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Archive for novembre, 2014

St. Vincent @ Alcatraz, Milano (17/11/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

I’m sure we have some things in common

Hello 21th century, give us a break. Again, hello 21th century, please give us a break.

Com’era quella storia che spesso ci raccontavano e che ci raccontavamo?
Era quella storia in cui chi andava a sentire un certo gruppo dal vivo poi non poteva fare altro che creare musica a sua volta?

(altro…)

Celestial Shore – Enter Ghost

Data di Uscita: 11/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi dispiace povero imbecille, ma devo rispiegarti la cosmogonia per la terza ed ultima volta: non hai ancora capito il concetto chiave.
All’inizio era la pistola, una Colt M1911, poi spuntò uno spirito infinito indefinito incontrollabile superiore supercosciente esterno interno folle lucido, e con un piano apparentemente casuale mirò a una piccola particella che non chiameremo bosone ma bozzone, dato che si trattava di una grande bozza dell’universo. Poteva certamente scrivere una storia più dettagliata, ma dal momento in cui per darle vita bisognava spararle, la storia non doveva essere troppo articolata.
Perciò il mondo è disarticolato violento cinico scatologico escatologico, per questo ogni creatura è una bestia selvaggia. Di tutte queste belve, la più immonda, ovvero l’uomo, decise di disegnare come era più consono alla sua natura, così nacquero i fauves, i pittori più sinceri mai esistiti.
Lo spirito sparatore ne fu commosso e si portò con sé uno dei più grandi: Henri Matisse. Insieme spararono a dei bozzetti, dai quali nacque il mondo contemporaneo, globale, pieno di carnevalesca imbecillità. Ma ovviamente ne furono delusi: non erano quelle le loro intenzioni. Così si ritirarono in una remota parte dell’universo in cui volteggiano pianeti in forma di uccelli, abitati solo dall’alata genia amata dal grande spirito e che pure Matisse cominciò ad amare.
Li raggiunsero pure Brâncuşi e Picasso, il quale pretese, con molta insistenza, la presenza di una donna. Lo spirito lo accontentò e così dall’accoppiamento tra Picasso e la migliore puttana di Pigalle nacque la popolazione dei mondi-uccelli. Brâncuşi progettò e costruì palazzi meravigliosi, con infinite colonne senza fine sulle quali amavano fare i nidi gli uccelli, e in questo modo fu venerato dalle cicogne, le quali gli portarono dalla Romania la più bella ragazza bionda della terra, con la quale, per la prima volta, lo scultore si sposò. I loro figli avviarono un nuovo popolo, più silenzioso, meditativo e sintetico di quello picassiano.
Una notte decisero tutti di ubriacarsi e ne venne fuori un delirio di mitra e bombe varie. Era l’anno 37373 ed una di quelle bombe, presa in bocca da una cicogna nera, venne fatta cadere sul pianeta terra, che scoppiò.
Amen.
La verità è che nutro un certo odio, attutito solo dalle suggestioni estetiche e dalle sinestesie che mi fanno camminare sul crepaccio della follia, in orizzontale, come un ragno che deve salire in cima per mangiare la sua mosca-dio. L’altra verità è che trovo patetici quei bisogni di riempire quello che è soltanto un grande vuoto, andate pure a vivere nel posto dove far sfogare la scimmietta adolescente della vostra anima, e ammazzate chi avete di più caro uno, due o tre giorni prima di tornare. Quando il grande spirito deciderà di spappolarvi il cranio e il suo contenuto grigiastro me ne starò coi vermi e i rospi, putrefatto, a godere dello spettacolo.
Eppure in un’altra vita, molto vicina, avrei voluto soltanto amarvi.

Con stimato delirio, Santo Odore del Muschio,
protettore delle radici, dei rospi, di chi odia le estati, di chi conosce il mondo senza andare oltre la propria finestra, dei puritani col forte senso dell’umorismo e degli accoglitori della nuova cosmogonia.
Andate con la pace di Gesù Cristo.
Io mi andrò a bucare lo stomaco col whiskey, raccontando a tutti la storia straordinaria di Dio sparatore e di Matisse belva-amata-dall’Autentico.

Sia lode a ciò che non potrà mai essere conosciuto.

Marco Di Memmo

Loscil – Sea Island (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 17/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Le città non sono mai abbastanza grandi, quando siamo in cerca di evasioni.
Le città non sono mai abbastanza intime, quando siamo in cerca di calore, di un abbraccio.

