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William Basinski – The Disintegration Loops

Data di Uscita: 2002

Un breve ascolto, durante la lettura

Un’opera artistica quando si interseca con la storia acquista un altro peso, diventa memorabile e quindi degna di essere ricordata. Ovviamente non succede in tutte le occasioni, eppure in molti casi la sensibilità di un gran numero di persone viene smossa proprio perché il ricordo e certi eventi non si possono proprio dimenticare totalmente.
Il progresso della scienza, la conoscenza dispersa nel mondo e l’inebriante sensazione che l’ignoranza vada diminuendo. Il controllo di ogni attività umana, la certezza del “sapere di più” in una civiltà percepita come sempre maggiore. Tutto questo processo porta il singolo individuo ad ignorare i fatti da cui dipende il funzionamento della propria civiltà, non ci si accorge che questa nuova conoscenza apre infiniti spazi di inevitabile ignoranza.
E le certezze di sabbia rischiano di far smarrire il senso della storia, il senso del tragico che si può sviluppare esclusivamente dall’esperienza storica stessa. In anni di grandi confusione può davvero rivestire un compito importante l’arte così intesa, quel tipo di composizione in grado di stabilire una connessione totale con la data in questione. E no, non è solo colpa della società dei consumi e della comunicazione sempre più frenetica. Questo bersaglio, con tutte le sue inevitabili distorsioni e storture, concede la mesta illusione di avere il cuore che batte dalla parte giusta.

