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Archive for settembre, 2014

Tim Hecker @ Spazio Zut! (rassegna “Dancity Nights”), Foligno (21/09/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

La strada la conosci a memoria, e potresti anche percorrerla per tutti i 300 chilometri ad occhi chiusi, la notte. Ultimamente capita spesso di interromperla a metà, nel cuore dell’Umbria, lontani dal mare e dal suo liquido abbraccio. È sempre molto bello fermarsi a Foligno, passare in rassegna le vetrine delle trattorie lungo le strette vie del centro, immaginare cosa si nasconde dietro le arcate in mattoni che incorniciano i vicoli e rimirare le pietre bicrome delle facciate. (altro…)

The Cabin Project – The Cabin Project

Data di Uscita: 01/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Tutto ciò che di piccola meraviglia. Vorrei ringraziare questo vetro, il vetro della finestra che ci ha visti crescere. Giorni freddi, giorni caldi. Giorni lontani, giorni vicini. Avvicino il viso, soffio leggermente, e tutto ciò che è fuori viene travolto da una nebbia improvvisa. Oggi l’aria è ferma, gli alberi oscillano lentamente, quasi come salutassero quelle foglie che vengono giù con tanta poesia, uno stormo di forme, colori, fruscii. Vorrei, in questo momento, poterti avere qui. Vorrei che tu ti sostituissi all’immagine limpida e tagliente che è dall’altra parte di questo vetro. Vorrei poter osservare il tuo corpo che respira, il tuo cuore che batte, la tua bocca che si schiude mentre pensi di voler pronunciare parole, cose che mai dirai. La senti la pioggia che inizia a toccar terra? E’ un ticchettio ininterrotto con cui vivrei felice. Felice? Forse volevo dire qualcos’altro ma, come anche accade a te, penso cose che mai dirò.

Faccio un passo indietro, mi allontano dal vetro, sento freddo. Riesco ancora a vedere la tua immagine, ma sempre più sbiadita. Mi fermo, cerco di non batter ciglio, ma è inutile. Guardo i miei piedi immobili, sono ferma. Allora, mi chiedo, perché il tuo volto continua ad allontanarsi? Sempre più piccolo, sempre più lontano. Allungo le braccia, come ad afferrarlo, il vetro non mi permette di andare oltre, cerco di aprire la finestra, ma una corrente inaspettata mi scompiglia i capelli che m’impediscono la vista. Non vedo, non trovo più la maniglia, non più.

Mi ritrovo a terra, non so precisamente quanto tempo sia passato dal vetro dal tuo volto dal vento dai miei capelli. Schiudo gli occhi. Un divano, un abat-jour, un libro, mi sento stanca. And I got lost / In my own wilderness / And the greed of passion itself / In the need to feel anything but / Myself.

La prima volta che ho visto il tuo volto, un giorno d’inverno, un raggio di sole ti colpiva lontano, proiettava piccoli fiori sulle tue guance calde e tremavo instabile al tocco dei nostri occhi. Desidero a volte pensieri confusi e instabili, un’ostilità repentina, al ritorno costante e potente di pensieri tanto vividi. Non mi sono mai sentita così bene in una posizione tanto scomoda. La luce filtra attraverso le pagine del libro, mi accorgo così di un segno, due, tre. Una matita, pagine piegate. – Éluard, Paul: Nous ne sommes seuls qu’ensemble / Nous amours se contredisent. -

Ho poche certezze nella mia vita. Pochissime. Talmente poche che a tratti mi sembra non averne nemmeno una. O non averne mai avute. Poi invece mi rendo conto di una, che è unica, necessaria, fondamentale: il mio amore per te rimarrà / a torch in the dark to you name / burning with it’s flame.

Poesia Ininterrotta tu sei per me.

It’s all very quiet now / the curtain has gone down. Tutto ciò che di piccola meraviglia.

Valentina Loreto

Vance Joy – Dream Your Life Away

Data di Uscita: 05/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Your mess is was mine

Non penso a niente, la testa è vuota, sorseggio il caffè, a farmi compagnia è il sole del nord. Il vento sta cambiando, le prime piogge autunnali cominciano a essere invadenti e l’umidità che porta ancora l’odore dell’ultima estate terminata, penetra ogni dettaglio e pugnala la memoria come il più intenso degli abbracci a cui ti sei sottratto. Sottrarre lo sguardo per paura che la distanza sia insopportabile, guardo il cielo e apro l’ombrello, la previdenza non è mai troppa. Troppa la grazia, un vestito di crema, i grilli cantavano la stagione degli amori, per la prima volta ho ballato Georgia on my mind e non me ne pento. Pentirsi del tempo sprecato, è naturale, del aver avuto voglia di compiacere in ogni modo, cercando di garantire ogni particolare rassicurante. Rassicurami, aiutami a capire; nessun ricordo, nulla che mi renda triste. Triste, come trovarsi di fronte alla bottiglia ancora una volta vuota. Vuoto, ne parlavamo poco fa, ora non ho più niente da dire e questo, beh, semplicemente non è vivere. Vivo, e la certezza mi è data dai cambi di programma: scrivi la lista delle cose importanti – quelle che si dimenticano più facilmente – e riponila nel trash, non appena sarà pronta. Prontezza, si tratta solo di una fantasia che non mi appartiene, do uno sguardo al countdown spietato, ho bisogno di sapere quanto tempo manca. Mancanze, guardo gli occhi spalancati che anelano dubbio e non posso far altro che chinare il capo. Capitano, il plotone è in posizione pronto a sparare. Spari sulle strade secondarie che non mi piace percorrere, quelle strette, confuse, quelle per cui è bene tornare sui propri passi, molto spesso la soluzione sta nel cambiamento. Cambiare prospettiva è consigliato se le ombre sui muri cominciano a perdere il fuoco. Fuochi fatui chiamo gli spettri del mio stagno, destinati a spegnersi con l’incostante volontà altrui; non ho avuto altro che briciole del tuo trasporto e sto morendo di fame, ora. Ore di attesa ossessiva, se nascondo le mani dietro la schiena non ti stupire, non si tratta di un gioco di prestigio, non ne sono capace e tu sai che tutto quello che avrei voluto era la concessione di un considerevole abbandono. Abbandonati sul pavimento del salotto, parla piano e prendi quel che ti è dato, il freddo marmo sulla pelle stemperava gli ardori contraffatti. In questo caso non mi ripeterò, diresti che è banale, la mia forza è la tua assenza e la dissolvenza, talvolta, è la migliore delle scelte. Scegliamo sempre di pronunciare le parole sbagliate e l’ultima cosa da fare è tirare un calcio alla sedia, per poi scomparire.
When you think of love, do you think of pain?

