherò più un barlume di luce nei sentieri di tenebra. Troverò la forza di liberarmi dal giogo delle mie colpe. Se solo troverai la forza di perdonarmi. Se solo riuscirai a passare la tua mano tra i miei capelli come facevi un tempo cercando di preservare la mia innocenza. Quando ancora infante io ti amavo senza saperlo.
Mi ritrovo ora nel deserto. Tra luci accecanti e suoni falsi. Mentre l’umanità che mi circonda si affanna a vendere la propria anima demolendo il tempio che la contiene. Come io ho fatto un tempo. E mi accorgo che non sono mai stata così sola.
Madre. L’uomo non merita alcuna pietà se non è capace di risollevarsi da solo. Deve perdere tutto per rendersi conto che già prima di raggiungere il fondo non aveva niente. Le genti mi deridono per il mio aspetto. Per le mie parole. Per i miei avvertimenti e per la mia storia. L’uomo che brancola nel buio del peccato è convinto di essere forte. Ma l’uomo non è forte Madre. E se ha bisogno di un segno per capirlo io darò all’uomo questo segno. Distruggerò queste luci. E illuminerò la sua fragilità. Altro non siamo che debole carne. E basta un nulla per ritrovarsi al suolo in mezzo al sangue. Farò vedere a questi peccatori quanto è fugace la nostra esistenza se non siamo in grado di discernere ciò che illumina da ciò che acceca.
Distruggerò la città di luci per dimostrarti che sono cambiata. Ma dammi un segno della tua presenza.
Amami ancora.

* * *

Madre.
Questa sarà la mia ultima lettera. Perché è giunta la mia ora. Io ti amo. Amo te e te soltanto.
Un mercante di false parole è venuto a chiedermi se volessi rivolgermi al suo dio per implorare perdono. Ed io presa dalla rabbia ho voluto strappargli gli occhi. Perché è già cieco. E non ha visto che io sono già stata salvata. Mi hanno percosso ancora e ridotto il mio corpo in sterili macerie. Non riusciresti più a riconoscere il mio volto Madre. Mi hanno denudata. Inflitto dolore alla mia carne credendo che così facendo mi sarei sentita punita. Ma non ho dato loro alcuna soddisfazione perché tanto io lo so che devo morire. E la mia lingua ha cantato salmi di gioia perché seppur piangendo per le ferite sulla mia pelle non ho sofferto. Io solo per la tua mancanza soffro.
Madre. Sii sempre gentile con chi ti chiede una carezza. Ed anche se non mi rispondi io so con certezza che tu ci sei. E mi osservi. Mi osservi vero? Perché mi manchi tutti i giorni. Lo vedi che sono diversa? Lo vedi che ora puoi amarmi? Amami anche solo per un secondo. Per quel secondo prima che il loro odio venga iniettato nel mio corpo. Per quel secondo prima che il mio cuore smetta di battere. Per quel secondo in cui dormirò e non mi accorgerò di nulla. Distesa su uno scomodo giaciglio artificiale al quale mi legheranno. Come vengono legati i capretti prima di essere macellati. Come vengono imbrigliati i cavalli prima di essere soppressi. Ma per quel secondo. Per quell’immobile secondo. Pensami.
Addio Madre.
Amami ancora.

Pietro Liuzzo Scorpo

7. Have a Nice Life – The Unnatural World

Data di Uscita: 04/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Depressione.
Significa vedere i sorrisi lontani delle persone durante una Domenica di Maggio.
Percepire che c’è qualcosa…
Che sfugge…
Sia esso calore o debolezza.
Sentirsi dall’altra parte, nel punto esatto dove tutte le ombre degli alberi si intersecano, ciascuna proiettata da una pallida e fredda sorgente luminosa in cima ad ogni abete, una per ogni insoddisfazione di una vita senza riposo.
Vedere tutto questo, e non avere voglia di tendere la mano.

………………………………..

Giocare ogni giorno con una lametta nella speranza che sia lei a prendere la decisione.

………………………………..

Alzare gli occhi al cielo dopo aver dimenticato l’odore di una giornata con le nuvole cariche di pioggia. Passarsi una mano sui capelli bagnati, con l’acqua fredda che scende lungo la colonna vertebrale, senza rimpiangere un’emozione in grado di curare tutto questo.

………………………………..

Rincorrere la scelta del meno peggio.
Accontentarsi della disillusione.
Immaginarsi di poter immaginare una realtà che sostituisca il vuoto.
It isn’t real, but it feels real.
It isn’t real, but it feels real.

………………………………..

Abbandonare la testa sul sedile della macchina, guardando con occhi appannati le luci rosse al di là del vetro.
Sperare, in un segno, in un augurio solenne, puro, sacro.
Attendere l’arrivo di qualcuno che dica cosa fare, come fare…
Che…
Come un mendicante che bussa al finestrino, e riceve in cambio uno sbuffo di fumo da una signora di mezza età, che spira tra due labbra che non hanno mai pronunciato la parola compassione.

………………………………..

No matter how much I write, you’ll never read a single line.

Filippo Righetto

8. Fatima al Qadiri – Asiatisch

Data di Uscita: 05/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Megastore galattici, luci come se fosse sempre Natale e l’immancabile dragone rosso incollato alla bell’e meglio in cima all’edificio. Il sapore di plastica affumicata e l’impressione di ritrovarsi davanti ad un patchwork pacchiano e senza un minimo di gusto. L’ennesimo devastante magazzino cinese prese il posto della piccola casa editrice underground, a nulla erano servite le proteste degli operatori culturali. L’ennesimo affronto alla tradizione ed alla Cultura, con la c maiuscola. Mentre dei giovanotti barbuti inveivano contro le autorità i gestori del locale guardavano privi d’espressione lo spettacolo e le cariche della polizia. I lineamenti di Wang parevano liquefatti e la sua mente iniziò a ragionare numericamente sui prezzi da esporre in vetrina per attirare i clienti, il giorno dopo ci sarebbe stata l’apertura.
Nella notte delle scritte offensive comparvero sui muri della palazzina, ancora una volta senza apparente emozione Wang e la moglie impartirono pacatamente i propri ordini. Un lontano parente della coppia, cugino di zii rimasti in Cina, di buona lena rimosse le minacce senza capire una parola tra quelle cancellate con una passata di bianco.
La superficie quadrata del locale fu riempita di merce a basso costo, nel megastore era possibile trovare qualsiasi cosa: dalla cianfrusaglia tipica all’abito firmato chissà dove, tastiere per computer e strambi portalettere, boxer di ogni taglia e legno per il camino. I giocattoli per bambini riempivano totalmente l’ala est e le infinite variazioni proposte consentivano un affare sicuro per l’acquirente.
L’odore stantio di chiuso – non c’era una finestra aperta – e la scarsa sicurezza dei materiali utilizzati era l’unico deterrente per i clienti. L’era degli sconti selvaggi copriva però qualsiasi magagna ambientale e l’organizzazione perfetta delle casse faceva il resto, il boom di vendite obbligò Wang ad assumere altri commessi, ovviamente cinesi. L’unica posizione scoperta, alla cassa numero 74, era stata assegnata ad un nipote della moglie che sarebbe dovuto arrivare dalla periferia di Pechino. Il ragazzo era entusiasta per l’occasione – prima libera uscita dalla Repubblica Popolare – ma non arrivò mai a destinazione. L’ultimo suo avvistamento risale alla settimana scorsa quando un conoscente della famiglia lo ha visto in Polonia, ubriaco e appena cacciato a pedate fuori da un noto bordello locale.
Lividi di vergogna sul volto della consorte e comunicazioni tagliate con il ramo della famiglia che aveva partorito il dissoluto nipote. Rimaneva il problema della cassa 74 e all’annuncio scritto in un tremolante cinese rispose solo una ragazza araba. Fatima conosceva la lingua alla perfezione, ma non volle rivelare come aveva appreso quel difficile intreccio di linee che formava i pittogrammi. In fondo a Wang serviva solo un addetto alla cassa, la discrezione poi era considerata un’arte nobile dalla sua famiglia e poco gli importava della ragazza.
Una volta assunta nessuno le parlava, una situazione in altri frangenti potenzialmente imbarazzante lì dentro si rivestiva di normalità. L’attenzione totale al dettaglio e i visi scavati formavano uno strato impenetrabile di silenzi e sguardi fissi, nessuno poi sapeva o voleva parlare inglese. Anche i vuoti parevano artefatti e plastificati, i rumori dei prodotti passati con velocità pazzesca sul lettore del codice a barre aprivano un buco nero emotivo in grado di risucchiare tutto, noia e fatica comprese.
Se solo Wang avesse saputo il reale interesse di Fatima probabilmente la ragazza non sarebbe mai entrata. Non è questione di chiusura culturale, ma di voler massimizzare il profitto senza temi sociologici a distrarre la relazione lavorativa.
Quando la ragazza – senza apparente motivo – lasciò libera la cassa 74, un ennesimo parente della coppia la sostituì. Il lavoro di Fatima si era concluso, il suo perfetto studio delle abitudini cinesi era compiuto e non vi erano più motivi per rimanere nel megastore.
Futurismo, synth, vertigine e grime. Fatima produceva musica, suoni e samples raffinati per cercare di creare passaggio d’informazioni dal compartimento stagno cinese al resto del mondo. Una coerenza sintetica tipicamente occidentale, messa in campo da una ragazza araba per riprodurre una propria visione della Cina in via di globalizzazione.
Il successo fu immediato: interviste, dj set, menzioni speciali sui libri di antropologia e di moda. Beat utilizzati dalle pubblicità dei maggiori brand mondiali di profumi e gioielli, vernissage patetici e lezioni universitarie.
Quando Fatima passava vicino al megastore faceva l’inchino. Wang e la moglie non leggevano i quotidiani del luogo, non avrebbero mai ascoltato i suoni di Asiatisch.

Alessandro Ferri

9. Foxes in Fiction – Ontario Gothic

Data di Uscita: 23/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

“Spring / Fall / I’ve lost it all”
Ogni anno Warren torna ai suoi laghi canadesi per immergersi nella natura circostante, le passeggiate nei boschi diventano un riappropriarsi di qualcosa che gli è stato tolto senza chiedere. La morte, l’abbandono definitivo dei propri cari e lo stress conseguente rimangono indelebili nelle foglie marroni stropicciate al suolo per il passaggio dei tanti scarponi. Se ne è andato a Brooklyn per riempire dei vuoti, impegnandosi a fondo nel proprio lavoro. Un tempo ogni momento libero era un supplizio rafforzato da mille pensieri fissi, sempre quelli. La necessità di elaborare il lutto era troppo pressante per resistere in quei luoghi che tanto gli avevano levato.
E il viaggio si è rivelato utile sotto tutti i punti di vista spazzando naturalmente via il pessimismo, mutato in una riflessione a 360° sulla possibilità di reagire pensando agli eventi in maniera meno distruttiva. E se la malinconia ritorna in primo piano sono stati sviluppati gli anticorpi per accoglierla senza farsi abbattere. I fantasmi del passato possono anche riemergere, nascondendosi tra i boschi, senza più bloccare il cammino di Warren ormai in grado di proseguire senza più fermarsi in continuazione.
La vita a Brooklyn, con l’immersione nei propri piaceri/doveri, è divenuta la cura anche grazie ad un ambiente famigliare costruito attorno a sé. Aprirsi e permettere un rapporto così stretto è stata la più grande conquista e il lavorare a pochi metri da chi condivide le tue sensazioni si è rivelato vitale e fecondo. I concerti, le cassettine, le spedizioni, le presentazioni e le discussioni sul divano o via skype hanno garantito una routine solidale con i propri dolori.
A questo si deve unire il talento e la volontà di perseguire il proprio obiettivo fino in fondo. Tutto ciò apre le porte ad un vero gruppo di lavoro che riscuotendo un discreto successo garantisce la nascita di un movimento tutt’intorno. Anche se i numeri non sono esagerati si riuscirà sempre a riempire un piccolo teatro, una cameretta o un giardino. Le persone ricevono qualcosa e come nella miglior tradizione americana rispondono contraccambiando il dono.
Le affinità si rafforzano e anche chi sta intorno, quando prima o poi dovrà elaborare la scomparsa di una persona cara, sviluppa nuove capacità di resistenza grazie all’affetto vero.
Il ritorno nel bosco quest’anno è stato accompagnato da una piccola cassetta dalla copertina santa: dal portafoglio spuntano immagini sacre tenute ferme da mani femminili.
Sopra c’è scritto Ontario Gothic e ascoltandone il contenuto si capisce che è un grande dono, il miglior modo di iniziare l’autunno.
La melodia pop avvolge tutto il lavoro e il dilatarsi delle chitarre culla l’ascoltatore. Una sensibilità ambient accarezza la pelle in un relax consapevole dove stacchi la spina rimanendo comunque legato a pensieri sempre più nitidi. “Describing the fear, remember how it felt?
Le stagioni cambiano e una voce vicina ci porta in questo viaggio, creando un bozzetto di classico dream pop, così dovrebbero dire gli esperti. Into The Fields. Ci sono ricordi d’infanzia ed una voce femminile che cavalca una progressione elettronica e dolcemente distorta. Glow (v079)
Poi si potrebbe continuare a raccontare le ultime tracce, si potrebbe ma è meglio chiuderla qui. Shadow’s Song, Ontario Gothic, Amanda e Altars arricchiscono con semplicità una perfetta trasposizione emotiva in musica. Le sensazioni dell’artista messe così a nudo sono davvero il miglior modo di iniziare l’autunno.

Alessandro Ferri

10. Ty Segall – Manipulator

Data di Uscita: 26/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Wonderendezvous. Wonderoundabout.

La stanza bianca. Immacolata. Come la coscienza di una vergine che percorre la navata. Pulita e asettica. La navata o la vergine? Come se avesse una qualche importanza. La stanza bianca. Un odore misto di vuoto e disinfettante. Di nulla e detergente per vetri. Di assenze sporadiche e cloro. Come una piscina all’aperto. Nello spazio intergalattico. Questo prima dell’orario di apertura. Poi entrarono tutti. Ad uno ad uno. In maniera apparentemente casuale. In maniera apparentemente banale. In maniera apparentemente animale.

Valzer. In senso antiorario. Contro il tempo. Contrattempo. Controtempo.

Sentiva che qualcosa sarebbe cresciuto. Lanciò un’occhiata fugace a quelle due mammelle enormi. Alla sua destra. Sarebbe cresciuto? No. I capelli bianchi. Le rughe. E le medicine per il cuore. Ma quelle due mammelle su quel corpo segnato dal tempo e da almeno un paio di gravidanze gli facevano scattare dentro qualcosa. Voleva affondarci la testa. Come fosse un lattante. Si chiese se ci sarebbe potuto affogare dentro.
Sopra le due mammelle. Un collo flaccido. Che sorreggeva un viso che aveva fatto il suo tempo. Due occhiali rotondi su un naso piccolo. Le guance rosse. E la testa che intanto si arrovellava sul contenuto della valigetta che quel tizio vestito in maniera così sgargiante teneva così saldamente. Forse era una spia. Forse un criminale. Forse una testa di cazzo qualunque. Ma che cosa c’era in quella valigetta? Perbacco. Lo voleva sapere.
Non era una spia. Un criminale forse. I capelli lunghi e unti. Gli occhiali scuri a nascondere delle profonde occhiaia. La prova inconfutabile che il mondo oltre al velo gli si era dischiuso. L’armonia del cosmo. I segreti dell’universo. E la pace dei sensi. E la cetra. La cetra. Cetra. Eccetera. Salute. Avrebbe voluto danzare. Ma prima doveva pensare a chi vendere qualcosa. Per rendere anche lui partecipe di quel tutto che era ormai diventato. Girò la testa a est. Giacca cravatta e barba curata. Lui avrebbe comprato qualcosa? Gli piaceva pensare che anche giaccaecravatta in fondo ne avesse bisogno. Come tutti.
Stronzo. Il suo capo era uno stronzo. E fanculo al suo sorriso falso. Alle frasi di circostanza. Fanculo. E’ finita. La rabbia saliva. Ma non come un fiume in piena. Piuttosto come una bottiglia di spumante senza sicura al tappo. E se non avesse retto quel giovanotto alla sua destra si sarebbe preso un pugno dritto sul muso. Ed avrebbe abbassato quella cresta di merda. Ma come se ne va conciato così in giro? Avrebbe voluto fargli sanguinare il naso. Strappargli tutti quei piercing.
Si toccò il piccolo anello alla narice. Poteva sentire se ci pensava a fondo il piccolo brivido che aveva sentito al tempo. Un tempo ormai andato. Una leggera scossa. Tra le palle. Ma quella non era dovuta al ricordo. Ma all’immagine della sua mano che si infila nel tailleur. Lo sbottona. La camicetta fuori dai pantaloni. La mano che si insinua. Ed il gemito di piacere. Lo sente. Lo senti? Chiedeva col pensiero a quel viso inespressivo e freddo incorniciato in lunghi capelli scuri.
Il tailleur le stava stretto. O c’era dell’altro? Cos’è che le stava veramente stretto? Avrebbe dovuto tagliarsi i capelli? Il ragazzino al suo fianco si mosse in maniera impacciata e le urtò la gamba. Notò una smagliatura sulla calza. Uno strappo. Le ci voleva uno strappo. Ed allora sì. Avrebbe portato quel bimbo con sé. Caricato sulla sua decapottabile. E poi via. Gli avrebbe fatto scoprire il mondo. Gli avrebbe fatto assaggiare frutti che neanche si immaginava. E lei con lui. Uno strappo. Gli avrebbe comprato degli occhiali nuovi.
Cercò di soffiare via il ciuffo che gli cadeva sulle lenti. Senza riuscirci. Si portò una mano tremante sulla fronte per completare il lavoro. Cos’era che lo rendeva così agitato? Cos’era quella sensazione? Voleva sentire il calore di quelle labbra sulle sue. Quelle labbra così carnose. Accese da un rossetto provocante. Quanti anni avrà avuto? Tre? Quattro più di lui? E perché fissava il vuoto? Che importava? Voleva baciarla. Voleva vivere per sempre felice e contento con lei.
Era a disagio. Ormai conosceva nei minimi particolari il vuoto di fronte a lei. Si concentrava. Si sforzava di non guardare l’uomo accanto a lei. Così grasso. Strabordante. Si sentiva in imbarazzo. Si sentiva avvampare le gote. E cercò di riportare la mente lontano da lì. A correre in mezzo ai campi. Le scappò un sorriso innocente. Ma come si fa ad essere così grassi?
Cosa aveva da guardare? Cosa c’era? Era per il suo aspetto? Non che gliene fregasse qualcosa. Ma non era carino. Quella stronza. Avrebbe voluto dirle qualcosa. Avrebbe voluto dirle che quel suo sguardo contornato da quell’apparenza così educata se lo sarebbe potuto ficcare su per il culo. Su per il culo. E sarebbe potuta tornare dietro alla scrivania alla quale lavorava e dove avrebbe passato il resto dei suoi tristi giorni con quello sguardo incastonato tra le chiappe.
Pensò di tirare fuori dalla borsa lo specchietto per controllarsi il trucco. Ma cambiò idea. E si accontentò di darsi una sistemata ai capelli. Alla cieca. Sbatté le sopracciglia. Si sentiva civettuola. Ma il direttore d’orchestra aveva un fascino al quale non poteva resistere. Si inumidì le labbra. E sperò di essere notata. Un direttore d’orchestra. Sbatté ancora le sopracciglia. Ed emise un gemito impercettibile. Si inumidì.
Un. Due. Ripassò mentalmente i movimenti delle mani. La destra. La sinistra. Attaccano le chitarre. E poi il cantato. Un due. Un. Due. Tre. Come avrebbe fatto se fosse stato il suo vicino d’attesa? Cioè. Di un occhio forse avrebbe potuto fare a meno. Ma la mano? La mano no. Quella gli serviva. I gesti ampi. La possenza dei movimenti. Sarebbero mancati di finali. Un. Due. Le chitarre che si intrecciano. Come avrebbe dato gli attacchi? Ma per fortuna non era il suo vicino d’attesa.
Non voleva essere compatito. Voleva una persona con cui parlare. Che non fissasse in continuazione la benda scura. O il suo polso. Senza sfondo. Come una strada per soli frontisti. Senza conclusione. Voleva parlare con qualcuno. La bionda che gli sfiorava il braccio con apparente disinvoltura sarebbe stata ad ascoltarlo? Di storie ne aveva. Di pensieri sul senso della vita no. Ma la vita è fatta di storie. Non di sensi. E quei capelli color grano forse avrebbero apprezzato le sue narrazioni.
Si passò una mano sulla pancia. C’è qualcuno? Si chiese. No. Non c’è nessuno. Che domande. Però se ci fosse stato? Sarebbe stata in grado? E ci sarebbe stato qualcuno al suo fianco? Guardò. Un uomo brizzolato. Di un certo fascino. Doveva ammetterlo. I tratti del viso duri. La mascella pronunciata. Un’aria saggia. Sarebbe potuto essere un buon padre?
Deglutì. No. Non ora e non lì. Forse se ne sarebbe dovuto andare. Non in un luogo pubblico. Ma quegli anfibi. E invece eccola. Un’erezione. Cercò di trovare una posizione comoda. Fanculo agli anfibi. Anche se lo sapeva che non erano quelli. Era ciò che contenevano. Ed era solo una ragazzina. Però i piedi. I piedi lo facevano andare fuori di testa. Avrebbe voluto leccarli. Annusarli. E lasciarsi calpestare. E leccarli ancora. Assaggiarne ogni centimetro. Deglutì. E quella era solo una ragazzina.
Si attorcigliava i capelli sul dito. Un’occhiata innocente. La gomma da masticare che si gonfia. Esplode. Rattrappisce su sé stessa. Un risolino. Un cliché. Non una reazione. Eppure ci doveva essere un modo per metterlo in imbarazzo. Voleva vedere la sua angoscia nel cercare di allargare il colletto bianco. Facendo finta che la ragione fosse il caldo. Voleva che andasse a confessare pensieri impuri.
Sia lodato il Signore per ogni nuova creatura. Ma si chiedeva come sarebbe potuta crescere da una madre di quell’età. Satana. Satana si è insediato nelle menti di questi giovani. Induce in tentazione. E questi scopano come conigli. E poi c’è chi rimane gravida. Gravida era la parola. Non incinta. Gravida. Come le bestie. E lui avrebbe dovuto lavare dal peccato originale chi nel peccato c’era nato. Possa il Signore perdonare chi se lo merita. E possa andare all’inferno chi se la cerca.
Era stata una cosa veloce l’ultima volta. E non aveva fatto male come pensava. Come al ballo della scuola. Non le aveva fatto male. Nello sgabuzzino. Quando poi una vita aveva preso a crescerle nel grembo. Al ballo della scuola. Fissò il vecchietto alla sua destra. Aveva un’aria speranzosa. Sbirciava di tanto in tanto nella scollatura della signora al suo fianco. E poi bofonchiava senza senso. E attendeva. Chissà cosa. Chissà se ai suoi tempi anche lui ha messo incinta qualcuna al ballo della scuola? Non le aveva fatto male. Chissà se anche quel vecchietto era diventato padre così presto?

