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Archive for agosto, 2014

Fink – Hard Believer

D.d.U. 15/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

La ragione per cui ho comprato la mia prima chitarra risale a quando ero solo un bambino. Ogni cosa presente in casa era proprietà di tutti, eccetto la vecchia Martin di mio padre. Me ne tenevo alla larga per evitare di indisporlo. Mi diceva che ero troppo giovane perché capissi l’importanza di quel suono. Naturalmente la cosa m’infastidiva, qualunque piccolo uomo vuole sentirsi trattato come pari da colui che, dal primo respiro, è diventato il suo riferimento. Cominciai a risparmiare con qualche lavoretto improvvisato. Si dice che chi comincia ad avere a che fare con la musica è spinto dal bisogno di esprimere qualcosa, dalla necessità di sfogare quel che abita la propria pancia. Io lo facevo per dimostrare a mio padre che si sbagliava. Inutile dire che col tempo ho avuto modo di comprendere che ad avere torto ero io. Oggi capisco quello che cercava di dirmi. È impossibile comprendere intimamente la profondità di alcune cose, benché gli ardori infantili che ti muovono continuino a suggerirti il contrario. La sua voce mi ripete ancora che siamo fatti l’uno per l’altra, e non posso nascondere che ascoltare quel segreto mi fa stare bene.

Giulia Delli Santi

Mark Lanegan Band – No Bells on Sunday

D.d.U. 29/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Un intrico di fili. Pali in legno. Quasi marci. Solidi quanto basta. Case popolari in mattoni rossi. Fogli di giornale abbandonati al vento. Bottiglie in frammenti ai piedi di marciapiedi vuoti. Ci si potrebbe passare intere domeniche tentando vanamente di ricomporle. Ma l’autobus viaggia piano. Come alla ricerca di un ultimo disperato passeggero da portare fuori da là. Lontano dalla città. Chissà dove. Mentre tutto oltre i finestrini passa oltre. Immagini come annebbiati fotogrammi di una pellicola abbandonata.
Per un momento immaginò di interpretare sé stesso in un film. Ne concluse che non sarebbe stato affatto realistico. Non sarebbe stato per niente veritiero. Lui. Proprio lui. Incapace di recitare sé stesso. Fu solo un momento. Poi quel pensierò scivolò via. Sopraffatto da un’incontenibile necessità di pisciare. E poi il mal di testa. Cazzo. Agognava con ansia la prima sosta ad una qualsiasi stazione di servizio.

Pietro Liuzzo Scorpo

Bahamas – Bahamas Is Afie

Data di Uscita: 19/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

The thing I miss the most, lives in some demon host.

