monthlymusic.it

Paul Smith & Peter Brewis – Frozen by Sight

Data di Uscita: 17/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Cara amica,
ti scrivo da terre lontane. Come ben sai, quelle vicine mi sono sempre state strette. Lo so, potrebbe sembrare che il mio tono sia arrogante, ma non vuole esserlo affatto. Non intendo infatti esprimere con queste parole un sentimento di superiorità nei confronti del posto nel quale sono cresciuto e delle persone che lì sono rimaste. Niente di tutto ciò. Anzi, quando le storie si sprecano davanti ad un bicchiere di vino in serate passeggere, un po’ d’invidia verso quell’equilibrio compiuto, così distante da ciò che sono stato e ancora sono, la provo. Però, lo sai, non sono mai riuscito a stare fermo. Non sono mai riuscito a non salire su un treno. Non sono mai riuscito a non dire
arrivederci.
Ti ricordi quella sera a casa tua? Passammo le ore a raccontarci tutte le storie che avremmo voluto vivere mentre infilzavamo con delle puntine il vecchio planisfero che avevi attaccato sul muro di camera. Quelle puntine avevano per noi una data ed un’ora allora sconosciuta, ma erano una certezza da sognatori. Non è vero? E cosa c’è di più indiscutibile della convinzione di chi i piedi per terra non li vuole mettere? Avremo scolato non so quanto vino, e finimmo pure quella bottiglia di nocino. Il nocino che fa tuo padre ancora me lo sogno a volte. E lo sognai pure quella notte, quando mi addormentai sfinito, col culo a terra, le gambe ritte e la testa poggiata al tuo letto, che il sole già rischiarava la schiena di palazzi addormentati che discreti ci spiavano dalla finestra. Quando decisi di infilarti sotto le coperte non avesti il coraggio di svegliarmi e mi lasciasti dormire in quella posizione scomodissima. Non sai quanto ti maledissi il giorno seguente. Sull’aereo non riuscii a chiudere occhio per i dolori. Anche se probabilmente sarei rimasto sveglio comunque.
Il posto a sedere che preferisco è quello vicino al finestrino. Solitamente perché è molto più comodo poggiarci la testa che non su quelle imbottiture dalla forma e dalle dimensioni sempre e comunque non ergonomiche che dal nome dovrebbero servire appunto allo scopo. E poi perché osservare lo scorrere dello spazio mi rasserena, riempiendo il vuoto che intercorre tra me e la partenza, svuotando l’attesa dell’arrivo. Mi capita, a volte, di fantasticare sui paesaggi che ancora non posso vedere. Mi chiedo come saranno i volti che incrocerò camminando per l’atrio della stazione dei treni, quale sarà l’umore dell’autista dell’autobus che dall’aereoporto porta al centro città, se ci sarà almeno un paninaro aperto dal quale comprare qualcosa di unto e infarcito di glutammato, se troverò un bancomat alla stazione delle corriere. Mi piace il posto accanto al finestrino perché, guardando fuori, mi pare di rivedere quella puntina che scorre sulla mappa, mi ci sento giusto sotto, all’ora che è e che al tempo non potevo sapere. Mentre nelle orecchie ancora sento la tua risata e nel naso si insinua l’odore di noci lasciate al sole e macerate poi nell’alcol.
Mi capita, a volte, di chiedermi perché non mi hai seguito, amica mia. Me lo chiedo perché fingo di non sapere la risposta. Mi viene da sorridere pensando a tutte quelle volte che me l’hai spiegato e rispiegato, fino a farmi quasi male. Non ti sto facendo una colpa, no, questo mai, è solo che avrei davvero voluto averti accanto. Avremmo commentato la cucina locale, ci saremmo persi tra vicoli e passanti alla ricerca di un materasso dove distenderci, avremmo comunicato coi gesti e avremmo riso per i fraintendimenti e le incomprensioni. D’altronde è sempre stato questo il nostro modo di lasciarci alle spalle la distanza e la nostalgia, segreto che abbiamo sempre gelosamente custodito e condiviso solamente tra di noi.
Ti starai forse chiedendo come mai ti stia scrivendo questa lettera, attività decisamente fuori moda ma dal fascino ingiallito. Per queste cose siamo uguali tu ed io e quindi so che apprezzerai. Comunque, dicevo, ti sto scrivendo perché oggi, dopo un lungo vagare, sono tornato nel posto al quale da un po’ mi recapitano le bollette. Ho provato una sensazione strana. Non mi riferisco al momento in cui ho girato le chiavi nella toppa, e nemmeno a quando il mio aereo è atterrato, piuttosto ad un istante tra quei due. Esattamente, mi riferisco a quando sono sceso alla stazione di St. Peter. Era ormai sera e l’illuminazione stradale gettava su tutto quel suo caratteristico alone arancione. Come al solito, non c’era un’anima viva in giro. Ho sospirato. E mi sono sentito in pace. Non saprei proprio come spiegarlo meglio. Tutto ciò che si è concluso e tutto ciò che ancora deve cominciare in quell’attimo hanno allentato la presa sui miei pensieri. E’ stato confortante. In quell’attimo ho dato il giusto peso e la giusta importanza ad ogni passo compiuto, ad ogni passo ancora da compiere.
Ho aggiunto una puntina al planisfero che ho attaccato sul muro di camera. Riesci a sentirla sopra la testa? Verrò tra un po’. Lasciami solo il tempo di riordinare i pensieri e fare una lavatrice. Ti ricordi che scrivevo sempre su un piccolo quaderno che portavo con me ovunque andassi? Parecchie volte mi hai chiesto di poterlo leggere ma non te l’ho mai lasciato fare. Allora non era mai il momento adatto. Lo è adesso. Non so cosa ti aspetti di trovare scritto tra quelle pagine. Forse un giorno me lo dirai.
Con affetto

Pietro Liuzzo Scorpo

Comments are closed.