Le feste erano da poco cominciate a Vancouver; in quelle giornate tutte uguali di assoluta libertà ma anche assoluta ripetitività, vagavo come un povero cane che aveva smarrito la via di casa. I saluti e gli auguri agli amici in partenza apparivano talmente distanti da percepire falsato il flusso del tempo, le ore si erano nel frattempo allungate, sfibrate, moltiplicate. Avere a che fare con la solitudine in una città vittima di un ricambio di volti, via i residenti – benvenuti turisti, era a suo modo destabilizzante. E non fosse stato per l’inatteso vento sferzante, sarei corso a guardare il mare accovacciato su una banchina, con gli occhi fissi all’orizzonte e una busta di pistacchi incastrata tra le gambe, i movimenti delle mani meccanici per sgusciare i frutti e portarli alla bocca, l’udito vigile per cogliere ogni sussulto.
Qualche falcata veloce per divorare in fretta la gradinata d’ingresso, e trovai presto rifugio tra le sale della Galleria d’Arte, uno di quei posti elencati nella wishlist del visitatore modello, ma snobbati e sottovalutati da qualsiasi residente, con l’alibi di “tutto il tempo del mondo davanti”. Le aspettative non rientravano nemmeno lontanamente tra le prerogative del caso, piuttosto lo scopo era sopravvivere al freddo, e alla noia. Con le cuffie dell’audioguida alle orecchie, con l’intento di calarmi il più possibile nella poetica delle opere esposte, sfilavo rapidamente davanti a teche contenenti gioielli esotici, istallazioni surreali di poco fascino, imitazioni di preraffaelliti. Quando capitai in quella stanza completamente bianca, illuminata da affilate fessure tra il parquet in rovere sbiancato e le pareti, trasalii emettendo una specie di goffo gemito, tant’è che la signora addetta alla sorveglianza mi fulminò con un’espressione di sdegno, di rimprovero. Lo scenario sembrava estrapolato da un film in bianco e nero, anche le fotografie che campeggiavano sui pannelli raffiguravano mondi in scale di grigio, e la donna canuta seduta all’angolo vestiva un tailleur color antracite. Per un attimo provai vergogna per il mio cappotto blu, ma soprattutto per la sciarpa scarlatta. Evidentemente era un azzardo. Tentai di accantonare l’imbarazzo, mentre la voce registrata aveva preso a narrare la storia strappalacrime di quell’artista straordinario che stavo scoprendo allora, per la prima volta. Si trattava di un uomo già avviato sul sentiero della vecchiaia, una specie di eremita contemporaneo sordomuto, in un’isola remota, chissà dove nel Pacifico. Un avventuriero canadese ci era approdato dopo una strana combinazione di eventi, e per mia fortuna aveva riesumato velleità da mecenate, non appena l’anziano uomo gli ebbe mostrato una serie di immagini scattate sulle rive di quel luogo indefinito, all’indomani di una violenta tempesta. Non aveva altro modo per esprimersi, se non le istantanee, che fissavano indissolubilmente squarci di rovine naturali e litorali sfigurati. Tuttavia, tanta era la potenza delle fotografie davanti a me, che quasi udivo il verso stridulo dei gabbiani assiepati sulla battigia e lo sciabordio delle onde scomposte, percepivo l’odore salmastro, avvertivo la consistenza del legno umido, riversatosi a terra per i marosi.
L’impulso nel voler dar voce a quelle storie visive venne da sé, per tramandare una narrazione che altrimenti sarebbe rimasta confinata tra le mura della galleria o poco più, o ingiustamente taciuta. Un complicato scambio epistolare tra me, il vecchio esule e i curatori dell’esposizione terminò con un aperto lasciapassare, e totale carta bianca. L’epifania era già avvenuta, dal primissimo istante. Ricreare un isolamento, una tempesta artificiale e i suoi effetti, uno sfondo asettico come quella sala qui a Vancouver, pronto per essere inondato, deturpato, e infine lasciato solo nella sua quiete. Il compito era ancora più semplice, in una città di mare in cui bastava un ponte per raggiungere un’isola, e dimenticarsi, con grande sforzo d’immaginazione, che accanto alla natura selvaggia coesisteva un aeroporto. Sea Island era lì.
Il racconto attinse da registrazioni ambientali, ma allo stesso tempo si snodò attraverso minuziose melodie di archi, pianoforte e trame elettroniche. L’inquietudine e la pace convivevano armonicamente, non facevano che passarsi la palla, ammiccarsi e succedersi attraverso offuscamenti e bagliori palpitanti. L’acqua affiorava in superficie, la si sentiva avanzare e ritirarsi, lambire i contorni di ciascuna presenza. Il suo rumore non svaniva mai del tutto, si faceva pesante quando impregnava i tronchi morti, si trasformava in leggero ed evanescente quando evaporava sfumando la linea di orizzonte. Volevo riservare cura estrema al dettaglio, rendere al meglio le suggestioni avute grazie ai chiari scatti dell’uomo. Dedicai l’episodio più cristallino a Iona, oasi ancora vergine da interventi invasivi, ed edificai un crescendo di campanelli su fondo etereo, fino al pulsare della materia liquida. A più riprese intervenivano voci e sussurri, ad amplificare sensazioni vagamente sinistre e nostalgiche. La complessità emotiva rappresentava intrecci di luci e ombre, angoli quasi primitivi e incontaminati che appaiono nella loro drammatica autenticità anche in seguito a mareggiate.
Il direttore artistico della Galleria d’Arte fu entusiasta del risultato, e anche l’avventuriero grazie al quale le opere dell’anziano fotografo erano sbarcate a Vancouver si profuse in complimenti e parole di riconoscenza. Di lì in avanti il connubio di immagini e musica intraprese un viaggio intercontinentale, un divenire di tappe per portare la Natura assoluta dove non vi è mai stata, o dove purtroppo è scomparsa.