Benedetto sia il mare, anche se non restituisce niente. Era il mantra che ripeteva ogni volta che vedeva all’orizzonte il faro arroccato sulle grandi pietre frangiflutti del molo del porto di Nassau. Il vecchio Afie, così si chiamava, era un uomo scarno di cui non potevi che notare lo sproporzionato paio di baffi gonfi, resi lattescenti dal tempo. Il suo procedere ossuto per tutti era un gran mistero. L’impressione che avevi nel guardare quello slancio d’incertezza, era che crollasse da un momento all’altro come una torre di carte stressata dal soffio di un ragazzino dispettoso. Esattamente come la Bitter Memories, era il nome che aveva dato alla sua barca e anche lei era un mistero. Era impossibile spiegare come fosse in grado di sostenere le grandi reti da posta cariche di pesci che il salpatramaglio dello scafo issava ogni sera sul ponte senza sgretolarsi come un’arenaria sottoposta a eccessiva trazione. Sosteneva di esser stato concepito su quelle tavole, per cui non era raro trovarlo rivolgersi a lei come si fa con una madre. Ricordava il suo concepimento in ogni dettaglio. Quella notte, suo padre, il mare, era stranamente nervoso. La luna si levava alta in un cielo luminoso e, sbirciando maliziosa tra le nuvole torbide, divenne testimone curiosa degli abbracci di schiuma che cadevano appassionati e leggeri allo stesso tempo, resi armonia dal canto delle sirene.
Quell’uomo e la sua barca esercitavano su di me un fascino accattivante. Ero chiamato al suo oscillare tra le acque come il metallo è attratto dal magnete. L’avrei seguito ovunque. Non riuscivo a smettere di desiderare la sua vita, quella che ti porta lontano delle coste finché non sei pronto ad abbandonarti all’orizzonte.
Da sei anni, il vecchio Afie mi ospita tra le sue memorie amare. Mi sono presentato un giorno di fronte a lui, mentre si preparava a lasciare il porto, come da rituale all’alba e ho chiesto il permesso di salire a bordo. Non credo amasse particolarmente la compagnia, probabilmente sentiva bisogno di un aiuto, qualunque fossero le ragioni che lo spinsero ad accordarmi il permesso, da quella barca non sono più sceso.
Non era molto interessato alla storia della mia vita, perché avrebbe dovuto. Solo una volta provò a chiedere quale, a mio parere, fosse la natura di quell’ardente desiderio di salpare, di lasciare una vita di rassicurante routine, una compagna, un posto fisso, ma risposi di non essere capace di dare una risposta e questo gli bastò. Alzò le spalle e sostenne che l’incertezza, in ogni caso, è una risposta più che valida. Quando sono solo, di fronte a me stesso, in quell’unico momento in cui sarei tenuto a dare risposte che siano veritiere, scelgo di non interrogarmi. Tutto sommato, non trovo il senso di dare una giustificazione esaustiva al bisogno di uno stimolo che sento naturale, come mangiare, come cacare. E sono perfettamente consapevole del fatto che ad alimentare questo bisogno potrebbe essere solo noia. Il che farebbe perdere a chiunque, a me o a voi, la simpatia acquisita, ma se questa fosse la verità, come tale, per quanto sgradevole, dovrebbe essere accettata. È banale, siamo dotati di una vita soltanto, bisogna assecondarla perché destinata a terminare. Infatti, il vecchio pescatore morì affogato in un torrido agosto a largo dell’oceano pacifico, nuotando forse a esagerata profondità è rimasto impigliato nello stesso tramaglio che identificava la sua sopravvivenza.
Non resto che io a prendermi cura di questa barca. La Bitter Memories. Sono stato concepito su queste tavole, sapete? Era una notte luminosa, la luna mi è testimone.

Giulia Delli Santi

Jenny Hval & Susanna – Meshes of Voice

Data di Uscita: 19/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

I woke and found outside my door
A black lake rippling against the hand
Its tongues lick the flesh from my bones
And replace skin with waves

C’era una leggenda del popolo indiano della tribù degli Atikamekw che parlava di un lago nero dove i morti venivano lasciati per il loro ultimo viaggio. I corpi, nudi, venivano avvolti nella coperta rituale che la moglie, la madre, la sorella, avevano dovuto tessere nei giorni successivi alla sua morte. Era un modo per tenere impegnate le donne, ritenute più vulnerabili, in quei momenti di difficoltà, e anche per poter circondare il loro marito, figlio, fratello, con un ultimo e caldo abbraccio, prima che il suo corpo scomparisse per sempre dal mondo. Il giorno della cerimonia funebre erano gli uomini, alle prime luci dell’alba, a portare la salma sulle rive del lago. Si dice che in quelle situazioni l’acqua nera diventasse densa e viscosa per impedire al corpo di affondare e per regalare, a chiunque fosse rimasto sulla terra ferma, un momento in più per parlare con chi stava partendo. C’erano i ragazzi che, urlando a gran voce consigli ironici e vivaci, facevano ridere tutta la tribù. Le ragazze, che raccontavano storie dell’infanzia passata insieme. Per ultimi venivano i familiari più stretti che lo salutavano amorevolmente mentre il resto dei presenti intonava un’ultima canzone. Una volta in prossimità del centro del lago il corpo cominciava a seguire una traiettoria circolare, con delle circonferenze via via sempre più strette, per poi scomparire per sempre. Quella sera tutta la tribù avrebbe mangiato i pesci pescati dal lago quello stesso giorno, per chiudere il cerchio attorno a quell’acqua gentile che quel giorno aveva preso un loro amico, ma che aveva dato la vita a tutte quelle persone che, almeno una volta, avevano condiviso assieme un sorriso.

