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Jenny Hval & Susanna – Meshes of Voice

Data di Uscita: 19/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

I woke and found outside my door
A black lake rippling against the hand
Its tongues lick the flesh from my bones
And replace skin with waves

C’era una leggenda del popolo indiano della tribù degli Atikamekw che parlava di un lago nero dove i morti venivano lasciati per il loro ultimo viaggio. I corpi, nudi, venivano avvolti nella coperta rituale che la moglie, la madre, la sorella, avevano dovuto tessere nei giorni successivi alla sua morte. Era un modo per tenere impegnate le donne, ritenute più vulnerabili, in quei momenti di difficoltà, e anche per poter circondare il loro marito, figlio, fratello, con un ultimo e caldo abbraccio, prima che il suo corpo scomparisse per sempre dal mondo. Il giorno della cerimonia funebre erano gli uomini, alle prime luci dell’alba, a portare la salma sulle rive del lago. Si dice che in quelle situazioni l’acqua nera diventasse densa e viscosa per impedire al corpo di affondare e per regalare, a chiunque fosse rimasto sulla terra ferma, un momento in più per parlare con chi stava partendo. C’erano i ragazzi che, urlando a gran voce consigli ironici e vivaci, facevano ridere tutta la tribù. Le ragazze, che raccontavano storie dell’infanzia passata insieme. Per ultimi venivano i familiari più stretti che lo salutavano amorevolmente mentre il resto dei presenti intonava un’ultima canzone. Una volta in prossimità del centro del lago il corpo cominciava a seguire una traiettoria circolare, con delle circonferenze via via sempre più strette, per poi scomparire per sempre. Quella sera tutta la tribù avrebbe mangiato i pesci pescati dal lago quello stesso giorno, per chiudere il cerchio attorno a quell’acqua gentile che quel giorno aveva preso un loro amico, ma che aveva dato la vita a tutte quelle persone che, almeno una volta, avevano condiviso assieme un sorriso.

The black lake took
and the black lake gave

I due bambini gli raccontavano questa storia mentre avvolgevano il corpo dell’uccellino in un pezzo di stoffa color ocra, sul quale avevano disegnato con del gesso il volatile stilizzato mentre volava felice in mezzo alle nuvole. Lui li guardava con affetto, sapendo che la loro madre si sarebbe svegliata quella mattina con una gonna un po’ più corta, così come era successo il mese prima con lo scoiattolo, e quello prima ancora. Avrebbe fatto il giro del lago quel pomeriggio fino ad arrivare alla riva ad Est dove le correnti trasportavano qualsiasi cosa, che rimaneva poi intrappolata in una diga naturale che si era formata negli ultimi anni, per seppellire quel piccolo animale nel bosco. Nel suo cuore sapeva che non li stava imbrogliando, perché anche il gioco di magia più elaborato, o il miracolo, nascono da un desiderio umano e nascondono una richiesta esaudita da una mano caritatevole.
Quei due bimbi facevano parte di una delle ultime famiglie della riserva di Coucoucache, una realtà che stava scomparendo molto in fretta. La sua vita, così come quella degli indiani, girava intorno a quel lago nero. Era arrivato lì da pochi anni e per sopravvivere durante la primavera e l’estate si era reinventato instruttore di canoa. I turisti erano pochi e preferivano i grandi laghi della regione, dall’acqua turchese e corposa, facilmente raggiungibili. A lui questo non importava, perché chiunque raggiungesse il lago nero lo faceva sempre per un motivo e mai per caso.
Il suo periodo preferito era l’inverno, quando il lago ghiacciava e lui viveva di sola pesca. In quella stagione il freddo era intenso e mordeva la carne ed era esattamente quel che lui cercava: un luogo dove poter dare la colpa a qualcun’altro per le lacrime che scendevano dal suo viso.
Ogni sera tornava al suo piccolo rifugio, che aveva costruito con le sue mani. Per arrivarci bisognava superare una ripida salita su un terreno dissestato, pieno di aghi di pino e di radici, ma, nonostante la stanchezza della dura giornata, quando guardava verso il basso e vedeva quella conca, il suo cuore si riempiva. Lei era bella come la finestra della mansarda che faceva capolino dal tetto. Da quell’apertura usciva sempre la luce delle braci, anche se il fuoco del camino si era spento da molte ore. Rimaneva in piedi con la mano appoggiata sul tronco di un albero, ed il suo viso, segnato dal vento gelido, si distendeva in un sorriso che allontanava gli anni e le fatiche… allo stesso modo in cui lei gli prendeva la testa tra le mani e la inclinava da un lato e poi dall’altro, come per far uscire cattivi pensieri e abitudini stagnanti.
Guardava quella finestra, a volte anche per ore, sognando ad occhi aperti e riducendo il tempo a verità essenziale.
Sotto quel calore fioco, unica scintilla necessaria ad un cuore solitario per raggiungere la sua casa.

Filippo Righetto

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