Si chiude il cerchio. A suon di valzer. I violini suonano. Un due tre. I violini suonano.

Si affacciò alla porta. E venne investito da un odore forte. Un odore di sudore. Ormoni. Desideri inespressi. Altri inesprimibili. Umanità che si guarda attorno. Per poi tornare al punto di partenza. Non lo sopportava quell’odore. Si scostò dagli occhi la fangia bionda che andava a finire su dei nei apparentemente finti. Sorrise in maniera finta. Trattenne il respiro. Non poteva più sentire quell’olezzo. Voleva l’odore di sangue. Il rumore del trapano. Dell’aspiratore. Voleva odore di sangue e colluttorio.

Avanti il primo.

Pietro Liuzzo Scorpo

Top Ten 2014 – Maurizio Narciso

1. Andy Stott – Faith in Strangers

Data di Uscita: 17/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

La fissavo intensamente, sperando di incrociare il suo sguardo. Mi aveva notato, ne ero certo, ma continuava a guardare altrove. Sentivo la testa ribollire, quel rifiuto non riuscivo proprio ad accettarlo.

Ero invisibile per lei.

Il bar era al quarto piano di uno stabile tra la terza Avenue e la seconda Street: un quartiere signorile, ad un passo dal centro economico della città. Ero circondato da uomini d’affare, ingessati nei loro completi scuri, con i loro visi abbronzati sopra cravatte che costano più della mia utilitaria. E poi c’era lei, inscrutabile creatura, per la quale indossavo il mio sorriso migliore.

Erano giorni che non lavoravo, puntuale alle nove di ogni mattina ero in quel caffè, in cerca della sua attenzione. Successe allora, come una folgorazione, ebbi la sensazione che mi stesse finalmente guardando! Allora sbirciai in modo distratto fuori dal giornale e fui investito da un gelo totale: riuscivo a riflettermi nei suoi occhi ma la sua espressione era rimasta immutata, era incolore, a dimostrazione della mia inesistenza su questa terra.

Interruppi il rito per due giorni e per due giorni non dormii. La mia vita normale non aveva più valore, era diventata senza senso. Vedevo quella sua inespressione ovunque, sulle persone che incrociavo per strada, indosso all’edicolante dell’angolo, sul mio venditore di hot-dog di fiducia, perfino i miei vicini di casa sfoggiavano quel disinteresse che mi faceva sudare freddo le mani e bruciare il viso.

La mia vita era finita ed è così che presi quella decisione irrevocabile.

L’indomani ero di nuovo in quel luogo dello spirito; salii fino al quarto piano e prima di entrare nel caffè feci un respiro profondo. Aprii la porta di schianto ed ebbi gli occhi di tutti addosso, di tutti tranne che di lei. Come una furia mi gettai sul suo corpo, afferrandola più stretta che potevo, la alzai di terra e, messa in spalle, corsi via, urtando contro tre bell’imbusti e poi schivando freneticamente le macchine per strada, fino ad arrivare al mio appartamento.

La adagiai vicino alla finestra, delicatamente. Sentivo di avere del sangue in bocca, forse nello sforzo mi ero morsicato un labbro. La vista era confusa eppure lei era lì, monumento davanti alla mia di finestra, finalmente, unicamente mia!

Maurizio Narciso

2. SBTRKT – Wonder Where We Land

Data di Uscita: 22/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Il nostro respiro è quello del metrò che parte e si ferma in ogni stazione.

Signore che si sistemano l’acconciatura e tengono stretti i propri bagagli quando il soffio caldo e ferroso viene trasportato dal vagone in arrivo. Signori che chiudono il giornale solo per un attimo prima, per non rischiare di stropicciarlo. Ragazzi che con i piedi sulla linea gialla si fanno spallucce e gonfiano i loro petti tagliando l’aria che li investe.

I nostri vasi sanguigni sono i binari marroni che dalle stazioni dei treni raggiungono ogni dove.

Il sangue palpitante corre lungo i ferri, rallenta solo in prossimità degli scambi rugginosi e prosegue spedito nelle vene e nelle arterie delle città. Viene schiacciato da vagoni merci e da treni di persone che volgono verso l’orizzonte il proprio sguardo, le proprie paure e le proprie gioie, che si spogliano come si fa davanti al mare infinito.

Le nostre sinapsi sono i cavi dell’alta tensione che si stagliano nel cielo.

Energie che sfrecciano sulla corda, superano con un balzo i tralicci ed accelerando generano confusione e stordimento in chi le osserva. Sogni liquidi che non vengono essiccati dal sole. Memorie comuni che sono il patrimonio congenito di una fetta d’umanità che non ha mai tregua, mai un momento di stasi, sono velocità e passione.

Il nostro pianto bagna l’asfalto arido delle grandi metropoli.

Le strade crepitanti al sole diventano lucide e rispecchiano tutto ciò che accade sulla superficie, ma è un riflesso nero, che rivela la verità. Le apparenze scolorano, rimane la crudezza dei contorni, non c’è spazio per le sfumature. E’ una nuova realtà, senza mostri e senza trucchi, solo densa d’umanità, dove le anime danzano nude.

I nostri sogni sono le nubi di smog che investono ignari passanti.

Sono materializzazioni appena visibili di desideri dei quali si sono persi i particolari. Possono essere verdi, rossi oppure bianchi candidi come la prima neve d’inverno. Si confondono tra loro, sono istinti d’umanità che si fanno largo nel cielo, giocando con i raggi solari. Delle volte vengono ispirati da persone qualunque, che li cacciano indietro con forti starnuti.

Ci chiamano barboni ma siamo vagabondi dell’anima, siamo le città nelle quali perduriamo.

Maurizio Narciso

3. Caribou – Our Love

Data di Uscita: 07/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lei vivrà, conta solo questo.

Sono passati due soli giorni da quando ho preso la decisione peggiore della mia vita. Eppure sembra una vita fa. Avevo smesso di fare l’autista ma Jeff ha insistito, è passato da me strafatto di coca, se la stava facendo addosso, aveva la camicia inzuppata di sangue ed un bel conto da pagare. Gli ho offerto tutti i miei risparmi ma non bastavano, l’aveva fatta troppo grossa. E’ così che invece di mantenere fede al mio giuramento e rimanere fuori dal giro per sempre ci sono ricaduto, dopo appena due anni dall’aver ottenuto la grazia, quel bacio sulla bocca che a pochi è concesso. Ora mi prendo cura di Lisa gli ho detto, sono responsabile per lei ho continuato a ripetergli, non posso più fare cazzate del genere gli ho urlato negli orecchi, mentre lo abbracciavo. La decisione l’avevo già presa.

Accettai di scortarlo in macchina solo per questo ultimo fottuto colpo, un deposito bancario isolato nell’Oklahoma meridionale, col cambio della guardia alle 15.00 e senza una telecamera per mille miglia quadrate. Ricordo il suo odore, quello della paura mentre mi sanguinava addosso e ripeteva che lo strozzino era Frank, proprio Frank, il boss che mi iniziò nel giro quando avevo appena quindici anni. Per lui ho perso tutto, per lui ho fatto di tutto, fino al giorno in cui gli ho salvato la vita da morte certa: il suo bacio il mio biglietto per la libertà, lo stesso che ho buttato nel cesso accettando di aiutare un amico condannato a morte.

Il giorno seguente Jeff era imbottito di analgesici e sembrava aggrappato al suo ferro come Vilcoyote sull’ultima rupe prima dello strapiombo. Sudava freddo ma si sforzava di sorridere. Io non avevo perso i miei contatti ed ero riuscito a recuperare a tempo record una utilitaria, dall’aspetto comune, che celava sotto il cofano un motore da far invidia ad una sportiva purosangue. Avevo trasferito per sicurezza Lisa, l’amore della mia vita, in una stanza di albergo con due biglietti di sola andata per l’Europa: uno era per me, ma aveva l’obbligo di partire il più velocemente possibile qualora avessi tardato l’appuntamento stabilito anche solo di un minuto. Si è limitata a baciarmi con tenerezza, facendomi dimenticare per un attimo l’incubo nel quale avevo deciso di reimmergermi.

Il deposito era davvero circondato dal nulla, per un attimo credetti che ce l’avremmo fatta! Jeff si trascinò fuori dalla macchina e cominciò a camminare con passo deciso, l’adrenalina l’aveva resuscitato, non sembrava quel colabrodo che ieri ho dovuto rappezzare con garze ed antidolorifici. Varcò la soglia della banca ed io azionai il timer: aveva sei minuti per uscire con la busta di soldi. Allo scoccare del quinto minuto la porta si riaprì e lo vidi, in una mano aveva un sacco, nell’altra la sua pistola luccicante al sole. Non fece in tempo a fare dieci passi che dal nulla una macchina scura lo investì a grande velocità, sparpagliando interiora e dollari per tutto il parcheggio.

Era una trappola.

Ingranai la prima e via come un tuono sulla statale; ero inseguito da quella sportiva color nero e sangue e dovevo cavarmela. Non riuscivo a seminarli con il poco traffico delle 15.10, così decisi di portarli verso la vecchia cava, un posto dove avere il vantaggio di guidare su una terra arida e polverosa che conoscevo bene. Loro erano più veloci ma io ero lo specialista. Arrivati allo scavo resi il piazzale un deserto di nebbia con una serie di testacoda ma loro iniziarono a sparare senza guardare dove, non so con quale diavolo di armi; i vetri della mia macchina andavano in pezzi, sentivo il corpo bruciare dappertutto, morsi nella carne e dolore accecante, così mi riparai sotto il volante puntando dritto su di loro: lo schianto fu tremendo e riuscii a far ribaltare la loro auto.

Se fossi stato un musicista mi sarebbe piaciuto realizzare un disco che parlasse d’amore, ma sono un corriere della malavita che si tampona con un fazzoletto l’intestino bucato, in una macchina che ha già l’odore della morte.

Maurizio Narciso

4. Flying Lotus – You’re Dead!

Data di Uscita: 06/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Ho ricevuto stamane l’audiocassetta via posta. E’ incartata con un foglio bianco con su scritto in rosso “mission 5 of 19”. I caratteri sembrano scritti col sangue, altro modo per impressionare i partecipanti al gioco? Il sito internet dove ho acquistato questo oggetto risulta già chiuso, proprio come dicevano sul blog “You’re dead”, stesse modalità di adescamento.

Era solo una dimostrazione ai miei amici di non credere a certe notizie che si leggono su internet.

Ho strappato la carta e atteso un attimo prima di inserire la cassetta nel mio vecchio mangianastri. Ho le mani sudate e me ne vergogno. Tiro un respiro di sollievo allo squillo del telefono. Rispondo e sento un fruscio all’altro capo della cornetta, poi una voce camuffata che mi domanda se ho ricevuto la quinta missione; dico di si e sento riattaccare.

Era solo una dimostrazione ai miei amici di avere coraggio.

Ho paura ora. Passano minuti come ore e cerco di ritrovare le mie ragioni, l’idea che tutta questa storia sia solo una messinscena. Nessuno dei miei amici è a conoscenza dell’arrivo a casa della cassetta, non può essere stato uno di loro a fare la telefonata. Sanno solo della mia intenzione di voler partecipare a questa cosa, non posso tirarmi indietro proprio ora.

Era solo una dimostrazione per far valere la mia ragione su quella degli altri.

Schiaccio il tasto play e quella stessa voce dal tono metallico mi invita a recarmi entro ventiquattrore al vecchio mattatoio accanto la ferrovia dell’east side. Sarà solo uno scherzo di cattivo gusto, cerco di convincermene perlomeno. Non sono un pivello, posso dimostrare che questa cosa è solo un gioco, solo uno scherzo di pessimo giusto.

Era solo una dimostrazione a me stesso di poter superare ogni “prova”.

Le mani mi tremano e sudano ancora. Dopo il messaggio parte una musica, un gospel nero, appena sporcato di elettronica. E’ jazz moderno, una danza della vita, una danza della morte. Passo ore, almeno credo, a riavvolgere il nastro ed a farlo ripartire. Il brano, per quanto breve, non mi esce più dalla testa, come un mantra dal quale è impossibile sottrarsi.

Era solo una dimostrazione a me stesso di essere forte.

Esco di casa ed è notte, vado in garage a prendere l’auto e, per ogni evenienza, anche la chiave inglese più grande dalla cassetta degli attrezzi. Mentre guido non smetto di ascoltare il nastro, faccio attenzione a non andare fuoristrada durante le procedure di riavvolgimento. Ecco, ci siamo, vedo in lontananza il luogo stabilito dall’ignota voce metallica.

Era solo una dimostrazione di ottusa virilità.

Con il walkman in tasca e le cuffiette nelle orecchie attraverso lo stradone che porta a quell’industria dismessa. Non so se mi da più sicurezza la chiave inglese che stringo in mano oppure la musica che mi entra in testa. Mentre mi guardo intorno sento un rumore alle mie spalle, mi volto ma è troppo tardi, una siringa si infila calda nella giugulare e perdo i sensi all’istante.

Era solo una dimostrazione al mondo intero di essere uno stupido.

La vista è ancora sfocata, non so dove mi trovo, sarò la prossima attrazione di internet, l’ennesimo sciocco che è stato fregato dal “gioco che uccide”. Dovevo dare ascolto al mio istinto, buttare la cassetta nel tritarifiuti o perlomeno non raggiungere il luogo indicatomi in piena notte. D’improvviso mi accorgo di essere nel letto, il mio letto. Un’improvvisa eccitazione mi fa svegliare del tutto, faccio mente locale, è solo un sogno!

Era solo una dimostrazione.

Mi volto verso il comodino e con sommo sgomento trovo la cassetta, ancora imbustata. Faccio un balzo fuori dal letto per afferrarla. In testa è come se avessi ancora quel motivetto jazzato. Voglio aprire il pacchetto… D’un tratto una visione, di me legato su una sedia alla mercé di uno sconosciuto che brandisce un macete, sembro sorridente nonostante tutto, ho nelle orecchie quella musica inconfondibile.

Maurizio Narciso

5. Aphex Twin – Syro

Data di Uscita: 22/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

A diciassette anni si hanno altre aspettative.

Il mio stereo è di piccole dimensioni ma produce un suono che mi piace, non sarà di alta fedeltà ma è quanto basta ad inondare di musica la mia camera, arrivando a incuriosire la figlia dei condomini del piano di sopra, diciassettenne anche lei, che quando mi vede sorride e chiede che genere di musica io ascolti. Una volta le dissi in modo saccente che si trattava di Aphex Twin, senza l’articolo determinativo plurale davanti, è uno solo dietro le macchine.
Drucks era appena uscito e feci un viaggio a Roma insieme ad un mio amico per acquistarlo; il posto dove sono cresciuto conta poco più di quarantamila abitanti per – a quei tempi – tre negozi di dischi dove trovare il pop e il rock. Mi piaceva il rock ma non lo sentivo attuale. “Intelligent Dance Music” la chiamavano sulla rivista musicale che davano in allegato il giovedì con un noto quotidiano nazionale, io la consideravo cibo per l’anima. Possedevo già molti dischi simili, probabilmente migliori dal punto di vista della visione complessiva sulla materia elettronica, eppure ascoltare quel disco appena uscito e non recuperato da un vecchio catalogo impolverato la rese un’esperienza indimenticabile. Una centrifuga impazzita di suoni sgraziati, battute secche, tocchi armonici, voci aliene e suoni di pianoforte, che io vivevo come al rallentatore, godendo di ogni singola variazione, scoprendo di ascolto in ascolto nuovi dettagli per costruire immagini mentali sempre diverse.

A trent’anni si hanno altre aspettative.

Dalle due casse da pavimento proviene un suono pulito ma corposo e l’amplificatore ha uno stadio a transistor ed uno a valvole; non posso alzare troppo il volume perché non vivo più nell’appartamento sotto alla mia amica curiosa.
Syro è appena uscito ed il mio giradischi è pronto ad accogliere il vinile nero che stringo tra le mani, attendo ancora un pochino perché voglio allungare questo momento il più possibile. Ho evitato di ascoltare il singolo apripista né ho letto alcun commento in merito a questo ritorno discografico dopo tredici anni di inattività o giù di lì. Poso la puntina sui solchi ed ecco la musica che tanto mi era mancata: multiforme, ricca di trame spezzate, di melodie appena accennate e di reiterazioni parossistiche, tornano addirittura le note di piano, che mi riportano con la memoria al mio piccolo stereo ed alle meraviglie di un tempo che fu. Torno ad immaginare il flusso sonoro che si compone e scompone mentre mi investe, canticchio armonie che magari durano solo pochi secondi ma che mi porto dietro per svariate tracce, con in faccia lo stesso ghigno dell’autore.

E’ un disco che poteva essere stato inciso molto tempo fa ma suona bene anche oggi. Viene attualizzato quanto basta un discorso senza tempo; non è qui che si devono cercare altre rivoluzioni, questi sono lidi per figli unici, un vorticare appassionante di musica per l’anima.

Maurizio Narciso

6. Plaid – Reachy Prints

Data di Uscita: 19/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Nella mente

Come si assorbe un lutto?