The black lake took
and the black lake gave

I due bambini gli raccontavano questa storia mentre avvolgevano il corpo dell’uccellino in un pezzo di stoffa color ocra, sul quale avevano disegnato con del gesso il volatile stilizzato mentre volava felice in mezzo alle nuvole. Lui li guardava con affetto, sapendo che la loro madre si sarebbe svegliata quella mattina con una gonna un po’ più corta, così come era successo il mese prima con lo scoiattolo, e quello prima ancora. Avrebbe fatto il giro del lago quel pomeriggio fino ad arrivare alla riva ad Est dove le correnti trasportavano qualsiasi cosa, che rimaneva poi intrappolata in una diga naturale che si era formata negli ultimi anni, per seppellire quel piccolo animale nel bosco. Nel suo cuore sapeva che non li stava imbrogliando, perché anche il gioco di magia più elaborato, o il miracolo, nascono da un desiderio umano e nascondono una richiesta esaudita da una mano caritatevole.
Quei due bimbi facevano parte di una delle ultime famiglie della riserva di Coucoucache, una realtà che stava scomparendo molto in fretta. La sua vita, così come quella degli indiani, girava intorno a quel lago nero. Era arrivato lì da pochi anni e per sopravvivere durante la primavera e l’estate si era reinventato instruttore di canoa. I turisti erano pochi e preferivano i grandi laghi della regione, dall’acqua turchese e corposa, facilmente raggiungibili. A lui questo non importava, perché chiunque raggiungesse il lago nero lo faceva sempre per un motivo e mai per caso.
Il suo periodo preferito era l’inverno, quando il lago ghiacciava e lui viveva di sola pesca. In quella stagione il freddo era intenso e mordeva la carne ed era esattamente quel che lui cercava: un luogo dove poter dare la colpa a qualcun’altro per le lacrime che scendevano dal suo viso.
Ogni sera tornava al suo piccolo rifugio, che aveva costruito con le sue mani. Per arrivarci bisognava superare una ripida salita su un terreno dissestato, pieno di aghi di pino e di radici, ma, nonostante la stanchezza della dura giornata, quando guardava verso il basso e vedeva quella conca, il suo cuore si riempiva. Lei era bella come la finestra della mansarda che faceva capolino dal tetto. Da quell’apertura usciva sempre la luce delle braci, anche se il fuoco del camino si era spento da molte ore. Rimaneva in piedi con la mano appoggiata sul tronco di un albero, ed il suo viso, segnato dal vento gelido, si distendeva in un sorriso che allontanava gli anni e le fatiche… allo stesso modo in cui lei gli prendeva la testa tra le mani e la inclinava da un lato e poi dall’altro, come per far uscire cattivi pensieri e abitudini stagnanti.
Guardava quella finestra, a volte anche per ore, sognando ad occhi aperti e riducendo il tempo a verità essenziale.
Sotto quel calore fioco, unica scintilla necessaria ad un cuore solitario per raggiungere la sua casa.

Filippo Righetto

Spoon – They Want My Soul (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 05/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Il satellite innamorato

Ti ricordi il nostro primo appuntamento?

Ero arrivato in anticipo ed ero così nervoso ed agitato ed ero così tremendamente sbagliato!
Non avevo fiori e non avevo risposte pronte, neppure il coraggio di tentar la sorte!
Indosso avevo vestiti di diversi colori, una tinta per ogni lettera che avresti voluto condividere. Mi mancava solo il giallo ocra, ma, sono sincero, avevo un guanto bagnato in quei pigmenti che sarà ormai arrivato al capolinea della linea 63. E se tu non mi avessi voluto credere, per diffidenza o per sfida, io te ne avrei parlato, e ti avrei raccontato di tutte le mani che l’avevano toccato per sbaglio, o stretto in amicizia, e di quelle volte in cui era stato baciato per amore. Ti avrei detto che mi era stato donato da un sultano allergico alla sabbia, dopo che avevo tolto dall’orecchio del suo destriero una mosca fastidiosa che non lo faceva dormire bene. O almeno questo è quello che mi disse il cammello.
Mi ero trovato un angolo dove aspettarti, su un muretto alto e stretto, scomodo, ma da lì potevo vedere tutte le strade che avresti potuto scegliere! I quattro percorsi scelti da tutti, pavimentati e sicuri… bastavano un paio di gambe o un paio di ruote per percorrerli. O una gamba e una ruota ora che ci penso. Ma quattro strade sono così poche per tutte le persone che ci camminano sopra! E per tutte le storie d’amore che hanno accarezzato i loro cuori! Gli uccelli sono ben più saggi, ed i loro movimenti li portavano a toccare tutte le invisibili particelle d’aria della piazza, in un’infinita danza di fantasia, e se tu fossi venuta sotto una forma minuta ed impiumata io sarei stato il primo a vederti, perché guardavo verso terra acqua e cielo!
Acqua… della stessa acqua erano bagnate le mie scarpe malmesse ed i miei pantaloni rammendati, perché quando dalla fontana che occupava la maggior parte della piazza erano comparsi degli zampilli di colore liquido io non ero riuscito a resistere e mi ci ero tuffato dentro calciandola e saltandoci insieme e baciando! Perchè l’acqua è trasparente in tutto il mondo, ma quella sera no, in quella piazza no, era felice per qualche motivo a me sconosciuto ed io ero felice insieme a lei.
Ti prego ti prego arriva presto… i muscoli delle braccia cominciano a farmi male! Prima… avevo visto due persone che parlavano, e tenevano le braccia incrociate sul cuore! Assurdo, lo so! È come provare a dire il tuo nome mentre sei imbavagliato. A tutti i miei appuntamenti, soprattutto ai primi, io tengo sempre le braccia spalancate, così! Esatto! Fatelo anche voi! Non è meglio? Come fate a dare sfogo ai vostri sentimenti, ad accettare i loro abbracci, il loro calore.

