monthlymusic.it

Ty Segall – Manipulator

Data di Uscita: 26/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Wonderendezvous. Wonderoundabout.

La stanza bianca. Immacolata. Come la coscienza di una vergine che percorre la navata. Pulita e asettica. La navata o la vergine? Come se avesse una qualche importanza. La stanza bianca. Un odore misto di vuoto e disinfettante. Di nulla e detergente per vetri. Di assenze sporadiche e cloro. Come una piscina all’aperto. Nello spazio intergalattico. Questo prima dell’orario di apertura. Poi entrarono tutti. Ad uno ad uno. In maniera apparentemente casuale. In maniera apparentemente banale. In maniera apparentemente animale.

Valzer. In senso antiorario. Contro il tempo. Contrattempo. Controtempo.

Sentiva che qualcosa sarebbe cresciuto. Lanciò un’occhiata fugace a quelle due mammelle enormi. Alla sua destra. Sarebbe cresciuto? No. I capelli bianchi. Le rughe. E le medicine per il cuore. Ma quelle due mammelle su quel corpo segnato dal tempo e da almeno un paio di gravidanze gli facevano scattare dentro qualcosa. Voleva affondarci la testa. Come fosse un lattante. Si chiese se ci sarebbe potuto affogare dentro.
Sopra le due mammelle. Un collo flaccido. Che sorreggeva un viso che aveva fatto il suo tempo. Due occhiali rotondi su un naso piccolo. Le guance rosse. E la testa che intanto si arrovellava sul contenuto della valigetta che quel tizio vestito in maniera così sgargiante teneva così saldamente. Forse era una spia. Forse un criminale. Forse una testa di cazzo qualunque. Ma che cosa c’era in quella valigetta? Perbacco. Lo voleva sapere.
Non era una spia. Un criminale forse. I capelli lunghi e unti. Gli occhiali scuri a nascondere delle profonde occhiaia. La prova inconfutabile che il mondo oltre al velo gli si era dischiuso. L’armonia del cosmo. I segreti dell’universo. E la pace dei sensi. E la cetra. La cetra. Cetra. Eccetera. Salute. Avrebbe voluto danzare. Ma prima doveva pensare a chi vendere qualcosa. Per rendere anche lui partecipe di quel tutto che era ormai diventato. Girò la testa a est. Giacca cravatta e barba curata. Lui avrebbe comprato qualcosa? Gli piaceva pensare che anche giaccaecravatta in fondo ne avesse bisogno. Come tutti.
Stronzo. Il suo capo era uno stronzo. E fanculo al suo sorriso falso. Alle frasi di circostanza. Fanculo. E’ finita. La rabbia saliva. Ma non come un fiume in piena. Piuttosto come una bottiglia di spumante senza sicura al tappo. E se non avesse retto quel giovanotto alla sua destra si sarebbe preso un pugno dritto sul muso. Ed avrebbe abbassato quella cresta di merda. Ma come se ne va conciato così in giro? Avrebbe voluto fargli sanguinare il naso. Strappargli tutti quei piercing.
Si toccò il piccolo anello alla narice. Poteva sentire se ci pensava a fondo il piccolo brivido che aveva sentito al tempo. Un tempo ormai andato. Una leggera scossa. Tra le palle. Ma quella non era dovuta al ricordo. Ma all’immagine della sua mano che si infila nel tailleur. Lo sbottona. La camicetta fuori dai pantaloni. La mano che si insinua. Ed il gemito di piacere. Lo sente. Lo senti? Chiedeva col pensiero a quel viso inespressivo e freddo incorniciato in lunghi capelli scuri.
Il tailleur le stava stretto. O c’era dell’altro? Cos’è che le stava veramente stretto? Avrebbe dovuto tagliarsi i capelli? Il ragazzino al suo fianco si mosse in maniera impacciata e le urtò la gamba. Notò una smagliatura sulla calza. Uno strappo. Le ci voleva uno strappo. Ed allora sì. Avrebbe portato quel bimbo con sé. Caricato sulla sua decapottabile. E poi via. Gli avrebbe fatto scoprire il mondo. Gli avrebbe fatto assaggiare frutti che neanche si immaginava. E lei con lui. Uno strappo. Gli avrebbe comprato degli occhiali nuovi.
Cercò di soffiare via il ciuffo che gli cadeva sulle lenti. Senza riuscirci. Si portò una mano tremante sulla fronte per completare il lavoro. Cos’era che lo rendeva così agitato? Cos’era quella sensazione? Voleva sentire il calore di quelle labbra sulle sue. Quelle labbra così carnose. Accese da un rossetto provocante. Quanti anni avrà avuto? Tre? Quattro più di lui? E perché fissava il vuoto? Che importava? Voleva baciarla. Voleva vivere per sempre felice e contento con lei.
Era a disagio. Ormai conosceva nei minimi particolari il vuoto di fronte a lei. Si concentrava. Si sforzava di non guardare l’uomo accanto a lei. Così grasso. Strabordante. Si sentiva in imbarazzo. Si sentiva avvampare le gote. E cercò di riportare la mente lontano da lì. A correre in mezzo ai campi. Le scappò un sorriso innocente. Ma come si fa ad essere così grassi?
