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FaltyDL – In the Wild

Data di Uscita: 11/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Ci vuole un talento particolare per scrivere senza un filo conduttore. I testi del genere, dove il collante non esiste, diventano la maggior parte delle volte illeggibili. Bisogna essere decisamente abili, un vero e proprio percorso di formazione è quello che porta ad affinare l’eventuale predisposizione naturale.
L’idea che la scrittura sia una cura necessaria ai mali dell’uomo ha creato in passato mostri e la produzione non intende fermarsi. La poesia poi si presta particolarmente all’illusione, ma per fortuna non basta essere introversi/ribelli/lettori dei poeti maledetti francesi per poter comporre versi.
Drew probabilmente è consapevole di questa regola ma vista la maestria nel comporre se ne frega apertamente del caos. Sembra proprio di sentire la sua voce dire una di quelle frasi che fa arrabbiare i comuni mortali: “ehi io faccio musica perché non riesco a fare altre cose nella vita”. Steso su un divano nero in un monolocale sulla Clermont Avenue a Brooklyn, pochi passi dal Fort Greene Park. Il design funzionale ed elegante, televisioni in ogni camera e parquet color miele dappertutto, ampie finestre vista giardino interno e mondo esterno. Un piano cottura bianco e immacolato, fatta eccezione per un paio di bottiglie di vino francese lasciate al loro destino. Computer, tastiere e processori sparsi a dare quel tocco di modernità in una palazzina di non recente costruzione. Le pareti dell’edificio di un color ruggine corposo a formare una fila seriale di abitazioni, gli immancabili gradini per arrivare ad una vecchia porta vetri verde. L’ingresso con un tappeto in nylon ormai logoro e poi le scale bianche quasi immediate per ricongiungersi con l’appartamento di Drew, dove i tappeti sono identici ma in fibra di cocco. Una fantastica unità abitativa dove ogni stanza si perde nell’altra e la perversione creativa si sviluppa libera.
Il brulicare della metropoli di certo incide ma non è punto dirimente e sarà meglio tornare alla capacità di districarsi nel casino più totale. Prima di cadere nell’autoerotismo parlando dei magici “non luoghi”, invenzioni dei dipartimenti di antropologia e sociologia, è utile schivare il ridicolo.
Bene, ora immaginate Drew che cammina tra la camera da letto e il bagno deciso a radersi la barba. Il suo pensiero nel giro di pochi secondi si spezzetta e la frammentazione crea vari bozzetti creativi. Tutto è lasciato fluire, una sorta di stato brado digitale dove la ricomposizione e la centralità del progetto perdono di senso. Come le conseguenze inintenzionali delle nostre azioni e le catene causali che nulla hanno a che vedere con l’obiettivo iniziale. Quella sera in cui Drew non è uscito di casa producendo beat lunari, senza sapere di aver perso l’opportunità di conoscere una bellissima modella olandese smarrita nel suo isolato. La stessa che è finita nel letto del giovane al pianterreno dello stesso palazzo.
E allora una volta recapitato il malloppo con i preziosi 17 file non si capisce bene cosa sia questo materiale. Distinguere l’interludio dal semplice intro è impossibile, scivolare nella forma canzone è una sfida persa in partenza. Pizzicate di zanzare e carezze leggere si fondono. Bpm che possono salire vertiginosamente e poi abbassarsi nello spazio di pochi minuti. Stare al centro della pista, in un angolo di uno squallido lounge bar, in mezzo ad una strada qualsiasi o in una foresta. Tutto in uno e senza causare nessun mal di testa, praticamente un gioco da maestro. Si può salire con Frontin e In The Shit, quasi a richiamare una teklife tropicale, dove il battito si espande e il sintetizzatore è lasciato alla deriva acida. Il tormentone “Do me, do me, do me, do me, do me, huh” martella e gioca con la membrana del cervello lasciando solide impronte. Do Me. Droni dal paradiso, dalle Antille e dalla Spagna. Greater Antilles Part 1/2. Aquí, Port Lligat. Dispersione del suono e pericolo appena nascosto da un mare limaccioso che diventa nero con l’oscurità, ansia, house e distorsioni. Dos Gardenias. 2-step extra lusso. Danger. Vibrazioni calde, distacco, ballo libero e tanto sudore dappertutto. I corpi si uniscono indissolubilmente in un godimento allo stesso tempo etereo e carnale. Un paradiso lunghissimo e una progressione che resterà a lungo nelle menti. Some Jazz Shit.

Dopo c’è la consapevolezza di “non poter fare altro” spesso abbiamo anche un ottimo lavoro. Drew è l’ennesima prova di questo pensiero elementare.

Alessandro Ferri

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