Sei arrivata in tempo per il tuo appuntamento… non ti sono mai piaciuti i luoghi comuni, la donna che deve farsi attendere. Sei comparsa all’improvviso dalle scale della metropolitana, mi sei passata di fianco in una nuvola di vaniglia dandomi un’occhiata un po’ stupita, ed hai raggiunto l’uomo sorridente che ti stava aspettando al tavolo migliore della piazza.
Quando incrociasti i suoi occhi ti dimenticasti di me in un istante, perché io non ero il tuo appuntamento, perché il mio appuntamento era con la vita e con la bellezza, perché ad un matto non è concesso il lusso di essere matto.
Perchè io sono un satellite innamorato, e giro e giro e giro, per tutta la vita, intorno alla mia anima gemella, senza avere mai l’opportunità, nemmeno per un attimo, di sfiorarla.

Filippo Righetto

Belle And Sebastian @ Rocca Malatestiana, Cesena (08/08/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

Prendi un’ideale serata di estate, in cui il caldo umido e asfissiante decide di allentare benevolmente la presa e allargare le trame fitte di una morsa avvolgente a piacevoli spiragli di brezza. Prendi un bicchiere di fresco vino bianco, o una birra, e un sorriso che aspettavi da alcuni mesi di rivedere. Poi a quel sorriso ne sommi altri, sorrisi genuini di persone che conosci ma che incontri quasi soltanto nelle occasioni speciali, e altri sorrisi di gente ignota che comunque ti fanno sentire a casa e ti comunicano tutta la loro gioia di esserci, lì, quella precisa sera. (altro…)

FKA Twigs – LP1

Data di Uscita: 11/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

«Hai mai pensato a quanto tutto questo influisca sulla percezione che abbiamo di noi stessi?».
Jeremy scostò il braccio che aveva appoggiato sugli occhi e la guardò di sottecchi, ancora assonnato. Gabrielle aveva il trucco un po’ sbavato e i capelli in disordine ma era bella come sempre, persa nell’inseguire il flusso di pensieri oltre il vetro della finestra.
Si sollevò di scatto dal letto, andò verso lo specchio minuscolo fissato alla parete, cominciò ad osservarsi, frammentata, a pezzi. Prima la spalla, poi il collo, un orecchio. Si sistemò i capelli sempre fissandosi nel quadratino argentato dello specchio.
«Voglio dire: ogni relazione che instauri con qualcuno è un tassello di te stesso e ogni conseguenza di questa relazione condiziona la tua autostima. Ed è tutto un sistema di casualità, di coincidenze e circostanze. Come puoi sapere, quando stringi la mano per la prima volta ad una persona, quanto influirà nella tua esistenza?».
Come darle torto? Jeremy sorrise, ripensando alla prima volta che si erano incontrati e a quanto diversa fosse ora la presenza dell’uno per l’altra.
Chiuse gli occhi.
Il lago era increspato appena in superficie, quasi danzante, così come l’erbetta a riva. Tutto sembrava seguire una melodia sensuale e strisciante. La finestra della casa si socchiudeva nel punto esatto in cui il sole bussava con i suoi raggi, creando un cono di luce all’interno della stanza, sul letto, sulla spalla destra di Jeremy.
Il gatto nella cesta dormiva, eclissato nel suo mondo come sempre.