Nella mente una casa dove sono cresciuto, un albero che d’autunno mi regalava fruste sottili di rami che nelle mie mani diventavano spade, un soprammobile d’epoca di mia nonna raffigurante due personaggi da primo ‘800 imbellettati per la festa, il coltellino svizzero di mio nonno da cui non si separava mai, la scala a chiocciola come rifugio ed i soldi sotto al piatto da scoprire a pasto terminato…

Poi il cuore si stringe e la mente vola a quando avevo la febbre e la loro presenza rassicurante a farmi visita, mani premurose a toccarmi la fronte mentre altre stringevano il cappello e il cappotto attendendo il proprio turno…

Mi ritrovo in buona compagnia su un piccolo trattore che si arrampica su una strada tortuosa per arrivare in cima alla montagna dove c’è una fonte di acqua gelata, un getto esuberante dal quale non riesco a bere senza ritrovarmi bagnato da capo a piedi…

D’improvviso arrivano immagini recentissime, il dolore e la dignità di affrontarlo a viso aperto, i sorrisi e le rassicurazioni anche quando sono per finta, la necessità di accettare il naturale volgersi degli eventi…

Le corse sotto il sole e le passeggiate misteriose in un paesino tutto da scoprire, vie alternative da percorrere con la curiosità di calpestare un selciato per la prima volta…

La sala giochi a 500 lire a partita e il forno utilizzato da tutte le signore del paese dove andare a respirare aria di dolci e di pane, farsi offrire un bicchiere d’acqua dalla vicina di casa per proseguire il cammino, senza meta, senza tempo…

Una musica che aiuti a visualizzare i ricordi…

ad occhi chiusi

Maurizio Narciso

7. Ben Frost – A U R O R A

Data di Uscita: 26/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

“Non avrai altro Dio al di fuori di me.”
Sembrava impossibile crederci, o almeno così appariva a me, miscredente impenitente.
Rifuggivo la religione come fosse un’appestata, per coerenza a convinzioni radicate in anni e anni di esperienze, per testardaggine col tempo tatuata addosso. Lui, un dio terreno e immanente, stava tessendo tappeti sonori ai confini del mondo, mescolando luci e tenebre, synth bianchissimi e nere percussioni, il bene e il male.
La pelle indurita dal peregrinare per le dure terre dei Carpazi, i graffi di lupi e le escoriazioni di vetri rotti richiedevano tempo necessario come minimo a ricucire le ferite e riappropriarsi della forza primordiale per governare il mondo. La guarigione era quantomeno necessaria per intraprendere una nuova missione tanto impegnativa quanto epica.
Egli cercò il ritorno in Patria, perché sì il culto prevede l’universalità della risposta, ma le basi per irrobustire una certa dottrina impongono concentrazione e dedizione assolute; protetto da terreni di nota asprezza, sapeva bene dove scovare insolite fascinazioni e i segreti di reazioni chimiche debordanti, al riparo da qualche curioso disturbatore che di tanto in tanto andava accenando incursioni per verificare coi propri occhi anziché credere senza riserve. A quanto pare San Tommaso non era soltanto un biblico ricordo.
Di contro, erano anni che dinnanzi a Lui avevo imparato a plasmare la mia Weltanschauung. Cieca fiducia e totale abbandono. Attesa paziente, congiunta a simili attese disseminate per i continenti, silenti ma conscie di trovarsi in stasi apparente, ché era questione di giorni – se non di ore. Quando il momento arrivò, nessuno seppe se la gioia stesse superando la sorpresa, o meglio ancora lo stordimento; in questa religione le epifanie scuotono l’anima tanto quanto il corpo, non vi è modo di farsi coinvolgere spiritualmente senza avvertire le membra possedute da tale forza (sovran)naturale.
Le percussioni battevano impazzite come ingrediente inedito in una tavola periodica già satura di elementi pre-combinati e lasciati reagire in giochi di esplosioni metalliche e parentesi di quiete destinate a essere spezzate all’improvviso. Sembrava che il nostro demiurgo avesse imbastito un dialogo complesso tra la natura e suoi derivati; talora il confronto prendeva pieghe drammatiche tramutandosi in disputa e mostrava le due parti battersi strenuamente per avere una certa rivalsa, altre volte si conveniva presto a un accordo spontaneo, fatto di trame dense e fitte, di avvolgimenti reciproci e passaggi di palla armoniosi.
Il rito pagano aveva luogo alle pendici di un vulcano, ma aveva richiesto un cammino impervio per guadagnarsi la meta agognata, tra sbruffi di geysers e distese lunari. Non bastavano quindi le cicatrici avute come pegno dalle imprese passate, la catarsi andava completamente portata a termine. E a quel punto egli si trasformò in un sapiente direttore d’orchestra, facendo imbracciare gli strumenti musicali alla natura stessa, la quale si prodigò in una miriade di declinazioni sonore da lasciare tramortiti, sovrastati, affascinati. Gli acciai affilati innestavano tagli netti alle superfici rugose di rocce e terre più morbide, piogge di lapilli iniettavano il cielo di materia incandescente su musica battente dalle derive industrial e il ruggire delle lamiere. Si palesarono due aiutanti, eletti prescelti per potenziare ulteriormente la funzione: frustavano tamburi con violenza liberatoria e occhi chiusi, incarnando, in danze convulse e tribali, il cuore pulsante del centro della Terra. Intorno era tutto un andare e venire di coordinazioni e asincronie, di sublimi contrasti tra atmosfere sintetiche che lambivano i territori della techno e soavi aperture riappacificanti, rintocchi di campane lontane. In un simbolico moto ascensionale ci si andava nutrendo di sussulti infernali oscuri, animaleschi, di cenere grigia che sporcava qualsiasi accennata melodia con substrati gracchianti, di ghiacci acuminati, mentre il climax in progressione si stava dirigendo furioso verso il suo acme a lungo desiderato.
L’Aurora deflagrò nella volta celeste, stupenda e commovente, abbracciando di un chiarore bianco e vitreo tutti noi al cospetto. Gli sguardi fissi in alto per rapire una ad una tutte le sfumature, pupille affamate e ingorde, finché arrivarono al punto in cui la luce divenne davvero accecante e oscurò di colpo retina e campo visivo, ché rivelazioni come quelle sono irripetibili e hanno comunque un prezzo da pagare, anche caro. A single point of blinding light.
Rimasero le emozioni, a fatica comunicabili a parole ma ancora saldamente vive nello stomaco impregnato di meraviglia e di turbamento, nel tremore delle mani, nella pelle d’oca, nella memoria colpita affondata e riempita, nel cuore devoto.
E quando ci chiederanno le ragioni che sottendono la resa incondizionata sapremo tutti avvalerci dell’ineffabilità della fede. Sola fide.

Federica Giaccani

8. HTRK – Psychic 9-5 Club

Data di Uscita: 01/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Jeanine aveva deciso di riporre in un cassetto la sua vita totalmente sbagliata, aveva deciso di chiuderlo e gettare via la chiave per sempre. Trent’anni e strade di Londra battute più la notte che con la luce del sole, le mani nervose che si grattavano l’un l’altra e poi salivano fino ai gomiti lasciando i segni sulla pelle bianca, sotto le magliette attillate di un nero assoluto; buchi in vena, plurimi e recidivi, buchi nelle calze ogni giorno più logore, buchi nei conti scarni che segnava su scontrini di fortuna nel suo appartamento, la testa pesante sorretta dalla parete accanto ai fornelli mentre farneticava parole disperate al telefono. Quel telefono che non la piantava mai di suonare nemmeno la notte, e gli uomini che la aspettavano sotto casa ad ogni ora, la pedinavano, insistevano, non accennavano a mollare la presa. Non era mica colpa loro se quella donna li accecava col suo fascino malato, li circuiva calcolando con estrema lucidità ogni mossa approfittandosi delle loro umane debolezze, poi scompariva. Aveva cambiato appartamenti Jeanine, quasi con la stessa frequenza con cui cambiava versione dei fatti per svignarsela da scomode situazioni ingombranti. Era una tossica atipica, alternava periodi di miracoloso equilibrio in cui riprendere il fiato e pianificare mosse future ad altri estremamente scuri e confusi, affondata nella palude di contesti ingarbugliati e guai, che attirava a sé come campi gravitazionali di forza inaudita.
I suoi genitori avevano strenuamente tentato di influire in qualche modo disperato nelle sue scelte, di aiutarla per quanto potevano; in cambio avevano soltanto ricevuto porte sbattute in faccia e insulti irripetibili, nel migliore dei casi la reazione scaturita era mutismo ostinato. Decisero infine di farsi da parte e lasciarla a se stessa, da qualche anno avevano smesso di vedersi e di parlarsi, come se ambo le parti avessero di comune accordo convenuto che la dissoluzione del vincolo fosse l’unica strada praticabile. Jeanine non lo avrebbe mai ammesso, se non altro per ragioni di orgoglio, ma da quella volta un senso di vuoto latente non la lasciò mai completamente in pace; per fortuna le era rimasto Chad, energumeno di colore, suo unico amico. Soltanto a lui dischiudeva i cancelli delle confidenze, soltanto lui era riuscito a vedere i suoi aridi occhi inumidirsi per la paura e la malinconia.
Un giorno, dopo l’ennesima disintossicazione, Chad le disse che l’unica salvezza sarebbe arrivata soltanto con una nuova identità: documenti vergini intestati a chissà quale nome asettico e insignificante che di lì in avanti si sarebbe dovuta sforzare di accettare, vita nella brughiera al riparo dai fumi di Londra, taglio netto col passato. Il problema è che lei questo proprio non lo voleva, non avrebbe mai rinunciato a se stessa, al suo nome francese rimastole come unica eredità del padre d’oltremanica.
Trascorse la notte insonne, contò gli autobus passare, e le auto, e poi venne il turno dei netturbini; sul fare dell’alba la soluzione arrivò nitida come una rivelazione, e il suo orologio biologico sembrava regolato in sincrono con ciò che andava fatto: si sentiva inaspettatamente pronta, e anche in grado. Alcuni aerei e dei continenti da frapporre tra il passato e il futuro la facevano sentire al riparo da ogni ipotetica minaccia, le apparivano come il terreno ideale sul quale gettare le basi per una ripartenza. L’Australia, inedite prospettive.
Salutò Chad in aeroporto con un abbraccio drammatico e al contempo vigoroso, una forza ritrovata; il filo non si sarebbe comunque mai spezzato tra loro. Il suo corpo, avvezzo finora a oscurità malate e a un masochismo intimista e fragile, aveva adesso bisogno impellente di bianco e di luce. Cose del genere accadono tutte insieme come uno tsunami, incalcolabili, imprevedibili.
Una volta atterrata, coi pochi soldi che aveva a disposizione prese in affitto un minuscolo appartamento in un vecchio stabile; le dimensioni minime, gli infissi male coibentati e la posizione periferica erano ampiamente ripagati dal mare che, imperioso e immenso, entrava da protagonista nei suoi spazi dalle ampie vetrate a tutt’altezza. In particolare perdeva la cognizione del tempo sul terrazzino di un metro quadro, fumando qualche sigaretta mentre odorava la salsedine e ascoltava i gabbiani. Si muoveva con naturalezza in un fresco equilibrio non più precario, irrobustito dalla serenità di lunghe passeggiate tra la spiaggia e i meditativi giardini zen, una musica digitale e delicata a far da cornice, quella di sempre ma ora spogliata di ogni traccia morbosa e oscura, un nuovo riflesso azzurro creava riflessi vibranti e rassicuranti. Blue sunshine.
Aveva sempre odiato il rock, non concepiva il bisogno del fragore degli strumenti suonati per evocare chissà quale stato d’animo. Adesso che la guarigione stava avendo atto, le melodie insane e sincopate e i sussulti tra le coperte madide di sudore avevano gettato la spugna; Sydney sapeva di brezza e di fiori, di giorni semplici da trascorrere col sole alto e un lavoro normale che scandisse dei tempi più umani, regolari, curativi. Trovarsi dall’altra parte del mondo le rendeva in qualche modo più semplice ribaltare la vita. Senza dover essere altro da sé.
Quando Chad decise di sacrificare la sua fobia per gli aerei e la raggiunse, per poco faticava a riconoscerla: nessuna traccia di nero inglese, Jeanine si era convertita a seta e viscosa dai colori chiari e delicati; i luminosi capelli erano raccolti in una treccia lasciata cadere di lato su una spalla, il trucco era leggero. Seduti a un chiosco sulla spiaggia lei scelse un infuso fruttato lasciandolo solo alle gradazioni alcoliche, gli illustrò la nuova occupazione da segretaria presso un medico sportivo e gli parlò con voce ferma e posata. Anche il gesticolare nervoso era sparito.
L’eccezionalità della normalità.
Se solo i suoi cari sapessero – rimase in bilico lei in un’istantanea riflessione. Ma ben presto ricacciò indietro i pensieri pesanti e tuffò lo sguardo oltre il molo.
Probabilmente per questo non era ancora pronta. C’è un tempo giusto per ogni cosa.

Federica Giaccani

9. Warpaint – Warpaint

Data di Uscita: 20/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Aveva sempre in mente una scena, ogni volta che incominciava a suonare. Sarebbe meglio specificare, dire che aveva in mente immagini appartenenti a più scene. Quello che non cambiava e che non sarebbe mai cambiato era l’ambientazione di quegli attimi di vita fugaci, di quelle pause dal tempo, delle parole che facevano da sottofondo, dalle sue mani appoggiate alla ringhiera, tutte le ombre proiettate dalle luci sparse ovunque per l’ampia sala all’ultimo piano di quella costruzione, il traffico che si muoveva irregolare, qualche albero in buona salute a spezzare la monotonia dei parcheggi, il rimbombo delle canzoni che stavano per nascere, la quiete la notte, l’attimo successivo alla conquista, il fremito nelle ossa, la calma figlia della sazietà. All’altezza di un’ampia finestra sbrogliava matasse di cavi ai suoi piedi, guardava fuori dalla finestra alzando leggermente la testa, si poteva tracciare una linea retta dalle punte degli stivali alle rotaie del tram, passando per i rami ora vuoti della vegetazione, aggiungerci anche partenze di aeroplani, strisce pedonali, riflessi metropolitani, copertine di giornali. La seconda prospettiva portava capelli biondi, una storia ulteriore da raccontare, un lungo vestito e una tazza di the tra le mani. Raccontava di come raggiungere suoni più lontani, poi creò una successione di note al sintetizzatore e si ritrovarono al centro di una valle, in un passato indefinito, in una notte priva di volti umani, ampie vesti con un copricapo per testa e pregiudizi da disintegrare. L’accordo fu raggiunto e simbolizzato dall’immagine della legna da ardere, un falò nella sera, la forza del fuoco, tastiere. Quel pomeriggio la vide con la schiena appoggiata al muro di mattoni rossi, lo sguardo verso l’altrove, i lunghi capelli castani lisci sulle spalle, il piede sinistro nudo appoggiato alla parete. Prova a cantare queste parole. Le portò così un foglietto di carta, lei restava immobile appena fuori dalla porta di quella stanza affacciata a strapiombo sulla città, le mani ora nelle tasche. Una folata di vento scompigliò voci e capelli, il foglietto con quello squarcio di testo le scappò dalle mani e andò a rifugiarsi nel vuoto, ci risero sopra l’intera giornata su quell’episodio. Chi se ne frega, con un ritmo del genere ogni parola andrà bene. Alle tre di notte nacque una nuova canzone. Ballarono dietro ai loro strumenti, esauste e soddisfatte del loro operato. Come se qualcuno spaccasse il campanaccio di un animale nel silenzio di quella valle che avevo immaginato, prima del rogo. Sussurrare all’orecchio di una mente ottusa il racconto della rivincita delle streghe. Si ricordarono di una storia esemplare, si strinsero in un abbraccio e decisero di condividere. In the middle of the day we find love. Chiuse gli occhi, i capelli raccolti in un nastro, le ciglia abbassate che si confondono con le sagome dei grattacieli proiettate su tutti i lembi di pelle e tessuto disponibili. Dietro accesero quattro candele e le posizionarono una per ognuno degli angoli di un vecchio tavolo da lavoro. Si addormentò con le punte di dita altrui che le accarezzavano il braccio, sulla poltrona più comoda a loro disposizione. Domani pitturiamo i muri o li ricopriamo di fotografie venute male apposta, voluta mancanza di focalizzazione. Poi inviteremo i primi ospiti della nostra nuova festa. Ricordi quell’attimo in cui hai chiuso gli occhi e hai fatto casa al respiro del vento, allo scorrere delle stagioni tra le tue guance e le labbra leggermente socchiuse, la carezza più soffice dei vestiti alternati con disinvoltura sulla tua pelle, il passato e il futuro frantumati sul pavimento, la consapevolezza di poter frantumare le barriere. Aprì gli occhi, le teneva le mani ricoperte di anelli di vero oro. La storia che aveva deciso di raccontare riusciva a far convivere desideri e quiete, contrasti e conciliazioni. Più in là fumava una sigaretta appoggiata alla ringhiera di quel palazzo, si sentiva sul tetto del mondo. You are worthless. You belong. Sembravano tutti sul punto di lanciare la propria sfida a quell’angolo di cielo, loro comprese, e comunicavano anche con i silenzi più interminabili, bastavano gli sguardi, i movimenti sinuosi, i vestiti gettati sul tappeto e quelli prescelti per la prima quotidiana per il teatro, l’accettazione del valore universale di quella rappresentazione. Lasciarono l’abitazione portando insieme a loro tutte quelle nuove canzoni soddisfatte di essere riuscite a tratteggiare nuove consapevolezze. E come in un unico sguardo, salutando e ringraziando quei muri e quelle finestre, le immagini e le parole si unirono. I’m on my way back home. I’ve not been. I’m not gonna stay away too long. Regola numero uno: aggredire la realtà. LOVE IS TO DANCE. WHY DON’T YOU DANCE? And dance, and dance, and dance, and dance

Filippo Redaelli

10. Kelis – FOOD

Data di Uscita: 21/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lo scambio di valigette

Nei film sembra fottutamente semplice!

Non so cosa diavolo ci sia di così importante in quella ventiquattrore ma mi hanno riempita di soldi per un lavoretto “veloce”, almeno è così lo hanno chiamato.

Sono chiusa nel bagno di un aeroporto con indosso un vestito da hostess due taglie più piccole, perlomeno fisseranno la ma scollatura anziché il mio volto. Mi hanno assicurato che una delle assistenti di volo avrà un improvviso malore in aeroporto, un attimo prima di salire a bordo, ed è allora che con gli altoparlanti avvertiranno i sevizi in staff di dover effettuare un cambio di personale. Dovrò dirigermi al gate 43 presentando un grande sorriso ed i documenti che mi hanno “consigliato vivamente” di non perdere. A bordo ci sarà un signore distinto con una valigetta, dello stesso tipo che è nella mia borsa; a questo punto avrete capito anche voi che il mio compito è quello di inventarmi qualcosa e di effettuare lo scambio. La cosa più facile del mondo, soldi facili per un lavoretto veloce.

Cazzo, l’orario stabilito è passato da venti minuti…

Avviso urgente per i Servizi in Staff, Hostess al Gate 43, ripeto Hostess al Gate 43, è un codice H.

E’ il momento! Mi precipito fuori del bagno e cerco di assumere un’espressione professionale; su questi tacchi sembra che ci sia nata, sarà un gioco da ragazzi. Arrivo al gate con tutti gli occhi puntati addosso, il pavimento in marmo riflette la mia biancheria rosa, a contrasto con la mia carnagione scura, mi presento mostrando i documenti falsi ed i miei denti splendenti. Sono sull’aereo, un attimo prima del decollo.

Mi hanno istruita a dovere e prendo posto nella cabina antistante quella del comandante in attesa della stabilizzazione del velivolo. Lascio la mia borsa nell’apposito scomparto e infilo la replica della ventiquattrore sotto il carrello delle vivande. Dopo dieci minuti, insieme al collega, iniziamo a servire i clienti di coda.

Caffè; snack dolce; bibita gassata e snack dolce; salatini e aranciata; caffè; caffè ed un bicchier d’acqua; tramezzino e bibita gassata; caffè… ed ecco che ci siamo, a due file da me ci sono due posti occupati da un uomo di mezza età e da una ventiquattrore! Dico al collega che sono terminate le bibite gassate e mentre lui va a recuperarle sono accanto all’uomo X che, composto, mi chiede un caffè. Passandoglielo me lo faccio sfuggire di mano versandoglielo sulla giacca e nel colletto, il suo sobbalzare mi fa intendere di avergli ustionato anche il collo; chiedo scusa e mi propongo di accompagnarlo in bagno. Lui rifiuta ma lo seguo lo stesso, considerando che nel frattempo è tornato il belloccio con le bibite di riserva.

Estraggo dalla tasca un deodorante stick e tiro via la pellicola con l’accurata descrizione degli ingredienti per spacciarlo per uno smacchiatore universale e, preso un nuovo rifiuto dal signore, mi accorgo che ha la valigetta legata ad un braccio con delle cazzo di manette. Di scatto mi chiudo nel bagno con lui assestandogli un colpo improvviso, quanto preciso, sulla carotide: cade a terra svenuto.

Esco e lo chiudo dentro mentre recupero la mia borsa che nasconde un coltellaccio con il quale potrei riuscire a forzare le manette oppure… a tagliargli l’arto grigio e sottile. Inizio a destare l’attenzione del collega, ma non mi importa, mi richiudo nel bagno con il vecchietto in terra facendo l’occhiolino allo Stewart. Prima di procedere decido di aprire quella maledettissima ventiquattrore per scoprire finalmente cosa ci sia dentro. Non si apre, allora faccio leva con la lama, in modo sempre più insistente, fino a quando sento un click…

L’esplosione fu devastante, illuminò il cielo, strappando l’aereo in due; ma questo potete saperlo solo voi che state guardando dalle vostre fottute poltrone di casa, di me non rimane altro che un frullato sparso tra i 9.000 e i 12.000 metri di altezza!

The end

Maurizio Narciso

Top Ten 2014 – Marco Di Memmo

1. Fire! Orchestra – Enter!

Data di Uscita: 26/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per entrare in un culto esoterico sono molte le cose da abbandonare, quasi tutte le cose vecchie, i pensieri, le persone e molto spesso anche la propria anima. Poi bisogna sentire che tutte le cose vecchie sono andate via, che la propria vecchia anima ha abbandonato la propria sede immateriale.

Noi imparammo a vorticare come i dervisci da ragazzi, quando anziché ascoltare la musica dei nostri coetanei, per intercessione della nostra vaghezza e del nostro incomprensibile distacco, iniziavamo a dimenarci e a roteare al ritmo del sax tenore di Ornette Coleman. Ma altro non posso dire, altrimenti la segretezza del nostro ordine verrebbe sciolta e diverrebbe una normale setta accessibile a qualsiasi esaltato.
Alcuni di noi facevano parte del grande popolo ormai distrutto degli Inuit e i loro gorgheggi facevano danzare i pesci nei fondali delle acque ghiacciate e rendevano gli orsi bianchi innamorati. Altri invece venivano dall’altro grandioso popolo devastato degli aborigeni australiani che con le loro danze evocavano gli spiriti attorno ai fuochi. La maggior parte però erano volgari europei. Una volta entrati nell’Ordine non fummo più niente se non dei mezzi nei quali il Grande Spirito soffiava la sua anima dentro a degli ottoni o premeva il suo spirito su tasti e superfici vibranti.
Noi non siamo nessuno, siamo gli Entrati, che prima hanno dovuto fare uscire tutto. Noi non abbiamo mai fatto del male a nessuno ma ne abbiamo subito tanto e sfoghiamo il nostro furore e la nostra gioia (che nonostante tutto rimane) in quel gigantesco e poliedrico delirio chiamato Jazz (e in altre esoteriche bellezze di cui non possiamo parlarvi).
Abbiamo abbandonato il sorriso cinico per incontrare la sincope, abbiamo distrutto la maldicenza per costruire l’armonia, ci siamo liberati della nostra mediocrità per essere inconsistenti e di conseguenza siamo saliti, senza neppure saperlo, nel leggerissimo strato di Assoluto che nessuno può toccare con la parola. Noi lo sfioriamo con la musica, come le proprie dita possono solo sfiorare il proprio polso, ed entriamo in esso col nostro spirito. Noi che sappiamo che sulla terra non c’è nulla di puro, abbiamo trovato la purezza oltre la terra, ed ancora oltre abbiamo trovato il Tutto, che supera di intensità e bellezza la somma di tutte le sue parti, che è maggiore grazie alla sua aura (questa oscura cosa che nessuno vuole più nemmeno cercare) la cui luce è raggiungibile solo da chi, dopo essersi dato la pena di Uscire, è riuscito ad Entrare.