Le città non sono mai del tutto ostili, quando esiste un mare ma anche una riva che ti consentono di ritrovare l’essenza delle cose.

Federica Giaccani

Vladislav Delay – Visa

Data di Uscita: 10/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Nel mormorio d’una radio in lontananza, solo nel suono in fuga da una finestra e mezz’altezza m’arriva tua nuova, il tuo nome chiaro e distinto accende qualcosa, affrettato giungo più vicino per meglio sentire. Casuale, conferma che il caso non esiste. Libero, prosciolto, il fatto non sussiste. E nel groviglio mnemonico dei perché la mia faccia è sempre appesa un nodo viene meno, scivola sugli occhi che s’appannano senza secernere lacrime, si trattiene poco per poco. Ero in dirittura d’arrivo, la casa a pochi isolati calda e placida attende il ritorno ma, diamine, c’è da festeggiare. Inversione a U, punta al marasma dei nottambuli, fra i diavoli a fare festa. Cerca chi sa di te ma non degli sviluppi nella folla e offrigli da bere ed un sorriso, ambasciatore non porta pene ma quando la novella è lieta è compagno di sbronze. Offri i giri, fattene offrire e perdi il conto. Brinda alla libertà, mai troppa, irrinunciabile. Certo che ce ne è voluta però, il resto del tempo, quello che hai scontato da innocente è speso e perso. Come funziona per quello, come te lo restituiscono, un “ci dispiace” informale dell’Istituzione e nulla più. Magari dovresti chiedere un bonus, che crimine posso commettere a fronte della pena già scontata. Quanto valgono sei mesi in termini di crimine perseguibile? Puoi rubare un’automobile? Tirare un ceffone a un parcheggiatore messo lì dal comune perché ti va? E nonostante questo, l’intestimoniabilità alla quale sei stato costretto in sei mesi, tornerà? No, non di certo. Però va bene, nonostante tutto va bene. Un brutto sogno durato un sacco, condiviso con altri intrappolati nell’incubo. Ci berrò su, alla tua salute, e domani al risveglio sarò nel mio appartamento, tu nel tuo. Non in una cella. Ci berremo su, perché fra i diavoli e i nottambuli il tuo nome girava accompagnato da complimenti e apprensioni. Saperti di nuovo fra i vivi è cosa gradita e motivo di festa, licenzioso alcolismo migliore del solito bere per bere. Nell’ultimo locale prima della resa al sonno la bassline del pezzo sparato in cassa diventa fisica, accarezza lo stomaco e un brontolio artificiale solletica salendo fin sul diaframma. Accendo una sigaretta uscendo e sbiascicati i saluti di convenienza zigzago insicuro alla volta del letto.

Alfonso Errico

Club To Club @ Luoghi vari, Torino (5-9/11/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

A Trojan horse, or Trojan, in computing is a generally non-self-replicating type of malware program containing malicious code that, when executed, carries out actions determined by the nature of the Trojan, typically causing loss or theft of data, and possible system harm. The term is derived from the story of the wooden horse used to trick defenders of Troy into taking concealed warriors into their city in ancient Anatolia, because computer Trojans often employ a form of social engineering, presenting themselves as routine, useful, or interesting in order to persuade victims to install them on their computers (altro…)

Andy Stott – Faith in Strangers

Data di Uscita: 17/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

La fissavo intensamente, sperando di incrociare il suo sguardo. Mi aveva notato, ne ero certo, ma continuava a guardare altrove. Sentivo la testa ribollire, quel rifiuto non riuscivo proprio ad accettarlo.

Ero invisibile per lei.

Il bar era al quarto piano di uno stabile tra la terza Avenue e la seconda Street: un quartiere signorile, ad un passo dal centro economico della città. Ero circondato da uomini d’affare, ingessati nei loro completi scuri, con i loro visi abbronzati sopra cravatte che costano più della mia utilitaria. E poi c’era lei, inscrutabile creatura, per la quale indossavo il mio sorriso migliore.

Erano giorni che non lavoravo, puntuale alle nove di ogni mattina ero in quel caffè, in cerca della sua attenzione. Successe allora, come una folgorazione, ebbi la sensazione che mi stesse finalmente guardando! Allora sbirciai in modo distratto fuori dal giornale e fui investito da un gelo totale: riuscivo a riflettermi nei suoi occhi ma la sua espressione era rimasta immutata, era incolore, a dimostrazione della mia inesistenza su questa terra.

