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Cold Cave @ Locomotiv, Bologna (16/10/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

“Sarà un autunno caldo, sarà un autunno caldo”, avevano ragione a Bologna quelli che manifestano. Le zanzare tornano a fare capolino nelle serate quasi estive, t-shirt, ragazze in denim shorts a vita altissima e foglie degli alberi che cadono. Il tessuto in jeans è perfettamente aderente alla pelle e le gambe sono come disegnate e stabilizzate dal capo d’abbigliamento, anche quando si intrecciano per sedersi su panchine di legno rialzate. Le labbra rosse fanno il resto e il risultato è pregevole, se la consapevolezza del proprio corpo si sposa con il buongusto è difficile sbagliare. Ovviamente il binomio cognizione di causa e finezza è raro, facile scontrarsi con macchiette difficilmente apprezzabili dai più. Inversamente proporzionale all’eleganza è la voglia di apparire e farsi riconoscere, riprendere e scattar/si fotografie. Fortunatamente esistono i metallari, che tengono in vita la baracca musicale insieme al pop e al rap. Le quantità di persone che riescono a smuovere questi generi non sono minimamente paragonabili a quelle di effimere enclave nerd. Nell’ultimo caso esiste esclusivamente una moda senza un minimo di way of life dietro, le basi mancano e sono situazioni fortunatamente destinate all’estinzione.
Wesley nel tempo ha creato il piano d’appoggio su cui poter stare insieme a moltissimi altri piedi che si muovono a ritmo. Ci sono le urla, il cantato fermo e solido, i synth che scavano come trivelle del North Dakota in cerca di petrolio e le chitarrone maestose. I passaggi e i cambi di direzione sono guidati perfettamente e a Bologna c’è spazio anche per quel suono freddo che aveva fatto innamorare per la prima volta. Detriti sonori, voci femminili lontane e risate che si fanno spazio nella melma. Rainbow Girls. Può succedere che il pubblico non riceva l’invito, l’intensità e la forza dirompente rimangono e inondano in Locomotiv tutto. Il noise ormai è inglobato perfettamente in una struttura ben attrezzata, Amy è bellissima e “A synthetic world without end, sheds a tear of plastic deception” ti fa tornare Youth And Lust. “Somewhere in the Kingdom”, una litania cadenzata che si imprime nella testa e non esce più neanche a volerlo. A Little Death To Laugh.
Suoni del passato, anni ‘80 che tornano a fare capolino in un locale che regala sempre grandi show. L’esperienza è continuamente sul filo, a metà tra l’etereo ed il fisico. La forza dei Suicide, il minimalismo che esplode in vere e proprie progressioni grandiose. Il romanticismo old school e l’attitudine hardcore creano schegge impazzite, le giacche nere si chiudono e si aprono.
La potenza, l’adrenalina, il riff e un “these people are poison in the pure of my stream” che scuote i muri. Poi la bandiera americana, il visual a stelle e strisce giunge a Bologna. Gli smartphone impazziscono e i flash si moltiplicano per bloccare l’immagine, e poi non venitemi a dire che sbaglio quando constato la vittoria totale del sistema. Cori da stadio e felicità. Underworld USA.
The Great Pan Is Dead è la luce finale, abbagliante e penetrante. “The empathy of breaking chains, the sympathy in crashing waves, careful boy, caution girl, I do not think we were meant for this world. Forever haunted, by the roads I know, and if not above, I’ll see you below.”
Grazie.
Quando la sbornia di provincialismo finirà per consunzione i Cold Cave ci saranno ancora, pronti a farsi fotografare con la bandiera americana alle spalle.

Alessandro Ferri

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