Anita a distanza di tredici anni si ricorda perfettamente cosa stava facendo l’11 settembre 2001. Una gita con la madre da Macy’s mai iniziata, i preparativi mattutini in bagno e i soliti capricci per la colazione interrotti bruscamente dalle sirene. La madre accese la televisione e, una volta viste le immagini degli aerei che si schiantavano prima contro la Torre Nord e poi contro la Torre Sud, moltiplicò interiormente le nuvole di fumo. Questa visione in serie, quasi a riprodurre la fila di monitor che avrebbe visto al centro commerciale, andava a creare una confusione tra desiderio e realtà. La diretta di quello che pareva un film d’azione lentamente si trasformò in un’agonia che il crollo totale certificò qualche ora dopo.
In evidenza una Lower Manhattan sventrata in maniera definitiva e le cose che più inquietavano Anita: il fumo nero e le persone che si lanciavano nel vuoto dalle finestre, un’apocalisse che pensava possibile esclusivamente confinata negli incubi più spaventosi. Chiamarono tutti i parenti nel loro appartamento a Brooklyn e arrivarono immediatamente i nonni materni; il padre in viaggio di lavoro tornerà il giorno dopo.
Jamie, zio e fratello della madre, invece lavorava nella Torre Nord e non tornerà più. Jamie è stato uno dei quasi duecento “falling man”, ascensori e scale d’emergenza distrutte lo obbligarono al salto mortale nel vuoto. Manhattan è diventata Ground Zero in poche ore ma nessuno nell’immediato ha realizzato il fatto. Si sono ritrovati così a piangere tutti al Battery Park, avvolti dalle bandiere a stelle e strisce. In qualche modo sono riusciti a ripartire nonostante lo choc. Lo spezzarsi quotidiano ed il dramma ha cambiato per sempre la vita di tutti, Anita compresa, Anita su tutti.
La giovane dodicenne iniziò dal giorno successivo l’attentato a leggere i quotidiani che lei chiamava “dei grandi”, voleva sapere tutto e si chiedeva semplicemente perché. Raccoglieva più informazioni possibili e spiegava il dirottamento e la cronaca successiva ai compagni di classe. Alcuni volevano solo tornare a vivere come prima rifiutando le spiegazioni, altri avevano visto i pompieri in azione e desideravano emularli. Altri ancora iniziarono a considerare tutti i musulmani dei potenziali assassini. I controlli ingabbiarono tutti in un’ansia catastrofica stringendo al limite una libertà personale messa in secondo piano, nel regno dell’individualismo.
Anita continuando a studiare capì meglio la situazione, cambiò idea infinite volte e le sue piroette ritornavano sempre allo stesso punto: la reazione delle singole persone fu incredibile. Le azioni politiche messe in campo dall’amministrazione Bush ad un certo punto non furono più al centro dei suoi pensieri. Concentrandosi sulle storie personali andava alla ricerca infinita di questa fonte magica che solo l’identità americana probabilmente è in grado di regalare in tale forma. Una capacità di rialzare la testa e di inventarsi nuove cose. Magari anche stupide e sbagliate, ma fresche.
Il dolore unito alle strategie per superarlo come oggetto di studio e riflessione, questo è il compito che si è prefissata Anita per la vita. Il ritrovarsi ogni anno al National September 11 Memorial & Museum per la commemorazione intima dello zio, il cui nome è riportato in una delle tante placche di bronzo. Le impronte delle Torri, le piscine e le cascate dove l’acqua si mischia alle lacrime che sgorgano senza sosta da certe anziane signore che ripercorrono gli stessi passi da anni, alla ricerca di qualcosa che non c’è più e forse vedono ancora nitido.
Anita voleva la foto di Jamie mentre si buttava dalla finestra per sfuggire alla fiamme. Non dicendo nulla ai genitori visionò 662 filmati emotivamente devastanti, chiese informazioni a vari dipartimenti di ricerca. L’unica persona a conoscenza di questa meticolosa ricerca era il suo ragazzo Jeremiah, conosciuto all’ultimo anno di High School e mai più lasciato. Anita non si faceva aiutare nella ricerca ma alla fine di ogni giornata raccontava che tipo di immagini aveva passato al setaccio. L’unico compito di Jeremiah era quello di fissare in un diario questi resoconti in modo da non dover controllare più volte le stesse fonti, i fogli di carta scritti con quella calligrafia grezza diventarono archivi sempre più spessi. L’indagine e il rito ad essa connesso si svolgevano nella camera da letto del ragazzo, in un’ambiente a metà tra i ricordi dell’infanzia e i flyer di concerti recenti. I primi disegni delle Elementary School raffiguravano la metropoli vista da un bambino di sei anni. Le linee fragili dei corpi delle persone erano comunque proporzionate all’immensità dei grattacieli tutt’intorno e le luci degli edifici avevano la preminenza su quella del sole, un cerchio giallo lontanissimo in un angolo del foglio.
Questi primi schizzi sommergevano un libro di 144 pagine pieno di frasi e dediche, di pensieri e riflessioni ad anticipare una serie di fotogrammi. I frame, uno dopo l’altro, ripercorrevano il fumo e la nube nera sviluppatasi dalle esplosioni e dai crolli successivi di quel maledetto 11 settembre. Un percorso straziante verso la notte ripreso dal tetto di un edificio situato a Brooklyn. Anita non aveva mai visto quelle immagini, Jeremiah rispose che facevano parte di un’opera immensa di un grandissimo artista. Non le aveva mai mostrato nulla perché il punto di ripresa non era sufficientemente vicino per carpire il volo dei falling man e quindi ritrovare lo zio. Anita voleva sapere tutto di questo lavoro e Jeremiah la portò in salotto al piano di sotto dove stava Augustine, la madre.
Dopo aver perso marito e fratello, bruciati vivi durante gli attacchi, la donna smise quasi di parlare. Il non ritrovare i corpi fu un colpo letale e le comunicazioni con il mondo esterno erano legate a piccoli bigliettini recapitati al figlio. Il momento esatto in cui il mutismo cambiò la vita di Augustine fu quando le balenò in testa il pensiero che nella polvere e nella cenere appiccicosa, indelebile marchio sui soccorritori, ci fossero anche i resti mai più ritrovati dei propri cari.
Anita aveva più volte provato ad aiutare Jeremiah consigliando di portare la madre ad un consulto psicologico, lui sapeva che non sarebbe servito a nulla. E non voleva parlare di quel mutismo forzato ma quel giorno, dopo la scoperta di Anita, si decise a rendere partecipe la propria fidanzata.
Jeremiah spiegò la genesi di quel lavoro partendo dal nome: The Disintegration Loops. Questa serie di suoni divisa in quattro tronconi principali veniva da un passaggio forzato. L’artistA aveva delle vecchie registrazioni su nastro magnetico e nel tentativo di trasferirle in un formato digitale si accorse che questa conservazione stava divorando i nastri da salvare. La testina raschiava frammenti di materiale cancellando e distorcendo l’originale melodia; il suono progrediva difforme e l’involontaria distruzione fu un processo naturale di deterioramento.
Anita capì immediatamente che quella era la cura predisposta da Jeremiah per la madre, scesero in salotto e un vecchio giradischi fu prontamente azionato.

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Il salotto di casa era scarno con arredi e mobili semplici uniti a nuovi oggetti dal design più accattivante. La scala che in legno univa i due piani aveva lo stesso colore della porta della cucina e del bellissimo orologio a pendolo, ricordo dell’anziano bisnonno. Il suo moto alternato, riportato grazie a vari scappamenti in una rotazione di ingranaggi quasi perfetta, scandiva la giornata di una Augustine spesso immobile sulla poltrona di pelle marrone. Jeremiah e Anita si misero a sedere sul divano fatto con la medesima pelle scura e passarono le mani sulle infinite screpolature causate dalle pennichelle pomeridiane. La televisione spenta da chissà quando tempo mostrava sulla superficie un pesante strato di polvere grigia, una fissità totale invase anche i due ragazzi che si concentrarono sul suono. Un unico indelebile movimento che ritorna su se stesso e con assoluta noncuranza del tempo si dilata consumando naturalmente il supporto. Augustine inflessibile rimaneva bloccata e muta mentre le sue pupille si dilatavano inesorabilmente, la salivazione in aumento ed il continuo deglutire che sfumò in un pianto sommesso. L’angoscia evidente infine veniva come colpita dagli stessi detriti delle torri e una sorta di rilassamento totale metteva in evidenza le rughe sulla fronte di Augustine, l’arrendersi al fatto tragico che tuttavia schiude orizzonti difficili da descrivere e da riportare.