Interruppi il rito per due giorni e per due giorni non dormii. La mia vita normale non aveva più valore, era diventata senza senso. Vedevo quella sua inespressione ovunque, sulle persone che incrociavo per strada, indosso all’edicolante dell’angolo, sul mio venditore di hot-dog di fiducia, perfino i miei vicini di casa sfoggiavano quel disinteresse che mi faceva sudare freddo le mani e bruciare il viso.

La mia vita era finita ed è così che presi quella decisione irrevocabile.

L’indomani ero di nuovo in quel luogo dello spirito; salii fino al quarto piano e prima di entrare nel caffè feci un respiro profondo. Aprii la porta di schianto ed ebbi gli occhi di tutti addosso, di tutti tranne che di lei. Come una furia mi gettai sul suo corpo, afferrandola più stretta che potevo, la alzai di terra e, messa in spalle, corsi via, urtando contro tre bell’imbusti e poi schivando freneticamente le macchine per strada, fino ad arrivare al mio appartamento.

La adagiai vicino alla finestra, delicatamente. Sentivo di avere del sangue in bocca, forse nello sforzo mi ero morsicato un labbro. La vista era confusa eppure lei era lì, monumento davanti alla mia di finestra, finalmente, unicamente mia!

Maurizio Narciso

VVhile – More

D.d.U. 09/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

In un luminoso primo pomeriggio cominciammo a caricare il furgone, i bagagli erano ammucchiati in strada col rischio che qualche avventato automobilista li spazzasse via, ché si sa, qui da noi il traffico è caotico e ti travolge come avremmo fatto noi con l’Europa, a colpi di batteria. Stipati valigie e strumenti, partimmo all’inseguimento del sole, uscendo da Beograd, e ben presto i casermoni sovietici svanirono per lasciare il posto ai campi coltivati. All’alba avremmo trovato accanto a noi ancora il caro amico Danubio, per farci sentire sempre a casa. E intanto la notte arrivava, ci accampammo in una stazione di servizio sotto un cielo terso e benevolmente stellato. Nel caldo abbraccio del sacco a pelo ci aspettava un futuro elettrico, chitarre graffianti, rumore, sudore. E un caleidoscopio di suoni multisfaccettati, come i disparati volti di questo continente.

Federica Giaccani

Wildbirds & Peacedrums – Rhythm

Data di Uscita: 03/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Agitavi tra le dita la polaroid scattata da poco, aspettando impaziente che si asciugasse per poterla poi appendere al filo sopra il nuovo caminetto appena acceso. Un abbozzo di sorriso divertito muoveva le linee delle tue labbra carnose, segno che l’istantanea impressa nella pellicola avrebbe restituito una buffa immagine di me, coi battenti in una mano e un calice di vino rosso nell’altra, in bilico tra la catasta di legname. Le percussioni erano sparse ovunque, sul divano e sopra il grosso tappeto steso a ridosso della vetrata dalla quale penetrava la distesa d’alberi della valle. Il trasloco era da poco finito, né io né te avevamo intenzione di spostarle dal loro posto, in apparenza, di fortuna. Non avremmo mai sistemato davvero la nostra nuova dimora, quel caos sincero fondamentalmente ci rappresentava.
Era dicembre, la pioggia cadeva incessante sull’erba corta e ritta che avevo tagliato la sera prima con la vecchia falciatrice di mio nonno. Tutte quelle finestre che avevamo voluto ci davano l’illusione di sentire le gocce sulla nostra pelle, picchiettanti leggere come un massaggio meticoloso. Attorno a noi gli altissimi pini si stendevano a perdita d’occhio in ogni direzione, nascondendo il nostro nido dagli occhi indiscreti, come fossimo mimetizzati nella macchia e un tutt’uno con essa.
Soltanto tre settimane addietro stavamo ultimando la ristrutturazione. Le assi in legno della parete esposta a Sud erano quasi completamente pronte ad accogliere la nuova stesa di colore; lavoravamo sodo dal primo mattino senza alzare lo sguardo, ché le giornate erano diventate talmente brevi e il tempo era prezioso non solo perché così recita un abusato luogo comune. Con la coda dell’occhio, di tanto in tanto, vedevo una ciocca di capelli caderti sul viso, la scansavi col dorso della mano per preservare il corvino e non rovinarlo maldestramente con grumi di vernice bianca. Indossavi il berretto di lana calato sulla fronte e dei logori guanti dalle dita tagliate, per maneggiare meglio la carteggiatrice. Il freddo asciutto di fine novembre ti dipingeva le gote e il naso di rosso, avevi un’espressione intenta di concentrazione che contrastava, come muto ammonimento, con la mia continua distrazione nelle digressioni passate. La comune esasperazione per la frenesia della vita convenzionale, la necessità impellente di costruire qualcosa, le scommesse fatte sulla possibilità di autosussistenza in un contesto quasi primitivo. Ci innamorammo di quel rudere che poi trasformammo in casa, in un pomeriggio d’estate e di noia in cui la fuga verso i boschi era l’unica soluzione per salvarci da una città boccheggiante. Riavvolgendo il nastro del tempo ci vedo ancora correre come i bambini tra gli alberi, gli occhi traboccanti di stupore alla scoperta della casupola cadente, la determinazione nel decidere di convertirla in nido. La concretezza del progetto, a ben guardare già nato con un matrimonio giovane, ci permetteva di configurarci ogni dettaglio: l’orto piantumato, il cane scorrazzante, il capanno degli attrezzi.
La pioggia persisteva tra gli aghi della foresta, ma all’interno il focolare irradiava un tepore che sapeva di casa. La fotografia era ora asciutta e stavamo ridendo allorché tu cominciasti a cantare. La tua naturalezza nel celebrare le situazioni, fresca e radiosa, è sempre stata magnetica. Ti seguii immediatamente con la batteria, ero scalzo e battevo il piede a terra finché non trovai il pedale, che nel trambusto era finito tra i bauli dei maglioni. Ritmi quasi primordiali, come specchio per la semplicità di una scelta di vita nuova, spogliata di orpelli e del superfluo. L’amalgama tra voce e percussioni era caldo come la fiamma d’incoscienza che ha sempre bruciato nei nostri sguardi; la profonda complicità, intensificata in progetti condivisi, ci permetteva di spaziare dal jazz al soul al rock con estrema fluidità. Il tuo timbro deciso e vibrante rincorreva salite e discese, battevi le mani selvaggia dimenandoti in una danza celebrativa. Io percuotevo i tamburi, scuotevo i cembali, sudavo sotto la lana pesante mentre il cielo andava scurendosi in un velato e precoce crepuscolo. Svuotammo tre bottiglie di vino rosso quella sera, accasciandoci infine a terra, vinti da stanchezza e troppa gioia.