Marco Di Memmo

2. A Winged Victory for the Sullen – Atomos

Data di Uscita: 06/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Karlův most nel controluce del levar del sole sprigiona la magia di un’istantanea senza tempo: i sanpietrini irregolari a terra, le statue in pietra ai lati a vegliare sui passi della città che si desta dal torpore, la rarefatta caligine che sfuma i contorni dei palazzi storici in un tocco delicato. Il signor Pavel Cermak era immobile in lontananza, postura asimmetrica piegata verso sinistra, ad accogliere l’aiuto di un bastone da passeggio; la sua figura risultava perfettamente mimetizzata tra le pose drammatiche scolpite che gli sfilavano accanto.
Giunto al bancone del caffè di fiducia, era tutto un tintinnare di tazzine e posate, un sovrapporsi di chiacchiere tra le pagine di un quotidiano e un altro. L’aroma caldo e avvolgente dell’espresso si mescolava a quello dolciastro e legnoso della pipa, spenta un attimo prima di varcare l’uscio ma ancora forte intorno al bavero del cappotto e nella barba irsuta. In strada le saracinesche delle botteghe, una a una, si sollevavano; il signor Cermak restava agganciato con l’orecchio alle conversazioni degli altri, sprofondato in solitudine in una poltrona all’angolo del locale, poi le persone uscivano, facendo calare un temporaneo silenzio. Non si può certo affermare che egli fosse un accentratore, preferiva di gran lunga la sua solita seduta in disparte; arrivato alla soglia dei settanta, era stato sufficientemente intelligente nel costruirsi delle piacevoli abitudini, necessarie per scacciare la noia di giornate tutte uguali dopo essersi arreso alla pensione, ma ancora di più per neutralizzare il subdolo fantasma della vecchiaia, che si divertiva a richiamarlo sull’attenti con lancinanti dolori all’anca. Un fastidioso inconveniente, specie per un uomo come lui che, pur di attraversare l’amata Praga a piedi per tenere le lezioni all’università, un tempo sacrificava ore di sonno alzandosi quando il sole era ancora acquetato dalle tenebre. I suoi pensieri erano tuttora rimasti vischiosamente incollati a quella cattedra di storia, ragione di vita e di passione vibrante, nel cuore e nello sguardo. Quanta nostalgia adesso. La sera, prima di coricarsi, usava riprendere in mano uno dei tanti tomi che teneva disseminati in ciascuna stanza di quel piccolo appartamento all’imbocco del bosco; apriva una pagina a caso e leggeva di gesta e imprese e susseguirsi di eventi di epoche più o meno lontane, di cause scatenanti e implicazioni, che già conosceva a menadito. Quando ancora il signor Cermak insegnava, gli studenti si perdevano nei suoi ragionamenti, l’ardore per la materia e la sua dedita attenzione nell’appassionare gli altri erano contagiosi, a tal punto che al termine di ogni lezione c’era sempre chi si attardava a chiedere approfondimenti e spiegazioni, spesso addirittura s’imbastivano tavole rotonde di fortuna al caldo di un caffè vicino all’università, sorseggiando cioccolata in tazza e addentrandosi nelle vicissitudini del passato. Ora al signor Cermak spuntava un timido sorriso di compiacimento al ricordo, mentre le dita dalle nocche nodose riponevano il libro sulla mensola, o sul tavolino in vimini, o sul davanzale del cucinino accanto alle piante grasse. Poi scendeva sul suo viso l’ombra del tempo, un’ombra grave e irrimediabile. Questa grandezza inafferrabile e veloce, cui tutti obbediamo da sempre, che ci sfugge e ci lascia l’amaro in bocca di ritorni impossibili e occasioni perdute. Il tempo sembrava quasi inconsistente durante il giorno, lungo le traiettorie articolate della città da un incontro a un altro, tra le case fitte e la luce alta; ma all’imbrunire, con l’abbraccio misterioso della radura e della selva accanto, il signor Cermak cadeva inesorabilmente nel tranello delle riflessioni sugli anni passati e quelli, molti di meno, a venire. Il tempo acquisiva pesantezza, come pece scura che gli occludeva le vie respiratorie rendendogli difficile prendere fiato. Una rete intricata, le cui maglie potevano essere allargate, per ridurre la sensazione di soffocamento, solo grazie alla musica classica che riempiva quei profondi silenzi di periferia. Un vecchio allievo periodicamente bussava alla sua porta per portargli saluti e qualche presente, il vinile dalla copertina cerulea che in queste ultime sere Pavel Cermak sceglieva come amico e come cura era un suo regalo. “Corra il rischio di mettere per un po’ a riposo Schubert e Bach. Non abbia paura di ciò che non conosce, di ciò che non è già stato. Con affetto e riconoscenza. T.C.” – recitava il biglietto di accompagnamento. La puntina del giradischi iniziava a girare nel solco, era bastato sollevare la leva e poi abbassarla, come ogni volta, demolire le difese e i preconcetti. Gli alberi quasi spogli ondeggiavano nel rigido vento autunnale, il buio fuori non era ancora assoluto ma la lampada in soggiorno era già accesa, il chiarore flebile. Un incipit solenne sbriciolava enormi distanze spazio-temporali, la piccola stanza modesta diveniva all’istante cattedrale, sede di una funzione sacra, di raccoglimento. Gli strumenti entravano ordinati, uno alla volta per non rubarsi la scena l’un l’altro, per rispettare i ruoli e accentuare la forza del singolo come, infine, dello splendido amalgama risultante. Ecco le tastiere, violino e violoncello, e poi il pianoforte. Anche l’elettronica, strumento di presente e futuro, e pertanto visto con diffidenza, aiutava a strecciare la corda attorno al collo del signor Cermak offrendogli un ulteriore boccaglio dal quale prendere aria. Bastava chiudere gli occhi e scenari mutevoli si materializzavano, pescati da epoche distanti tra loro. La storia diventava tangibile, materia viva; migrazioni di popoli e diaspore, guerre, epidemie, colpi di stato e città abbattute e ricostruite. Gli archi fabbricavano trame dalle tinte perlate per dar voce alla malinconia. Pavel Cermark si aggrappava alle certezze come chiunque nutre timore per l’ignoto e ha la ferma consapevolezza di non poter più disporre di armi valide per ostacolare l’avanzata del tempo, per invertire il corso degli eventi. Lo sconforto era però teneramente attutito dall’affetto verso settant’anni tutto sommato privi di rimorsi ma, piuttosto, ricchi di emozioni, di avvenimenti, di sentimenti. Si stava incamminando verso una vecchiaia felice, era da riconoscere. La musica si alternava tra movimenti carichi d’intensità e altri in cui invece la leggerezza emergeva limpidamente, una fresca brezza a carezzare le calde guance dell’uomo.
La notte ora confondeva le sagome della natura al di là della finestra, l’oscurità era totale e il signor Cermak aveva reclinato il capo sul petto una volta che anche l’ultima nota si era dissolta nell’aria. Si era addormentato seduto, una spessa coperta addosso e un libro adagiato sulle ginocchia. L’indomani l’avrebbe guardato con amore, prima di rimetterlo al suo posto.

Federica Giaccani

3. Land Observations – The Grand Tour

Data di Uscita: 29/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

ḫa-a-a-iṭ kib-ra-a-ti muš-te-‘-ú ba-lá-ṭi

Vi parrà assurdo il mio mestiere: osservo le terre lontane, guardo i paesaggi, studio le strade e poi racconto tutto al mio amico Gilgamesh. Per questo motivo mi hanno rinchiuso in questo manicomio che chiamano con squallido finto pudore “centro psichiatrico”.
Il povero Gilgamesh si è ammalato di cuore amando una donna che credeva pura e da allora non può più varcare i confini del mondo cercando la vita eterna. È un grande amico ed è seduto proprio qui vicino a me adesso; fumiamo la pipa.
Da quando sono rinchiuso riesco a raggiungere le terre lontane solo col pensiero –capacità che mi ha donato la luna il giorno in cui sono nato-, ma Gilgamesh è contento lo stesso, si è fatto uomo, sa di non poter essere un eroe, perché gli eroi non esistono.
Nei Paesi Bassi ho mangiato interi campi di tulipani per poi vomitare al mio amico un meraviglioso arcobaleno di petali colorati. Ho bevuto tutte le acque del Passo del Sempione per potergli raccontare le montagne –perché si sa che l’acqua e la pietra sono sorelle-. Gli ho soffiato una balaustrata di brezza per appoggiare, di sera, la sua malinconia. E Gilgamesh sorrideva, e lo fa ancora quando gli parlo gli canto gli suono le terre che ho osservato con gli occhi interiori ed esteriori, perché anche lui conosce i segreti orfici, sa incantare i serpenti, sa far piangere Ade. Conosceva i misteri ancora prima di Orfeo, aveva incontrato le aure ancora prima che esistessero i riti zoroastriani.
Ama gli indiani d’America, i nativi.
Il dottore dice che ho creato Gilgamesh per recuperare la parte di me che ho perso dopo un trauma. Sei un coglione caro dottore! Io e Gilgamesh siamo qui, reali, con le nostre trippe facilmente constatabili, coi nostri intestini segreti –come i tuoi, caro scrutatore dei cervelli- stiamo ridendo di te e recitiamo un poeta francese al contrario.
Mr G., come lo chiamo da quando gli ho raccontato gli USA, vuole sapere per la prima volta, sorprendendomi enormemente, com’è la terra in cui sono nato, vuole i paesaggi del mio paese. Te li do mio caro, li ho masticati per tanti anni e li annuso ancora.
La Terravecchia punta in direzione Est-Sud/Est come un uccello migratore che ha rubato i segreti del grande Nord; è la parte vecchia, la parte iniziale, ha un capo e dei piedi, nasconde cortiletti in pietra scolpiti dalle divinità del silenzio, ha un’arteria principale su cui è scorso il sangue dei giacobini. Ci è passato pure un Efesto giapponese a rinfrescare la nostra memoria pigra, a dirci che chiunque poteva prodursi il pane.
La Montagnola è una pietra poggiata sulla pietra, è un canto che sfocia nel cielo, guardando il mare.
Eppure tutti vanno per il Corso, vasca di pesciolini rossi.
Quella che mi trovo sempre di fronte è una montagna dalle apparenze di collina, la sua altezza ripete per tre volte (numero magico) l’otto (numero sacro, infinito rovesciato). È popolata dai boschi e schiere di rapaci disegnano linee alla Picasso sul suo corpo.
Alle spalle c’è il lago, selvaggio ricettacolo di creature devastanti, serena sede di venti di fuoco, di venti d’acqua –perché si sa che il vento e l’acqua sono amanti-.
E l’ultima cosa che riesco a dirti –il mio cranio è scrigno di stanchezze imperscrutabili- è che c’è ancora l’odore dei cartaginesi, per chi ha un olfatto acuto.

Mr G. è contento di questa terra vicina, dice che l’ho osservata bene, dice che l’ho dormita ottimamente. Che sagoma Mr G., ama far diventare transitivi i verbi intransitivi.
Mi dà molta noia essere considerato pazzo nell’unico periodo della mia vita in cui non lo sono affatto, è come iniziare un pranzo dalla frutta, ovvero banale e fastidioso. Nonché inutile.
Dottore sano, dottore caro, pronipote di un Ippocrate che non è mai esistito, lasciami andare, lasciami entrare nei boschi e ti giuro che aspirerò Gilgamesh dalle mie magiche narici.
Ti giuro che diventerò stupidamente felice come mi vuoi tu.

Marco Di Memmo

4. Eno • Hyde – High Life

Data di Uscita: 30/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Sono ormai dieci anni che suono la chitarra –potrei scriverlo coi numeri arabi: 10 anni-, dieci giri della terra attorno al sole in cui mi sono unito amorevolmente o distrattamente a questo strumento-amante dal quale non riesco ancora a separarmi. Tutti i generi musicali sono passati dalla mia testa alla cassa di risonanza durante questi anni e tutti i pensieri hanno fatto lo stesso. Potrei divagare sulla mia vita, su quanto fin ora mi abbia entusiasmato, illuso, ferito, ubriacato e deluso, ma la mia vita non vale niente, mentre la musica, forse, vale ancora qualcosa.
Ascoltare questa musica -in cui la chitarra solitaria, schiva, nobile (non quella chitarra popolana, urlata e collettiva) si tuffa in un computer, unendo l’Africa agli Stati Uniti d’America, passando per l’Inghilterra, per unire molti dei generi che ho guardato in questi anni- mi mette in una disposizione di spirito della quale si può capire molto se da bambini si è passato molto tempo in mondi paralleli o a parlare con le vacche, convinti che potessero capire.
Pensavo di essere un mago che percorreva mari meravigliosi sulla sua piccola barca a vela, mentre ora mi rendo conto di essere stato solo un ingenuo, un assetato, e che navigo un oceano spesso in tempesta su una zattera che in alcune venature dei suoi tronchi è sporca, oscura e misera come la zattera della Medusa. Non che manchino cose meravigliose, ma il risveglio è stato troppo doloroso ed ora riesco solo ad accarezzare la bellezza, mentre per afferrarla di nuovo sarà necessario molto tempo.
Ora mi è difficile parlare della Vita Alta, quell’entità che viene recepita in milioni di modi diversi. Adesso mi pare un’auto-illusione considerarla anche soltanto in quelle alte creature alate che ho tanto amato e descritto in questi anni, ed è altrettanto un auto-inganno considerarla nella donna, nella bellezza, nel vino, nell’altissima Idea di tutte le cose che viene chiamata a volte Dio. La verità è che mi trovo a mettere in dubbio l’atto stesso di credere in qualcosa, anche se sono cosciente della sua necessità. Non c’è bisogno di credere nel suono della chitarra, nel battito furioso del proprio cuore di fronte agli occhi amati: sono davanti a te, si manifestano autentici e chiari, almeno in quell’istante non ti tradiscono. Io mi sento solo un po’ stanco.
Sempre dieci anni sono passati da quando ho letto Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde che ora mi torna in mente per l’ovvia omonimia; sinceramente non lo ricordo bene, ma mi riemerge vagamente la simpatia che avevo per Mr. Hyde, per la sua autentica cattiveria: ero assolutamente certo che non avrebbe mai fatto del bene in vita sua, ero affascinato dalla sua sincera mostruosità. In questo disco i ruoli e le omonimie pare che siano rispettate, con il selvaggio Hyde alla chitarra, che delira tra le strade della sua mente, e con il dottor Eno che dà un metodo e sperimenta.
Ma ora chiudete gli occhi, se volete fare da parte il vostro io per qualche minuto, e prestando fede a chi vi ha offerto questo mezzo migliaio di parole fate questo: andate al momento della vostra vita in cui siete stati felici davvero in solitudine; e se nel vostro viso, in verticale o in orizzontale scorrerà qualcosa che non sia un sorriso ironico o un ghigno, mi avrete fatto un grande dono e forse lo avrete fatto anche a voi stessi.
Amen.

Marco Di Memmo

5. Celestial Shore – Enter Ghost

Data di Uscita: 11/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi dispiace povero imbecille, ma devo rispiegarti la cosmogonia per la terza ed ultima volta: non hai ancora capito il concetto chiave.
All’inizio era la pistola, una Colt M1911, poi spuntò uno spirito infinito indefinito incontrollabile superiore supercosciente esterno interno folle lucido, e con un piano apparentemente casuale mirò a una piccola particella che non chiameremo bosone ma bozzone, dato che si trattava di una grande bozza dell’universo. Poteva certamente scrivere una storia più dettagliata, ma dal momento in cui per darle vita bisognava spararle, la storia non doveva essere troppo articolata.
Perciò il mondo è disarticolato violento cinico scatologico escatologico, per questo ogni creatura è una bestia selvaggia. Di tutte queste belve, la più immonda, ovvero l’uomo, decise di disegnare come era più consono alla sua natura, così nacquero i fauves, i pittori più sinceri mai esistiti.
Lo spirito sparatore ne fu commosso e si portò con sé uno dei più grandi: Henri Matisse. Insieme spararono a dei bozzetti, dai quali nacque il mondo contemporaneo, globale, pieno di carnevalesca imbecillità. Ma ovviamente ne furono delusi: non erano quelle le loro intenzioni. Così si ritirarono in una remota parte dell’universo in cui volteggiano pianeti in forma di uccelli, abitati solo dall’alata genia amata dal grande spirito e che pure Matisse cominciò ad amare.
Li raggiunsero pure Brâncuşi e Picasso, il quale pretese, con molta insistenza, la presenza di una donna. Lo spirito lo accontentò e così dall’accoppiamento tra Picasso e la migliore puttana di Pigalle nacque la popolazione dei mondi-uccelli. Brâncuşi progettò e costruì palazzi meravigliosi, con infinite colonne senza fine sulle quali amavano fare i nidi gli uccelli, e in questo modo fu venerato dalle cicogne, le quali gli portarono dalla Romania la più bella ragazza bionda della terra, con la quale, per la prima volta, lo scultore si sposò. I loro figli avviarono un nuovo popolo, più silenzioso, meditativo e sintetico di quello picassiano.
Una notte decisero tutti di ubriacarsi e ne venne fuori un delirio di mitra e bombe varie. Era l’anno 37373 ed una di quelle bombe, presa in bocca da una cicogna nera, venne fatta cadere sul pianeta terra, che scoppiò.
Amen.
La verità è che nutro un certo odio, attutito solo dalle suggestioni estetiche e dalle sinestesie che mi fanno camminare sul crepaccio della follia, in orizzontale, come un ragno che deve salire in cima per mangiare la sua mosca-dio. L’altra verità è che trovo patetici quei bisogni di riempire quello che è soltanto un grande vuoto, andate pure a vivere nel posto dove far sfogare la scimmietta adolescente della vostra anima, e ammazzate chi avete di più caro uno, due o tre giorni prima di tornare. Quando il grande spirito deciderà di spappolarvi il cranio e il suo contenuto grigiastro me ne starò coi vermi e i rospi, putrefatto, a godere dello spettacolo.
Eppure in un’altra vita, molto vicina, avrei voluto soltanto amarvi.

Con stimato delirio, Santo Odore del Muschio,
protettore delle radici, dei rospi, di chi odia le estati, di chi conosce il mondo senza andare oltre la propria finestra, dei puritani col forte senso dell’umorismo e degli accoglitori della nuova cosmogonia.
Andate con la pace di Gesù Cristo.
Io mi andrò a bucare lo stomaco col whiskey, raccontando a tutti la storia straordinaria di Dio sparatore e di Matisse belva-amata-dall’Autentico.

Sia lode a ciò che non potrà mai essere conosciuto.

Marco Di Memmo

6. Timber Timbre – Hot Dreams

Data di Uscita: 01/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per molto tempo sono andato a letto tardi la sera. Questo fino ai ventitré anni, ultima età in cui ho avuto l’illusione della purezza, di forme belle e oneste che potevano rallentare la marcia spietata e rumorosa del dolore. Ora che mi rendo conto di quanto sia inarrestabile il battito dell’orrore non ho più molta voglia di andare a dormire tardi.

Ora vado a dormire molto presto e dopo aver guardato immagini di sculture di Brancusi o di pittori italiani del rinascimento cado in un violentissimo e disperato sonno che verso le quattro di mattina comincia ad essere delicato fino alla malattia. Tengo un fucile a pompa dietro il ripiano dei testi sacri della mia libreria perché voglio ringraziare con un buco nella pancia e un salto d’orrore chi mi viene a disturbare nella notte. Ma il vero scopo di questo oggetto, che vi avrà già destato inquietudine o una piccolo-borghese disapprovazione, non è quello di sorprendere un ladro nello squallore della notte, ma è molto più violento ed inquietante: è la vendetta.
Se poteste capire, con un vero slancio di empatia, quanto mi faccia stare male rimanere invendicato, formereste un vero e proprio esercito, e insieme a me distruggereste bandiere, statue, città squallide, penisole e arcipelaghi nidi di bassezze morali, dispensatori di complimenti come “che bei capelli” e raccoglitori di questi complimenti, nonché narcisisti imbecilli che cedono a misere seduzioni.

Quando siamo sbarcati in America abbiamo innalzato profumate chiese a un Signore che non ci sta a sentire, ma alcuni di noi – quelli coscienti – hanno continuato ad innalzarsi nonostante tutto. In duecento anni sono nati grandi poeti e filosofi che hanno popolato porti foreste laghi redazioni di giornali. Io sono il più pazzo di loro e le mie coordinate spaziali sono del tutto diverse e sconfinano nella grande terra allucinata della pazzia, dove si è dei puritani che si svegliano all’alba.

