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Blonde Redhead – Barragán

Data di Uscita: 02/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Duemilaquattordici.
Spazi sonori.
Silenzio. Un sussurro flebile. Lo senti suonare quel flauto tra le foglie, i profumi e la fine d’estate? Capitolo primo. L’ingresso in una stanza, in un luogo, in uno spazio. Cercare di capirne e carpirne l’essenza, la storia, la geometria. Da lontano si può vedere di sfuggita il profilo di una donna dai lineamenti giapponesi. Subito si gira, si nasconde sotto a un cappello bianco a tesa larga. Non si nascondono i lunghi capelli neri. Non si nasconde il suo sguardo magnetico. Sta esplorando i dintorni. Accarezza i muri, cammina a piedi nudi. Un uomo si avvicina e dice “Viene dal Giappone. Stiamo scrivendo una canzone. Parla di luoghi lontani da qui, e di ricordi. Parla di una passeggiata sotto il sole in un pomeriggio, parla di architettura, parla del Messico”.
Lady M? La prima canzone dopo l’introduzione e l’apertura del sipario. Le luci ancora soffuse e penombra in sala. Ancora qualche sguardo, c’è chi toglie la giacca, chi si aggiusta la camicia, i ragazzi si arruffano i capelli, le ragazze se li legano in un chignon. When you dance you dance.
Il momento principale. E’ l’uomo di prima che canta accompagnandosi con synth e tastiere. E’ un affresco cittadino, metropolitano. E’ la città più luminosa del mondo. E’ New York. E’ Milano in maschera che cerca di raggiungerla. Contemporaneo. Un calice di vino bianco nella mano destra, i display degli smartphone tra le vetrine e i flash delle macchine fotografiche, giacche di pelle, tinte di capelli, Annie Clark, rossetti scoloriti sui mozziconi di sigaretta caduti a terra, fisionomie italiane, fisionomie orientali, parole inglesi storpiate, biciclette cittadine, cornici di quadri, fashion show,giardini verticali, grattacieli che cambiano volto e fanno bella una città. E’ tutto questo e tanto altro in una canzone. In your eyes and in your mind I see change. You were right girl, you were art. You’re dripping, you’re superb, you’re so thin. La capacità di poter capire le evoluzoni e di saperle abitare. I saw you dripping sunlight, I saw you dripping moonlight. Fino all’infinito.
Abitare uno spazio. Ora si tratta di mura domestiche. Divano e tende accarezzate dai raggi del sole. Tre canzoni che ci permettono di appropriarci di un’atmosfera e di rallentare il ritmo. Dissolverlo cercando di placare ogni tensione. Sdraiarsi guardando fuori dalla finestra aperta respirando aria buona. Il gatto che guarda le piante e la strada. Abbracciarsi con una persona che si vorrebbe amare ogni giorno ancora di più. Poi bisogna ricominciare di nuovo.
Lascia che siano una chitarra e una batteria a portarti. Da quegli spazi ovattati e interni agli spostamenti all’esterno, con tutto il carico di sentimenti e sensazioni che si rincorrono. Fermare il tempo durante un’esecuzione travolgente durante un concerto. Mind to be had. Amore che va. Defeatist Anthem. Amore che viene. You and I are together like waves.
Non c’è una canzone fuori posto. Ogni canzone è completamente a proprio agio con il presente, riesce a guardare avanti senza caricarsi dell’obbligo di dire a tutti i costi qualcosa di nuovo e questo è tutto merito delle capacità e dell’intelligenza del gruppo. E’ un disco che può ricordare per struttura e per dinamiche tra pieni e vuoti quello delle Warpaint di gennaio, al punto che sarebbe bello sentire i due gruppi scambiasi alcuni pezzi. E’ un disco che deve molto al formato disco in sé, ha soprattutto senso nella sua interezza. Ora tocca a Penultimo. Pezzo gemello di Dripping per intensità e capacità di essere accattivante. Si conclude con una sognante Seven Two. Il dissolversi delle ultime note lascia un silenzio totale. Ci si ritrova quasi dispersi, non si sa da che parte guardare. Silenzio, di nuovo. Come all’inizio. La stanza è di nuovo deserta.

Filippo Redaelli

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