Federica Giaccani

Damien Rice – My Favourite Faded Fantasy (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 11/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Where love has eyes and is not blind. Non potrebbe mai essere lo stesso. Il mattino ha l’oro in bocca, mi sveglio e penso che non potrebbe mai essere as with you. Buongiorno, è un nuovo giorno, oggi sarà uno di quei giorni che sarò costretto a dimenticare, lo so. Piedi a terra, pantofole, passi brevi, barcollo, braccia in aria, strofino gli occhi, sbadiglio, barcollo, cucina, latte caffè cereali. No, it wouldn’t be the same. Quando ci si sveglia al mattino di solito si pensano tante cose, ovviamente contrastate dal buio totale, perché all’inizio non si pensa a nulla se no che ci si ripete ‘non voglio non voglio, ancora un po’ qui al caldo, ti prego’. Poi, magicamente, quando ci si rassegna e si aprono gli occhi e ci si stira, partono i pensieri riguardo alla giornata che ci attende, guardigna. Questo di solito. Oggi io mi sveglio e penso che non sarebbe lo stesso. Il bicchiere poggiato al bordo della mensola vacilla, lo afferro mentre con l’altra mano impugno dei cereali.
So così poche cose. Non immagini quanto mi piacerebbe saper amare come te, non sentirsi intrappolati nel timore, ma dominarlo. Non molto, ma abbastanza.

It takes a lot to give, to ask for help
To be yourself, to know and love what you live with

Così tanto tempo che mi volto a guardare l’orologio rendendomi conto di essere in ritardo. La giornata è già iniziata e io sono in ritardo, e non faccio che pensare alla stessa cosa, a te, in secondi diversi, muovendomi, cercando di terminare il latte nella tazza, ma la fatica aumenta, come essere legati ad una roccia e provare a svincolarsi, correre. Corro e resto fermo. Sistemo le cose nella dispensa e torno in camera.

It takes a lot to breathe, to touch, to feel
The slow reveal of what another body needs

Apro la finestra, fuori nevica. Se fossi stata qui avresti subito preso la tua macchinetta fotografica e, il tuo sguardo il tuo sguardo dio se ora non è qui, guardandomi, solo guardandomi mi avresti convinto. Allora non sarei stato più in ritardo, il mio tempo era tuo.

But letting go is not the same
As pushing someone else away

Il sogno poi è finito. Dovunque tu sia ora, non importa quanto lontano, sai che ti adoro. Raffiorano i ricordi, sono così veloci e incontrollabili. Ripenso a quante volte avrei voluto cominciare, svincolarmi dalla paura dell’amore, svincolarci dalla paura dell’amore, dopo tutte le delusioni, dopo tutte le torte rimaste in frigo e gettate vie perché non si arrivava mai a concludere la cena serenamente, dopo tutti gli addii. Una cosa vorrei dirtela, fermati un secondo, lì dove sei ora: Come let me love you / And then.. colour me in.