È difficile risorgere: ho iniziato da poco ma ricado nella morte di continuo e soltanto quando sarò tornato definitivamente alla vita potrò lasciare andar via l’idea della vendetta, di una notte passata in un piacere analogo, di un ritorno a casa ubriaco dove si pensa a come vantarsi del proprio squallido successo. Solo allora potrò sotterrare la metafora del mio fucile a pompa e la violenza reale del mio dolore. Ma sarà solo grazie a me, grazie ai mei sforzi.

Mi hai lanciato in un deserto spinoso su una macchina destinata ad esplodere e me l’hai detto con un sorriso da imbecille narcisista, da persona priva di coscienza quale eri e sei. Sei stato tanto idiota da ammazzarmi e dirmelo con quel sorrisino velenoso, e ora il veleno mi sta uccidendo. È il succo squallido di un peyote qualunque e io sanguino di dolore in questa sete sgrammaticata di un deserto che mi è estraneo. La chitarra che un tempo suonava la gioia mi sembra uno stridore che mi strappa i nervi e la carne, e non la riesco più a suonare. Mi può guarire solo quello sciamano che ha il mio stesso volto, che io posso trovare soltanto svuotandomi di tutto, anche di te.

Un giorno, mangiando uno stroopwafel, ricorderò con una travolgente sensazione, quella vastità, quell’ossigeno, quella meraviglia, quella sofferenza talmente vaga e nascosta bene da farmi sentire la felicità. E manca solo una cosa per distruggere questo anno questa vita e il suo distruttore: mi hai deluso.

Marco Di Memmo

7. Luluc – Passerby

Data di Uscita: 15/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Entanglement is a phenomenon which occurs when two systems are generated or have interacted in ways such that they cannot be described independently. Entangled bodies cannot be considered actually separated. Space-time remoteness is a fictitious distance for them because they are tangled in a deeper fashion. If you can get the answer to the question “How are you?” from one, then you will exactly know how its entangled companion feels. Spinning clockwise for one could mean counterclockwise for the other. And, whenever spinning around involves souls, tears and smiles are shared. Oh please! Wipe away those salty drops from your cheeks. This is just a melancholic dream dropping from my eyes. You know where my smile was born. I know where yours is shining.

Aprì gl’occhi su un soffitto insolito. L’usuale parvenza di quotidianità dello svegliarsi cozzava con lo sconosciuto intrecciarsi delle ombre su quello schermo improvvisato. Allestito permanentmente per l’occasione. Lo spettacolo avrebbe replicato chissà ancora quante volte. Avrebbe imparato ad apprezzarlo. Fatta mente locale sul luogo e sull’adesso rimise a posto gli ultimi tasselli del puzzle spostati durante la notte da un sonno profondo e ristoratore per la prima volta dopo settimane. Rotolò su un fianco e osservò fuori dalla finestra il frastuono di tutte quelle anime che si recavano al lavoro. Sbirciò l’ululare di un’ambulanza contrarsi e poi allungarsi nuovamente fino a scomparire nella speranza di un finale lieto ma ad ora incerto. Il tempo era scandito in maniera dubbia ed irregolare da pesanti gocce di una pioggia imminente. Come da un metronomo scarico. Come da un insegnante di musica placidamente sonnecchiante. Ed estraniandosi per un momento da quello scenario urbano si chiese. Chissà se è già il tempo della vendemmia?

No one can run faster than time and nothing can travel faster than light. Not even neutrinos. Although for a moment we desired so for the sake of challenge. Have we believed in the wrong answer for more than a century? No, my dear. We believe, today as a hundred years ago, that the speed of light is an unbreakable limit. Still. What a pity! But looking at the bright stars shining on you tenderly, you could hear the first wept of the universe. And the newborn reality remnants fill the vacuum around us. Nonetheless, it is not just a matter of causes and consequences when entanglement enters the show. So, don’t be afraid of darkness and cold. Locality trembles and then fades away. Time is passing, you’re right!, but every moment is just a point on a dense line.

Sarebbe stata una buona annata. Le vigne ormai svuotate della loro dolcezza apparivano sfinite. Ma senza versare una sola lacrima. E l’aria placida ripulita dallo scuro temporale della sera precedente appariva ora trasparente come i suoi occhi. Tremava nel rosso concludersi dell’ultimo giorno di lavoro. Tremava. L’aria placida? Svuotò l’ultimo secchio sul carro trainato dal trattore. Quindi lo poggiò capovolto sulla terra ancora umida e ci si sedette sopra per riprendere un fiato mai perso per davvero. Osservò le colline circostanti. Si sposavano fedeli all’autunno incombente. Sarebbero arrossite come colpite da un amore inatteso. E poi si sarebbero spogliate. Nude. Per non soffrire di quel consolante freddo abbraccio. Osservò le rose all’inizio di ogni filare. Avrebbero dato l’allarme morendo se solo una malattia si fosse avvicinata per minacciare la genesi del mosto. Sentinelle. Vittime sacrificali per ebbre notti a venire. Osservò innocue nuvole all’orizzonte scorrere lentamente verso le montagne. Ed estraniandosi per un momento da quel paesaggio campestre si chiese. Chissà se hai già visto l’ultimo temporale estivo?

We should never neglect interactions with the environment. Whatever we want to describe. There exist just two objects to our eyes. The one our words aim to tell something about, and the rest of the universe with which the former interacts. Sometimes happens that the rest of the universe can be approximated with something as tiny as us. If this is the case, words come naturally and worlds annihilate becoming inert background. And all the intricate laws we have to face reduce to a unitary description where the past mirrors the future and viceversa. So, don’t worry about what has been and what has to come. Are you laughing at me? Classic. But let me tell you one thing more. We won’t stop growing and we are going to lose our coherence. And this is just another step we have to take to end up as an inextricable tangle.

Pietro Liuzzo Scorpo

8. Ricky Eat Acid – Three Love Songs

Data di Uscita: 21/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Nella nostra casa nella rural Virginia, il sole si alza puntuale ogni mattina.
Lo aspetto sulla veranda, con i piedi nudi che toccano uno dei piccoli ciuffetti d’erba che crescono ai bordi delle assi di legno. Seduto su quella vecchia panchina a dondolo con i cuscini gialli, accarezzo uno di quei cardini che non sono mai riuscito a trovare da nessuna parte, ripensando a quella volta in cui mi ero presentato con un set appena comprato dal ferramenta in città.
Ti trovai seduta lì sopra, un vestito blu a fiori bianchi, con la gonna larga, ti dondolavi dolcemente e i tuoi piedi sfioravano gli stessi fili d’erba. Sorridevi e, stringendo le spalle, mi facesti capire che non aveva importanza. Che quelle cerniere e quei cespi d’erba, all’apparenza fuori posto, erano stati messi lì da qualcuno, e che la bellezza non risiede solo in quel che sembra avere un senso.
Il sole compare sempre all’improvviso e non in maniera graduale, come se il vento soffiasse sul crinale spoglio della collina quel tanto che basta perché la luce inondi tutto. Io lo guardo direttamente, senza occhiali appoggiati sul volto o attraverso del vetro rigato da anni di grandine, allo stesso modo nel quale non ci si nasconde in un guanto prima di stringere una mano amica.
Dicono che il bagliore del sole sia accecante e che annulli ogni cosa… in realtà satura tutto ciò che non è essenziale, lasciando intatti i margini di un desiderio rivelato.
Lo capii la sera in cui ti riportai a casa per la prima volta. Avevo cercato di evitare il tuo sguardo, quelle volte in cui mi guardavi, e tu l’avevi scambiato per disinteresse. Le nostre risposte emersero quando la luce andò via ed i nostri contorni presero forma, modellati dalle lettere di: there is only you in the light & nothing else.
Dopo tutto questo tempo, non fa più nemmeno male…
Posso guardare quel disco luminoso con la stessa naturalezza con cui, alzando lo sguardo al cielo, avevo visto le nuvole… le punte degli alberi erano invisibili e nascoste, ma il sole le proiettava allungate sul prato adiacente, e mi ero reso conto che la felicità vuol dire vivere di attimi di luce e di ombra.
Ci siamo trovati a eastside quasi per caso, incantati da una cartolina impigliata tra le foglie rosso brillante di un acero saccarino, in un contesto così bello da sembrare falso. Quel che ci colpì non furono le due costruzioni in pietra e legno, ma l’abbraccio che le circondava, che gli veniva dato da radici e tinte dell’autunno che non avremmo mai potuto comprare o possedere.
Te lo chiesi qualche giorno dopo. Avevamo attraversato a piedi il piccolo orto e poi più in là, fin dentro al bosco. I capelli scompigliati dal vento ed il mazzetto dei tuoi fiori preferiti che tenevo in mano mi facevano apparire comico ai tuoi occhi. Quando mi fermai, tu corresti ad abbracciarmi e nascondesti il tuo viso nel mio petto. Ti accarezzai i capelli e tu mi guardasti dal basso verso l’alto, con quegli occhi un po’ spaventati e tristi come ogni volta che non capivi qualcosa.
Ti avevo portato in un campo di fiori gialli, gli stessi che avevo tenuto in mano mentre camminavamo, e che avevo iniziato a piantare dal primo giorno in cui ti ho vista.
Un mazzetto dal quale non mi sarei mai liberato e che avrei sempre portato con me, raccolto in un vasetto di sabbia bianca che lo mantiene sempre vivo.
Alimentato dalla volontà di non accontentarsi dei ricordi.

Filippo Righetto

9. alt-J – This Is All Yours

Data di Uscita: 22/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per capire quanto sia tutto schifosamente vano basta non essere una scimmia, ma la cosa non è molto comune in realtà. La musica si riconduce sempre di più a quella prima scintilla di ritmo tribale che le ha dato l’innesto. È una ragazzina un po’ stupida che si è spogliata del corpo di donna meravigliosa che indossava come una pesante pelliccia; una lentigginosa scimmietta che pensa solo a ballare. E così sia.
Io me ne sono andato per onestà, perché quando la misantropia cavalca l’anima infuriata con tanta maestria bisogna soltanto inchinarsi ad essa ed aprire gli emisferi del cervello per crearle un comodo scranno. Vaffanculo, l’ho detto, io che praticavo “l’ascesi della parola”, la gentilezza, vi mando tutti sonoramente a fare in culo.
Ero un musicista abbastanza serio, cresciuto in un mondo in cui contava ancora qualcosa la musica seria, in cui qualcuno sapeva ancora cosa fossero l’armonia e la melodia, dove si giocava con la tonalità come due cantori provenzali potessero giocare con le parole qualche secolo fa, si poteva parlare di intervalli di quarta diminuita senza essere accusati di pedanteria. Ho ceduto alla rabbia, i miei nervi si sono circonfusi di ira con la costante coscienza di quanto fosse vano portare avanti con tutta quella convinzione l’arte che credevo ancora fosse sacra. I miei amici puntavano il dito contro la mia arbitrarietà, mi giudicavano, irridevano uno che, pur festeggiando sempre, non si è mai fatto trascinare nello squallore da una festa di imbecilli e da qualche bicchiere di sangria. Ho lasciato tutti, ho dato al fuoco quel poco di amore che mi rimaneva e mi sono ritirato in una collina mite.
Dopo che hanno sciolto la nostra storica orchestra ho comprato per quattro soldi una casa di pietra in un luogo dove costa tutto poco e l’aria è ancora decente. Non ho contatto con molte persone, solo con qualche uomo in cui ravviso una minima curiosità per la vita.
Io che sembro prendermi così sul serio in realtà non lo faccio e riesco ad ascoltare la vostra musica, ma voi non riuscite a non deridere la mia –non solo non l’ascoltate-. In realtà il mio ritiro non è altro che lo scacco matto del senso dell’humour che aveva pervaso qualsiasi aspetto della mia vita, dato che non riuscivo a parlare con qualcuno per più di un minuto senza mettermi a ridere come un pazzo.
Ora sono scollegato, vivo in una specie di distacco mistico che non vi interessa e di cui quindi non vi parlerò. Non so nemmeno perché vi sto scrivendo ora, forse per togliervi dall’ansia di sapermi suicida in qualche burrone: sono vivo, solo e quasi felice –mi fa ridere la parola “felice”, spero che la leggiate senza darle troppo peso-.
I pochi pastori e artigiani che entrano a casa mia si stupiscono del pianoforte a coda e della grossa biblioteca che occupa tutti e quattro i lati dell’ampio salone: glie lo spiego sempre che nonostante abbia letto tutti quei libri io rimanga sempre un coglione, ma loro sono diffidenti.
Alla fine continuerete a giudicarmi, a spendere e intrecciare quelle quattro categorie mentali per etichettare un mondo di cui nessuno ha capito niente.
Il venerdì pratico il silenzio: se proprio dovessi mancare a qualcuno di voi, questo patetico qualcuno può venirmi a trovare in quel giorno e gli mostrerò in silenzio la fresca e felice disperazione dell’autunno che si sporge verso l’inverno guardando già la primavera.

Marco Di Memmo

10. Sunn O))) & Ulver – Terrestrials

Data di Uscita: 04/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Il tuo corpo racconta una storia molto più antica della tua lingua, più profonda dei pensieri, più intelligente della nostra superbia. È stato plasmato dalle preghiere, dalla fame e dai più violenti desideri che hanno vorticato nei secoli sotto al sole.
Sei bella, e in quanto menzogna sei storia, e ciò che è meno bello in te è storia vera. Sei allitterazione, germoglio di un albero infinito le cui radici vanno in alto, opposte ai rami che scendono nel profondo spazio dell’universo. Per forgiare i tuoi nervi e le tue arterie l’uomo è sceso nell’Ade, ha conosciuto la disperazione, ha incrociato le cime delle piramidi col mutevole disegno degli astri. Per dare l’innesto alla tua memoria le fiabe e i canti hanno mischiato il loro incanto con la medicina, la matematica e la parola scritta, fino a darti l’opportunità di far deflagrare i tuoi ricordi nell’immenso baccanale della tecnica contemporanea.
Se fossimo più belli, più coraggiosi ed umili lasceremmo alle nostre spalle le soglie dorate e vane del nostro Io, come i mistici occidentali, come i più antichi filosofi-scienziati orientali, e ci avvieremmo verso l’essenziale, verso la luce nuda, spogliandoci lentamente, alleggerendoci, fino ad arrivare alla religione delle montagne, al discorso senza parole dell’acqua. Ma siamo attaccati al pietrisco luccicante di questa terra, e forse è un bene, ma è un bene che ci divora, ci tritura nello stomaco delle pulsioni, delle passioni e della vanità.

Sotto le cupe note dei nordici paesi innevati volano gli eserciti meravigliosi degli uccelli artici, i fanti bianchi della vita che in un infinito sforzo infinitesimale portano la mutevole bandiera della materia. Sopra il loro volo ci siamo uniti per diventare un corpo solo, l’androgino babilonese, descritto per la prima volta nella più antica delle Upanishad e reso eterno da Platone. Così, portandoci avanti, trascorreremo la storia e la saggezza umana all’indietro fino a ricongiungerci, alla fine del cerchio, coi nostri padri primitivi.

Eppure non lo dicono soltanto i tuoi geni che sei bella, come penserebbe il più imbecille degli ortodossi: la tua bellezza è cantata dai tuoi occhi, espressa dalle rughe del tuo volto, dalle linee d’aria disegnate dai tuoi movimenti, dalle meravigliose anche larghe del tuo genere che accolgono la vita grezza del mio.
Ed è per queste cose che l’uomo adora la guerra e per le stesse, complementarmente, ama la pace.
Ma nella vita analoga non ci sarebbe bisogno di tutte queste parole, basterebbero uno sguardo e un momento di solitudine per arrivare al quel sentimento che come sempre trascende la parola.

Marco Di Memmo

Sharon van Etten @ Circolo degli Artisti, Roma (07/12/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

Winter in our bones – 20,45
Le strade pullulano di luci e di respiri, di abbracci e di addii, di sguardi e di rumori, di silenzi. Cammino distrattamente tra gente distratta, dentro un ritardo che nessuno potrà mai portarmi via. Il profumo di un semplice sguardo che ti accarezza e ti dice che andrà tutto bene, sì, andrà tutto bene. (altro…)

Top Ten 2014 – Pietro Liuzzo Scorpo

1. Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra – Fuck Off Get Free We Pour Light on Everything

Data di Uscita: 21/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

La casa aveva pareti spesse e solide, quei muri vecchi eretti da maestranze esperte e rigorose, la famosa operosità eccellente del passato. Da bambino supponevo ci fosse un nesso diretto tra la stabilità degli edifici e quella delle famiglie che in essi abitavano e vedevano succedersi le generazioni: costruzioni ben piantate a terra, dai paramenti consistenti, potevano presentare dei minimi difetti, delle imperfezioni quasi irrilevanti, eppure rimanevano imperturbabili ad eventi esterni di ingente entità, resistevano malgrado malevole sollecitazioni. Parimenti, le famiglie di un tempo traevano la loro forza dalla coesione e dalla solidità delle loro basi, da legami di sangue che – spontaneamente – sarebbero bastati di per sé a vincere qualsiasi naturale difficoltà avesse osato insinuarsi.
Tuttavia un limite c’era, e non serviva un’intelligenza spiccata per accorgersene. Bastava mettere da parte l’inguaribile ingenuità della giovinezza e sgranare gli occhi il più possibile dinnanzi allo stato delle cose. Questi meccanismi così apparentemente ben congegnati erano tanto resistenti quanto dotati di precisi punti deboli atti a smascherare le labilità. Fragilità recidive, errori persistenti, talvolta crisi esterne e indipendenti dalla volontà del singolo, fungevano da detonatori di dinamite, e di lì a poco la crepa che ormai si era aperta sarebbe soltanto andata allargandosi, presagendo macerie. La ricostruzione poi nessuno l’avrebbe ritenuta impossibile a priori, certo è che il lavoro da fare sarebbe stato cospicuo, la lena da riversarvici senz’altro indispensabile.

Il tacchino si stava rosolando nella pentola sul fornello, la mamma arrancava con crescente fatica e l’anca ormai arrugginita nel nutrire le fauci dell’enorme camino in mattoni con la legna umida raccolta il giorno prima da Thomas nel bosco. Marie friggeva le uova strapazzate per la nostra tardiva colazione. Fuori l’inverno era piombato di netto su ogni cosa, cristallizzando lo strato superficiale delle pareti, congelando i ruscelli, stendendo tappeti ghiacciati su strade e marciapiedi. Un inverno definitivo e risoluto. Sembrava un giorno come un altro, Marie ed io facevamo il possibile per farlo apparire così, se non altro agli occhi di nostra madre, la cui vecchiaia sopraggiunta all’improvviso e abbondantemente anzitempo non permetteva vistosi sbalzi d’umore, né sorprese. Un basso profilo sostanzialmente appiattito sulla quotidianità era la cura migliore, persino più efficace della lunga lista di ansiolitici che il dottor Huber, nostro vicino di casa e farmacista del paese, aveva appuntato con lodevole premura nell’ultima ricetta prescritta.
Thomas aveva perso il lavoro da qualche mese, era un discreto elettricista ma la piccola ditta che lo aveva assunto aveva chiuso i battenti dopo un lungo periodo di attività stentata; Montreal era così divenuta troppo dispendiosa per le sue tasche ormai semivuote, i risparmi che era riuscito ad accumulare col tempo non bastavano per metterlo al riparo da un costo della vita di città oggettivamente insostenibile. Era dunque tornato in paese, a vivere con la mamma e me e Marie, ancora alle prese con gli studi del liceo. Jerome – il maggiore tra noi quattro – era l’unico a non avere grosse difficoltà economiche, gestiva due locali a Montreal alternandosi tra un bar del centro il giorno, e un rinomato ristorante di sushi la sera; praticamente aveva rinunciato ad avere una vita sociale, di contro non avrebbe mai patito la miseria. Mi chiedevo chi di noi stesse davvero vivendo la vita che aveva sperato per sé; in realtà nessuno, si trattava solamente di valutare quale fallimento risultava più facilmente tollerabile. E abbellire ogni giorno le sventure coi colori caldi delle gioie semplici, una passeggiata al parco, una telefonata, un film da guardare sul divano, una tazza di cioccolata calda. D’altra parte non eravamo ancora sprofondati in un oscuro baratro senza ritorno, ci si armava di pazienza e leggero disperato ottimismo, si andava avanti.

La casa aveva pareti spesse e solide, la mia famiglia l’aveva acquistata troppo tempo addietro e accudita con l’amore che si riserva soltanto a pochi eletti. Qualche anno fa, e io e Marie eravamo ancora piccolini e poco consapevoli per averne memoria accurata, una crepa si era venuta a formare lungo uno spigolo, erano scaturiti i primi dissesti, e la stabilità globale rischiava di venire irrimediabilmente compromessa: nostro padre venne arrestato una sera d’estate, tentato omicidio ai danni del suo ex socio in affari, il quale stava cercando di fare il furbo fregandogli tutti i risparmi e fuggendo col malloppo nella costa Ovest. Inutile dire che da lì in poi si innescò una reazione a catena, i soldi che mancavano, la depressione e l’ansia di nostra madre, i sacrifici di noi tutti, l’unità familiare in bilico.
Oggi papà sarebbe uscito di galera, ma alla mamma abbiamo impedito sin da subito di tenere il conto dei giorni, dei mesi, degli anni; abbiamo lavorato sodo per instillarle un certo nuovo equilibrio, per costruire un sostegno congiunto al riparo delle attese e contro una vita condotta in nome di un unico scopo che sarebbe stato incontrare di nuovo suo marito. Col tempo c’è stata la riappacificazione nonostante il crimine, c’è stato il perdono: è impossibile dimenticare cosa significa essere una famiglia, nonostante tutto. Essere una vera famiglia è la fortuna più grossa che ci sia capitata, e da lì soltanto si poteva compiere una ripartenza, una specie di ricostruzione delle mura dissestate dalle macerie.