When I trust you, we can do it with the lights on.
When I trust you, we can do it with the lights on.
When I trust you, we’ll make love until the morning.
Let me tell you all my secrets in a whisper ‘til the day’s done.

Gabrielle tornò a sdraiarsi sulle lenzuola bianche, fra le braccia di Jeremy. Sapeva che quello specchietto sul muro rappresentava perfettamente la loro relazione, delicata e preziosa. Sapeva che avrebbe trovato sempre, nei suoi occhi, un amore speculare al suo, una bellezza identica e opposta.

I shy away in my mind,
In hopes in that I could share this place with you.

Si sentiva bella. Per la prima volta.

Annachiara Casimo

Ty Segall – Manipulator

Data di Uscita: 26/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Wonderendezvous. Wonderoundabout.

La stanza bianca. Immacolata. Come la coscienza di una vergine che percorre la navata. Pulita e asettica. La navata o la vergine? Come se avesse una qualche importanza. La stanza bianca. Un odore misto di vuoto e disinfettante. Di nulla e detergente per vetri. Di assenze sporadiche e cloro. Come una piscina all’aperto. Nello spazio intergalattico. Questo prima dell’orario di apertura. Poi entrarono tutti. Ad uno ad uno. In maniera apparentemente casuale. In maniera apparentemente banale. In maniera apparentemente animale.

Valzer. In senso antiorario. Contro il tempo. Contrattempo. Controtempo.