Giulia Delli Santi

Aphex Twin – Syro

Data di Uscita: 22/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

A diciassette anni si hanno altre aspettative.

Il mio stereo è di piccole dimensioni ma produce un suono che mi piace, non sarà di alta fedeltà ma è quanto basta ad inondare di musica la mia camera, arrivando a incuriosire la figlia dei condomini del piano di sopra, diciassettenne anche lei, che quando mi vede sorride e chiede che genere di musica io ascolti. Una volta le dissi in modo saccente che si trattava di Aphex Twin, senza l’articolo determinativo plurale davanti, è uno solo dietro le macchine.
Drucks era appena uscito e feci un viaggio a Roma insieme ad un mio amico per acquistarlo; il posto dove sono cresciuto conta poco più di quarantamila abitanti per – a quei tempi – tre negozi di dischi dove trovare il pop e il rock. Mi piaceva il rock ma non lo sentivo attuale. “Intelligent Dance Music” la chiamavano sulla rivista musicale che davano in allegato il giovedì con un noto quotidiano nazionale, io la consideravo cibo per l’anima. Possedevo già molti dischi simili, probabilmente migliori dal punto di vista della visione complessiva sulla materia elettronica, eppure ascoltare quel disco appena uscito e non recuperato da un vecchio catalogo impolverato la rese un’esperienza indimenticabile. Una centrifuga impazzita di suoni sgraziati, battute secche, tocchi armonici, voci aliene e suoni di pianoforte, che io vivevo come al rallentatore, godendo di ogni singola variazione, scoprendo di ascolto in ascolto nuovi dettagli per costruire immagini mentali sempre diverse.

A trent’anni si hanno altre aspettative.

Dalle due casse da pavimento proviene un suono pulito ma corposo e l’amplificatore ha uno stadio a transistor ed uno a valvole; non posso alzare troppo il volume perché non vivo più nell’appartamento sotto alla mia amica curiosa.
Syro è appena uscito ed il mio giradischi è pronto ad accogliere il vinile nero che stringo tra le mani, attendo ancora un pochino perché voglio allungare questo momento il più possibile. Ho evitato di ascoltare il singolo apripista né ho letto alcun commento in merito a questo ritorno discografico dopo tredici anni di inattività o giù di lì. Poso la puntina sui solchi ed ecco la musica che tanto mi era mancata: multiforme, ricca di trame spezzate, di melodie appena accennate e di reiterazioni parossistiche, tornano addirittura le note di piano, che mi riportano con la memoria al mio piccolo stereo ed alle meraviglie di un tempo che fu. Torno ad immaginare il flusso sonoro che si compone e scompone mentre mi investe, canticchio armonie che magari durano solo pochi secondi ma che mi porto dietro per svariate tracce, con in faccia lo stesso ghigno dell’autore.

E’ un disco che poteva essere stato inciso molto tempo fa ma suona bene anche oggi. Viene attualizzato quanto basta un discorso senza tempo; non è qui che si devono cercare altre rivoluzioni, questi sono lidi per figli unici, un vorticare appassionante di musica per l’anima.

Maurizio Narciso

Tiny Ruins @ Blackmarket, Roma (18/09/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

Non m’importava del mondo fuori. Sentivo che, seduta su quella sedia, avrei potuto farcela, in ogni caso. Desideravo rimpicciolirmi per entrare nel freddo di quel bicchiere che stringevo tra le mani. Con la paura di perdere la percezione, aumentavo la stretta. C’ero. La conferma arrivava da lontano, filtrata dalle luci, arricchita dai movimenti, lenti, timidi, distratti.
(altro…)

Banks – Goddess (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 09/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Goddess

Il giorno in cui Jillian decise che dai suoi occhi non sarebbero più uscite gocce di frustrazione fu un giorno di lutto per le tante persone, uomini o donne, che erano annegate in quei due stagni gemelli, neri e cupi, seguendo la melodia della sirena che li possedeva. Ma fu anche un rapido momento in cui centinaia di pensieri, appartenenti a volti nuovi così come a persone la cui memoria era già stata sfiorata dal viso di Jillian, si concretizzarono in un grazie.
Rientrava in anticipo da una vacanza nell’Est Europa, rovinata per l’ennesima volta da quel bastardo irlandese dalla barba rossiccia. Era finalmente riuscita a vincere il senso di colpa che lui riusciva ad instillarle nello spirito ogniqualvolta lei minacciava di abbandonarlo, tirando in mezzo l’assenza di un padre e la presenza di un patrigno troppo vivace.
Mentre sedeva sui sedili posteriori del taxi si conficcava le unghie delle dita della mano destra sul dorso di quella sinistra, cercando la forza di non rispondere ai suoi messaggi nel dolore fisico. La sua tetra concentrazione venne rotta dal clacson e dagli insulti pronunciati in una lingua straniera, rivolti verso un uomo con un bastone bianco lungo e sottile che aveva provato ad attraversare la strada. Quando il taxista si fu sfogato il veicolo ripartì, mentre Jillian appoggiava una mano sul vetro e mormorava un impercettibile mi dispiace, al quale l’uomo rispose con un sorriso, mentre avvicinava la mano libera al petto.
Jillian era un’attrice, una giovane star del cinema. Il suo imperativo era lo studio, di personaggi e tradizioni. La sua parola chiave era la dedizione, con cui studiava le sceneggiature, nelle pause, nelle maiuscole, negli accenti. Tutto questo, unite a delle buone dosi di recitazione, le consentivano di immedesimarsi in qualsiasi personaggio le venisse offerto.
Abituata ad essere circondata da molte telecamere sul set, controllata in ogni gesto, in ogni respiro, quello che vide sul palco di un piccolo teatro locale la lasciò senza parole e con un grande senso di vuoto. Sedeva in prima fila, ma all’estrema destra, cosicchè il suo campo di vista sul palco a semicerchio era composto dalla sua metà sinistra. Un attore in particolare la colpì, un ragazzo moro, giovane, senza barba, suppergiù della sua età. Interpretava il ruolo di un polacco poco più che adolescente che sognava di elevarsi dallo stato sociale di garzone di macelleria. La sua mimica facciale e la sua interpretazione erano nel complesso gradevoli, ma i suoi occhi non brillavano e le sue frasi erano solo lettere scritte da qualcun altro. Quando una delle attrici cominciò a cantare una canzone e tutti gli altri attori diedero le spalle al pubblico, Jillian vide quello che aveva sempre cercato, ma non aveva mai avuto. Il giovane attore era girato e lei era l’unica a poter vedere la sua espressione di pura emozione di fronte alla musica della sua collega. Mentre gli altri attori, protetti dall’occhio del pubblico, riposavano i muscoli del volto o ripetevano le battute in silenzio, le mani del ragazzo tremavano, ed il suo volto veniva bagnato da una gioia naturale e viva. Era qualcosa di più della recitazione, era una condivisione nascosta, sincera, una traduzione di qualcosa di più intimo e profondo della sola memoria.
Terminata la corsa del taxi, si fermò per versare le poche banconote rimaste da quell’esperienza in terra straniera nel cappotto di due musicisti da marciapiede. Alzò la testa aspettandosi di incrociare lo sguardo del più anziano dei due, forse il padre, ma vide che entrambi tenevano gli occhi chiusi, e che il ringraziamento che si aspettava era trasportato nell’aria ed era rivolto a tutti, perché tutti, in un modo o nell’altro, stavano donando qualcosa a quella famiglia di cantastorie.
Fu con animo umile e riconoscente che Jillian si sedette sulla panchina di metallo di fianco a lei.
Chiuse gli occhi, per l’ultima volta.
Chiuse gli occhi, per non essere più circondata da telecamere severe e sguardi ingombranti, ma per vivere nell’aria che si sprigiona quando un sentimento sincero incontra una nota vibrata da una mano innamorata.

