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Dean Blunt – Black Metal

Data di Uscita: 03/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Everybody says I’m wrong

Un cimitero di foglietti accartocciati, questo era il punto scommesse dopo appena due ore dall’apertura del venerdì mattina. Un gigante come Paddy Power richiama una grande quantità di persone, per di più nella patria del betting. Nel retro dello stabile – un piccolo ed insospettabile centro commerciale nell’East London – alcune persone erano assorte, con la schiena appoggiata ad un muro di mattoni rossi. Leggevano le quote dei prossimi eventi sportivi, la carta era diversa da quella che si poteva trovare all’interno del negozio. Da una parte veri e propri schemi stampati da un computer, la struttura rigorosa come in un foglio Excel ed i numeri riportati in un nero molto intenso. Fuori tutto era sistemato in colonna, ma una scrittura nervosa aveva proposto le proprie quote personali: scommesse clandestine per chiarirci.
All’esterno nessuna traccia di cimiteri e fallimenti personali, i fogli con le previsioni errate andavano letteralmente in fumo. Tutto era sistematicamente bruciato. Il fumo che si alzava al cielo comunque non era molto differente da quello che si poteva trovare nello spazio chiuso. La libertà di fumare e una rottura nel sistema d’areazione creava una cappa grigia capace d’impregnare radicalmente gli abiti. Le mogli più astute sapevano esattamente che il proprio marito aveva passato la serata lì dentro, non c’era stata nessuna “birra con amici”.
La globalizzazione portava lavoratori di ogni etnia: bengalesi e cinesi erano costretti a digitare in tutta fretta i bottoni del proprio computer. Le scommesse dell’ultimo minuto perse perché l’evento era già iniziato, e non c’era stato il tempo materiale di giocarle, facevano andare su tutte le furie alcuni signori di mezz’età. Non era colpa dello straniero di turno, semplicemente gli scommettitori si erano smarriti nel succedersi dei minuti. Questi, una volta accortisi che avrebbero comunque fallito, non andavano mai a scusarsi con i ragazzi seduti dietro i pc. La vergogna di aver sbagliato pronostico era superiore al sollievo di aver risparmiato due sterline, immediatamente puntate su altre situazioni.
Nel retrobottega non tutti erano accetti, per meglio dire: raggiungeva il luogo esclusivamente chi era a conoscenza dell’esistenza di quel prolungamento.
Lì attendevano tutti Dean.
Due anni di gavetta ed ora poteva considerarsi un vero bookmaker. I primi mesi li ricorda bene, come un livido che ricopre gran parte del corpo. Il colore della pelle, il nero, non aveva facilitato il suo ingresso in un ambiente del genere. Dean in quei ventiquattro mesi subì le peggiori discriminazioni, iniziando come fattorino venne più volte derubato e picchiato dai superiori. Rivestirsi di una scorza identitaria non sarebbe servito, l’improvvisazione e l’unirsi ad una comunità nera non lo avrebbe aiutato granché. Tenacemente restò aggrappato alle sue volontà, raggiunte sviluppando una cinica ironia che lo rese enigmatico agli occhi di molti. Suo padre lasciò la madre quando lui aveva sette anni, la donna morì dieci mesi dopo e i suoi studi proseguirono grazie ai sussidi statali. Il taglio profondo al Welfare State inglese non gli impedì di studiare antropologia: lo studio dell’identità e dei gruppi sociali doveva essere il suo futuro. La scomparsa dello zio, amante del jazz e noto allibratore della zona, tuttavia indirizzò la sua vita.
Non era più rimasto nessuno della famiglia, i creditori lo trovarono e fu costretto a lavorare per loro. La consapevolezza che il mondo era dominato da white tropes non gli fece rimpiangere il fatto di aver perso un’eventuale carriera accademica. L’impegno sociale, così come veniva proposto dai progressisti, non lo interessava per via del narcisismo. Il mondo delle scommesse si rivelò ben più vivo, imparò molto a gestire lo sfruttamento e ad evitare di finire schiacciato totalmente da un sistema di riscossione spesso crudele. Essere o fingere di essere rude divenne un gioco per combattere cliché incollati al colore della sua pelle.
Ora che veniva rispettato per la sua puntualità, le sue abitudini fissate nel tempo non sono cambiate. Somme non esagerate, per evitare azioni di disturbo ai pesci più grossi, e puntate singole su di un unico evento. I sistemi complessi non facevano per lui.
I momenti vuoti colmati dalla musica e dall’alcool, di qualità sempre migliore proporzionalmente agli incassi conseguiti. Un disco nero sul tavolo della cucina, l’ultimo arrivato nella collezione. Ascoltato a ripetizione, tra quote da stabilire e whiskey.
Ritrovarsi nella musica è un fatto personale e sentirsi cuciti addosso suoni e parole non è acquisizione da poco. Il lavoro dell’artista si apre costantemente a più interpretazioni, un album del genere raggiunge un equilibrio tutto suo. Le discordanze, i cambi di registro e lo spartiacque centrale sono legati: diversi messaggi per stagioni che cambiano. Non esiste la definizione che ferma un concetto. Il sax finisce coll’unirsi al sintetizzatore più scuro, la chitarra ariosa si divide la stanza con un duetto di voci. Il folk – se così si può immaginare – stordisce più dell’alcool, la capacità dimostrativa di piccole perle sonore è disturbante. Un quieto fluire è appesantito dalle riflessioni di tutti i giorni, uscire dallo schema e ritrovarsi da qualsiasi angolazione nudo. L’autodifesa, la mano che copre le parti basse e le risate dei passanti. Droni, drum machine, oscurità e vie di fuga varie sono espedienti che non bastano.
Non può esserci redenzione e Dean lo sa bene, lo ha imparato negli anni. Il futuro è da vivere al meglio, tra un over 1,5 e una vittoria esterna sicura, ad altissima quota, del Leyton Orient.

You’re not a rerun | Not just another one | You’re a new friend | You just began.

Alessandro Ferri

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