Sentiva che qualcosa sarebbe cresciuto. Lanciò un’occhiata fugace a quelle due mammelle enormi. Alla sua destra. Sarebbe cresciuto? No. I capelli bianchi. Le rughe. E le medicine per il cuore. Ma quelle due mammelle su quel corpo segnato dal tempo e da almeno un paio di gravidanze gli facevano scattare dentro qualcosa. Voleva affondarci la testa. Come fosse un lattante. Si chiese se ci sarebbe potuto affogare dentro.
Sopra le due mammelle. Un collo flaccido. Che sorreggeva un viso che aveva fatto il suo tempo. Due occhiali rotondi su un naso piccolo. Le guance rosse. E la testa che intanto si arrovellava sul contenuto della valigetta che quel tizio vestito in maniera così sgargiante teneva così saldamente. Forse era una spia. Forse un criminale. Forse una testa di cazzo qualunque. Ma che cosa c’era in quella valigetta? Perbacco. Lo voleva sapere.
Non era una spia. Un criminale forse. I capelli lunghi e unti. Gli occhiali scuri a nascondere delle profonde occhiaia. La prova inconfutabile che il mondo oltre al velo gli si era dischiuso. L’armonia del cosmo. I segreti dell’universo. E la pace dei sensi. E la cetra. La cetra. Cetra. Eccetera. Salute. Avrebbe voluto danzare. Ma prima doveva pensare a chi vendere qualcosa. Per rendere anche lui partecipe di quel tutto che era ormai diventato. Girò la testa a est. Giacca cravatta e barba curata. Lui avrebbe comprato qualcosa? Gli piaceva pensare che anche giaccaecravatta in fondo ne avesse bisogno. Come tutti.
Stronzo. Il suo capo era uno stronzo. E fanculo al suo sorriso falso. Alle frasi di circostanza. Fanculo. E’ finita. La rabbia saliva. Ma non come un fiume in piena. Piuttosto come una bottiglia di spumante senza sicura al tappo. E se non avesse retto quel giovanotto alla sua destra si sarebbe preso un pugno dritto sul muso. Ed avrebbe abbassato quella cresta di merda. Ma come se ne va conciato così in giro? Avrebbe voluto fargli sanguinare il naso. Strappargli tutti quei piercing.
Si toccò il piccolo anello alla narice. Poteva sentire se ci pensava a fondo il piccolo brivido che aveva sentito al tempo. Un tempo ormai andato. Una leggera scossa. Tra le palle. Ma quella non era dovuta al ricordo. Ma all’immagine della sua mano che si infila nel tailleur. Lo sbottona. La camicetta fuori dai pantaloni. La mano che si insinua. Ed il gemito di piacere. Lo sente. Lo senti? Chiedeva col pensiero a quel viso inespressivo e freddo incorniciato in lunghi capelli scuri.
Il tailleur le stava stretto. O c’era dell’altro? Cos’è che le stava veramente stretto? Avrebbe dovuto tagliarsi i capelli? Il ragazzino al suo fianco si mosse in maniera impacciata e le urtò la gamba. Notò una smagliatura sulla calza. Uno strappo. Le ci voleva uno strappo. Ed allora sì. Avrebbe portato quel bimbo con sé. Caricato sulla sua decapottabile. E poi via. Gli avrebbe fatto scoprire il mondo. Gli avrebbe fatto assaggiare frutti che neanche si immaginava. E lei con lui. Uno strappo. Gli avrebbe comprato degli occhiali nuovi.
Cercò di soffiare via il ciuffo che gli cadeva sulle lenti. Senza riuscirci. Si portò una mano tremante sulla fronte per completare il lavoro. Cos’era che lo rendeva così agitato? Cos’era quella sensazione? Voleva sentire il calore di quelle labbra sulle sue. Quelle labbra così carnose. Accese da un rossetto provocante. Quanti anni avrà avuto? Tre? Quattro più di lui? E perché fissava il vuoto? Che importava? Voleva baciarla. Voleva vivere per sempre felice e contento con lei.
Era a disagio. Ormai conosceva nei minimi particolari il vuoto di fronte a lei. Si concentrava. Si sforzava di non guardare l’uomo accanto a lei. Così grasso. Strabordante. Si sentiva in imbarazzo. Si sentiva avvampare le gote. E cercò di riportare la mente lontano da lì. A correre in mezzo ai campi. Le scappò un sorriso innocente. Ma come si fa ad essere così grassi?
Cosa aveva da guardare? Cosa c’era? Era per il suo aspetto? Non che gliene fregasse qualcosa. Ma non era carino. Quella stronza. Avrebbe voluto dirle qualcosa. Avrebbe voluto dirle che quel suo sguardo contornato da quell’apparenza così educata se lo sarebbe potuto ficcare su per il culo. Su per il culo. E sarebbe potuta tornare dietro alla scrivania alla quale lavorava e dove avrebbe passato il resto dei suoi tristi giorni con quello sguardo incastonato tra le chiappe.
Pensò di tirare fuori dalla borsa lo specchietto per controllarsi il trucco. Ma cambiò idea. E si accontentò di darsi una sistemata ai capelli. Alla cieca. Sbatté le sopracciglia. Si sentiva civettuola. Ma il direttore d’orchestra aveva un fascino al quale non poteva resistere. Si inumidì le labbra. E sperò di essere notata. Un direttore d’orchestra. Sbatté ancora le sopracciglia. Ed emise un gemito impercettibile. Si inumidì.
Un. Due. Ripassò mentalmente i movimenti delle mani. La destra. La sinistra. Attaccano le chitarre. E poi il cantato. Un due. Un. Due. Tre. Come avrebbe fatto se fosse stato il suo vicino d’attesa? Cioè. Di un occhio forse avrebbe potuto fare a meno. Ma la mano? La mano no. Quella gli serviva. I gesti ampi. La possenza dei movimenti. Sarebbero mancati di finali. Un. Due. Le chitarre che si intrecciano. Come avrebbe dato gli attacchi? Ma per fortuna non era il suo vicino d’attesa.
Non voleva essere compatito. Voleva una persona con cui parlare. Che non fissasse in continuazione la benda scura. O il suo polso. Senza sfondo. Come una strada per soli frontisti. Senza conclusione. Voleva parlare con qualcuno. La bionda che gli sfiorava il braccio con apparente disinvoltura sarebbe stata ad ascoltarlo? Di storie ne aveva. Di pensieri sul senso della vita no. Ma la vita è fatta di storie. Non di sensi. E quei capelli color grano forse avrebbero apprezzato le sue narrazioni.
Si passò una mano sulla pancia. C’è qualcuno? Si chiese. No. Non c’è nessuno. Che domande. Però se ci fosse stato? Sarebbe stata in grado? E ci sarebbe stato qualcuno al suo fianco? Guardò. Un uomo brizzolato. Di un certo fascino. Doveva ammetterlo. I tratti del viso duri. La mascella pronunciata. Un’aria saggia. Sarebbe potuto essere un buon padre?
Deglutì. No. Non ora e non lì. Forse se ne sarebbe dovuto andare. Non in un luogo pubblico. Ma quegli anfibi. E invece eccola. Un’erezione. Cercò di trovare una posizione comoda. Fanculo agli anfibi. Anche se lo sapeva che non erano quelli. Era ciò che contenevano. Ed era solo una ragazzina. Però i piedi. I piedi lo facevano andare fuori di testa. Avrebbe voluto leccarli. Annusarli. E lasciarsi calpestare. E leccarli ancora. Assaggiarne ogni centimetro. Deglutì. E quella era solo una ragazzina.
Si attorcigliava i capelli sul dito. Un’occhiata innocente. La gomma da masticare che si gonfia. Esplode. Rattrappisce su sé stessa. Un risolino. Un cliché. Non una reazione. Eppure ci doveva essere un modo per metterlo in imbarazzo. Voleva vedere la sua angoscia nel cercare di allargare il colletto bianco. Facendo finta che la ragione fosse il caldo. Voleva che andasse a confessare pensieri impuri.
Sia lodato il Signore per ogni nuova creatura. Ma si chiedeva come sarebbe potuta crescere da una madre di quell’età. Satana. Satana si è insediato nelle menti di questi giovani. Induce in tentazione. E questi scopano come conigli. E poi c’è chi rimane gravida. Gravida era la parola. Non incinta. Gravida. Come le bestie. E lui avrebbe dovuto lavare dal peccato originale chi nel peccato c’era nato. Possa il Signore perdonare chi se lo merita. E possa andare all’inferno chi se la cerca.
Era stata una cosa veloce l’ultima volta. E non aveva fatto male come pensava. Come al ballo della scuola. Non le aveva fatto male. Nello sgabuzzino. Quando poi una vita aveva preso a crescerle nel grembo. Al ballo della scuola. Fissò il vecchietto alla sua destra. Aveva un’aria speranzosa. Sbirciava di tanto in tanto nella scollatura della signora al suo fianco. E poi bofonchiava senza senso. E attendeva. Chissà cosa. Chissà se ai suoi tempi anche lui ha messo incinta qualcuna al ballo della scuola? Non le aveva fatto male. Chissà se anche quel vecchietto era diventato padre così presto?