Filippo Righetto

Gidge – Autumn Bells

Data di Uscita: 23/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

………..

………..

tornavo ogni sera ad immergermi nel verde, quando la Luna sorrideva complice e niente di quel che mi rendeva me stesso, abitudini, manie, ricordi, poteva seguirmi. Lasciavo dietro alle mie spalle, nude, l’idea che gli altri si erano fatti di me, e girandomi davo un nome a quel simulacro pallido che tutti noi dobbiamo vestire per la maggior parte della nostra vita: timore. Di non essere all’altezza o di non rispettare i confini. Di avanzare nello spreco, di lasciare accese poche luci al nostro passaggio. Ed allo stesso modo in cui nella nostra vita al di fuori della natura dobbiamo vivere vincolati dai numeri e dalle circostanze, non possiamo spiegare ad un riccio cosa sia la povertà di contenuti, o ad un ago di pino che ci accarezza sull’avambraccio cosa sia il concetto di precedenza.
Entravo attraverso una porta rampicante dove le spine erano rivolte verso l’interno, aperta da una chiave che si materializzava nella mia mano ogni volta che riuscivo a dare un nome all’oggetto della mia ricerca. Capitava spesso che questo desiderio fosse semplicemente una domanda leggera e galleggiante che non entrava nel mio profondo, come una mano che sfiora la superficie di una fontana senza increspare l’acqua. Una richiesta non essenziale per continuare solo a vivere, come molti, ma indispensabile per respirare nel modo in cui lo intendono i poeti.
Trovavo la risposta all’interno di una mappa erbosa, dove gli alberi abbracciano la terra grazie a radici millenarie. Una regione senza nome, perché i confini e le demarcazioni sono inventati dagli uomini che hanno perso l’orientamento, che devono tracciare su un pezzo di carta la gloria delle loro gesta. Gli unici colori che le foreste si ricordano sono quelli del muschio, delle foglie che cadendo suonano come le campane d’autunno, mentre si dimenticano facilmente di quelli dietro quei simboli di divisione che sono le bandiere.
Ti ho riconosciuta in una notte di foschia, una delle più limpide che i miei occhi abbiano mai visto. I riflessi limacciosi delle pietre si diffondevano nella nebbia e sembrava che una tempesta di sabbia si fosse appena sollevata. Sei uscita dall’erba alta, nuda sotto una veste bianca, e ti sei immersa fino alle ginocchia nell’acqua del torrente. Dietro i capelli biondi la tua schiena aveva lo stesso rilievo della corteccia di un albero. Era un tratto mimetizzante con il quale ti confondevi in mezzo agli altri alberi, ed io mi resi conto di averti vista centinaia e migliaia di volte senza distinguerti.
I tuoi gesti erano quelli di una persona forte delle proprie convinzioni, ma quando ti guardai negli occhi vidi per un attimo la fragilità di chi si era fatto le mie stesse domande.
Mi bastò quel frammento di storia per capire che si può conoscere una persona anche senza sapere la via in cui abita, il suo secondo nome, o la prima parola con cui ha salutato questo mondo.

