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Lewis & Clarke – Triumvirate

Data di Uscita: 07/10/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Nessuno sapeva con esattezza cosa sarebbe successo. Come sarebbe stato. E nessuno in realtà aveva voglia di parlarne. Perché il fiato era meglio impegnato a risolvere gli addii. A saldare gli ultimi conti. A portare il bilancio a zero. Prima della fine del mondo. Prima che tutto si concludesse. Inspiegabilmente. Così com’era cominciato. Mancavano poche ore. Alla televisione davano vecchi film in bianco e nero. Come se tutto ciò che valesse davvero la pena di essere rivisto riguardasse il passato. I ricordi. Ciò che si è mescolato indissolubilmente alla nostalgia fino a risultare completamente pulito da ogni imperfezione del presente. O forse più semplicemente. Come se si fosse giunti al fondo di una strada senza uscita e altro non rimanesse da fare che ripercorrere i propri passi. Sperando di notare qualche dettaglio perso durante il tragitto. Uno ancora. Ché non è mai abbastanza. Non è mai stato abbastanza.

Oltre il vetro la nebbia scendeva lieve. Lenta. Ora copriva la testa illuminata dei lampioni. Creando un tappeto impalpabile. Color latte. Sul quale sfilavano adagio le ombre dei primi fiocchi di neve di quell’inverno. L’ultimo inverno dell’umanità. Nessuno sapeva con esattezza cosa sarebbe successo. Né come sarebbe stato. Però ora una certezza lui ce l’aveva. Fuori dalla finestra della stanza d’ospedale nella quale si trovava ci sarebbe stata la neve. E quest’idea tanto poetica quanto futile in qualche modo lo rasserenava.

Avrei voluto avere una vita in più solo per starti accanto. E invece il sole non farà in tempo a compiere la sua consueta rivoluzione quotidiana che non ci sarà più nessuno a fargli i complimenti. Non abbiamo avuto abbastanza tempo. Non so nemmeno quale sarà il tuo gusto di gelato preferito. E non so nemmeno se mi avresti mai abbracciata.

La donna nel letto accanto al suo strinse la piccola creatura tra le braccia. Mentre piangeva piano. Mentre singhiozzava con dignità ammirabile. Perché proprio quel giorno? Quale meschinità. Quale beffa. Avrebbe ammirato quel volto un secondo dopo l’altro. Per concedersi un amore terribile. Tremendamente lacerante. Fino all’ultimo scocco di lancette. Che ormai giravano al contrario. I capelli sciolti si adagiavano sulle spalle magre. Che risaltavano una stanchezza profonda quanto il sonno che evitava con tutte le proprie forze. Il quale cercava di sopraffare una coscienza ben salda al presente che ancora era. Le guance pallide. Ma gli occhi umidi erano pieni. Si soffermò a guardare quegli occhi. Mosaico preciso. Dipinto perfetto. Descrizione particolareggiata di ciò sarebbe stato se. Se. Puntini di sospensione. Si soffermò a guardare quegli occhi. Poi senza che se ne rendesse conto. Perso in quella contemplazione. I loro sguardi si incrociarono. All’improvviso. Fu un attimo. Come l’apertura di un otturatore. Che congela l’istante per un’eternità che durerà solo il tempo concessole. Lui le sorrise. Senza compassione. Un sorriso. Pieno di quanto più conforto è concesso racchiudere in tale gesto.

Le lenzuola avevano ancora quella rigidità caratteristica di un lavaggio con un detersivo economico. Le luci al neon vibravano impercettibilmente tinteggiando l’aria intrisa di disinfettante di un verde morbido. Riempitivo discreto di quel silenzio altrimenti soffocante. Sentì sulle labbra il salato di quell’amarezza incontenibile. Esplosa in un pianto che non era riuscita a contenere. L’uomo alla sua sinistra le sorrise. Aveva un’aria serena. Nonostante la giovane età le sue iridi scure lasciavano intuire un’esistenza compiuta. Riflettevano le immagini di un viaggio forse inconcluso. Ma che valeva la pena aver intrapreso. I capelli corti. La barba incolta di qualche giorno. Innumerevoli tubi sottili entravano ed uscivano dal suo corpo rendendolo simile ad un’antica divinità dalle mille braccia. Un’antica divinità morente. Asciugò le lacrime. Raccolse le forze. Si alzò col bambino. Gli si avvicinò. E lo pose cautamente tra le sue braccia prima di sedersi sulla sedia tra i loro letti. Lo sconosciuto sorpreso e riconoscente sussurrò un impercettibile ringraziamento.

Un altoparlante verde barrato nell’angolo in alto a sinistra dello schermo giustificava quel silenzio. Che si specchiava nel ronzio sussurrato delle luci al neon. E nella neve che aveva preso a cadere copiosamente. Gli attori proiettati lì dal tubo catodico aprivano la bocca a vuoto. Come se tutto ciò che dovessero dire lo avessero già espresso. Ed era proprio così. Chissà quante volte. Ma sembravano ancora soffrire e gioire per quelle parole inudibili. D’altronde conoscono domande e risposte in anticipo. Una grazia che a nessuno è mai stata concessa.

Sul monitor sopra la sua testa lampeggiava una piccola spia. Senza emettere alcun suono. Ad intervalli regolari. E poi numeri. E sigle. In altre circostanze neanche il più grande luminare della medicina avrebbe potuto dire con precisione quanto gli sarebbe rimasto ancora da vivere. Ma in quelle circostanze. In quelle circostanze tutti lo sapevano. Poco più di ventitré ore. Non aveva paura. Non era dispiaciuto. Non per sé stesso. Guardò il volto placido e ignaro di tutto che respirava adagio sul ritmico alzarsi e abbassarsi del suo torace. Dormiva. Sereno.

Non dirò nulla per cercare di consolarla. Non sono mai stato bravo con le parole. Mi scusi.

La voce dell’uomo era stentata. Sofferta e sincera. E fu sollevata di non doversi sentire in obbligo a provare sollievo nell’ascoltare un banale conforto circostanziale. Si mosse per cercare una posizione comoda su quella sedia dall’imbottitura logora e sottile. Poi la sua attenzione venne per un attimo catturata dall’assenza dei braccioli. Chiuse le braccia sul ventre afferrandosi i gomiti. Solo in quel momento si accorse che fuori nevicava. Quell’immagine tanto poetica quanto futile in qualche modo la rasserenò.

Non cerchi parole che andrebbero sprecate. Abbiamo le battute contate oramai.

Sul monitor sopra la sua testa la spia si accese. Si spense. Rimase spenta per un istante più lungo del solito. Poi si riaccese. E riprese a scomparire e riapparire al solito ritmo. Guardò il volto placido e ignaro di tutto. Si sentì profondamente triste e impotente. Lo baciò sulla fronte. Quindi allungò il braccio per prendere il cellulare. Scorse la rubrica. Selezionò il numero. Premette il tasto verde. E aspettò. La donna lo guardava. In parte consapevole di quello che lui stava pensando. Di quello che stava provando. Consapevole che anche se avessero avuto una settimana in più. Un mese. Anni. Secoli e millenni. Comunque. Non sarebbero riusciti a dire tutto ciò che avrebbero voluto. Qualcuno chissà dove prese la chiamata. Ma non disse nulla. Come se aspettasse. Che fosse lui a cominciare. Si inumidì le labbra.

Se fosse la fine del mondo saprei cosa dirti. Ma. Mi dispiace. Il mondo finirà appena domani. E fuori nevica.

Dall’altra parte del telefono. Al sentire quelle parole. Lei. Sorrise.

Pietro Liuzzo Scorpo

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