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Esben and the Witch – A New Nature

Data di Uscita: 09/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

I rumori della foresta le si insinuavano sotto la pelle. Nelle ossa. Tra i tessuti. Facendola rabbrividire. Si mescolavano ad un’accozzaglia di sentimenti confusi e contrastanti. Memorie vivide. Escrescenze malcelate di passato prossimo e remoto. Rabbrividì di nuovo. La testa si alzò istintivamente verso il cielo. Tra le fronde più alte. Là dove una brezza costante sfila senza lasciare traccia alcuna. Se non il fremito sussurrato delle foglie che si sfiorano. Là. Uno spicchio splendente di luce non propria. Se solo ci fosse stata la luna piena. Interruppe i pensieri. Di se non ci si nutre. Altrimenti si muore di fame nell’attesa di assaggiare illusioni. Poggiò la vanga sul bordo della buca. Profonda da arrivarle poco sopra le ginocchia. Abbastanza. Ci si distese dentro. Chiuse gli occhi. Ed espirò. Abbastanza. Sì. Era abbastanza. Se lo ripeteva mentalmente. Convicendosi che era stata la cosa giusta. Convincendosi che era stato inevitabile. Era stata la cosa giusta. Inevitabile. La cosa giusta. Giusta. Dici?
Si ridestò di soprassalto ed uscì dalla terra che lei stessa aveva aperto. Buttò qualche legno nel fuoco che andava estinguendosi. Cercò tra le fiamme un tepore che le parve lontano. Funereo. Estraneo. Soffiò sulle braci sollevando un turbinio di scintille. Di tutta risposta pochi metri più in là lucciole vaganti rischiaravano un corpo immobile. Supino. Tra le felci. Tra felci e lucciole. Aveva gli occhi ancora aperti. Il fuoco tornò a morire lentamente. Decise di lasciarlo andare. Mentre lacrime contenute le risalivano i ricordi. Le risalivano i pensieri. Le assalivano l’anima. Aveva gli occhi ancora aperti. Non ne poteva distinguere il colore. Ma lo sapeva che erano azzurri. Come l’acqua di sorgente. Freddi. Come il sole invernale. Come il sole invernale che splendeva quel giorno in cui persi nel bosco cercavano disperatamente di ritrovare la via di casa. Non un pasto caldo. No. Quello no. Si faceva la fame. Ma un tetto. Un padre che voleva loro bene. Ne erano convinti. Lei ne era convinta. Una bambina convinta dell’esistenza delle fate. E in quel girovagare lui le aveva preso la mano. E in quella stretta lei si era sentita sicura. Non avrebbero ritrovato la via di casa. No. Quella no. Ma finché sarebbero rimasti assieme tutto sarebbe andato per il meglio. In qualche modo sarebbero sopravvissuti. Sarebbero diventati più forti. Poi calò la notte. Non trovarono un comodo giaciglio. No. Quello no. Ma un riparo tra le radici di un grande albero. Si ranicchiò tra le sue braccia. E potè sentire i battiti del suo cuore. Leggiadri. I muscoli tesi nel gelo. Il respiro che condensava per perdersi poi nella bruma. La mano che le carezzava i capelli. A rassicurarla. Un sussurro tra i sussurri di una natura che faceva il suo corso anche in assenza del sole. Incurante della loro inusuale presenza in quel luogo. Si addormentarono così. Stretti. Si aggrappavano all’unica cosa loro rimasta. L’uno per l’altra. E il risveglio fu dolce oltremodo. Il risveglio fu profumato. E ripresero il cammino verso un dove sconosciuto. Per ritrovarsi in un quando sconosciuto alla soglia di una casa solitaria. Una donna dai lineamenti dolci aprì la porta. Senza età. Occhi penetranti. Sorriso languido. Gentile di modi. Offrì loro cibo. Acqua. Un letto.