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Le emozioni della madre tornarono in evidenza quando l’ansia, il vuoto e la paura furono scanditi da un loop che disgrega la melodia riducendo l’elegia a moto triste. Una tristezza immane che deborda dal viso di Augustine. Quasi come se potesse sentire le urla dei suoi cari immaginando il loro volto sfigurato dalla paura nel momento in cui il fuoco ha iniziato a divampare. I piccoli intervalli concessi dal suono che si distrugge non permettono di prendere fiato e Anita si spaventò quando vide ansimare la donna. Jeremiah le disse che era tutto normale e l’ascolto riprese con il respiro affannoso della madre perfettamente in sincrono con il loop. L’inconsistenza sempre più marcata dell’opera lascia sempre più spazio al dilatarsi dei minuti con Augustine che ad un certo punto chiuse gli occhi singhiozzando. La fine certa e la visione del marito e del fratello ormai certi di morire aveva fatto capolino nel suo cervello. Il fumo a coprire il cielo e lo svolazzare dei fogli di carta, le pratiche dei vari uffici che a brandelli si univano ai detriti delle torri. L’impasto di morte, burocrazia, cenere e fumo con le mani di Augustine a stringere i braccioli della poltrona con tutta la forza rimasta nel suo esile corpo.

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E poi una compassione totale nella casa, con gli occhi riaperti a fissare quelli del figlio in uno sguardo carico d’amore. La stessa onda, quella forza nascosta che torna e riaffiora. Gli infiniti spazi privati per una volta confluiscono in quello pubblico e, anche se non è possibile sommare aritmeticamente le emozioni, tutto diventa molto chiaro. Quello sguardo che vale più delle parole e fa passare in secondo piano il mutismo perché forse in un modo o nell’altro si potrà proseguire un cammino naturale verso la morte. Un pianoforte, il loop e la memoria in primo piano durante le commemorazioni annuali, quelle dove le orchestre cercano di riproporre il capolavoro. Jeremiah meccanicamente passò il libro allegato ai suoni alla madre che, con un’attenzione mai vista prima da Anita, si soffermò su ogni fotogramma vedendo chissà quali situazioni. O forse osservando semplicemente lo scurirsi progressivo, le luci che mutano e quel cielo una volta azzurro divenuto tragicamente e poi naturalmente nero.

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Il tempo usato come strumento? È davvero così? Queste sono domande senza risposta che Augustine affronta con il volto più rilassato. La cascata di vetri durante il crollo è passata, il tragico ha risvegliato quella parte di cervello quasi atrofizzata dove vive la compassione. Cum patior, soffro con. Il risuonare del ritorno al punto di partenza che varia viste le tante esperienze che mutano il pensiero individuale. Chiudendo il libro il pianto della donna fu decisamente liberatorio e Jeremiah si alzò dal divano per abbracciare la madre fino a quando lei non si addormentò placida tra le sue braccia. Si fece notte e quando la vita subisce un colpo del genere il cambio di paradigma e di significato apre automaticamente ogni finestra interiore.
L’opera si chiude rafforzando questa apertura, un quadro che non si limita e lascia ogni possibilità di pensiero. Un’opera totale.

Anita ha trovato il fotogramma che ritraeva suo zio durante la caduta, in un sito internet di stupidi complottisti. Non si mise a discutere con nessuno, non aveva alcun senso sprecare il proprio tempo in quel modo. Completare finalmente il puzzle non chiuse mai definitivamente questo capitolo della sua vita visto che ogni settimana con Jeremiah ascoltava i “The Disintegration Loops” in compagnia del vivo mutismo di Augustine.

Identità nazionale, cultura americana e credo, così facilmente riscontrabili nei primi colonizzatori inglesi, si sono evoluti nel tempo attraverso momenti di grande impatto sociale. La libertà, concetto mai realmente e perfettamente realizzabile, ritorna sempre e comunque in qualche forma. Non c’è nessun obbligo morale, volontà di rimozione, denuncia, necessità impellente di curare la ferità o di ricercare una verità nascosta. Il decadimento naturale è lasciato fluire, il fumo è immortalato mentre scorrono i minuti e le persone tutt’intorno piangono, si stringono e cercano invano di capire. La tragedia a cui nessuno mai aveva pensato, il lento fluire dei loop in una conservazione che si autodistrugge. Un’opera che parla dell’Essere Umano nella sua interezza, un epopea che rimarrà nella storia se ci sarà ancora qualcuno disposto a pensare e a concepire l’immensa ignoranza che lo circonda.

“William Basinski’s creations have broken and recreated my heart each time I hear them” – David Tibet.

Alessandro Ferri

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