Filippo Righetto

Shxcxchcxsh – Linear S Decoded

Data di Uscita: 09/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Finora ero riuscito a tenermi lontano dalla tentazione di cedere, ma il richiamo era insistente; ogni volta che trovavo pubblicati nuovi codici misteriosi online, si fomentava la voglia di iscriversi e tentare, di giocare con la vita. Sbucati verosimilmente dalle tenebre, a dispetto di una scarna nota a margine del sito web indicante “Sweden”, questa coppia di diabolici incappucciati mi aveva incastrato da un paio d’anni nella rete delle scommesse con probabili non ritorni. Chi non ha mai sentito parlare di epiloghi cruenti a seguito di giochi pericolosi? Questi due si divertivano a gettare l’amo: tempo fa il messaggio era Rrrrgrrgrrr, poi fu Nmhnmhnmnmh e più di recente ancora VVVLLLLVVV. Conoscono bene i loro polli, eserciti di nerd alle prese con l’asocialità reale e con un bisogno di ergersi sugli altri, nerd disadattati come loro; una sorta di rivincita di un ego rimasto troppo tempo invischiato e ora furente, assetato di riscatto. Chi ha partecipato alle sfide precedenti ha avuto la sua breve occasione di popolarità, pagata a caro prezzo con una scomparsa improvvisa: questi giochi non perdonano, e i due – celati dietro sigle consonantiche tutt’altro che accessibili – sembrano divertirsi a spese della pelle altrui.
Stavolta sento che è diverso, stavolta posso riuscire a mettere a tacere la codardia che mi preclude geneticamente ogni nuova avventura. Anche Connor è d’accordo; mi ha svegliato di soprassalto nel cuore della notte, esattamente un minuto dopo che la nuova gara è stata postata online. La sua dipendenza dalla rete è diventata patologica, non riesce nemmeno più a dormire per la paura di perdersi qualcosa di essenziale. “Cristo Dan, devi buttarti! Diamine non mi far bestemmiare, non vedi? Finalmente parole di senso compiuto… La pazienza ci ha premiati, vedrai che Linear S Decoded ci farà entrare nella storia!” – urlava quasi indemoniato dall’altro capo del telefono. Con gli occhi ancora cisposi ho fatto il login e mi sono iscritto, che dio me la mandi buona.
La regola impone che ciascun partecipante non si incontri con gli altri, ciò accadrà solo al termine dell’ultimo livello, qualora ci sia qualcuno che lo completi. Mi trovo da solo, in un angolo di periferia raggiunto grazie alle coordinate gps ricevute dai due via sms. C’è un’enorme bolla semitrasparente in materiale plastico dal cui interno arrivano fumi densi e musica ambient dal sapore malaugurante; il tutto si fonde con la nebbia che nottetempo è calata su questo scenario desolato. Entering the S-Cloud. A quanto pare non resta che entrare. Lo spazio appare ridotto, poi si amplifica di scala di un numero imprecisato di volte; il fumo si dissolve all’istante, cacciato via dalle frustate impietose di una techno industriale. La prova consiste nell’attraversare quell’enorme ambiente nel buio totale; l’orientamento risulta già di per sé difficoltoso, l’onda d’urto dei bassi mi sospinge come un fuscello esile da un muro all’altro, la testa gira. Drain This Lord. Nessun concorrente conosce il numero complessivo dei livelli di gioco a priori, per non avere aspettative né poter escogitare tattiche calcolate circa il dispendio energetico. Tengo le mani avanti e il tatto mi suggerisce pareti umide, trasudanti, a tratti talmente ruvide da avere il timore di scrostarsi le dita; l’acqua sembra scorrere da pertugi segreti, note sinistre risuonano in quei luoghi diventati di colpo angusti, una voce filtrata recita formule magiche da far accapponare la pelle. The Roots. Tra eterni ritorni techno si approda in una stanza vuota approssimativamente quadrata, fori lungo tutte le pareti da cui a intermittenza partono raggi laser affilatissimi; la progressione assume una ritmica da mandare in cortocircuito anche la psiche più salda, il segreto sta nell’estrema concentrazione a schivare quei sottili fasci di luce fredda, finché pian piano non scompaiono assieme ad una delle quattro pareti. Helical Dialog, si passa al livello successivo. Parentesi di attesa in una pseudo camera oscura dalle dimensioni ridicole, delle casse sul soffitto trasmettono melodie vagamente dubstep intrise di malinconia, ogni angolo è tappezzato di immagini inerenti la mia vita, e io sono costretto a guardare perché non vi è millimetro quadro che non parli di me. Sono bravo ad affrontare il peso dei ricordi? Come me la cavo, fluttuante nella nostalgia? The Under Shore. Accettare di dover scegliere una fotografia e raccontare ad alta voce l’episodio correlato mi fa vincere l’ingresso alle prove seguenti, e all’improvviso il soffitto diviene parzialmente bucato. Scopro un sole alto, il tempo appariva cristallizzato e invece è normalmente fluito; tuttavia il bagliore entra filtrato da grate metalliche, il fango a terra si essicca a tratti, dove ancora la luce non arriva resta la melma. I miei passi risuonano al pari di un break-beat dai toni del grigio, tra asciutto e bagnato; un vago rumore di ferraglia si insinua in un angolo imprecisato e si appropinqua al pari di una minaccia. Mani invisibili mi bloccano le caviglie, la presa di trasforma in catene vere e proprie, da trascinare a fatica tra vortici elettronici in dissolvenza. A Sunny Day In Ostrogothia/Rudimental Retreat. Di nuovo silenzio, fino alla galleria del vento in chiave techno; ritmiche che non danno tregua, claustrofobia e sferzate insistenti, snervanti, con l’acqua che riprende a sgorgare. Eppure una volta i rave erano divertenti. (Se non muoio di infarto adesso, non lo farò più.) This Hmming Raverie. Una fortunata congiunzione astrale fa resistere le mie coronarie in tempo, e la musica si è placata nel momento in cui mi devo immergere fino al collo in una specie di laghetto sotterraneo: sono in una grotta. Ho gli occhi devastati da una stanchezza bellica, tuttavia mi sembra di scorgere sulla riva opposta i due tizi incappucciati, in un’attesa immota. Sono arrivato in fondo, sono arrivato vivo. L’ultimo sforzo per agguantare la massa liquida con delle bracciate mosse dalla disperazione, il traguardo è a portata di mano. Neon grattano sulle pareti, come a rinfrescarmi la memoria circa le sofferenze patite in questo gioco demoniaco; però la grotta si apre in fondo, in una palette di bagliori che mi spingono a coprire la vista con il braccio.
Sono arrivato in fondo, sono arrivato vivo, e sono l’unico.
Monolithic Conclusion.

