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Gidge – Autumn Bells

Data di Uscita: 23/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

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tornavo ogni sera ad immergermi nel verde, quando la Luna sorrideva complice e niente di quel che mi rendeva me stesso, abitudini, manie, ricordi, poteva seguirmi. Lasciavo dietro alle mie spalle, nude, l’idea che gli altri si erano fatti di me, e girandomi davo un nome a quel simulacro pallido che tutti noi dobbiamo vestire per la maggior parte della nostra vita: timore. Di non essere all’altezza o di non rispettare i confini. Di avanzare nello spreco, di lasciare accese poche luci al nostro passaggio. Ed allo stesso modo in cui nella nostra vita al di fuori della natura dobbiamo vivere vincolati dai numeri e dalle circostanze, non possiamo spiegare ad un riccio cosa sia la povertà di contenuti, o ad un ago di pino che ci accarezza sull’avambraccio cosa sia il concetto di precedenza.
Entravo attraverso una porta rampicante dove le spine erano rivolte verso l’interno, aperta da una chiave che si materializzava nella mia mano ogni volta che riuscivo a dare un nome all’oggetto della mia ricerca. Capitava spesso che questo desiderio fosse semplicemente una domanda leggera e galleggiante che non entrava nel mio profondo, come una mano che sfiora la superficie di una fontana senza increspare l’acqua. Una richiesta non essenziale per continuare solo a vivere, come molti, ma indispensabile per respirare nel modo in cui lo intendono i poeti.
Trovavo la risposta all’interno di una mappa erbosa, dove gli alberi abbracciano la terra grazie a radici millenarie. Una regione senza nome, perché i confini e le demarcazioni sono inventati dagli uomini che hanno perso l’orientamento, che devono tracciare su un pezzo di carta la gloria delle loro gesta. Gli unici colori che le foreste si ricordano sono quelli del muschio, delle foglie che cadendo suonano come le campane d’autunno, mentre si dimenticano facilmente di quelli dietro quei simboli di divisione che sono le bandiere.
Ti ho riconosciuta in una notte di foschia, una delle più limpide che i miei occhi abbiano mai visto. I riflessi limacciosi delle pietre si diffondevano nella nebbia e sembrava che una tempesta di sabbia si fosse appena sollevata. Sei uscita dall’erba alta, nuda sotto una veste bianca, e ti sei immersa fino alle ginocchia nell’acqua del torrente. Dietro i capelli biondi la tua schiena aveva lo stesso rilievo della corteccia di un albero. Era un tratto mimetizzante con il quale ti confondevi in mezzo agli altri alberi, ed io mi resi conto di averti vista centinaia e migliaia di volte senza distinguerti.
I tuoi gesti erano quelli di una persona forte delle proprie convinzioni, ma quando ti guardai negli occhi vidi per un attimo la fragilità di chi si era fatto le mie stesse domande.
Mi bastò quel frammento di storia per capire che si può conoscere una persona anche senza sapere la via in cui abita, il suo secondo nome, o la prima parola con cui ha salutato questo mondo.

Filippo Righetto

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