Cosa aveva da guardare? Cosa c’era? Era per il suo aspetto? Non che gliene fregasse qualcosa. Ma non era carino. Quella stronza. Avrebbe voluto dirle qualcosa. Avrebbe voluto dirle che quel suo sguardo contornato da quell’apparenza così educata se lo sarebbe potuto ficcare su per il culo. Su per il culo. E sarebbe potuta tornare dietro alla scrivania alla quale lavorava e dove avrebbe passato il resto dei suoi tristi giorni con quello sguardo incastonato tra le chiappe.
Pensò di tirare fuori dalla borsa lo specchietto per controllarsi il trucco. Ma cambiò idea. E si accontentò di darsi una sistemata ai capelli. Alla cieca. Sbatté le sopracciglia. Si sentiva civettuola. Ma il direttore d’orchestra aveva un fascino al quale non poteva resistere. Si inumidì le labbra. E sperò di essere notata. Un direttore d’orchestra. Sbatté ancora le sopracciglia. Ed emise un gemito impercettibile. Si inumidì.
Un. Due. Ripassò mentalmente i movimenti delle mani. La destra. La sinistra. Attaccano le chitarre. E poi il cantato. Un due. Un. Due. Tre. Come avrebbe fatto se fosse stato il suo vicino d’attesa? Cioè. Di un occhio forse avrebbe potuto fare a meno. Ma la mano? La mano no. Quella gli serviva. I gesti ampi. La possenza dei movimenti. Sarebbero mancati di finali. Un. Due. Le chitarre che si intrecciano. Come avrebbe dato gli attacchi? Ma per fortuna non era il suo vicino d’attesa.
Non voleva essere compatito. Voleva una persona con cui parlare. Che non fissasse in continuazione la benda scura. O il suo polso. Senza sfondo. Come una strada per soli frontisti. Senza conclusione. Voleva parlare con qualcuno. La bionda che gli sfiorava il braccio con apparente disinvoltura sarebbe stata ad ascoltarlo? Di storie ne aveva. Di pensieri sul senso della vita no. Ma la vita è fatta di storie. Non di sensi. E quei capelli color grano forse avrebbero apprezzato le sue narrazioni.
Si passò una mano sulla pancia. C’è qualcuno? Si chiese. No. Non c’è nessuno. Che domande. Però se ci fosse stato? Sarebbe stata in grado? E ci sarebbe stato qualcuno al suo fianco? Guardò. Un uomo brizzolato. Di un certo fascino. Doveva ammetterlo. I tratti del viso duri. La mascella pronunciata. Un’aria saggia. Sarebbe potuto essere un buon padre?
Deglutì. No. Non ora e non lì. Forse se ne sarebbe dovuto andare. Non in un luogo pubblico. Ma quegli anfibi. E invece eccola. Un’erezione. Cercò di trovare una posizione comoda. Fanculo agli anfibi. Anche se lo sapeva che non erano quelli. Era ciò che contenevano. Ed era solo una ragazzina. Però i piedi. I piedi lo facevano andare fuori di testa. Avrebbe voluto leccarli. Annusarli. E lasciarsi calpestare. E leccarli ancora. Assaggiarne ogni centimetro. Deglutì. E quella era solo una ragazzina.
Si attorcigliava i capelli sul dito. Un’occhiata innocente. La gomma da masticare che si gonfia. Esplode. Rattrappisce su sé stessa. Un risolino. Un cliché. Non una reazione. Eppure ci doveva essere un modo per metterlo in imbarazzo. Voleva vedere la sua angoscia nel cercare di allargare il colletto bianco. Facendo finta che la ragione fosse il caldo. Voleva che andasse a confessare pensieri impuri.
Sia lodato il Signore per ogni nuova creatura. Ma si chiedeva come sarebbe potuta crescere da una madre di quell’età. Satana. Satana si è insediato nelle menti di questi giovani. Induce in tentazione. E questi scopano come conigli. E poi c’è chi rimane gravida. Gravida era la parola. Non incinta. Gravida. Come le bestie. E lui avrebbe dovuto lavare dal peccato originale chi nel peccato c’era nato. Possa il Signore perdonare chi se lo merita. E possa andare all’inferno chi se la cerca.
Era stata una cosa veloce l’ultima volta. E non aveva fatto male come pensava. Come al ballo della scuola. Non le aveva fatto male. Nello sgabuzzino. Quando poi una vita aveva preso a crescerle nel grembo. Al ballo della scuola. Fissò il vecchietto alla sua destra. Aveva un’aria speranzosa. Sbirciava di tanto in tanto nella scollatura della signora al suo fianco. E poi bofonchiava senza senso. E attendeva. Chissà cosa. Chissà se ai suoi tempi anche lui ha messo incinta qualcuna al ballo della scuola? Non le aveva fatto male. Chissà se anche quel vecchietto era diventato padre così presto?

Si chiude il cerchio. A suon di valzer. I violini suonano. Un due tre. I violini suonano.

Si affacciò alla porta. E venne investito da un odore forte. Un odore di sudore. Ormoni. Desideri inespressi. Altri inesprimibili. Umanità che si guarda attorno. Per poi tornare al punto di partenza. Non lo sopportava quell’odore. Si scostò dagli occhi la fangia bionda che andava a finire su dei nei apparentemente finti. Sorrise in maniera finta. Trattenne il respiro. Non poteva più sentire quell’olezzo. Voleva l’odore di sangue. Il rumore del trapano. Dell’aspiratore. Voleva odore di sangue e colluttorio.

Avanti il primo.

Pietro Liuzzo Scorpo

Comments are closed.