Un ululato la fece tornare al presente. Il fuoco ridotto a sparuti tizzoni non era più fonte di luce. Ma ancora impregnata dal nero di quei ricordi le sembrava che quella misera fetta di luna rischiarasse la tenebra quanto una lanterna. Si alzò risoluta. Prese il corpo senza più un’anima per le caviglie e lo trascinò dentro la buca che aveva scavato. E si ritrovò a piangere. Come non aveva ancora fatto fino a quel momento. Ma era stata la cosa giusta da fare. La cosa giusta da fare. La cosa giusta. Giusta. Non aveva pianto neanche quando lui le aveva detto che la odiava. Eppure lei lo aveva fatto per salvarlo. L’aveva fatto per lui. Come aveva fatto a non rendersene conto? Sì certo. La signora era gentile con loro. Era gentile sì. Ma era viscida. Lei l’aveva notato come lo guardava. Era affamata. Lei l’aveva notato che per lui aveva attenzioni particolari. Era famelica. Come aveva fatto lui a non accorgersene? Come aveva fatto quando gli aveva proposto di andare a dormire nel suo letto? Il suo letto era più grande. Sarebbero stati tutti più larghi. Disse. Ma intanto lo accarezzava. Tastava la sua carne. Infilava le mani tra i suoi vestiti. Mordeva il suo collo. Le sue spalle. Graffiava la sua schiena. Gli si avvinghiava addosso. Lei li aveva visti una notte. Invidia. Rabbia. Frustrazione. Desiderio. Desiderio che lui dormisse ancora assieme a lei. Desiderio che ancora l’abbracciasse. Desiderio che ancora le accarezzasse i capelli. Desiderio di quella fredda notte nel bosco. Che importava se fossero stati più stretti? L’unica cosa a cui potevano aggrapparsi. Il corpo dell’uno per l’altra. Ma non pianse neanche allora. Poi. Una mattina la donna le ordinò di accendere il forno. Per il pane. Disse. Ma mentiva. Lo sapeva che mentiva. Era una bugiarda. Mentiva. Strega.
Si appoggiò sulla vanga. Esausta. Aveva pianto tutte le lacrime che inspiegabilmente non si erano ancora affacciate al mondo fino a quel momento. Ed attorno tutto taceva. Taceva il misfatto ormai inghiottito da un sottobosco adorno di rugiada. Solo il suo affanno a smuovere il silenzio nell’aria ora immobile. Si lasciò cadere e riprese involontariamente a ricordare quegli attimi. Il fuoco all’interno del forno ardeva con vigore. La attirò lì con la scusa di non riuscire più ad aprirlo. E quando la donna spalancò lo sportello con facilità non ebbe nemmeno il tempo di chiedersi. Ma che diavolo? Che con un calcio l’aveva scaraventata dentro. Sigillando un finale che si confaceva alla perfezione a quel personaggio che ora urlava di un dolore impossibile da immaginare. Quando lui arrivò attirato da quei lamenti disumani lei gli sorrise. Per la prima volta dopo tanto tempo. Gli sorrise di nuovo. Lo amava. E lo aveva salvato. Lo aveva salvato. Lo aveva salvato? Da chi? Da cosa? Come faceva a non rendersene conto? Quella donna lo voleva mangiare. Era una strega. Una strega? Una strega. Mangiare? Sì. Mangiare. Stupida bambina. Stupida. Ancora credi alle fiabe. Come credi sinceramente all’affetto di nostro padre. Tutto in quel momento parve frantumarsi. L’aria. La giovinezza. La terra sotto ai suoi piedi. Cadeva. Si avvicinò lui per abbracciarlo. Lui la respinse. A cosa si sarebbe aggrappata ora? Stupida bambina. Stupida. Che cosa hai fatto? Ti odio.
Quelle parole le rimbombarono nuovamente nella testa. In quel presente nuovo ed inesplorato. Rimbombarono più forti e potenti delle grida strazianti della megera. Si ritrovò ancora a piangere con la testa tra le mani. Il volto nero di terra. E rabbia. Gli aveva fatto un incantesimo. Lo aveva stregato. Non sarebbe stato più lo stesso. Chi l’avrebbe abbracciata ora? Chi avrebbe scaldato il suo giovane corpo? Chi le avrebbe accarezzato i capelli? Era sotto l’effetto di una fattura. Non poteva permettere che continuasse a vivere maledetto. Aveva dovuto farlo. Era la cosa giusta da fare. Prendere in mano il rampino. Era la cosa giusta. Brandirlo con entrambe le mani. Conato di vomito. La cosa giusta da fare. Colpirlo forte. Una. La cosa giusta. Due. Inevitabile. Tre volte. La cosa giusta da fare. Per liberarlo. Greta si lasciò cadere distesa per terra. Sopra il muschio umido. Tra le felci. Tra le lucciole. E la vide. Tra le fronde più alte. Là. Uno spicchio splendente di luce non propria. Se solo ci fosse stata la luna piena. Se ci fosse stata la luna piena. Il candore della sua pelle avrebbe riflesso un sorriso senza indulgenza che non sapeva di avere.

Pietro Liuzzo Scorpo

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