Thomas accende il motore dell’auto e una nuvola di vapore sbuffa da terra, per contrasto con il suolo ghiacciato; lentamente la condensa nei finestrini si dirada mentre io e Marie aiutiamo la mamma a salire, non senza aver faticato a convincerla che il tacchino sarebbe stato buono anche riscaldato la sera. Jerome ci avrebbe aspettati a Montreal, davanti all’ingresso del carcere, a riprenderci nostro padre. Thomas infila un disco nel lettore cd prima di inserire la chiave nell’accensione e ci tiene a spiegare che per oggi ci vuole della musica seria. Mi passa la custodia dell’album da riporre nel cassetto ma l’immagine che vedo mi attrae, un bagliore quasi accecante campeggia al centro di una scena in bianco e nero dai toni caldi, Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything. Mi sembra l’augurio più calzante, oggi, e mi sorprendo a prestare attenzione già alle note che, dirompenti come un’esplosione inattesa, invadono l’abitacolo. “Non fate i coglioni voi due, sì Marie dico a te, e anche a te” – tuona Thomas toccandomi la spalla prima di impugnare la leva del cambio. “Questi ragazzi sono di qui e cantano e suonano per noi, parlano di noi tutti. Non fate gli sfigati che non ascoltate giusto perché siete incastrati con l’hip hop e i bambinetti sbarbatelli da boyband!”
Tuoni, rock gridato tra deliziose incursioni di archi, una cavalcata selvaggia, passione e disperazione.
That what we want will never be
In between we fuck and dream at living free again

Thomas urla sopra le voci del gruppo e batte con foga il tempo sul volante. Nei testi sono racchiuse le disgrazie della gente comune, la rabbia politica, i disagi sociali; le voci si fondono e si compenetrano, al pari del binomio dicotomico tra impeti di batterie e chitarre graffianti e le carezze tiepide di violini e contrabbasso. Rock e folk, e post-rock.
All we want is what we’ve owed
We’ve all of us carried this load

I colori sono scurissimi, poi arrivano piccole parentesi di dolcezza e poi la luce da tanto bramata.
“What we loved was not enough
But kiss it quick and rise again
(the day has come when we no longer feel)”

La mamma tace ma non appena riconosce il tragitto, percorso ormai tanti anni addietro ma mai scalfito nella memoria, serra un istante gli occhi e stringe la mano di Marie, seduta accanto a lei nel sedile posteriore; mantiene uno sguardo appartentemente assente e superficialmente posato sulle strade e gli edifici che ci sfilano accanto, mentre la musica diventa più scarna e riflessiva.
Thomas parcheggia l’auto e si ferma, Jerome è già arrivato e ci aspetta, scendiamo silenziosamente con la forza e la speranza che illuminano un nuovo inizio.

Federica Giaccani

2. Lewis & Clarke – Triumvirate

Data di Uscita: 07/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Nessuno sapeva con esattezza cosa sarebbe successo. Come sarebbe stato. E nessuno in realtà aveva voglia di parlarne. Perché il fiato era meglio impegnato a risolvere gli addii. A saldare gli ultimi conti. A portare il bilancio a zero. Prima della fine del mondo. Prima che tutto si concludesse. Inspiegabilmente. Così com’era cominciato. Mancavano poche ore. Alla televisione davano vecchi film in bianco e nero. Come se tutto ciò che valesse davvero la pena di essere rivisto riguardasse il passato. I ricordi. Ciò che si è mescolato indissolubilmente alla nostalgia fino a risultare completamente pulito da ogni imperfezione del presente. O forse più semplicemente. Come se si fosse giunti al fondo di una strada senza uscita e altro non rimanesse da fare che ripercorrere i propri passi. Sperando di notare qualche dettaglio perso durante il tragitto. Uno ancora. Ché non è mai abbastanza. Non è mai stato abbastanza.

Oltre il vetro la nebbia scendeva lieve. Lenta. Ora copriva la testa illuminata dei lampioni. Creando un tappeto impalpabile. Color latte. Sul quale sfilavano adagio le ombre dei primi fiocchi di neve di quell’inverno. L’ultimo inverno dell’umanità. Nessuno sapeva con esattezza cosa sarebbe successo. Né come sarebbe stato. Però ora una certezza lui ce l’aveva. Fuori dalla finestra della stanza d’ospedale nella quale si trovava ci sarebbe stata la neve. E quest’idea tanto poetica quanto futile in qualche modo lo rasserenava.

Avrei voluto avere una vita in più solo per starti accanto. E invece il sole non farà in tempo a compiere la sua consueta rivoluzione quotidiana che non ci sarà più nessuno a fargli i complimenti. Non abbiamo avuto abbastanza tempo. Non so nemmeno quale sarà il tuo gusto di gelato preferito. E non so nemmeno se mi avresti mai abbracciata.

La donna nel letto accanto al suo strinse la piccola creatura tra le braccia. Mentre piangeva piano. Mentre singhiozzava con dignità ammirabile. Perché proprio quel giorno? Quale meschinità. Quale beffa. Avrebbe ammirato quel volto un secondo dopo l’altro. Per concedersi un amore terribile. Tremendamente lacerante. Fino all’ultimo scocco di lancette. Che ormai giravano al contrario. I capelli sciolti si adagiavano sulle spalle magre. Che risaltavano una stanchezza profonda quanto il sonno che evitava con tutte le proprie forze. Il quale cercava di sopraffare una coscienza ben salda al presente che ancora era. Le guance pallide. Ma gli occhi umidi erano pieni. Si soffermò a guardare quegli occhi. Mosaico preciso. Dipinto perfetto. Descrizione particolareggiata di ciò sarebbe stato se. Se. Puntini di sospensione. Si soffermò a guardare quegli occhi. Poi senza che se ne rendesse conto. Perso in quella contemplazione. I loro sguardi si incrociarono. All’improvviso. Fu un attimo. Come l’apertura di un otturatore. Che congela l’istante per un’eternità che durerà solo il tempo concessole. Lui le sorrise. Senza compassione. Un sorriso. Pieno di quanto più conforto è concesso racchiudere in tale gesto.

Le lenzuola avevano ancora quella rigidità caratteristica di un lavaggio con un detersivo economico. Le luci al neon vibravano impercettibilmente tinteggiando l’aria intrisa di disinfettante di un verde morbido. Riempitivo discreto di quel silenzio altrimenti soffocante. Sentì sulle labbra il salato di quell’amarezza incontenibile. Esplosa in un pianto che non era riuscita a contenere. L’uomo alla sua sinistra le sorrise. Aveva un’aria serena. Nonostante la giovane età le sue iridi scure lasciavano intuire un’esistenza compiuta. Riflettevano le immagini di un viaggio forse inconcluso. Ma che valeva la pena aver intrapreso. I capelli corti. La barba incolta di qualche giorno. Innumerevoli tubi sottili entravano ed uscivano dal suo corpo rendendolo simile ad un’antica divinità dalle mille braccia. Un’antica divinità morente. Asciugò le lacrime. Raccolse le forze. Si alzò col bambino. Gli si avvicinò. E lo pose cautamente tra le sue braccia prima di sedersi sulla sedia tra i loro letti. Lo sconosciuto sorpreso e riconoscente sussurrò un impercettibile ringraziamento.

Un altoparlante verde barrato nell’angolo in alto a sinistra dello schermo giustificava quel silenzio. Che si specchiava nel ronzio sussurrato delle luci al neon. E nella neve che aveva preso a cadere copiosamente. Gli attori proiettati lì dal tubo catodico aprivano la bocca a vuoto. Come se tutto ciò che dovessero dire lo avessero già espresso. Ed era proprio così. Chissà quante volte. Ma sembravano ancora soffrire e gioire per quelle parole inudibili. D’altronde conoscono domande e risposte in anticipo. Una grazia che a nessuno è mai stata concessa.

Sul monitor sopra la sua testa lampeggiava una piccola spia. Senza emettere alcun suono. Ad intervalli regolari. E poi numeri. E sigle. In altre circostanze neanche il più grande luminare della medicina avrebbe potuto dire con precisione quanto gli sarebbe rimasto ancora da vivere. Ma in quelle circostanze. In quelle circostanze tutti lo sapevano. Poco più di ventitré ore. Non aveva paura. Non era dispiaciuto. Non per sé stesso. Guardò il volto placido e ignaro di tutto che respirava adagio sul ritmico alzarsi e abbassarsi del suo torace. Dormiva. Sereno.

Non dirò nulla per cercare di consolarla. Non sono mai stato bravo con le parole. Mi scusi.

La voce dell’uomo era stentata. Sofferta e sincera. E fu sollevata di non doversi sentire in obbligo a provare sollievo nell’ascoltare un banale conforto circostanziale. Si mosse per cercare una posizione comoda su quella sedia dall’imbottitura logora e sottile. Poi la sua attenzione venne per un attimo catturata dall’assenza dei braccioli. Chiuse le braccia sul ventre afferrandosi i gomiti. Solo in quel momento si accorse che fuori nevicava. Quell’immagine tanto poetica quanto futile in qualche modo la rasserenò.

Non cerchi parole che andrebbero sprecate. Abbiamo le battute contate oramai.

Sul monitor sopra la sua testa la spia si accese. Si spense. Rimase spenta per un istante più lungo del solito. Poi si riaccese. E riprese a scomparire e riapparire al solito ritmo. Guardò il volto placido e ignaro di tutto. Si sentì profondamente triste e impotente. Lo baciò sulla fronte. Quindi allungò il braccio per prendere il cellulare. Scorse la rubrica. Selezionò il numero. Premette il tasto verde. E aspettò. La donna lo guardava. In parte consapevole di quello che lui stava pensando. Di quello che stava provando. Consapevole che anche se avessero avuto una settimana in più. Un mese. Anni. Secoli e millenni. Comunque. Non sarebbero riusciti a dire tutto ciò che avrebbero voluto. Qualcuno chissà dove prese la chiamata. Ma non disse nulla. Come se aspettasse. Che fosse lui a cominciare. Si inumidì le labbra.

Se fosse la fine del mondo saprei cosa dirti. Ma. Mi dispiace. Il mondo finirà appena domani. E fuori nevica.

Dall’altra parte del telefono. Al sentire quelle parole. Lei. Sorrise.

Pietro Liuzzo Scorpo

3. The Antlers – Familiars

Data di Uscita: 17/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era dolce e privo di barba. I riccioli biondi ricadevano sulla fronte con grazia. Come fossero stati messi lì da uno scultore alle prese con la sua opera meglio riuscita. Le donne più anziane quando nelle sere d’estate si ritrovavano a cucire e ciarlare sedute sulle sedie di fronte alle porte di casa si riferivano a lui come il Putto. Non si sapeva chi fosse suo padre e sua madre era morta subito dopo averlo dato al mondo e questo aveva mosso di compassione tutto il Paese. Sì che divenne il figlio di tutti. Dicevano che fosse un bambino adorabile. Di un’intelligenza sottile che nascondeva dietro una timidezza quantomai sincera. Era gentile e sempre educato. E preservò questo carattere anche crescendo. Mentre la sua bellezza sbocciava piano. Senza destare sospetti. Mia madre e le sue amiche quando cadevano in argomento erano solite dire che nessuna di loro l’aveva mai guardato in quel modo per molto tempo. Poi si svegliarono una domenica di maggio teatro di una nevicata tardiva e mentre si recavano alla messa tutte lo notarono col volto arrossato ed i riccioli umidi di sudore che spaccava la legna dietro la canonica. E tutte capirono quel giorno che il Putto era cresciuto. Ed era bello. Di colpo. Lo Zio però non si sposò mai. Le donne sostenevano che non ebbe mai neanche un’amante. Le malelingue invece insinuavano che tutti noi fanciulli avremmo dovuto chiamarlo Papà invece che Zio. Ma erano discorsi di ubriachi che si ritrovavano ad affogare alla locanda l’ultima pedata ricevuta dalla moglie. E nessuno prendeva quelle dicerie sul serio. Per noi era lo Zio e basta. Ci insegnava a costruire gli aquiloni e ad acchiappare le bisce senza essere morsi. Ci mostrava i sentieri nascosti che si arrampicavano sulla montagna e che portavano sempre a qualche albero solitario grondante di frutti. E poi ci raccontava le storie dei suoi viaggi inventati. E noi lo ascoltavamo rapiti volendo credere ad ogni sua parola. Avevo dodici anni quando partì per il suo vero viaggio. Nessuno seppe come maturò quella decisione che a tutti parve cosa improvvisa ed inaspettata. Mi ricordo che era l’alba quando bussò alla nostra porta. Quando la mamma andò ad aprire se lo trovò davanti con una vecchia sacca gonfia ed il bastone che portava sempre quando andava a fare le sue lunghe camminate sul Matajur. Io lo vidi solo di sfuggita che confabulava sull’uscio con mia madre prima di abbracciarla e partire. Lei non ci riferì mai cosa si dissero. Però ripensando a quella scena anni dopo mi convinsi che negli occhi dello Zio c’era qualcosa che non avevo mai notato prima e che la sua partenza non era stata improvvisata ma invece il frutto di qualche lunga riflessione.
Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Non ce ne accorgemmo subito. No. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese ricordavamo. Solo le mani lasciavano trasparire il cambiamento di cui tutti prendemmo coscienza con ritardo. Tutti tranne mia madre. Tornò un giorno di giugno quando il sole si apprestava ormai a nascondersi nel cielo alle spalle del Matajur. Venne alla nostra porta e la mamma andò ad aprire come se già sapesse che se lo sarebbe trovato di fronte. E forse era così perché niente sul suo volto più scavato rispetto a quando lo aveva salutato anni prima lasciava trasparire sorpresa. Questa volta non si dissero niente. Lei gli prese le mani e si mise ad osservarle come fossero una pietra preziosa. Quindi mantenendo la stessa impassibilità lo baciò due volte sulle guance e gli sussurrò. Bentrovato. Si richiuse la porta alle spalle. Poi ritornò in cucina dove l’attendevamo per la cena. Ma invece di versare la zuppa nei piatti disse. Lo Zio. Il Putto. E’ tornato. Si deve fare una festa. E come se tutti in Paese avessero sentito quelle parole nel medesimo istante in cui lei le pronunciò le strade si riempirono. Ed assieme alle strade i boccali. Vennero accesi i falò. E ognuno portò qualcosa. Chi una gallina. Chi ceste di frutta. Chi il corno e chi la chitarra. Il locandiere ammazzò una pecora. E l’odore della festa si levò alto nel cielo assieme a lapilli e canti di gioia. Sì che accorsero sulle nostre strade anche donne e uomini degli altri paesi della Valle. Nessuno si aspettava di esorcizzare così quella nostalgia che l’assenza dello Zio ci aveva instillato senza che ce ne fossimo nemmeno accorti. La notte era tiepida ed il vino fresco. E la sete riportò a galla quella curiosità che mi aveva sempre contraddistinto quando ero bambino ma che era stata soppiantata da una taciturna diffidenza adolescenziale. Mosso da quella ritrovata innocente sfrontatezza mi ritrovai seduto a gambe incrociate di fronte allo Zio. E con me tutti quelli che erano cresciuti dei suoi racconti. Volevamo sapere dove era stato. Cosa aveva visto. Chi aveva incontrato. Volevamo nuovamente tornare a credere ad ogni sua parola. Ma lui si negò dicendo che era sopraffatto dalla stanchezza. I racconti erano rimandati al giorno seguente.
Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Non ce ne accorgemmo subito. No. Dovette passare anzi parecchio tempo. Trascorsero anni dal suo ritorno e sembrava che la vecchiaia gli scivolasse addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese avevamo sempre ricordato. A me invece la barba crebbe. E folta. Un po’ all’improvviso. Le anziane dicevano che era una cosa normale quando un ragazzo deve affrontare una scomparsa come quella che aveva toccato la mia famiglia. La mamma infatti si era ammalata di tubercolosi ed una notte priva della luna ci aveva detto addio. Essendo io il primogenito senza padre mi ritrovai sulle spalle le responsabilità di un capofamiglia. La barba mi crebbe in tre sole notti come a voler sancire il mio approdo all’età adulta. Ma io non mi sentivo ancora davvero pronto e non fosse stato per lo Zio non so come avrei fatto. Mi prese a lavorare con lui in bottega dove mi insegnò a battere il ferro e a realizzare piccoli monili che una volta a settimana andavamo a vendere al mercato a fondo Valle. In quegli anni passati al suo fianco più volte provai a carpire i segreti del suo viaggio. Ma lui sempre con garbo mi rispondeva che mi avrebbe raccontato tutto l’indomani. Ma l’indomani sembrava non arrivare mai per lui. Mentre io mi sposai. Ed ebbi due figlie. E i miei capelli cominciarono a cadere. E quei pochi che mi rimasero ogni giorno acquisivano una sempre più pronunciata sfumatura di grigio. Poi una mattina arrivai alla bottega e lo trovai con la vecchia logora sacca che avevo visto anni prima ed il bastone in mano. I riccioli biondi gli cascavano sugli occhi che ancora conservavano quella stessa luce che avevo visto quando aveva fatto ritorno al Paese. In quel momento sentii tutta la mia vecchiaia di fronte al suo spirito inquieto. Parto. Fu l’unica parola che pronunciò prima di accarezzarmi la guancia ed incamminarsi.
Quando il Putto tornò ero una persona diversa. Vecchio e stanco. Lui anche era una persona diversa. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese conoscevamo. Mi trovò sotto il pergolato della casa nella quale ero cresciuto e avevo vissuto tutti i miei giorni. Mi trovò intento ad insegnare al mio nipote più grande come realizzare i monili più belli di tutta la Valle. Quando lo vidi avvicinarsi con mio grande stupore non fui sorpreso. Come se una parte di me già sapesse che quel pomeriggio l’avrei rivisto. Il Putto. Sempre lui. Congedai mio nipote che corse via per raggiungere i suoi amici che giocavano a prendere le bisce. Il Putto si sedette di fronte a me. Ma questa volta non gli chiesi niente. Mi limitai ad osservare le sue mani come se conservassero tutti i racconti della sua assenza della quale non ci aveva mai messo a parte. Rimanemmo uno di fronte all’altro senza dire una parola per minuti interi. Poi ruppe il silenzio. Sono qui solo di passaggio. Volevo dirti addio. Quelle parole non mi suonarono strane. Né fuori luogo. E’ per questo che sei triste? Chiesi. Al che mi rispose con una nota di compassione. Il tempo scorre per tutti. Quindi sorrise. E per la prima volta notai l’affacciarsi di due impercettibili rughe sulle guance.
Quando lo Zio partì per l’ultima volta era una persona ancora diversa. Nonostante fossero passate solo poche ore dal suo ritorno sembrava che la saggeza avesse cominciato a sbocciare d’improvviso sul suo volto. Come la sua bellezza fiorita durante una nevosa notte di maggio di un’altra epoca. Ma il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese avremmo sempre ricordato.

Pietro Liuzzo Scorpo

4. Swans – To Be Kind

Data di Uscita: 13/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Dal libro di Υπηρέτης

Mi rivolgo a voi. E per mezzo di me anche Lei si rivolge a voi. Voi che sentirete le mie parole e vi darete ascolto. Voi che vi salverete quando Lei poserà lo sguardo alle vostre opere. Alle vostre vite. E con occhi pieni di temibile misericordia pronuncerà la parola. Υπηρέτης. Servo. Perché solo asservendovi totalmente al Suo volere sarete meritevoli di misericordia. Mi rivolgo a voi. Fratelli. Che ascolterete la mia parola. E attraverso la mia parola la Sua. E sarete timorosi. E chinerete il capo. E seguirete la Sua volontà.
Io sono solo un umile servo. Non ero nulla se non un peccatore. E niente della mia vita passata ha senso prima di quel giorno. Il giorno in cui Lei mi apparse come in un sogno che sogno non era. Come di veglia in un mondo senza giorno. E le ombre erano immobili alla luce tremolante dei falò.
Sono stato un peccatore. Nei lidi ai quali approdavo il calore era solo ebbrezza. L’amore era solo decadenza putrescente al fragile riparo di un obolo. La luce era solo rifiuto. La salvezza scorreva nelle vene sotto forma di veleno. La vita giaceva abbandonata ai piedi di sentieri di tenebra. Il tempo non esisteva in quei lidi. E Lei venne per condurmi in un porto di acque sicure. Mi apparve con le sembianze di un gabbiano dorato. E teneva nel becco una squamosa lucertola. Quella lucertola era la vita mia. Una vita di soli peccati. E come in un lampo. In un fragore solenne. Strinse la presa e la lucertola venne tagliata in due. Ed il suo sangue si riversò copioso sul mio capo. Mentre un dolore inimmaginabile mi prendeva tutto. Poi il sangue smise di cadere. Ed il gabbiano si posò davanti a me. Al suo fianco sinistro vi si trovava un feto a me legato. Dal suo equilibrio al mio. E sentivo la sua vita pulsare attraverso di me. Il dolore si placò e la sofferenza abbandonò le mie membra. E attraverso gli equilibri quella vita ancora da nascere faceva rinascere me. E potei sentire la Sua parola. E capii che ero stato salvato. E che dovevo incamminarmi per essere il Suo strumento tra gli uomini. Il gabbiano annuì. Mi ridestai da quel sogno che sogno non era. Mi addormentai in quella veglia priva del giorno. E mi ritrovai inginocchiato sulla via. Con in bocca il sapore del sangue. E davanti a me un frammento di quel sogno che sogno non era. Che mai ha respirato all’infuori di me. Che mai ha visto la luce se non attraverso i miei occhi. Il cui cuore non ha mai battuto se non nel mio.
Io non ho più un nome perché nessuno può chiamarmi se non Lei. Io sono. Υπηρέτης.