Federica Giaccani

Blonde Redhead – Barragán

Data di Uscita: 02/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Duemilaquattordici.
Spazi sonori.
Silenzio. Un sussurro flebile. Lo senti suonare quel flauto tra le foglie, i profumi e la fine d’estate? Capitolo primo. L’ingresso in una stanza, in un luogo, in uno spazio. Cercare di capirne e carpirne l’essenza, la storia, la geometria. Da lontano si può vedere di sfuggita il profilo di una donna dai lineamenti giapponesi. Subito si gira, si nasconde sotto a un cappello bianco a tesa larga. Non si nascondono i lunghi capelli neri. Non si nasconde il suo sguardo magnetico. Sta esplorando i dintorni. Accarezza i muri, cammina a piedi nudi. Un uomo si avvicina e dice “Viene dal Giappone. Stiamo scrivendo una canzone. Parla di luoghi lontani da qui, e di ricordi. Parla di una passeggiata sotto il sole in un pomeriggio, parla di architettura, parla del Messico”.
Lady M? La prima canzone dopo l’introduzione e l’apertura del sipario. Le luci ancora soffuse e penombra in sala. Ancora qualche sguardo, c’è chi toglie la giacca, chi si aggiusta la camicia, i ragazzi si arruffano i capelli, le ragazze se li legano in un chignon. When you dance you dance.
Il momento principale. E’ l’uomo di prima che canta accompagnandosi con synth e tastiere. E’ un affresco cittadino, metropolitano. E’ la città più luminosa del mondo. E’ New York. E’ Milano in maschera che cerca di raggiungerla. Contemporaneo. Un calice di vino bianco nella mano destra, i display degli smartphone tra le vetrine e i flash delle macchine fotografiche, giacche di pelle, tinte di capelli, Annie Clark, rossetti scoloriti sui mozziconi di sigaretta caduti a terra, fisionomie italiane, fisionomie orientali, parole inglesi storpiate, biciclette cittadine, cornici di quadri, fashion show,giardini verticali, grattacieli che cambiano volto e fanno bella una città. E’ tutto questo e tanto altro in una canzone. In your eyes and in your mind I see change. You were right girl, you were art. You’re dripping, you’re superb, you’re so thin. La capacità di poter capire le evoluzoni e di saperle abitare. I saw you dripping sunlight, I saw you dripping moonlight. Fino all’infinito.
Abitare uno spazio. Ora si tratta di mura domestiche. Divano e tende accarezzate dai raggi del sole. Tre canzoni che ci permettono di appropriarci di un’atmosfera e di rallentare il ritmo. Dissolverlo cercando di placare ogni tensione. Sdraiarsi guardando fuori dalla finestra aperta respirando aria buona. Il gatto che guarda le piante e la strada. Abbracciarsi con una persona che si vorrebbe amare ogni giorno ancora di più. Poi bisogna ricominciare di nuovo.
Lascia che siano una chitarra e una batteria a portarti. Da quegli spazi ovattati e interni agli spostamenti all’esterno, con tutto il carico di sentimenti e sensazioni che si rincorrono. Fermare il tempo durante un’esecuzione travolgente durante un concerto. Mind to be had. Amore che va. Defeatist Anthem. Amore che viene. You and I are together like waves.
Non c’è una canzone fuori posto. Ogni canzone è completamente a proprio agio con il presente, riesce a guardare avanti senza caricarsi dell’obbligo di dire a tutti i costi qualcosa di nuovo e questo è tutto merito delle capacità e dell’intelligenza del gruppo. E’ un disco che può ricordare per struttura e per dinamiche tra pieni e vuoti quello delle Warpaint di gennaio, al punto che sarebbe bello sentire i due gruppi scambiasi alcuni pezzi. E’ un disco che deve molto al formato disco in sé, ha soprattutto senso nella sua interezza. Ora tocca a Penultimo. Pezzo gemello di Dripping per intensità e capacità di essere accattivante. Si conclude con una sognante Seven Two. Il dissolversi delle ultime note lascia un silenzio totale. Ci si ritrova quasi dispersi, non si sa da che parte guardare. Silenzio, di nuovo. Come all’inizio. La stanza è di nuovo deserta.

Filippo Redaelli

William Basinski – The Disintegration Loops

Data di Uscita: 2002

Un breve ascolto, durante la lettura

Un’opera artistica quando si interseca con la storia acquista un altro peso, diventa memorabile e quindi degna di essere ricordata. Ovviamente non succede in tutte le occasioni, eppure in molti casi la sensibilità di un gran numero di persone viene smossa proprio perché il ricordo e certi eventi non si possono proprio dimenticare totalmente. (altro…)

Electric Wizard – Time to Die

Data di Uscita: 29/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Il piano delle fosse è silenzioso, eccezion fatta per il fruscio d’un vento caldo che zigrina fra le pietre che segnano i distesi, là, sei passi sotto chi ancora deambula. L’ultimo trasloco, signori, scaduto il vitto trentennale nel proverbiale cappotto di legno si passa al loculo più piccolo, l’urna per le spoglie che ormai sono resti, e che tempo fa furono il defunto. Gli stadi della decomposizione elencati con più garbo, prima ancora c’è l’ospite d’ospizio, all’ultimo c’è quel tuo zio lontano che non ricordo più come si chiamava. Al Comune hanno detto che non c’è più disponibilità, l’edilizia ha posto un veto e altri loculi in città non s’hanno da fare, quindi bisogna liberare gli alloggi più spaziosi. C’è gente con carne oltre che ossa fra i freschi andati, l’esigenza al coperchio spinge loro nella fossa e voi fuori, ora che occupate quanto meno meno spazio. L’alternativa sarebbe stata imporre ai cittadini di non morire. L’avrebbero fatta sembrare una cosa ad hoc per la popolazione: Abbiamo di fatto reso illegale la prima causa di decesso della civiltà, la morte! Salvo scontrarsi con l’inevitabile, la morte trascende le convenzioni dei vivi. Famiglie più prestigiose hanno mantenuto la loro locazione per i vetusti ricchi, sia chiaro, sborsando bei soldi, facendo della Livella del Principe De Curtis una storiella che il volgo racconta amaramente, sincerato del vero dalla modernità: un diavolo è sempre meglio di un povero diavolo. Prendetela con filosofia, signori miei, questo luogo è un feticcio per i vivi e nulla più, non ha alcuna utilità sociale se non quella di monumentizzare quello che non dovrebbe: le epoche che si avvicendano. Il posto fisso in questo club è eliteria e nulla più, l’etere vi ricorderà meglio di un marmo imbruttito dai vandali o dall’incuria dei cari. Social Network ricchi di frasi di circostanza al posto di fiori e lumini. Ogni due Novembre un giro di cordogli, ogni compleanno, ogni trigesimo, in tutte quelle date in cui siete stati speciali. A cosa serve dunque il simbolo? Datevi alla polvere, alla dimenticanza, alla resa dopo l’ultima resa.