So don’t give me love with an old book of rules
That kind of love’s just for fools
And I’m over it

Aiutami a venire fuori da questa scatola, quando sarò fuori la strapperemo via assieme, da solo non posso. Entrambi vogliamo essere fedeli, veri. Io sono qui. Voltati, raggiungimi. Non lasciamo di nuovo che la pioggia bagni i nostri sogni, mettiamoci al riparo prima che sia di nuovo troppo tardi. What is done, what is past / so let us start from here.

Resto qui, avvolto da una musica che inebria casa. La neve, il vento, sei qui. Stay here.

When enough is not enough
it’s not enough.

Siamo “Come l’astro
senza accelerazione
e senza quiete.” – W. Goethe

Valentina Loreto

Dean Blunt – Black Metal

Data di Uscita: 03/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Everybody says I’m wrong

Un cimitero di foglietti accartocciati, questo era il punto scommesse dopo appena due ore dall’apertura del venerdì mattina. Un gigante come Paddy Power richiama una grande quantità di persone, per di più nella patria del betting. Nel retro dello stabile – un piccolo ed insospettabile centro commerciale nell’East London – alcune persone erano assorte, con la schiena appoggiata ad un muro di mattoni rossi. Leggevano le quote dei prossimi eventi sportivi, la carta era diversa da quella che si poteva trovare all’interno del negozio. Da una parte veri e propri schemi stampati da un computer, la struttura rigorosa come in un foglio Excel ed i numeri riportati in un nero molto intenso. Fuori tutto era sistemato in colonna, ma una scrittura nervosa aveva proposto le proprie quote personali: scommesse clandestine per chiarirci.
All’esterno nessuna traccia di cimiteri e fallimenti personali, i fogli con le previsioni errate andavano letteralmente in fumo. Tutto era sistematicamente bruciato. Il fumo che si alzava al cielo comunque non era molto differente da quello che si poteva trovare nello spazio chiuso. La libertà di fumare e una rottura nel sistema d’areazione creava una cappa grigia capace d’impregnare radicalmente gli abiti. Le mogli più astute sapevano esattamente che il proprio marito aveva passato la serata lì dentro, non c’era stata nessuna “birra con amici”.
La globalizzazione portava lavoratori di ogni etnia: bengalesi e cinesi erano costretti a digitare in tutta fretta i bottoni del proprio computer. Le scommesse dell’ultimo minuto perse perché l’evento era già iniziato, e non c’era stato il tempo materiale di giocarle, facevano andare su tutte le furie alcuni signori di mezz’età. Non era colpa dello straniero di turno, semplicemente gli scommettitori si erano smarriti nel succedersi dei minuti. Questi, una volta accortisi che avrebbero comunque fallito, non andavano mai a scusarsi con i ragazzi seduti dietro i pc. La vergogna di aver sbagliato pronostico era superiore al sollievo di aver risparmiato due sterline, immediatamente puntate su altre situazioni.
Nel retrobottega non tutti erano accetti, per meglio dire: raggiungeva il luogo esclusivamente chi era a conoscenza dell’esistenza di quel prolungamento.
Lì attendevano tutti Dean.
Due anni di gavetta ed ora poteva considerarsi un vero bookmaker. I primi mesi li ricorda bene, come un livido che ricopre gran parte del corpo. Il colore della pelle, il nero, non aveva facilitato il suo ingresso in un ambiente del genere. Dean in quei ventiquattro mesi subì le peggiori discriminazioni, iniziando come fattorino venne più volte derubato e picchiato dai superiori. Rivestirsi di una scorza identitaria non sarebbe servito, l’improvvisazione e l’unirsi ad una comunità nera non lo avrebbe aiutato granché. Tenacemente restò aggrappato alle sue volontà, raggiunte sviluppando una cinica ironia che lo rese enigmatico agli occhi di molti. Suo padre lasciò la madre quando lui aveva sette anni, la donna morì dieci mesi dopo e i suoi studi proseguirono grazie ai sussidi statali. Il taglio profondo al Welfare State inglese non gli impedì di studiare antropologia: lo studio dell’identità e dei gruppi sociali doveva essere il suo futuro. La scomparsa dello zio, amante del jazz e noto allibratore della zona, tuttavia indirizzò la sua vita.
Non era più rimasto nessuno della famiglia, i creditori lo trovarono e fu costretto a lavorare per loro. La consapevolezza che il mondo era dominato da white tropes non gli fece rimpiangere il fatto di aver perso un’eventuale carriera accademica. L’impegno sociale, così come veniva proposto dai progressisti, non lo interessava per via del narcisismo. Il mondo delle scommesse si rivelò ben più vivo, imparò molto a gestire lo sfruttamento e ad evitare di finire schiacciato totalmente da un sistema di riscossione spesso crudele. Essere o fingere di essere rude divenne un gioco per combattere cliché incollati al colore della sua pelle.
Ora che veniva rispettato per la sua puntualità, le sue abitudini fissate nel tempo non sono cambiate. Somme non esagerate, per evitare azioni di disturbo ai pesci più grossi, e puntate singole su di un unico evento. I sistemi complessi non facevano per lui.
I momenti vuoti colmati dalla musica e dall’alcool, di qualità sempre migliore proporzionalmente agli incassi conseguiti. Un disco nero sul tavolo della cucina, l’ultimo arrivato nella collezione. Ascoltato a ripetizione, tra quote da stabilire e whiskey.
Ritrovarsi nella musica è un fatto personale e sentirsi cuciti addosso suoni e parole non è acquisizione da poco. Il lavoro dell’artista si apre costantemente a più interpretazioni, un album del genere raggiunge un equilibrio tutto suo. Le discordanze, i cambi di registro e lo spartiacque centrale sono legati: diversi messaggi per stagioni che cambiano. Non esiste la definizione che ferma un concetto. Il sax finisce coll’unirsi al sintetizzatore più scuro, la chitarra ariosa si divide la stanza con un duetto di voci. Il folk – se così si può immaginare – stordisce più dell’alcool, la capacità dimostrativa di piccole perle sonore è disturbante. Un quieto fluire è appesantito dalle riflessioni di tutti i giorni, uscire dallo schema e ritrovarsi da qualsiasi angolazione nudo. L’autodifesa, la mano che copre le parti basse e le risate dei passanti. Droni, drum machine, oscurità e vie di fuga varie sono espedienti che non bastano.
Non può esserci redenzione e Dean lo sa bene, lo ha imparato negli anni. Il futuro è da vivere al meglio, tra un over 1,5 e una vittoria esterna sicura, ad altissima quota, del Leyton Orient.

