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Shxcxchcxsh – Linear S Decoded

Data di Uscita: 09/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Finora ero riuscito a tenermi lontano dalla tentazione di cedere, ma il richiamo era insistente; ogni volta che trovavo pubblicati nuovi codici misteriosi online, si fomentava la voglia di iscriversi e tentare, di giocare con la vita. Sbucati verosimilmente dalle tenebre, a dispetto di una scarna nota a margine del sito web indicante “Sweden”, questa coppia di diabolici incappucciati mi aveva incastrato da un paio d’anni nella rete delle scommesse con probabili non ritorni. Chi non ha mai sentito parlare di epiloghi cruenti a seguito di giochi pericolosi? Questi due si divertivano a gettare l’amo: tempo fa il messaggio era Rrrrgrrgrrr, poi fu Nmhnmhnmnmh e più di recente ancora VVVLLLLVVV. Conoscono bene i loro polli, eserciti di nerd alle prese con l’asocialità reale e con un bisogno di ergersi sugli altri, nerd disadattati come loro; una sorta di rivincita di un ego rimasto troppo tempo invischiato e ora furente, assetato di riscatto. Chi ha partecipato alle sfide precedenti ha avuto la sua breve occasione di popolarità, pagata a caro prezzo con una scomparsa improvvisa: questi giochi non perdonano, e i due – celati dietro sigle consonantiche tutt’altro che accessibili – sembrano divertirsi a spese della pelle altrui.
Stavolta sento che è diverso, stavolta posso riuscire a mettere a tacere la codardia che mi preclude geneticamente ogni nuova avventura. Anche Connor è d’accordo; mi ha svegliato di soprassalto nel cuore della notte, esattamente un minuto dopo che la nuova gara è stata postata online. La sua dipendenza dalla rete è diventata patologica, non riesce nemmeno più a dormire per la paura di perdersi qualcosa di essenziale. “Cristo Dan, devi buttarti! Diamine non mi far bestemmiare, non vedi? Finalmente parole di senso compiuto… La pazienza ci ha premiati, vedrai che Linear S Decoded ci farà entrare nella storia!” – urlava quasi indemoniato dall’altro capo del telefono. Con gli occhi ancora cisposi ho fatto il login e mi sono iscritto, che dio me la mandi buona.
La regola impone che ciascun partecipante non si incontri con gli altri, ciò accadrà solo al termine dell’ultimo livello, qualora ci sia qualcuno che lo completi. Mi trovo da solo, in un angolo di periferia raggiunto grazie alle coordinate gps ricevute dai due via sms. C’è un’enorme bolla semitrasparente in materiale plastico dal cui interno arrivano fumi densi e musica ambient dal sapore malaugurante; il tutto si fonde con la nebbia che nottetempo è calata su questo scenario desolato. Entering the S-Cloud. A quanto pare non resta che entrare. Lo spazio appare ridotto, poi si amplifica di scala di un numero imprecisato di volte; il fumo si dissolve all’istante, cacciato via dalle frustate impietose di una techno industriale. La prova consiste nell’attraversare quell’enorme ambiente nel buio totale; l’orientamento risulta già di per sé difficoltoso, l’onda d’urto dei bassi mi sospinge come un fuscello esile da un muro all’altro, la testa gira. Drain This Lord. Nessun concorrente conosce il numero complessivo dei livelli di gioco a priori, per non avere aspettative né poter escogitare tattiche calcolate circa il dispendio energetico. Tengo le mani avanti e il tatto mi suggerisce pareti umide, trasudanti, a tratti talmente ruvide da avere il timore di scrostarsi le dita; l’acqua sembra scorrere da pertugi segreti, note sinistre risuonano in quei luoghi diventati di colpo angusti, una voce filtrata recita formule magiche da far accapponare la pelle. The Roots. Tra eterni ritorni techno si approda in una stanza vuota approssimativamente quadrata, fori lungo tutte le pareti da cui a intermittenza partono raggi laser affilatissimi; la progressione assume una ritmica da mandare in cortocircuito anche la psiche più salda, il segreto sta nell’estrema concentrazione a schivare quei sottili fasci di luce fredda, finché pian piano non scompaiono assieme ad una delle quattro pareti. Helical Dialog, si passa al livello successivo. Parentesi di attesa in una pseudo camera oscura dalle dimensioni ridicole, delle casse sul soffitto trasmettono melodie vagamente dubstep intrise di malinconia, ogni angolo è tappezzato di immagini inerenti la mia vita, e io sono costretto a guardare perché non vi è millimetro quadro che non parli di me. Sono bravo ad affrontare il peso dei ricordi? Come me la cavo, fluttuante nella nostalgia? The Under Shore. Accettare di dover scegliere una fotografia e raccontare ad alta voce l’episodio correlato mi fa vincere l’ingresso alle prove seguenti, e all’improvviso il soffitto diviene parzialmente bucato. Scopro un sole alto, il tempo appariva cristallizzato e invece è normalmente fluito; tuttavia il bagliore entra filtrato da grate metalliche, il fango a terra si essicca a tratti, dove ancora la luce non arriva resta la melma. I miei passi risuonano al pari di un break-beat dai toni del grigio, tra asciutto e bagnato; un vago rumore di ferraglia si insinua in un angolo imprecisato e si appropinqua al pari di una minaccia. Mani invisibili mi bloccano le caviglie, la presa di trasforma in catene vere e proprie, da trascinare a fatica tra vortici elettronici in dissolvenza. A Sunny Day In Ostrogothia/Rudimental Retreat. Di nuovo silenzio, fino alla galleria del vento in chiave techno; ritmiche che non danno tregua, claustrofobia e sferzate insistenti, snervanti, con l’acqua che riprende a sgorgare. Eppure una volta i rave erano divertenti. (Se non muoio di infarto adesso, non lo farò più.) This Hmming Raverie. Una fortunata congiunzione astrale fa resistere le mie coronarie in tempo, e la musica si è placata nel momento in cui mi devo immergere fino al collo in una specie di laghetto sotterraneo: sono in una grotta. Ho gli occhi devastati da una stanchezza bellica, tuttavia mi sembra di scorgere sulla riva opposta i due tizi incappucciati, in un’attesa immota. Sono arrivato in fondo, sono arrivato vivo. L’ultimo sforzo per agguantare la massa liquida con delle bracciate mosse dalla disperazione, il traguardo è a portata di mano. Neon grattano sulle pareti, come a rinfrescarmi la memoria circa le sofferenze patite in questo gioco demoniaco; però la grotta si apre in fondo, in una palette di bagliori che mi spingono a coprire la vista con il braccio.
Sono arrivato in fondo, sono arrivato vivo, e sono l’unico.
Monolithic Conclusion.

Federica Giaccani

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