Alfonso Errico

alt-J – This Is All Yours

Data di Uscita: 22/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per capire quanto sia tutto schifosamente vano basta non essere una scimmia, ma la cosa non è molto comune in realtà. La musica si riconduce sempre di più a quella prima scintilla di ritmo tribale che le ha dato l’innesto. È una ragazzina un po’ stupida che si è spogliata del corpo di donna meravigliosa che indossava come una pesante pelliccia; una lentigginosa scimmietta che pensa solo a ballare. E così sia.
Io me ne sono andato per onestà, perché quando la misantropia cavalca l’anima infuriata con tanta maestria bisogna soltanto inchinarsi ad essa ed aprire gli emisferi del cervello per crearle un comodo scranno. Vaffanculo, l’ho detto, io che praticavo “l’ascesi della parola”, la gentilezza, vi mando tutti sonoramente a fare in culo.
Ero un musicista abbastanza serio, cresciuto in un mondo in cui contava ancora qualcosa la musica seria, in cui qualcuno sapeva ancora cosa fossero l’armonia e la melodia, dove si giocava con la tonalità come due cantori provenzali potessero giocare con le parole qualche secolo fa, si poteva parlare di intervalli di quarta diminuita senza essere accusati di pedanteria. Ho ceduto alla rabbia, i miei nervi si sono circonfusi di ira con la costante coscienza di quanto fosse vano portare avanti con tutta quella convinzione l’arte che credevo ancora fosse sacra. I miei amici puntavano il dito contro la mia arbitrarietà, mi giudicavano, irridevano uno che, pur festeggiando sempre, non si è mai fatto trascinare nello squallore da una festa di imbecilli e da qualche bicchiere di sangria. Ho lasciato tutti, ho dato al fuoco quel poco di amore che mi rimaneva e mi sono ritirato in una collina mite.
Dopo che hanno sciolto la nostra storica orchestra ho comprato per quattro soldi una casa di pietra in un luogo dove costa tutto poco e l’aria è ancora decente. Non ho contatto con molte persone, solo con qualche uomo in cui ravviso una minima curiosità per la vita.
Io che sembro prendermi così sul serio in realtà non lo faccio e riesco ad ascoltare la vostra musica, ma voi non riuscite a non deridere la mia –non solo non l’ascoltate-. In realtà il mio ritiro non è altro che lo scacco matto del senso dell’humour che aveva pervaso qualsiasi aspetto della mia vita, dato che non riuscivo a parlare con qualcuno per più di un minuto senza mettermi a ridere come un pazzo.
Ora sono scollegato, vivo in una specie di distacco mistico che non vi interessa e di cui quindi non vi parlerò. Non so nemmeno perché vi sto scrivendo ora, forse per togliervi dall’ansia di sapermi suicida in qualche burrone: sono vivo, solo e quasi felice –mi fa ridere la parola “felice”, spero che la leggiate senza darle troppo peso-.
I pochi pastori e artigiani che entrano a casa mia si stupiscono del pianoforte a coda e della grossa biblioteca che occupa tutti e quattro i lati dell’ampio salone: glie lo spiego sempre che nonostante abbia letto tutti quei libri io rimanga sempre un coglione, ma loro sono diffidenti.
Alla fine continuerete a giudicarmi, a spendere e intrecciare quelle quattro categorie mentali per etichettare un mondo di cui nessuno ha capito niente.
Il venerdì pratico il silenzio: se proprio dovessi mancare a qualcuno di voi, questo patetico qualcuno può venirmi a trovare in quel giorno e gli mostrerò in silenzio la fresca e felice disperazione dell’autunno che si sporge verso l’inverno guardando già la primavera.

Marco Di Memmo

SBTRKT – Wonder Where We Land (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 22/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Il nostro respiro è quello del metrò che parte e si ferma in ogni stazione.

Signore che si sistemano l’acconciatura e tengono stretti i propri bagagli quando il soffio caldo e ferroso viene trasportato dal vagone in arrivo. Signori che chiudono il giornale solo per un attimo prima, per non rischiare di stropicciarlo. Ragazzi che con i piedi sulla linea gialla si fanno spallucce e gonfiano i loro petti tagliando l’aria che li investe.

I nostri vasi sanguigni sono i binari marroni che dalle stazioni dei treni raggiungono ogni dove.

Il sangue palpitante corre lungo i ferri, rallenta solo in prossimità degli scambi rugginosi e prosegue spedito nelle vene e nelle arterie delle città. Viene schiacciato da vagoni merci e da treni di persone che volgono verso l’orizzonte il proprio sguardo, le proprie paure e le proprie gioie, che si spogliano come si fa davanti al mare infinito.

Le nostre sinapsi sono i cavi dell’alta tensione che si stagliano nel cielo.

Energie che sfrecciano sulla corda, superano con un balzo i tralicci ed accelerando generano confusione e stordimento in chi le osserva. Sogni liquidi che non vengono essiccati dal sole. Memorie comuni che sono il patrimonio congenito di una fetta d’umanità che non ha mai tregua, mai un momento di stasi, sono velocità e passione.

Il nostro pianto bagna l’asfalto arido delle grandi metropoli.

Le strade crepitanti al sole diventano lucide e rispecchiano tutto ciò che accade sulla superficie, ma è un riflesso nero, che rivela la verità. Le apparenze scolorano, rimane la crudezza dei contorni, non c’è spazio per le sfumature. E’ una nuova realtà, senza mostri e senza trucchi, solo densa d’umanità, dove le anime danzano nude.

I nostri sogni sono le nubi di smog che investono ignari passanti.

Sono materializzazioni appena visibili di desideri dei quali si sono persi i particolari. Possono essere verdi, rossi oppure bianchi candidi come la prima neve d’inverno. Si confondono tra loro, sono istinti d’umanità che si fanno largo nel cielo, giocando con i raggi solari. Delle volte vengono ispirati da persone qualunque, che li cacciano indietro con forti starnuti.

Ci chiamano barboni ma siamo vagabondi dell’anima, siamo le città nelle quali perduriamo.