* * *

Peregrinavo. E incanutivo nel mio vagare. Una città di luci comparve davanti ai miei occhi. E potevo vedere uomini e donne perdersi in quello splendore che nascondeva lo squallore dei nostri tempi. Vedevo l’affaccendarsi di piccole creature così simili a me alla ricerca vacua del piacere. Che celebravano con riti pagani il totale asservimento all’edonismo. E vidi che la città di luci era in realtà la tenebra più nera. E capii perché Lei trovasse così ripugnanti le sue stesse creature. Creature che avevano rinnegato il Suo nome. E che si credevano liberi padroni del Suo Regno. Ed ecco che sentii la mia natura abbandonarmi per trasformarsi in collera. E nelle mie mani comparve un bastone di fuoco. E mi diressi verso la città di luci.
I peccatori mi deridevano indicandomi col dito. Si facevano beffe di me. Ma non mi feci fermare perché sentivo che il Suo volere stava per compiersi. E dal bastone che stringevo tra le mani uscirono lingue di fuoco che andavano ad abbattere coloro che ridevano di me. Che ridevano di Lei. E questi caddero riversi al suolo nel loro stesso sangue. Le luci si squarciarono di fronte al terrore suscitato dalla Sua potenza. E sentii Lei ridere attraverso la mia bocca. Mentre uno alla volta i peccatori precipitavano sulla terra che tanto amavano ma che non poteva dare loro la vera Salvezza.
Ecco. Io dico a voi che mi ascoltate che quella notte Lei ha condotto alla rovina la città di luci per mezzo del Suo servo. Perché il Suo giudizio è verità. E non c’è redenzione nella colpa. Non c’è speranza nel peccato. E la morte non sarà un sollievo per i peccatori che nell’assenza della Storia moriranno ancora infinite volte.

* * *

Non ci è dato sapere quando l’aria smetterà di scorrerci nelle vene. Ma il profeta ha sentito il Suo sussurro e sa che il proprio destino è stato tracciato sino alla fine. Un sentiero tortuoso. In mezzo alle spine. Sassi appuntiti. Bestie feroci. Infinite insidie. Perché Lei ha voluto saggiare l’obbedienza del proprio servo. E ha guardato a lui con occhio severo. Ed è stata con lui più intransigente. Ma quando giungerà il momento lo eleverà sopra tutti. Il Suo alito si poserà sul suo dormire. E lo avvolgerà il sonno eterno. Perché le labbra del profeta hanno reso Lei il giusto onore.
E voi che ascoltate le mie parole. Che sono le Sue. Anche voi non dovete temere la morte. Non abbiate paura di dire addio a questo mondo. La Sua volontà si compirà nel sonno. In una giornata privata del sole. E non stupitevi se non sarà un comodo giaciglio ad ascoltare i vostri ultimi sogni. Non disperatevi se qualche mercante di false speranze vi chiederà di rivolgere a lui le vostre ultime parole. Non angosciatevi se i vostri panni non saranno degni dell’occasione. Non piangete per lo scadere delle vostre ore da umili servi. Perché per voi Lei ha riservato il posto migliore nei cieli. Farà riecheggiare le Sue parole tramite la vostra voce per i secoli a venire. Vi vestirà con la Sua benevolenza e risplenderete di grazia sopra tutti gli uomini.
Prestate orecchio. Lei attraverso me vi ha parlato. Io sono. Υπηρέτης.

Dalle lettere di Υπηρέτης alla madre

Madre,
un sogno inquietante una notte ha turbato il mio dormire. Una visione terribile e rivelatrice. Mi sono risvegliata in un bagno di sudore. Nel terrore di una vita persa. Nel dolore di una morte improvvisa. Ti sono vicina. E spero che anche il tuo pensiero sia rivolto a me in questo momento. Tu che conosci bene la sofferenza di veder fuggire la vita cresciuta nel proprio grembo.
Piango con te Madre perché so di averti deluso. Perché so di non aver prestato ascolto ai tuoi avvertimenti. Ai tuoi consigli. Ho voluto seguire la strada che mi ha condotto lontano da te e dalla tua grazia. Ma mi sono persa. Imploro il tuo perdono per aver condotto una vita dedicata alla perdizione. Ho creduto di poter trovare la salvezza nel veleno. La libertà nella lontananza da ciò che ero. Nella lontananza da te. L’amore in letti sconosciuti. Ero convinta con una certa arroganza di poter bastare a me stessa.
Ma una notte un sogno mi ha risvegliato. Ho perso tutto. Non ho più niente. La vita nel mio grembo si è spenta nel sangue delle mie colpe. E sono sola. Questo mondo non conosce che cosa sia l’amore. E’ l’uomo stesso ad allontanarlo da sé per poi rimpiangerne l’assenza. Che cosa ci meritiamo se non tutto il male che procuriamo a noi stessi? Che pietà cerchiamo quando siamo i primi a non concederla? Siamo peccatori senza redenzione. Siamo costantemente alla ricerca del dolore per poter compatire la condizione che noi stessi abbracciamo.
Madre. Tu solo puoi capire le mie lacrime. Tu solo puoi asciugarle. Io non permetterò più a me stessa di affogare in questa feccia. Non ricercherò più un barlume di luce nei sentieri di tenebra. Troverò la forza di liberarmi dal giogo delle mie colpe. Se solo troverai la forza di perdonarmi. Se solo riuscirai a passare la tua mano tra i miei capelli come facevi un tempo cercando di preservare la mia innocenza. Quando ancora infante io ti amavo senza saperlo.
Mi ritrovo ora nel deserto. Tra luci accecanti e suoni falsi. Mentre l’umanità che mi circonda si affanna a vendere la propria anima demolendo il tempio che la contiene. Come io ho fatto un tempo. E mi accorgo che non sono mai stata così sola.
Madre. L’uomo non merita alcuna pietà se non è capace di risollevarsi da solo. Deve perdere tutto per rendersi conto che già prima di raggiungere il fondo non aveva niente. Le genti mi deridono per il mio aspetto. Per le mie parole. Per i miei avvertimenti e per la mia storia. L’uomo che brancola nel buio del peccato è convinto di essere forte. Ma l’uomo non è forte Madre. E se ha bisogno di un segno per capirlo io darò all’uomo questo segno. Distruggerò queste luci. E illuminerò la sua fragilità. Altro non siamo che debole carne. E basta un nulla per ritrovarsi al suolo in mezzo al sangue. Farò vedere a questi peccatori quanto è fugace la nostra esistenza se non siamo in grado di discernere ciò che illumina da ciò che acceca.
Distruggerò la città di luci per dimostrarti che sono cambiata. Ma dammi un segno della tua presenza.
Amami ancora.

* * *

Madre.
Questa sarà la mia ultima lettera. Perché è giunta la mia ora. Io ti amo. Amo te e te soltanto.
Un mercante di false parole è venuto a chiedermi se volessi rivolgermi al suo dio per implorare perdono. Ed io presa dalla rabbia ho voluto strappargli gli occhi. Perché è già cieco. E non ha visto che io sono già stata salvata. Mi hanno percosso ancora e ridotto il mio corpo in sterili macerie. Non riusciresti più a riconoscere il mio volto Madre. Mi hanno denudata. Inflitto dolore alla mia carne credendo che così facendo mi sarei sentita punita. Ma non ho dato loro alcuna soddisfazione perché tanto io lo so che devo morire. E la mia lingua ha cantato salmi di gioia perché seppur piangendo per le ferite sulla mia pelle non ho sofferto. Io solo per la tua mancanza soffro.
Madre. Sii sempre gentile con chi ti chiede una carezza. Ed anche se non mi rispondi io so con certezza che tu ci sei. E mi osservi. Mi osservi vero? Perché mi manchi tutti i giorni. Lo vedi che sono diversa? Lo vedi che ora puoi amarmi? Amami anche solo per un secondo. Per quel secondo prima che il loro odio venga iniettato nel mio corpo. Per quel secondo prima che il mio cuore smetta di battere. Per quel secondo in cui dormirò e non mi accorgerò di nulla. Distesa su uno scomodo giaciglio artificiale al quale mi legheranno. Come vengono legati i capretti prima di essere macellati. Come vengono imbrigliati i cavalli prima di essere soppressi. Ma per quel secondo. Per quell’immobile secondo. Pensami.
Addio Madre.
Amami ancora.

Pietro Liuzzo Scorpo

5. SixToes – The Morning After

Data di Uscita: 16/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lo scialle a coprire il naso. Il passo svelto. Incurante delle pozzanghere. L’aria madida di fredda rugiada. Infiltra i vestiti. A lungo andare fa marcire l’anima. L’approssimativa illuminazione stradale. Uniforma le ombre facendole diventare spenti acquerelli monocolore. Tutto già visto altre volte. Appiccicosa sensazione di già vissuto. Il rumore di bottiglie che si frantumano in lontananza. Suono ricorrente quanto lo squittire dei topi. Sottofondo irrinunciabile della grande città. Rumoreggiare notturno al quale non si è ancora abituata. Non ci si sarebbe abituata mai. L’odore di piscio e merda di cavalli. Unico sentore bucolico tra i rigidi contorni di quei palazzoni. Architettura fredda e funzionale a necessità meno che primarie. Squadrato rigore di menti impersonali. S’incasellano vite in quadri grigi e sterminati. Lei cammina. Un passo dopo l’altro. Un passo avanti all’altro. Arriva. Apre la porta. Entra.
L’atmosfera è bassa e pesante. Permeata dal fumo. Riempie a scendere dal soffitto un vuoto altrimenti incolmabile. Abbassa lo scialle. Respira il sudore. Almeno c’è vita. C’è vita. La piccola orchestra suona in un angolo remoto. Il pavimento in assi di legno trema al ritmo di chi balla. Il tempo di scolarsi un pessimo whiskey. Due. E poi tre. Gli indumenti pesanti vengono abbandonati. Così la speranza di ritrovarli asciutti al momento di incamminarsi per la via di casa. Quindi è tutto uno sbracciarsi per immergersi nella folla. Alienata creatura. Mossa solo dalla volontà di dimenticare. Abbandonata creatura. Ebbra di vita prima di morire nuovamente al sorgere del sole.
E sono ricordi convulsi. E sono ricordi confusi. Al riparo dal freddo. Al riparo dalla pioggia. Là sotto al sole. Dove movimenti di piedi nudi trascinano nell’aria la polvere rossa che si mescola alla sabbia del deserto portata dal vento che spira da sud. E il sole s’infrange e rifrange su mura bianche. Ora rosa. Al tramonto. Tra gli spiriti. Evocati da rituali antichi. Da chitarre pizzicate. Da percussioni improvvisate. Da corde strofinate da crini di cavallo. Antenati che si ritrovano per le strade. Affollate da volti scuri e capelli corvini. E i corpi si toccano. Le labbra si sorridono. Gli occhi si conoscono. Una bellissima illusione di pace. Ma la guerra non era ancora finita. La guerra doveva ancora cominciare.
Ed è un presente convulso. Ed è un presente confuso. Ed è un presente contuso. La pelle scura. Un anatroccolo tra i corvi. Unico sentore di un sole lontano in mezzo a quel pallore diffuso. I capelli neri. Un pedone su una tavola di backgammon. Carattere dominante solitario. Sinuoso si muove. Allarga le braccia e le porta in alto. Ruotano le mani. I polsi sono un perno adornato di ninnoli e sonagli. Memori di un cielo terso. Testimoni del vagabondare di innumerevoli generazioni. Gli occhi chiusi. Sotto le palpebre ricercano volti noti. Notti migliori. Mentre il marasma cresce. Si fa marea. Corpi sconosciuti la urtano. Senza la confidenza della risacca. I fianchi. Le cosce. Il seno. In morbide traiettorie. Cerchi concentrici. Sulle labbra il sapore è salato.
C’è chi allunga le mani. C’è chi scruta timoroso. C’è chi ha lo sguardo rivolto altrove. C’è chi non si regge più in piedi. C’è chi ordina ancora da bere. C’è chi discute di politica e cavalli. C’è chi se ne sta zitto e ascolta la musica. C’è chi ancora entra. C’è chi già esce. C’è chi ride fragorosamente. C’è chi si dispera. C’è chi litiga. C’è chi s’abbraccia. Lei. Sola. Balla.
E’ solo l’ennesimo volto scomparso dalla sua vita. Come il suo volto scomparve per tanti. Decisione necessaria. Si può morire in molti modi. Si può morire per la morte di altri. Si può morire per la propria vita. E’ solo l’ennesimo volto che è meglio dimenticare. Nella grande città le facce sono come un fiume in piena. Scorrono via. Lontano. Una goccia d’acqua non ripassa per le stesse rive. E’ solo l’ennesimo volto.
L’orchestra suona in un angolo remoto. Le assi di legno del pavimento. Si muovono ora dolcemente. S’inarcano gentili. Mentre il ritmo s’allieta per un momento. Un piede piantato al suolo. L’altro sulla punta. La caviglia fa da perno. Adornato da fili e pietre luccicanti. Che tratteggiano spirali a bassa quota. Gli occhi ancora chiusi. Rivedono la brezza gentile. E le carezze. E gli abbracci. Seduta su verdi pendii. Da dove è possibile far perdere lo sguardo.
In una grande città c’è il rischio di perdersi. Lei si era persa tante cose.
In una grande città ogni luogo è attesa. Lei non s’aspettava più nulla.

Pietro Liuzzo Scorpo

6. Fire! Orchestra – Enter!

Data di Uscita: 26/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per entrare in un culto esoterico sono molte le cose da abbandonare, quasi tutte le cose vecchie, i pensieri, le persone e molto spesso anche la propria anima. Poi bisogna sentire che tutte le cose vecchie sono andate via, che la propria vecchia anima ha abbandonato la propria sede immateriale.

Noi imparammo a vorticare come i dervisci da ragazzi, quando anziché ascoltare la musica dei nostri coetanei, per intercessione della nostra vaghezza e del nostro incomprensibile distacco, iniziavamo a dimenarci e a roteare al ritmo del sax tenore di Ornette Coleman. Ma altro non posso dire, altrimenti la segretezza del nostro ordine verrebbe sciolta e diverrebbe una normale setta accessibile a qualsiasi esaltato.
Alcuni di noi facevano parte del grande popolo ormai distrutto degli Inuit e i loro gorgheggi facevano danzare i pesci nei fondali delle acque ghiacciate e rendevano gli orsi bianchi innamorati. Altri invece venivano dall’altro grandioso popolo devastato degli aborigeni australiani che con le loro danze evocavano gli spiriti attorno ai fuochi. La maggior parte però erano volgari europei. Una volta entrati nell’Ordine non fummo più niente se non dei mezzi nei quali il Grande Spirito soffiava la sua anima dentro a degli ottoni o premeva il suo spirito su tasti e superfici vibranti.
Noi non siamo nessuno, siamo gli Entrati, che prima hanno dovuto fare uscire tutto. Noi non abbiamo mai fatto del male a nessuno ma ne abbiamo subito tanto e sfoghiamo il nostro furore e la nostra gioia (che nonostante tutto rimane) in quel gigantesco e poliedrico delirio chiamato Jazz (e in altre esoteriche bellezze di cui non possiamo parlarvi).
Abbiamo abbandonato il sorriso cinico per incontrare la sincope, abbiamo distrutto la maldicenza per costruire l’armonia, ci siamo liberati della nostra mediocrità per essere inconsistenti e di conseguenza siamo saliti, senza neppure saperlo, nel leggerissimo strato di Assoluto che nessuno può toccare con la parola. Noi lo sfioriamo con la musica, come le proprie dita possono solo sfiorare il proprio polso, ed entriamo in esso col nostro spirito. Noi che sappiamo che sulla terra non c’è nulla di puro, abbiamo trovato la purezza oltre la terra, ed ancora oltre abbiamo trovato il Tutto, che supera di intensità e bellezza la somma di tutte le sue parti, che è maggiore grazie alla sua aura (questa oscura cosa che nessuno vuole più nemmeno cercare) la cui luce è raggiungibile solo da chi, dopo essersi dato la pena di Uscire, è riuscito ad Entrare.

Marco Di Memmo

7. Ty Segall – Manipulator

Data di Uscita: 26/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Wonderendezvous. Wonderoundabout.

La stanza bianca. Immacolata. Come la coscienza di una vergine che percorre la navata. Pulita e asettica. La navata o la vergine? Come se avesse una qualche importanza. La stanza bianca. Un odore misto di vuoto e disinfettante. Di nulla e detergente per vetri. Di assenze sporadiche e cloro. Come una piscina all’aperto. Nello spazio intergalattico. Questo prima dell’orario di apertura. Poi entrarono tutti. Ad uno ad uno. In maniera apparentemente casuale. In maniera apparentemente banale. In maniera apparentemente animale.

Valzer. In senso antiorario. Contro il tempo. Contrattempo. Controtempo.

