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Loscil – Sea Island (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 17/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Le città non sono mai abbastanza grandi, quando siamo in cerca di evasioni.
Le città non sono mai abbastanza intime, quando siamo in cerca di calore, di un abbraccio.

Le feste erano da poco cominciate a Vancouver; in quelle giornate tutte uguali di assoluta libertà ma anche assoluta ripetitività, vagavo come un povero cane che aveva smarrito la via di casa. I saluti e gli auguri agli amici in partenza apparivano talmente distanti da percepire falsato il flusso del tempo, le ore si erano nel frattempo allungate, sfibrate, moltiplicate. Avere a che fare con la solitudine in una città vittima di un ricambio di volti, via i residenti – benvenuti turisti, era a suo modo destabilizzante. E non fosse stato per l’inatteso vento sferzante, sarei corso a guardare il mare accovacciato su una banchina, con gli occhi fissi all’orizzonte e una busta di pistacchi incastrata tra le gambe, i movimenti delle mani meccanici per sgusciare i frutti e portarli alla bocca, l’udito vigile per cogliere ogni sussulto.
Qualche falcata veloce per divorare in fretta la gradinata d’ingresso, e trovai presto rifugio tra le sale della Galleria d’Arte, uno di quei posti elencati nella wishlist del visitatore modello, ma snobbati e sottovalutati da qualsiasi residente, con l’alibi di “tutto il tempo del mondo davanti”. Le aspettative non rientravano nemmeno lontanamente tra le prerogative del caso, piuttosto lo scopo era sopravvivere al freddo, e alla noia. Con le cuffie dell’audioguida alle orecchie, con l’intento di calarmi il più possibile nella poetica delle opere esposte, sfilavo rapidamente davanti a teche contenenti gioielli esotici, istallazioni surreali di poco fascino, imitazioni di preraffaelliti. Quando capitai in quella stanza completamente bianca, illuminata da affilate fessure tra il parquet in rovere sbiancato e le pareti, trasalii emettendo una specie di goffo gemito, tant’è che la signora addetta alla sorveglianza mi fulminò con un’espressione di sdegno, di rimprovero. Lo scenario sembrava estrapolato da un film in bianco e nero, anche le fotografie che campeggiavano sui pannelli raffiguravano mondi in scale di grigio, e la donna canuta seduta all’angolo vestiva un tailleur color antracite. Per un attimo provai vergogna per il mio cappotto blu, ma soprattutto per la sciarpa scarlatta. Evidentemente era un azzardo. Tentai di accantonare l’imbarazzo, mentre la voce registrata aveva preso a narrare la storia strappalacrime di quell’artista straordinario che stavo scoprendo allora, per la prima volta. Si trattava di un uomo già avviato sul sentiero della vecchiaia, una specie di eremita contemporaneo sordomuto, in un’isola remota, chissà dove nel Pacifico. Un avventuriero canadese ci era approdato dopo una strana combinazione di eventi, e per mia fortuna aveva riesumato velleità da mecenate, non appena l’anziano uomo gli ebbe mostrato una serie di immagini scattate sulle rive di quel luogo indefinito, all’indomani di una violenta tempesta. Non aveva altro modo per esprimersi, se non le istantanee, che fissavano indissolubilmente squarci di rovine naturali e litorali sfigurati. Tuttavia, tanta era la potenza delle fotografie davanti a me, che quasi udivo il verso stridulo dei gabbiani assiepati sulla battigia e lo sciabordio delle onde scomposte, percepivo l’odore salmastro, avvertivo la consistenza del legno umido, riversatosi a terra per i marosi.
L’impulso nel voler dar voce a quelle storie visive venne da sé, per tramandare una narrazione che altrimenti sarebbe rimasta confinata tra le mura della galleria o poco più, o ingiustamente taciuta. Un complicato scambio epistolare tra me, il vecchio esule e i curatori dell’esposizione terminò con un aperto lasciapassare, e totale carta bianca. L’epifania era già avvenuta, dal primissimo istante. Ricreare un isolamento, una tempesta artificiale e i suoi effetti, uno sfondo asettico come quella sala qui a Vancouver, pronto per essere inondato, deturpato, e infine lasciato solo nella sua quiete. Il compito era ancora più semplice, in una città di mare in cui bastava un ponte per raggiungere un’isola, e dimenticarsi, con grande sforzo d’immaginazione, che accanto alla natura selvaggia coesisteva un aeroporto. Sea Island era lì.
Il racconto attinse da registrazioni ambientali, ma allo stesso tempo si snodò attraverso minuziose melodie di archi, pianoforte e trame elettroniche. L’inquietudine e la pace convivevano armonicamente, non facevano che passarsi la palla, ammiccarsi e succedersi attraverso offuscamenti e bagliori palpitanti. L’acqua affiorava in superficie, la si sentiva avanzare e ritirarsi, lambire i contorni di ciascuna presenza. Il suo rumore non svaniva mai del tutto, si faceva pesante quando impregnava i tronchi morti, si trasformava in leggero ed evanescente quando evaporava sfumando la linea di orizzonte. Volevo riservare cura estrema al dettaglio, rendere al meglio le suggestioni avute grazie ai chiari scatti dell’uomo. Dedicai l’episodio più cristallino a Iona, oasi ancora vergine da interventi invasivi, ed edificai un crescendo di campanelli su fondo etereo, fino al pulsare della materia liquida. A più riprese intervenivano voci e sussurri, ad amplificare sensazioni vagamente sinistre e nostalgiche. La complessità emotiva rappresentava intrecci di luci e ombre, angoli quasi primitivi e incontaminati che appaiono nella loro drammatica autenticità anche in seguito a mareggiate.
Il direttore artistico della Galleria d’Arte fu entusiasta del risultato, e anche l’avventuriero grazie al quale le opere dell’anziano fotografo erano sbarcate a Vancouver si profuse in complimenti e parole di riconoscenza. Di lì in avanti il connubio di immagini e musica intraprese un viaggio intercontinentale, un divenire di tappe per portare la Natura assoluta dove non vi è mai stata, o dove purtroppo è scomparsa.

Le città non sono mai del tutto ostili, quando esiste un mare ma anche una riva che ti consentono di ritrovare l’essenza delle cose.

Federica Giaccani

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