monthlymusic.it

A Winged Victory for the Sullen – Atomos

Data di Uscita: 06/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Karlův most nel controluce del levar del sole sprigiona la magia di un’istantanea senza tempo: i sanpietrini irregolari a terra, le statue in pietra ai lati a vegliare sui passi della città che si desta dal torpore, la rarefatta caligine che sfuma i contorni dei palazzi storici in un tocco delicato. Il signor Pavel Cermak era immobile in lontananza, postura asimmetrica piegata verso sinistra, ad accogliere l’aiuto di un bastone da passeggio; la sua figura risultava perfettamente mimetizzata tra le pose drammatiche scolpite che gli sfilavano accanto.
Giunto al bancone del caffè di fiducia, era tutto un tintinnare di tazzine e posate, un sovrapporsi di chiacchiere tra le pagine di un quotidiano e un altro. L’aroma caldo e avvolgente dell’espresso si mescolava a quello dolciastro e legnoso della pipa, spenta un attimo prima di varcare l’uscio ma ancora forte intorno al bavero del cappotto e nella barba irsuta. In strada le saracinesche delle botteghe, una a una, si sollevavano; il signor Cermak restava agganciato con l’orecchio alle conversazioni degli altri, sprofondato in solitudine in una poltrona all’angolo del locale, poi le persone uscivano, facendo calare un temporaneo silenzio. Non si può certo affermare che egli fosse un accentratore, preferiva di gran lunga la sua solita seduta in disparte; arrivato alla soglia dei settanta, era stato sufficientemente intelligente nel costruirsi delle piacevoli abitudini, necessarie per scacciare la noia di giornate tutte uguali dopo essersi arreso alla pensione, ma ancora di più per neutralizzare il subdolo fantasma della vecchiaia, che si divertiva a richiamarlo sull’attenti con lancinanti dolori all’anca. Un fastidioso inconveniente, specie per un uomo come lui che, pur di attraversare l’amata Praga a piedi per tenere le lezioni all’università, un tempo sacrificava ore di sonno alzandosi quando il sole era ancora acquetato dalle tenebre. I suoi pensieri erano tuttora rimasti vischiosamente incollati a quella cattedra di storia, ragione di vita e di passione vibrante, nel cuore e nello sguardo. Quanta nostalgia adesso. La sera, prima di coricarsi, usava riprendere in mano uno dei tanti tomi che teneva disseminati in ciascuna stanza di quel piccolo appartamento all’imbocco del bosco; apriva una pagina a caso e leggeva di gesta e imprese e susseguirsi di eventi di epoche più o meno lontane, di cause scatenanti e implicazioni, che già conosceva a menadito. Quando ancora il signor Cermak insegnava, gli studenti si perdevano nei suoi ragionamenti, l’ardore per la materia e la sua dedita attenzione nell’appassionare gli altri erano contagiosi, a tal punto che al termine di ogni lezione c’era sempre chi si attardava a chiedere approfondimenti e spiegazioni, spesso addirittura s’imbastivano tavole rotonde di fortuna al caldo di un caffè vicino all’università, sorseggiando cioccolata in tazza e addentrandosi nelle vicissitudini del passato. Ora al signor Cermak spuntava un timido sorriso di compiacimento al ricordo, mentre le dita dalle nocche nodose riponevano il libro sulla mensola, o sul tavolino in vimini, o sul davanzale del cucinino accanto alle piante grasse. Poi scendeva sul suo viso l’ombra del tempo, un’ombra grave e irrimediabile. Questa grandezza inafferrabile e veloce, cui tutti obbediamo da sempre, che ci sfugge e ci lascia l’amaro in bocca di ritorni impossibili e occasioni perdute. Il tempo sembrava quasi inconsistente durante il giorno, lungo le traiettorie articolate della città da un incontro a un altro, tra le case fitte e la luce alta; ma all’imbrunire, con l’abbraccio misterioso della radura e della selva accanto, il signor Cermak cadeva inesorabilmente nel tranello delle riflessioni sugli anni passati e quelli, molti di meno, a venire. Il tempo acquisiva pesantezza, come pece scura che gli occludeva le vie respiratorie rendendogli difficile prendere fiato. Una rete intricata, le cui maglie potevano essere allargate, per ridurre la sensazione di soffocamento, solo grazie alla musica classica che riempiva quei profondi silenzi di periferia. Un vecchio allievo periodicamente bussava alla sua porta per portargli saluti e qualche presente, il vinile dalla copertina cerulea che in queste ultime sere Pavel Cermak sceglieva come amico e come cura era un suo regalo. “Corra il rischio di mettere per un po’ a riposo Schubert e Bach. Non abbia paura di ciò che non conosce, di ciò che non è già stato. Con affetto e riconoscenza. T.C.” – recitava il biglietto di accompagnamento. La puntina del giradischi iniziava a girare nel solco, era bastato sollevare la leva e poi abbassarla, come ogni volta, demolire le difese e i preconcetti. Gli alberi quasi spogli ondeggiavano nel rigido vento autunnale, il buio fuori non era ancora assoluto ma la lampada in soggiorno era già accesa, il chiarore flebile. Un incipit solenne sbriciolava enormi distanze spazio-temporali, la piccola stanza modesta diveniva all’istante cattedrale, sede di una funzione sacra, di raccoglimento. Gli strumenti entravano ordinati, uno alla volta per non rubarsi la scena l’un l’altro, per rispettare i ruoli e accentuare la forza del singolo come, infine, dello splendido amalgama risultante. Ecco le tastiere, violino e violoncello, e poi il pianoforte. Anche l’elettronica, strumento di presente e futuro, e pertanto visto con diffidenza, aiutava a strecciare la corda attorno al collo del signor Cermak offrendogli un ulteriore boccaglio dal quale prendere aria. Bastava chiudere gli occhi e scenari mutevoli si materializzavano, pescati da epoche distanti tra loro. La storia diventava tangibile, materia viva; migrazioni di popoli e diaspore, guerre, epidemie, colpi di stato e città abbattute e ricostruite. Gli archi fabbricavano trame dalle tinte perlate per dar voce alla malinconia. Pavel Cermark si aggrappava alle certezze come chiunque nutre timore per l’ignoto e ha la ferma consapevolezza di non poter più disporre di armi valide per ostacolare l’avanzata del tempo, per invertire il corso degli eventi. Lo sconforto era però teneramente attutito dall’affetto verso settant’anni tutto sommato privi di rimorsi ma, piuttosto, ricchi di emozioni, di avvenimenti, di sentimenti. Si stava incamminando verso una vecchiaia felice, era da riconoscere. La musica si alternava tra movimenti carichi d’intensità e altri in cui invece la leggerezza emergeva limpidamente, una fresca brezza a carezzare le calde guance dell’uomo.
La notte ora confondeva le sagome della natura al di là della finestra, l’oscurità era totale e il signor Cermak aveva reclinato il capo sul petto una volta che anche l’ultima nota si era dissolta nell’aria. Si era addormentato seduto, una spessa coperta addosso e un libro adagiato sulle ginocchia. L’indomani l’avrebbe guardato con amore, prima di rimetterlo al suo posto.

Federica Giaccani

Comments are closed.