Sentiva che qualcosa sarebbe cresciuto. Lanciò un’occhiata fugace a quelle due mammelle enormi. Alla sua destra. Sarebbe cresciuto? No. I capelli bianchi. Le rughe. E le medicine per il cuore. Ma quelle due mammelle su quel corpo segnato dal tempo e da almeno un paio di gravidanze gli facevano scattare dentro qualcosa. Voleva affondarci la testa. Come fosse un lattante. Si chiese se ci sarebbe potuto affogare dentro.
Sopra le due mammelle. Un collo flaccido. Che sorreggeva un viso che aveva fatto il suo tempo. Due occhiali rotondi su un naso piccolo. Le guance rosse. E la testa che intanto si arrovellava sul contenuto della valigetta che quel tizio vestito in maniera così sgargiante teneva così saldamente. Forse era una spia. Forse un criminale. Forse una testa di cazzo qualunque. Ma che cosa c’era in quella valigetta? Perbacco. Lo voleva sapere.
Non era una spia. Un criminale forse. I capelli lunghi e unti. Gli occhiali scuri a nascondere delle profonde occhiaia. La prova inconfutabile che il mondo oltre al velo gli si era dischiuso. L’armonia del cosmo. I segreti dell’universo. E la pace dei sensi. E la cetra. La cetra. Cetra. Eccetera. Salute. Avrebbe voluto danzare. Ma prima doveva pensare a chi vendere qualcosa. Per rendere anche lui partecipe di quel tutto che era ormai diventato. Girò la testa a est. Giacca cravatta e barba curata. Lui avrebbe comprato qualcosa? Gli piaceva pensare che anche giaccaecravatta in fondo ne avesse bisogno. Come tutti.
Stronzo. Il suo capo era uno stronzo. E fanculo al suo sorriso falso. Alle frasi di circostanza. Fanculo. E’ finita. La rabbia saliva. Ma non come un fiume in piena. Piuttosto come una bottiglia di spumante senza sicura al tappo. E se non avesse retto quel giovanotto alla sua destra si sarebbe preso un pugno dritto sul muso. Ed avrebbe abbassato quella cresta di merda. Ma come se ne va conciato così in giro? Avrebbe voluto fargli sanguinare il naso. Strappargli tutti quei piercing.
Si toccò il piccolo anello alla narice. Poteva sentire se ci pensava a fondo il piccolo brivido che aveva sentito al tempo. Un tempo ormai andato. Una leggera scossa. Tra le palle. Ma quella non era dovuta al ricordo. Ma all’immagine della sua mano che si infila nel tailleur. Lo sbottona. La camicetta fuori dai pantaloni. La mano che si insinua. Ed il gemito di piacere. Lo sente. Lo senti? Chiedeva col pensiero a quel viso inespressivo e freddo incorniciato in lunghi capelli scuri.
Il tailleur le stava stretto. O c’era dell’altro? Cos’è che le stava veramente stretto? Avrebbe dovuto tagliarsi i capelli? Il ragazzino al suo fianco si mosse in maniera impacciata e le urtò la gamba. Notò una smagliatura sulla calza. Uno strappo. Le ci voleva uno strappo. Ed allora sì. Avrebbe portato quel bimbo con sé. Caricato sulla sua decapottabile. E poi via. Gli avrebbe fatto scoprire il mondo. Gli avrebbe fatto assaggiare frutti che neanche si immaginava. E lei con lui. Uno strappo. Gli avrebbe comprato degli occhiali nuovi.
Cercò di soffiare via il ciuffo che gli cadeva sulle lenti. Senza riuscirci. Si portò una mano tremante sulla fronte per completare il lavoro. Cos’era che lo rendeva così agitato? Cos’era quella sensazione? Voleva sentire il calore di quelle labbra sulle sue. Quelle labbra così carnose. Accese da un rossetto provocante. Quanti anni avrà avuto? Tre? Quattro più di lui? E perché fissava il vuoto? Che importava? Voleva baciarla. Voleva vivere per sempre felice e contento con lei.
Era a disagio. Ormai conosceva nei minimi particolari il vuoto di fronte a lei. Si concentrava. Si sforzava di non guardare l’uomo accanto a lei. Così grasso. Strabordante. Si sentiva in imbarazzo. Si sentiva avvampare le gote. E cercò di riportare la mente lontano da lì. A correre in mezzo ai campi. Le scappò un sorriso innocente. Ma come si fa ad essere così grassi?
Cosa aveva da guardare? Cosa c’era? Era per il suo aspetto? Non che gliene fregasse qualcosa. Ma non era carino. Quella stronza. Avrebbe voluto dirle qualcosa. Avrebbe voluto dirle che quel suo sguardo contornato da quell’apparenza così educata se lo sarebbe potuto ficcare su per il culo. Su per il culo. E sarebbe potuta tornare dietro alla scrivania alla quale lavorava e dove avrebbe passato il resto dei suoi tristi giorni con quello sguardo incastonato tra le chiappe.
Pensò di tirare fuori dalla borsa lo specchietto per controllarsi il trucco. Ma cambiò idea. E si accontentò di darsi una sistemata ai capelli. Alla cieca. Sbatté le sopracciglia. Si sentiva civettuola. Ma il direttore d’orchestra aveva un fascino al quale non poteva resistere. Si inumidì le labbra. E sperò di essere notata. Un direttore d’orchestra. Sbatté ancora le sopracciglia. Ed emise un gemito impercettibile. Si inumidì.
Un. Due. Ripassò mentalmente i movimenti delle mani. La destra. La sinistra. Attaccano le chitarre. E poi il cantato. Un due. Un. Due. Tre. Come avrebbe fatto se fosse stato il suo vicino d’attesa? Cioè. Di un occhio forse avrebbe potuto fare a meno. Ma la mano? La mano no. Quella gli serviva. I gesti ampi. La possenza dei movimenti. Sarebbero mancati di finali. Un. Due. Le chitarre che si intrecciano. Come avrebbe dato gli attacchi? Ma per fortuna non era il suo vicino d’attesa.
Non voleva essere compatito. Voleva una persona con cui parlare. Che non fissasse in continuazione la benda scura. O il suo polso. Senza sfondo. Come una strada per soli frontisti. Senza conclusione. Voleva parlare con qualcuno. La bionda che gli sfiorava il braccio con apparente disinvoltura sarebbe stata ad ascoltarlo? Di storie ne aveva. Di pensieri sul senso della vita no. Ma la vita è fatta di storie. Non di sensi. E quei capelli color grano forse avrebbero apprezzato le sue narrazioni.
Si passò una mano sulla pancia. C’è qualcuno? Si chiese. No. Non c’è nessuno. Che domande. Però se ci fosse stato? Sarebbe stata in grado? E ci sarebbe stato qualcuno al suo fianco? Guardò. Un uomo brizzolato. Di un certo fascino. Doveva ammetterlo. I tratti del viso duri. La mascella pronunciata. Un’aria saggia. Sarebbe potuto essere un buon padre?
Deglutì. No. Non ora e non lì. Forse se ne sarebbe dovuto andare. Non in un luogo pubblico. Ma quegli anfibi. E invece eccola. Un’erezione. Cercò di trovare una posizione comoda. Fanculo agli anfibi. Anche se lo sapeva che non erano quelli. Era ciò che contenevano. Ed era solo una ragazzina. Però i piedi. I piedi lo facevano andare fuori di testa. Avrebbe voluto leccarli. Annusarli. E lasciarsi calpestare. E leccarli ancora. Assaggiarne ogni centimetro. Deglutì. E quella era solo una ragazzina.
Si attorcigliava i capelli sul dito. Un’occhiata innocente. La gomma da masticare che si gonfia. Esplode. Rattrappisce su sé stessa. Un risolino. Un cliché. Non una reazione. Eppure ci doveva essere un modo per metterlo in imbarazzo. Voleva vedere la sua angoscia nel cercare di allargare il colletto bianco. Facendo finta che la ragione fosse il caldo. Voleva che andasse a confessare pensieri impuri.
Sia lodato il Signore per ogni nuova creatura. Ma si chiedeva come sarebbe potuta crescere da una madre di quell’età. Satana. Satana si è insediato nelle menti di questi giovani. Induce in tentazione. E questi scopano come conigli. E poi c’è chi rimane gravida. Gravida era la parola. Non incinta. Gravida. Come le bestie. E lui avrebbe dovuto lavare dal peccato originale chi nel peccato c’era nato. Possa il Signore perdonare chi se lo merita. E possa andare all’inferno chi se la cerca.
Era stata una cosa veloce l’ultima volta. E non aveva fatto male come pensava. Come al ballo della scuola. Non le aveva fatto male. Nello sgabuzzino. Quando poi una vita aveva preso a crescerle nel grembo. Al ballo della scuola. Fissò il vecchietto alla sua destra. Aveva un’aria speranzosa. Sbirciava di tanto in tanto nella scollatura della signora al suo fianco. E poi bofonchiava senza senso. E attendeva. Chissà cosa. Chissà se ai suoi tempi anche lui ha messo incinta qualcuna al ballo della scuola? Non le aveva fatto male. Chissà se anche quel vecchietto era diventato padre così presto?

Si chiude il cerchio. A suon di valzer. I violini suonano. Un due tre. I violini suonano.

Si affacciò alla porta. E venne investito da un odore forte. Un odore di sudore. Ormoni. Desideri inespressi. Altri inesprimibili. Umanità che si guarda attorno. Per poi tornare al punto di partenza. Non lo sopportava quell’odore. Si scostò dagli occhi la fangia bionda che andava a finire su dei nei apparentemente finti. Sorrise in maniera finta. Trattenne il respiro. Non poteva più sentire quell’olezzo. Voleva l’odore di sangue. Il rumore del trapano. Dell’aspiratore. Voleva odore di sangue e colluttorio.

Avanti il primo.

Pietro Liuzzo Scorpo

8. Beck – Morning Phase

Data di Uscita: 25/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

These are some faults we found
Hollowed out from the years
Don’t let them wear you out
Don’t let them turn your mind inside out

Cosa ci fa un alcolizzato in un negozio di liquori?
Ogni mercoledì, verso le sette, se sporgevi la testa oltre la porta, potevi vederlo arrivare dalla Promenade oceanica, lungo Wiltshire boulevard, dritto verso il mio negozio. Un piede avanti all’altro, sicuro, come fosse la strada che ti porta a casa. Quella di sempre. Quella dove sei cresciuto. Che giocavi con i figli dei vicini. Non pensi siano troppo simpatici, ma è meglio che sopportare, chiuso in camera con il cuscino ben stretto sulla testa, il rumore dell’aspirapolvere di tua madre che tanto ti terrorizza.
Cerca affetto. Di una donna, di una cagna, poco importa. Le puttane in strada, quelle no. Loro sono amiche. A loro non si può che chiedere compassione e qualche buon consiglio: no, agli ascensori preferisci sempre le scale e si, in certi casi marrone e blu stanno bene insieme. Sono delle discrete ascoltatrici. Soprattutto Daisy. Oh Daisy, labbra carnose e capelli color di molto tempo fa. Lei racconta dei figli che avrebbe avuto e della villetta sulla 54th street, quella con la porta salmone. Se solo avesse accettato in una vita che ormai non ricorda di aver vissuto, il compromesso che l’acido anarcoide nelle sue vene le ha impedito di accogliere. Ma oggi lei è astemia e io resto solo, nelle appassionate serate con me stesso, andrò a ballare il bluegrass con la mia confusione.
Dicono viva in un seminterrato di fronte alla fermata del tram T14, ma a casa non c’è mai. Preferisce la panchina nel piccolo parco dietro l’angolo. È il suo lavoro. Il cappello è in terra, tanto c’è il vecchio Hansen, come sempre seduto poco più in la di guardia, a controllare che a qualche bullo non venga in mente di raccogliere il tesoro che esso contiene. Di lui ricordi solo il forte odore di naftalina di cui s’è impregnato nei lunghi periodi passati in ospedale. Il suo passatempo è guardare il beccare degli uccelli che pranzano con i resti del pasto sobrio di qualche impiegato nella banca che si erge magnifica di fronte all’ingresso principale. Sua figlia ha sposato il direttore dopo esser rimasta incinta a qualche mese dalla scadenza del suo contratto. Non la vede da parecchio. È troppo impegnata, dice.
Cerca indulgenza. Perché il pesante baule colmo delle mie scelte, continuo a portarlo sulle spalle e non ho mai chiesto ad alcuno di condividerne con me il suo carico. L’assoluzione è un dono che possono offrire solo i santi, lo so bene, ma in fondo pretenderla dagli ottusi affannati che rivestono le strade ogni mattina al mio risveglio, non ha alcun costo. Quando ho la possibilità di incontrare me stesso riflesso nella vetrina di qualche negozio, mi capita di pensare a loro. Forse nel mio sguardo c’è lo stesso ribrezzo che mi è stato offerto. Mi concentro su qualcos’altro per evitare che si aggiunga altra contrizione, una nuova radio è quel che ci vorrebbe.
Lungo il viale rotolano delle biglie di vetro e dei bambini a seguito le rincorrono. Ti fermi a guardarli e ne invidi l’innocenza. Pensi di non essere mai stato come loro. Per quanto sia assurda l’idea, ne sei convinto. Quando è successo, non te lo ricordi. Forse è quello che ti è mancato, l’infanzia che sei stato costretto ad inventare percorrendo la scala a vite d’Archimede. Ma per un solo gradino mal posto da un architetto oltremodo distratto, sei caduto alla base e li, dolorante, hai deciso di fermarti, magari solo per indolenza. Scegliere di proseguire è molto più faticoso.
Madido di sudore lo vedevi entrare infiacchito dall’inedia e flemmatico verso il primo scaffale, con nonchalance aristocratica di un nobile della strada, passare in rassegna meticolosa ogni prodotto esposto.
Una volta trovai il coraggio, glielo chiesi. La sua sagoma m’intimoriva, il cappotto lungo alle caviglie sembrava l’unica ragione che lo tenesse dritto. La mano terrosa, tesa, tra le dita i due spicci che aveva raccattato in qualche vicolo, e l’odore pungente di lassismo che lo avvolgeva, confesso, mi nauseava.
Cosa ci fa un alcolizzato in un negozio di liquori?
Da occhi itterici a quel modo non ci si può che aspettare risposta esaustiva. La testa si sollevò appena e lo sguardo sfortunato mi fu concesso per pochi istanti prima che tornasse a rivolgersi alla strada benedetta da quei peccati che mai siamo riusciti a perdonarci.

Life should be free.
Take what you need.

Giulia Delli Santi

9. Have a Nice Life – The Unnatural World

Data di Uscita: 04/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Depressione.
Significa vedere i sorrisi lontani delle persone durante una Domenica di Maggio.
Percepire che c’è qualcosa…
Che sfugge…
Sia esso calore o debolezza.
Sentirsi dall’altra parte, nel punto esatto dove tutte le ombre degli alberi si intersecano, ciascuna proiettata da una pallida e fredda sorgente luminosa in cima ad ogni abete, una per ogni insoddisfazione di una vita senza riposo.
Vedere tutto questo, e non avere voglia di tendere la mano.

………………………………..

Giocare ogni giorno con una lametta nella speranza che sia lei a prendere la decisione.

………………………………..

Alzare gli occhi al cielo dopo aver dimenticato l’odore di una giornata con le nuvole cariche di pioggia. Passarsi una mano sui capelli bagnati, con l’acqua fredda che scende lungo la colonna vertebrale, senza rimpiangere un’emozione in grado di curare tutto questo.

………………………………..

Rincorrere la scelta del meno peggio.
Accontentarsi della disillusione.
Immaginarsi di poter immaginare una realtà che sostituisca il vuoto.
It isn’t real, but it feels real.
It isn’t real, but it feels real.

………………………………..

Abbandonare la testa sul sedile della macchina, guardando con occhi appannati le luci rosse al di là del vetro.
Sperare, in un segno, in un augurio solenne, puro, sacro.
Attendere l’arrivo di qualcuno che dica cosa fare, come fare…
Che…
Come un mendicante che bussa al finestrino, e riceve in cambio uno sbuffo di fumo da una signora di mezza età, che spira tra due labbra che non hanno mai pronunciato la parola compassione.

………………………………..

No matter how much I write, you’ll never read a single line.

Filippo Righetto

10. Marissa Nadler – July

Data di Uscita: 04/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

La cosa che non ti aspetti è il muoversi inarrestabile delle strade sotto i tuoi piedi. Mi è capitato molte volte di ritrovarmi a volteggiare tra vicoli e passanti. Ma quello a cui mi riferisco è una cosa diversa. Non è uno stato d’animo che ti rende leggera. E’ invece la città stessa che danza sotto di te. E quindi ti ritrovi in un punto diverso di continuo. E’ una mancanza di lucidità sistematica. Difficile da spiegare. Anche perché sarebbe proprio tutto un altro contesto. Ora è febbraio. In quella città sarebbe già luglio. O lo sarebbe stato. Non saprei. Ad esempio. Noi ora ci ritroviamo sedute su questa panchina. Ti volti e sai che dietro di te ci sarà un platano spoglio. Un vialetto di ciottoli. Ed in fondo i caseggiati popolari. Mentre ancora più dietro il cielo è completamente bianco. Annuncio atteso di una nevicata che ha tardato fin troppo ad arrivare. Là invece. Là invece sarebbe stato diverso. Perché alle mie spalle avresti visto un roseto. E se ti fossi voltata avresti notato il mercato brulicante di persone che sembrano venute fuori da una scatola di pastelli. Tanto sono accesi i colori dei vestiti che indossano. Quindi avresti cercato il mio sguardo con occhi pieni di sorpresa per chiedermi se anche io avessi avuto quella sensazione. Della scatola di pastelli dico. Ma prima di poter dire una parola qualsiasi ti saresti interrotta perché alle mie spalle non ci sarebbe stato più il roseto ma invece una fontana. E un po’ più oltre un edificio travolto da mosaici ed arabeschi. Cupole ciano. Una torre appuntita che richiama l’attenzione al cielo. Azzurro. Terso. Quindi una nota di tè ci avrebbe raggiunto. Ed allora ti avrei preso per mano. E ci saremmo incamminate in una direzione qualunque. Tanto saremmo comunque arrivate là dove la città avrebbe deciso. Guarda. Cominciano a scendere i primi fiocchi di neve. Domani ti sveglierai e guardando fuori dalla finestra vedrai un silenzio surreale. La neve a ricoprire il tutto. Ovattato. Dicevo. La città avrebbe deciso la nostra meta. Che so? Una piccola piazza dove avremmo potuto trovare refrigerio dal sole implacabile sotto gli aranci. Guardando frammenti di cielo tra le foglie verdi. Mentre il vento si sarebbe insinuato leggero tra i rami e sotto le nostre gonne. Avremmo riso. Mi avresti abbracciata. Con la punta delle dita avresti scostato quel ciuffo di capelli che mi cala sempre sull’occhio. Ma non sarebbe stato quello il momento adatto. Perché in quell’attimo di distrazione gli aranci sarebbero spariti. Al loro posto tappeti rossi e dorati. Caldi alla vista. Ed avremmo immaginato di distenderci sopra essi nei freddi pomeriggi invernali. Mentre fuori la neve cade in fiocchi sempre più grossi ed irripetibili. E dall’altra parte maioliche bianche e blu. Blu bario. A ricomporre fantasie che mai avremmo immaginato di poter avere. Ed incantate avremmo sospirato. Mentre l’aria si sarebbe impregnata degli odori più disparati. Il mercato delle spezie. Un puzzle di sensazioni e ricordi impossibile da ricomporre in maniera errata. Ogni pezzo si incastra perfettamente con tutti gli altri. Ed allora le soluzioni sono infinite. Non c’è niente di sbagliato. Tutto è lecito. La noce moscata. Ci avrebbe ricordato la messa di natale che quando eravamo ancora bambine adoravamo. I canti solenni tra le navate. Una spiritualità che ai tempi forse riuscivamo a cogliere. Che si levava dalle fiamme tremolanti delle candele. E la speranza sempre disattesa di trovare la neve una volta uscite da chiesa. Ma la neve arriva a febbraio. Ora lo sappiamo. E poi il sesamo. A rimembrarci delle corse in mezzo ai campi subito dopo un temporale. Il fango fino alle ginocchia. Il rumore del ruscello rinvigorito. Fili d’erba appiccicati ai nostri volti ancora giovani. Ignari di cosa si possa celare dietro alle lacrime. Un timido sorriso sempre intarsiato tra le gote. E poi un uomo col fez si sarebbe avvicinato. La sua tunica bianca avrebbe proposto al nostro olfatto la curcuma. E la nostra mente sarebbe corsa alla cantina di tuo nonno. Dove ci nascondevamo tra le botti di vino. A raccontarci delle prime vane infatuazioni. Perché così credevamo ci fosse richiesto. E le pareti ammuffite sussurravano alle nostre orecchie di un bacio mai dato. E la vecchia lampada emanava una luce che andava a spezzarsi sull’intonaco crepato. E le ore trascorrevano veloci tra discorsi vacui. Come se scappassero da un brivido di imbarazzo allora sconosciuto che si arrampicava lungo le nostre schiene. Al che. A quel ricordo. Avresti sfiorato le mie dita con le tue e mi avresti condotto al cumino. Ed io ti avrei raccontato delle ore passate appoggiata alla parete comunicante delle nostre camere ad ascoltare quei tuoi stupidi esercizi al violino. E di quando piansi mentre sentivo esercitarti per quello che sapevamo entrambe essere il tuo ultimo saggio. Le note sembravano accompagnare un canto in lontananza. Sembravano riempire tutti i silenzi. I silenzi delle parole non dette. Le carezze non date. I baci voluti. Ed allora io prendevo la mia chitarra. E suonavo. Piano. Per non disturbarti. Per accompagnarti. Accarezzando dolcemente le corde. Sperando che in qualche modo quella vibrazione ti raggiungesse. E ti facesse commuovere. Guarda. Il platano ha smesso di essere nudo. Ed è ora ricoperto di un silenzio rarefatto e fragile. Quindi l’ultima spezia la sussurrerò. Per non incrinare questa immagine cristallina. Così invernale. In quella città sarebbe già luglio. E mentre tutti al sentore di cannella rievocherebbero immagini di maglioni con renne sorridenti e focolari scoppiettanti. Vecchie foto di infanzia. Noi. Noi avremmo pensato ad altro. Non è vero? Era luglio anche allora. E volevamo perderci nei boschi tra le colline dietro casa. Che però conoscevamo a memoria. Ogni angolo. Ogni sentiero. Ogni albero. Là dove la temperatura si abbassava di qualche grado. E l’aria piangeva un profumo selvatico che non eravamo capaci di descrivere. Cannella. Per noi era dolce quanto la cannella. Ci sedemmo sull’erba umida. Le nostre forme ormai più che adolescenti non si nascondevano più bene sotto quei vestiti di un’altra età. Il silenzio mancava. In un bosco il silenzio è solo una finzione. Mimavi le ultime note pizzicate del tuo ultimo pezzo. Ormai un ricordo lontano. Ed erano come gocce in uno stagno. Ti ricordi? Ti ricordi che in quel momento piansi? E risvegliate da quel vortice di profumate nostalgie eccoci ancora in un altro punto della città. Una strada affollata. Urla convulse di venditori mai stanchi. Il correre inarrestabile di bambini scalzi. Che si inseguono. O forse inseguiti da qualche panciuto mercante. Ma il nostro respiro sarebbe immobile. Senza tempo. Raccolto in un istante. Il mio indice sotto il tuo mento. Il pollice avrebbe accarezzato le tue labbra che si sarebbero schiuse al suo passaggio. I tuoi occhi incerti tra il fissare i miei o la mia bocca. E poi i nostri respiri sarebbero diventati un tutt’uno. Esalando in un solo secondo tutti i desideri che per chissà quale ragione non ci eravamo mai dette. Nevica. Nevica forte. Eppure il mio volto è scaldato dal sole di quella città. Quella città nella quale non sono mai stata. Se non con te. E solo con te voglio tornarci. A luglio. Se tu ora non mi volterai le spalle per imboccare quel vialetto di ciottoli che porta fino ai caseggiati popolari. Se non mi lascerai qui a piangere sulle impronte che lascerai su questo manto bianco che non smette di crescere. Per favore. Baciami. O vattene.

Pietro Liuzzo Scorpo

A Winged Victory for the Sullen @ Locomotiv Club, Bologna (29/11/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

Ci sono serate che lasciano ricordi lineari, in naturale progressione temporale. Un inizio, uno svolgimento, una conclusione. Ce ne sono altre imperniate attorno a un evento, un dettaglio, una sensazione: tutto il resto si dipana intorno, come un ricamo.
Raccontare ciò che si è vissuto a Bologna, sabato 29 novembre, non riesce facile se si vuole stendere una canonica narrazione consequenziale. Piuttosto, è il concetto di intimità quello dal quale si dovrebbe partire. (altro…)