Maurizio Narciso

Esben and the Witch – A New Nature

Data di Uscita: 09/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

I rumori della foresta le si insinuavano sotto la pelle. Nelle ossa. Tra i tessuti. Facendola rabbrividire. Si mescolavano ad un’accozzaglia di sentimenti confusi e contrastanti. Memorie vivide. Escrescenze malcelate di passato prossimo e remoto. Rabbrividì di nuovo. La testa si alzò istintivamente verso il cielo. Tra le fronde più alte. Là dove una brezza costante sfila senza lasciare traccia alcuna. Se non il fremito sussurrato delle foglie che si sfiorano. Là. Uno spicchio splendente di luce non propria. Se solo ci fosse stata la luna piena. Interruppe i pensieri. Di se non ci si nutre. Altrimenti si muore di fame nell’attesa di assaggiare illusioni. Poggiò la vanga sul bordo della buca. Profonda da arrivarle poco sopra le ginocchia. Abbastanza. Ci si distese dentro. Chiuse gli occhi. Ed espirò. Abbastanza. Sì. Era abbastanza. Se lo ripeteva mentalmente. Convicendosi che era stata la cosa giusta. Convincendosi che era stato inevitabile. Era stata la cosa giusta. Inevitabile. La cosa giusta. Giusta. Dici?
Si ridestò di soprassalto ed uscì dalla terra che lei stessa aveva aperto. Buttò qualche legno nel fuoco che andava estinguendosi. Cercò tra le fiamme un tepore che le parve lontano. Funereo. Estraneo. Soffiò sulle braci sollevando un turbinio di scintille. Di tutta risposta pochi metri più in là lucciole vaganti rischiaravano un corpo immobile. Supino. Tra le felci. Tra felci e lucciole. Aveva gli occhi ancora aperti. Il fuoco tornò a morire lentamente. Decise di lasciarlo andare. Mentre lacrime contenute le risalivano i ricordi. Le risalivano i pensieri. Le assalivano l’anima. Aveva gli occhi ancora aperti. Non ne poteva distinguere il colore. Ma lo sapeva che erano azzurri. Come l’acqua di sorgente. Freddi. Come il sole invernale. Come il sole invernale che splendeva quel giorno in cui persi nel bosco cercavano disperatamente di ritrovare la via di casa. Non un pasto caldo. No. Quello no. Si faceva la fame. Ma un tetto. Un padre che voleva loro bene. Ne erano convinti. Lei ne era convinta. Una bambina convinta dell’esistenza delle fate. E in quel girovagare lui le aveva preso la mano. E in quella stretta lei si era sentita sicura. Non avrebbero ritrovato la via di casa. No. Quella no. Ma finché sarebbero rimasti assieme tutto sarebbe andato per il meglio. In qualche modo sarebbero sopravvissuti. Sarebbero diventati più forti. Poi calò la notte. Non trovarono un comodo giaciglio. No. Quello no. Ma un riparo tra le radici di un grande albero. Si ranicchiò tra le sue braccia. E potè sentire i battiti del suo cuore. Leggiadri. I muscoli tesi nel gelo. Il respiro che condensava per perdersi poi nella bruma. La mano che le carezzava i capelli. A rassicurarla. Un sussurro tra i sussurri di una natura che faceva il suo corso anche in assenza del sole. Incurante della loro inusuale presenza in quel luogo. Si addormentarono così. Stretti. Si aggrappavano all’unica cosa loro rimasta. L’uno per l’altra. E il risveglio fu dolce oltremodo. Il risveglio fu profumato. E ripresero il cammino verso un dove sconosciuto. Per ritrovarsi in un quando sconosciuto alla soglia di una casa solitaria. Una donna dai lineamenti dolci aprì la porta. Senza età. Occhi penetranti. Sorriso languido. Gentile di modi. Offrì loro cibo. Acqua. Un letto.
Un ululato la fece tornare al presente. Il fuoco ridotto a sparuti tizzoni non era più fonte di luce. Ma ancora impregnata dal nero di quei ricordi le sembrava che quella misera fetta di luna rischiarasse la tenebra quanto una lanterna. Si alzò risoluta. Prese il corpo senza più un’anima per le caviglie e lo trascinò dentro la buca che aveva scavato. E si ritrovò a piangere. Come non aveva ancora fatto fino a quel momento. Ma era stata la cosa giusta da fare. La cosa giusta da fare. La cosa giusta. Giusta. Non aveva pianto neanche quando lui le aveva detto che la odiava. Eppure lei lo aveva fatto per salvarlo. L’aveva fatto per lui. Come aveva fatto a non rendersene conto? Sì certo. La signora era gentile con loro. Era gentile sì. Ma era viscida. Lei l’aveva notato come lo guardava. Era affamata. Lei l’aveva notato che per lui aveva attenzioni particolari. Era famelica. Come aveva fatto lui a non accorgersene? Come aveva fatto quando gli aveva proposto di andare a dormire nel suo letto? Il suo letto era più grande. Sarebbero stati tutti più larghi. Disse. Ma intanto lo accarezzava. Tastava la sua carne. Infilava le mani tra i suoi vestiti. Mordeva il suo collo. Le sue spalle. Graffiava la sua schiena. Gli si avvinghiava addosso. Lei li aveva visti una notte. Invidia. Rabbia. Frustrazione. Desiderio. Desiderio che lui dormisse ancora assieme a lei. Desiderio che ancora l’abbracciasse. Desiderio che ancora le accarezzasse i capelli. Desiderio di quella fredda notte nel bosco. Che importava se fossero stati più stretti? L’unica cosa a cui potevano aggrapparsi. Il corpo dell’uno per l’altra. Ma non pianse neanche allora. Poi. Una mattina la donna le ordinò di accendere il forno. Per il pane. Disse. Ma mentiva. Lo sapeva che mentiva. Era una bugiarda. Mentiva. Strega.
Si appoggiò sulla vanga. Esausta. Aveva pianto tutte le lacrime che inspiegabilmente non si erano ancora affacciate al mondo fino a quel momento. Ed attorno tutto taceva. Taceva il misfatto ormai inghiottito da un sottobosco adorno di rugiada. Solo il suo affanno a smuovere il silenzio nell’aria ora immobile. Si lasciò cadere e riprese involontariamente a ricordare quegli attimi. Il fuoco all’interno del forno ardeva con vigore. La attirò lì con la scusa di non riuscire più ad aprirlo. E quando la donna spalancò lo sportello con facilità non ebbe nemmeno il tempo di chiedersi. Ma che diavolo? Che con un calcio l’aveva scaraventata dentro. Sigillando un finale che si confaceva alla perfezione a quel personaggio che ora urlava di un dolore impossibile da immaginare. Quando lui arrivò attirato da quei lamenti disumani lei gli sorrise. Per la prima volta dopo tanto tempo. Gli sorrise di nuovo. Lo amava. E lo aveva salvato. Lo aveva salvato. Lo aveva salvato? Da chi? Da cosa? Come faceva a non rendersene conto? Quella donna lo voleva mangiare. Era una strega. Una strega? Una strega. Mangiare? Sì. Mangiare. Stupida bambina. Stupida. Ancora credi alle fiabe. Come credi sinceramente all’affetto di nostro padre. Tutto in quel momento parve frantumarsi. L’aria. La giovinezza. La terra sotto ai suoi piedi. Cadeva. Si avvicinò lui per abbracciarlo. Lui la respinse. A cosa si sarebbe aggrappata ora? Stupida bambina. Stupida. Che cosa hai fatto? Ti odio.
Quelle parole le rimbombarono nuovamente nella testa. In quel presente nuovo ed inesplorato. Rimbombarono più forti e potenti delle grida strazianti della megera. Si ritrovò ancora a piangere con la testa tra le mani. Il volto nero di terra. E rabbia. Gli aveva fatto un incantesimo. Lo aveva stregato. Non sarebbe stato più lo stesso. Chi l’avrebbe abbracciata ora? Chi avrebbe scaldato il suo giovane corpo? Chi le avrebbe accarezzato i capelli? Era sotto l’effetto di una fattura. Non poteva permettere che continuasse a vivere maledetto. Aveva dovuto farlo. Era la cosa giusta da fare. Prendere in mano il rampino. Era la cosa giusta. Brandirlo con entrambe le mani. Conato di vomito. La cosa giusta da fare. Colpirlo forte. Una. La cosa giusta. Due. Inevitabile. Tre volte. La cosa giusta da fare. Per liberarlo. Greta si lasciò cadere distesa per terra. Sopra il muschio umido. Tra le felci. Tra le lucciole. E la vide. Tra le fronde più alte. Là. Uno spicchio splendente di luce non propria. Se solo ci fosse stata la luna piena. Se ci fosse stata la luna piena. Il candore della sua pelle avrebbe riflesso un sorriso senza indulgenza che non sapeva di avere.