You’re not a rerun | Not just another one | You’re a new friend | You just began.

Alessandro Ferri

Paul Smith & Peter Brewis – Frozen by Sight

Data di Uscita: 17/11/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Cara amica,
ti scrivo da terre lontane. Come ben sai, quelle vicine mi sono sempre state strette. Lo so, potrebbe sembrare che il mio tono sia arrogante, ma non vuole esserlo affatto. Non intendo infatti esprimere con queste parole un sentimento di superiorità nei confronti del posto nel quale sono cresciuto e delle persone che lì sono rimaste. Niente di tutto ciò. Anzi, quando le storie si sprecano davanti ad un bicchiere di vino in serate passeggere, un po’ d’invidia verso quell’equilibrio compiuto, così distante da ciò che sono stato e ancora sono, la provo. Però, lo sai, non sono mai riuscito a stare fermo. Non sono mai riuscito a non salire su un treno. Non sono mai riuscito a non dire
arrivederci.
Ti ricordi quella sera a casa tua? Passammo le ore a raccontarci tutte le storie che avremmo voluto vivere mentre infilzavamo con delle puntine il vecchio planisfero che avevi attaccato sul muro di camera. Quelle puntine avevano per noi una data ed un’ora allora sconosciuta, ma erano una certezza da sognatori. Non è vero? E cosa c’è di più indiscutibile della convinzione di chi i piedi per terra non li vuole mettere? Avremo scolato non so quanto vino, e finimmo pure quella bottiglia di nocino. Il nocino che fa tuo padre ancora me lo sogno a volte. E lo sognai pure quella notte, quando mi addormentai sfinito, col culo a terra, le gambe ritte e la testa poggiata al tuo letto, che il sole già rischiarava la schiena di palazzi addormentati che discreti ci spiavano dalla finestra. Quando decisi di infilarti sotto le coperte non avesti il coraggio di svegliarmi e mi lasciasti dormire in quella posizione scomodissima. Non sai quanto ti maledissi il giorno seguente. Sull’aereo non riuscii a chiudere occhio per i dolori. Anche se probabilmente sarei rimasto sveglio comunque.
Il posto a sedere che preferisco è quello vicino al finestrino. Solitamente perché è molto più comodo poggiarci la testa che non su quelle imbottiture dalla forma e dalle dimensioni sempre e comunque non ergonomiche che dal nome dovrebbero servire appunto allo scopo. E poi perché osservare lo scorrere dello spazio mi rasserena, riempiendo il vuoto che intercorre tra me e la partenza, svuotando l’attesa dell’arrivo. Mi capita, a volte, di fantasticare sui paesaggi che ancora non posso vedere. Mi chiedo come saranno i volti che incrocerò camminando per l’atrio della stazione dei treni, quale sarà l’umore dell’autista dell’autobus che dall’aereoporto porta al centro città, se ci sarà almeno un paninaro aperto dal quale comprare qualcosa di unto e infarcito di glutammato, se troverò un bancomat alla stazione delle corriere. Mi piace il posto accanto al finestrino perché, guardando fuori, mi pare di rivedere quella puntina che scorre sulla mappa, mi ci sento giusto sotto, all’ora che è e che al tempo non potevo sapere. Mentre nelle orecchie ancora sento la tua risata e nel naso si insinua l’odore di noci lasciate al sole e macerate poi nell’alcol.
Mi capita, a volte, di chiedermi perché non mi hai seguito, amica mia. Me lo chiedo perché fingo di non sapere la risposta. Mi viene da sorridere pensando a tutte quelle volte che me l’hai spiegato e rispiegato, fino a farmi quasi male. Non ti sto facendo una colpa, no, questo mai, è solo che avrei davvero voluto averti accanto. Avremmo commentato la cucina locale, ci saremmo persi tra vicoli e passanti alla ricerca di un materasso dove distenderci, avremmo comunicato coi gesti e avremmo riso per i fraintendimenti e le incomprensioni. D’altronde è sempre stato questo il nostro modo di lasciarci alle spalle la distanza e la nostalgia, segreto che abbiamo sempre gelosamente custodito e condiviso solamente tra di noi.
Ti starai forse chiedendo come mai ti stia scrivendo questa lettera, attività decisamente fuori moda ma dal fascino ingiallito. Per queste cose siamo uguali tu ed io e quindi so che apprezzerai. Comunque, dicevo, ti sto scrivendo perché oggi, dopo un lungo vagare, sono tornato nel posto al quale da un po’ mi recapitano le bollette. Ho provato una sensazione strana. Non mi riferisco al momento in cui ho girato le chiavi nella toppa, e nemmeno a quando il mio aereo è atterrato, piuttosto ad un istante tra quei due. Esattamente, mi riferisco a quando sono sceso alla stazione di St. Peter. Era ormai sera e l’illuminazione stradale gettava su tutto quel suo caratteristico alone arancione. Come al solito, non c’era un’anima viva in giro. Ho sospirato. E mi sono sentito in pace. Non saprei proprio come spiegarlo meglio. Tutto ciò che si è concluso e tutto ciò che ancora deve cominciare in quell’attimo hanno allentato la presa sui miei pensieri. E’ stato confortante. In quell’attimo ho dato il giusto peso e la giusta importanza ad ogni passo compiuto, ad ogni passo ancora da compiere.
Ho aggiunto una puntina al planisfero che ho attaccato sul muro di camera. Riesci a sentirla sopra la testa? Verrò tra un po’. Lasciami solo il tempo di riordinare i pensieri e fare una lavatrice. Ti ricordi che scrivevo sempre su un piccolo quaderno che portavo con me ovunque andassi? Parecchie volte mi hai chiesto di poterlo leggere ma non te l’ho mai lasciato fare. Allora non era mai il momento adatto. Lo è adesso. Non so cosa ti aspetti di trovare scritto tra quelle pagine. Forse un giorno me lo dirai.
Con affetto

