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Wildbirds & Peacedrums – Rhythm

Data di Uscita: 03/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Agitavi tra le dita la polaroid scattata da poco, aspettando impaziente che si asciugasse per poterla poi appendere al filo sopra il nuovo caminetto appena acceso. Un abbozzo di sorriso divertito muoveva le linee delle tue labbra carnose, segno che l’istantanea impressa nella pellicola avrebbe restituito una buffa immagine di me, coi battenti in una mano e un calice di vino rosso nell’altra, in bilico tra la catasta di legname. Le percussioni erano sparse ovunque, sul divano e sopra il grosso tappeto steso a ridosso della vetrata dalla quale penetrava la distesa d’alberi della valle. Il trasloco era da poco finito, né io né te avevamo intenzione di spostarle dal loro posto, in apparenza, di fortuna. Non avremmo mai sistemato davvero la nostra nuova dimora, quel caos sincero fondamentalmente ci rappresentava.
Era dicembre, la pioggia cadeva incessante sull’erba corta e ritta che avevo tagliato la sera prima con la vecchia falciatrice di mio nonno. Tutte quelle finestre che avevamo voluto ci davano l’illusione di sentire le gocce sulla nostra pelle, picchiettanti leggere come un massaggio meticoloso. Attorno a noi gli altissimi pini si stendevano a perdita d’occhio in ogni direzione, nascondendo il nostro nido dagli occhi indiscreti, come fossimo mimetizzati nella macchia e un tutt’uno con essa.
Soltanto tre settimane addietro stavamo ultimando la ristrutturazione. Le assi in legno della parete esposta a Sud erano quasi completamente pronte ad accogliere la nuova stesa di colore; lavoravamo sodo dal primo mattino senza alzare lo sguardo, ché le giornate erano diventate talmente brevi e il tempo era prezioso non solo perché così recita un abusato luogo comune. Con la coda dell’occhio, di tanto in tanto, vedevo una ciocca di capelli caderti sul viso, la scansavi col dorso della mano per preservare il corvino e non rovinarlo maldestramente con grumi di vernice bianca. Indossavi il berretto di lana calato sulla fronte e dei logori guanti dalle dita tagliate, per maneggiare meglio la carteggiatrice. Il freddo asciutto di fine novembre ti dipingeva le gote e il naso di rosso, avevi un’espressione intenta di concentrazione che contrastava, come muto ammonimento, con la mia continua distrazione nelle digressioni passate. La comune esasperazione per la frenesia della vita convenzionale, la necessità impellente di costruire qualcosa, le scommesse fatte sulla possibilità di autosussistenza in un contesto quasi primitivo. Ci innamorammo di quel rudere che poi trasformammo in casa, in un pomeriggio d’estate e di noia in cui la fuga verso i boschi era l’unica soluzione per salvarci da una città boccheggiante. Riavvolgendo il nastro del tempo ci vedo ancora correre come i bambini tra gli alberi, gli occhi traboccanti di stupore alla scoperta della casupola cadente, la determinazione nel decidere di convertirla in nido. La concretezza del progetto, a ben guardare già nato con un matrimonio giovane, ci permetteva di configurarci ogni dettaglio: l’orto piantumato, il cane scorrazzante, il capanno degli attrezzi.
La pioggia persisteva tra gli aghi della foresta, ma all’interno il focolare irradiava un tepore che sapeva di casa. La fotografia era ora asciutta e stavamo ridendo allorché tu cominciasti a cantare. La tua naturalezza nel celebrare le situazioni, fresca e radiosa, è sempre stata magnetica. Ti seguii immediatamente con la batteria, ero scalzo e battevo il piede a terra finché non trovai il pedale, che nel trambusto era finito tra i bauli dei maglioni. Ritmi quasi primordiali, come specchio per la semplicità di una scelta di vita nuova, spogliata di orpelli e del superfluo. L’amalgama tra voce e percussioni era caldo come la fiamma d’incoscienza che ha sempre bruciato nei nostri sguardi; la profonda complicità, intensificata in progetti condivisi, ci permetteva di spaziare dal jazz al soul al rock con estrema fluidità. Il tuo timbro deciso e vibrante rincorreva salite e discese, battevi le mani selvaggia dimenandoti in una danza celebrativa. Io percuotevo i tamburi, scuotevo i cembali, sudavo sotto la lana pesante mentre il cielo andava scurendosi in un velato e precoce crepuscolo. Svuotammo tre bottiglie di vino rosso quella sera, accasciandoci infine a terra, vinti da stanchezza e troppa gioia.

Federica Giaccani

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