Pietro Liuzzo Scorpo

Foxes in Fiction – Ontario Gothic

Data di Uscita: 23/09/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

“Spring / Fall / I’ve lost it all”
Ogni anno Warren torna ai suoi laghi canadesi per immergersi nella natura circostante, le passeggiate nei boschi diventano un riappropriarsi di qualcosa che gli è stato tolto senza chiedere. La morte, l’abbandono definitivo dei propri cari e lo stress conseguente rimangono indelebili nelle foglie marroni stropicciate al suolo per il passaggio dei tanti scarponi. Se ne è andato a Brooklyn per riempire dei vuoti, impegnandosi a fondo nel proprio lavoro. Un tempo ogni momento libero era un supplizio rafforzato da mille pensieri fissi, sempre quelli. La necessità di elaborare il lutto era troppo pressante per resistere in quei luoghi che tanto gli avevano levato.
E il viaggio si è rivelato utile sotto tutti i punti di vista spazzando naturalmente via il pessimismo, mutato in una riflessione a 360° sulla possibilità di reagire pensando agli eventi in maniera meno distruttiva. E se la malinconia ritorna in primo piano sono stati sviluppati gli anticorpi per accoglierla senza farsi abbattere. I fantasmi del passato possono anche riemergere, nascondendosi tra i boschi, senza più bloccare il cammino di Warren ormai in grado di proseguire senza più fermarsi in continuazione.
La vita a Brooklyn, con l’immersione nei propri piaceri/doveri, è divenuta la cura anche grazie ad un ambiente famigliare costruito attorno a sé. Aprirsi e permettere un rapporto così stretto è stata la più grande conquista e il lavorare a pochi metri da chi condivide le tue sensazioni si è rivelato vitale e fecondo. I concerti, le cassettine, le spedizioni, le presentazioni e le discussioni sul divano o via skype hanno garantito una routine solidale con i propri dolori.
A questo si deve unire il talento e la volontà di perseguire il proprio obiettivo fino in fondo. Tutto ciò apre le porte ad un vero gruppo di lavoro che riscuotendo un discreto successo garantisce la nascita di un movimento tutt’intorno. Anche se i numeri non sono esagerati si riuscirà sempre a riempire un piccolo teatro, una cameretta o un giardino. Le persone ricevono qualcosa e come nella miglior tradizione americana rispondono contraccambiando il dono.
Le affinità si rafforzano e anche chi sta intorno, quando prima o poi dovrà elaborare la scomparsa di una persona cara, sviluppa nuove capacità di resistenza grazie all’affetto vero.
Il ritorno nel bosco quest’anno è stato accompagnato da una piccola cassetta dalla copertina santa: dal portafoglio spuntano immagini sacre tenute ferme da mani femminili.
Sopra c’è scritto Ontario Gothic e ascoltandone il contenuto si capisce che è un grande dono, il miglior modo di iniziare l’autunno.
La melodia pop avvolge tutto il lavoro e il dilatarsi delle chitarre culla l’ascoltatore. Una sensibilità ambient accarezza la pelle in un relax consapevole dove stacchi la spina rimanendo comunque legato a pensieri sempre più nitidi. “Describing the fear, remember how it felt?
Le stagioni cambiano e una voce vicina ci porta in questo viaggio, creando un bozzetto di classico dream pop, così dovrebbero dire gli esperti. Into The Fields. Ci sono ricordi d’infanzia ed una voce femminile che cavalca una progressione elettronica e dolcemente distorta. Glow (v079)
Poi si potrebbe continuare a raccontare le ultime tracce, si potrebbe ma è meglio chiuderla qui. Shadow’s Song, Ontario Gothic, Amanda e Altars arricchiscono con semplicità una perfetta trasposizione emotiva in musica. Le sensazioni dell’artista messe così a nudo sono davvero il miglior modo di iniziare l’autunno.

Alessandro Ferri