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Ben Howard – I Forget Where We Were

Data di Uscita: 20/10/2014

“Non ho mai pensato di essere troppo vecchio, o troppo giovane, per morire.
Sono troppo vivo per morire.”

Quelle poche parole anticipavano di poco il punto finale con cui terminava una storia che non avevo mai iniziato a scrivere. Mi erano venute in mente leggendo un libro donatomi quasi per caso, appoggiato su una mano stretta a pugno senza reggere niente. Non le avevo mai scritte, per la paura di firmare per l’ennesima volta un foglio bianco con l’inchiostro di una penna intinta in un calamaio riempito quotidianamente da emozioni e volti.
La mia casa aveva le forme di una mansarda di un vecchio condominio degli anni ’30. Lo spazio abitabile, dal punto di vista della norma, era scarso. Scarso… aveva usato questo termine il proprietario, guardando in alto alla ricerca dei miei occhi sollevati di più di un metro e novanta rispetto al pavimento. Io presi la mia biglia portafortuna dalla tasca destra del cappotto, la rigirai un po’ tra le dita, e la appoggiai a terra. La pallina, forse imbarazzata per la presenza dell’estraneo, rimase per qualche secondo ferma, per poi cominciare a seguire felice la pendenza del pavimento. Si fermò contro il muro dalla parte opposta della stanza, come un centometrista stanco. “Se c’è posto per lei, c’è posto anche per tutti gli altri”, dissi sorridendo a quell’omino preoccupato.
In quel tavolino di fronte alla finestra avevo un leggìo sempre vuoto, sul quale mi ero ripromesso di appoggiare il mio primo libro, e molti fogli ingialliti nell’attesa di ricevere la carezza di una lettera. Mi ci sedevo ogni sera, prima di andare a letto, anche quando le lancette dell’orologio protestavano per la vicinanza con l’ora della sveglia.
Avevo promesso ad un amico di ospitare per qualche notte una ragazza che aveva conosciuto durante una vacanza in Italia. “Posso offrirle un divano che non è mai stato nuovo ed un frigorifero che soffre di solitudine”. Quella sera pioveva così tanto da rendere gli ombrelli utili quanto uno stuzzicadenti durante un terremoto. Avevo aperto la porta di casa per fare entrare il gatto, ma al suo posto trovai una ragazza sul terrazzino, con la testa rivolta verso l’alto, la bocca spalancata, la lingua di fuori. Tremava di freddo e tra un brivido e l’altro dalle sue labbra violacee uscì un sorriso generoso: “Morivo di sete!”. Mi tolsi la maglietta e le asciugai i capelli mentre lei rideva, dicendole “Questa sera non ho l’acqua calda. Non ho nemmeno la legna per accendere la stufa… ma ho una sedia svedese scomodissima che mi hanno appena regalato e che non vede l’ora di sentirsi utile”.
Con la luce di quel piccolo fuoco ad illuminare i nostri sguardi, parlammo tutta la notte mentre il cielo sonnecchiava. Capimmo entrambi di aver trovato il libro, o il segnalibro, a seconda che fossimo parole scritte o da ricordare.
Vivevamo di quel poco che guadagnavo scribacchiando per qualche giornale locale, per lo più articoli di cronaca nera nei quali spalmavo sarcasmo e derisione che ti facevano ridere così tanto. Ogni volta che tornavo a casa con quella busta stropicciata con dentro pochi soldi tu battevi le mani, sapendo che da lì a qualche ora quella lettera si sarebbe svuotata, ed i nostri ricordi si sarebbero annebbiati.
Il nostro locale preferito era un disco bar ricavato dalla migliore pasticceria della città quando era vent’anni più giovane. Pieno di botole segrete, festoni appesi, fumo acre e velluto che aveva conosciuto molte mani, passavamo lì le nostre notti a bere, ballare, cadere.
Un mattino, verso le cinque, eravamo seduti uno di fianco all’altro sull’autobus per tornare a casa, rigorosamente senza biglietto. Mi ero appisolato appoggiato al vetro per non so quanto, e quando riaprii gli occhi ti vidi mentre guardavi fuori dal finestrino. Un’espressione un po’ nervosa per la paura di essere sopra un mezzo con più di quattro ruote, il tuo sguardo di matura tristezza dipinto sul volto, strinsi la tua mano pensando quelle tre parole che mi avresti scritto qualche giorno dopo su quel bigliettino di addio.
Tornati a casa prendesti quei fogli ingialliti sui quali i desideri erano stati rimpiazzati dalla polvere e mi dicesti “Scrivi quello che mi hai detto prima, mentre eravamo sudati e confusi, ballando accompagnati dalla musica di un’altra terra”. Io scrissi quelle parole con le quali pensavo di terminare quel libro senza titolo che non avevo ancora iniziato a scrivere. Tu prendesti il foglio e lo girasti, spiegandomi che l’inizio e la fine sono solo due modi diversi di vedere una storia.
Quella notte scrissi il mio primo libro, e continuai senza smettere. Parlava della nostra vita precedente, in cui eravamo spiriti liberi con i pantaloni stracciati ed amanti nelle notti dispari.
Quando mi svegliai tu te ne eri andata. Avevi appoggiato i fogli su cui mi ero addormentato sul leggìo. Sentii un prurito al braccio destro e, grattandomi, notai l’inchiostro blu che stava macchiando le mie unghie.
Sollevai il braccio e lo appoggiai sui fogli per leggere quelle lettere, approfittando della poca luce che filtrava dalla finestra.
Sorrisi, ringraziandoti silenziosamente per il titolo del mio libro ancora caldo, intimo e completo, che mi avevi lasciato come ultimo regalo.

Hello love, my invincible friend

Filippo Righetto

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