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Banks – Goddess (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 09/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Goddess

Il giorno in cui Jillian decise che dai suoi occhi non sarebbero più uscite gocce di frustrazione fu un giorno di lutto per le tante persone, uomini o donne, che erano annegate in quei due stagni gemelli, neri e cupi, seguendo la melodia della sirena che li possedeva. Ma fu anche un rapido momento in cui centinaia di pensieri, appartenenti a volti nuovi così come a persone la cui memoria era già stata sfiorata dal viso di Jillian, si concretizzarono in un grazie.
Rientrava in anticipo da una vacanza nell’Est Europa, rovinata per l’ennesima volta da quel bastardo irlandese dalla barba rossiccia. Era finalmente riuscita a vincere il senso di colpa che lui riusciva ad instillarle nello spirito ogniqualvolta lei minacciava di abbandonarlo, tirando in mezzo l’assenza di un padre e la presenza di un patrigno troppo vivace.
Mentre sedeva sui sedili posteriori del taxi si conficcava le unghie delle dita della mano destra sul dorso di quella sinistra, cercando la forza di non rispondere ai suoi messaggi nel dolore fisico. La sua tetra concentrazione venne rotta dal clacson e dagli insulti pronunciati in una lingua straniera, rivolti verso un uomo con un bastone bianco lungo e sottile che aveva provato ad attraversare la strada. Quando il taxista si fu sfogato il veicolo ripartì, mentre Jillian appoggiava una mano sul vetro e mormorava un impercettibile mi dispiace, al quale l’uomo rispose con un sorriso, mentre avvicinava la mano libera al petto.
Jillian era un’attrice, una giovane star del cinema. Il suo imperativo era lo studio, di personaggi e tradizioni. La sua parola chiave era la dedizione, con cui studiava le sceneggiature, nelle pause, nelle maiuscole, negli accenti. Tutto questo, unite a delle buone dosi di recitazione, le consentivano di immedesimarsi in qualsiasi personaggio le venisse offerto.
Abituata ad essere circondata da molte telecamere sul set, controllata in ogni gesto, in ogni respiro, quello che vide sul palco di un piccolo teatro locale la lasciò senza parole e con un grande senso di vuoto. Sedeva in prima fila, ma all’estrema destra, cosicchè il suo campo di vista sul palco a semicerchio era composto dalla sua metà sinistra. Un attore in particolare la colpì, un ragazzo moro, giovane, senza barba, suppergiù della sua età. Interpretava il ruolo di un polacco poco più che adolescente che sognava di elevarsi dallo stato sociale di garzone di macelleria. La sua mimica facciale e la sua interpretazione erano nel complesso gradevoli, ma i suoi occhi non brillavano e le sue frasi erano solo lettere scritte da qualcun altro. Quando una delle attrici cominciò a cantare una canzone e tutti gli altri attori diedero le spalle al pubblico, Jillian vide quello che aveva sempre cercato, ma non aveva mai avuto. Il giovane attore era girato e lei era l’unica a poter vedere la sua espressione di pura emozione di fronte alla musica della sua collega. Mentre gli altri attori, protetti dall’occhio del pubblico, riposavano i muscoli del volto o ripetevano le battute in silenzio, le mani del ragazzo tremavano, ed il suo volto veniva bagnato da una gioia naturale e viva. Era qualcosa di più della recitazione, era una condivisione nascosta, sincera, una traduzione di qualcosa di più intimo e profondo della sola memoria.
Terminata la corsa del taxi, si fermò per versare le poche banconote rimaste da quell’esperienza in terra straniera nel cappotto di due musicisti da marciapiede. Alzò la testa aspettandosi di incrociare lo sguardo del più anziano dei due, forse il padre, ma vide che entrambi tenevano gli occhi chiusi, e che il ringraziamento che si aspettava era trasportato nell’aria ed era rivolto a tutti, perché tutti, in un modo o nell’altro, stavano donando qualcosa a quella famiglia di cantastorie.
Fu con animo umile e riconoscente che Jillian si sedette sulla panchina di metallo di fianco a lei.
Chiuse gli occhi, per l’ultima volta.
Chiuse gli occhi, per non essere più circondata da telecamere severe e sguardi ingombranti, ma per vivere nell’aria che si sprigiona quando un sentimento sincero incontra una nota vibrata da una mano innamorata.

Filippo Righetto

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