Pietro Liuzzo Scorpo

Nils Frahm @ Warwick Arts Centre, Coventry (27/10/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

Ci si rimette alla precisione geometrica delle frequenze e dei battiti. Ci si tiene con la punta delle dita ad appigli sonori vibranti e saldi. Tutto si incastra sul palco. Immerso nel fumo e nel surreale silenzio di consci spettatori. Un’ombra esile. Si aggrappa a tasti neri e bianchi. Manopole. Spie. Una scarica di elettricità appare per poi mescolarsi a corde che vibrano sotto decisi colpi di martelletto. Geometricamente. Dicevo. Echi lontani. Per pensieri vicini. Nello spazio ristretto di una poltrona di teatro si aprono vasti scenari di luci e oscurità. Giocano con ricordi più o meno remoti. E’ un filo nemmeno troppo sottile quello che unisce le note alle circostanze dei primi ascolti. Eppure questo è il futuro di quei giorni passati. E le immagini vanno e vengono. Al ritmo di basse frequenze. Lampi. Prima da un lato. Poi dall’altro. E sembra che tutto sia diverso. Come visto da un’altra angolazione. Come se un’altra prospettiva fosse necessaria per capire che niente è uguale a sé stesso. (altro…)

Damien Rice @ Teatro Linear4Ciak, Milano (23/10/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

La luce è fioca, Cohen canta Marianne, l’attesa fa sussurrare. Alcuni fremono entusiasti, altri son già seduti ma oscillano a ritmo di note piccole, necessarie. I secondi son più lenti, scivolo a destra, poi a sinistra. Ho in mano un apparecchio fotografico, vorrei già iniziare a catturare per averlo di nuovo con me quando tutto sarà finito e il giorno dopo e il giorno dopo ancora e quell’altro ancora. Altezze vertiginose, 21:15. Vien fuori con passo leggero, ma deciso. C’è un’aria calda, come i colori che la avvolgono, quelli di una casa col suo focolare, quelli di un cuore acceso. (altro…)

James Vincent McMorrow @ Arci Biko, Milano (17/10/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

Scrivi. Scrivi ogni volta che ritrovi questa sensazione.
E questa sensazione è figlia e sposa delle canzoni, delle canzoni che non si dimenticano di parlare.
E benché sia la loro natura a chiedere di continuare a parlare, è giusto rendere omaggio a chi sa evocarle. (altro…)