Si chiude il cerchio. A suon di valzer. I violini suonano. Un due tre. I violini suonano.

Si affacciò alla porta. E venne investito da un odore forte. Un odore di sudore. Ormoni. Desideri inespressi. Altri inesprimibili. Umanità che si guarda attorno. Per poi tornare al punto di partenza. Non lo sopportava quell’odore. Si scostò dagli occhi la fangia bionda che andava a finire su dei nei apparentemente finti. Sorrise in maniera finta. Trattenne il respiro. Non poteva più sentire quell’olezzo. Voleva l’odore di sangue. Il rumore del trapano. Dell’aspiratore. Voleva odore di sangue e colluttorio.

Avanti il primo.

Pietro Liuzzo Scorpo

Phon.o – Cracking Space Pt. 2

D.d.U. 06/06/2014

Un  breve ascolto, durante la lettura

La ragazza si alza dal bordo piscina con ancora il costume addosso e si infila dei pantaloni di felpa troppo grandi per lei prima di partire; l’ultima sigaretta rimasta e poi giù per le colline floride di vegetazione in sella alla moto. Anche lei non si era mai tolta le cuffie dalle orecchie e la cassa scandisce chiari battiti techno che sovrastano il rombo del motore. Di tanto in tanto il ritmo prende aria con aperture malinconiche, riportano alla mente tempi felici di club berlinesi o notti trascorse a parlare, instancabili, camminando sotto gli ombrelli delle palme del lungomare.
Tra le strade di questa metropoli ormai priva di segreti per lei, la luce di una nuova alba le instilla timori e si sente persa. Fino a ieri avrebbe giocato tutto sulle sue certezze, ora l’impaccio le complica pensieri e movimenti anche per le cose basilari, come ricucire gli affetti. Con la spiaggia davanti scende e si cala il berretto sugli occhi, lo scopo è trovare stratagemmi per scongelare le situazioni ibernate, raffreddate da distanze perpetrate. Tuttavia è come essere entrati al supermercato per procurarsi gli ingredienti per la solita ricetta che riesce sempre alla perfezione, e trovarsi spiazzati davanti a un’improvvisa amnesia che mantiene il carrello vuoto.
Tentenna alcuni minuti sulla riva e poi si tuffa, una rincorsa disperata e violenta al pari di un urlo di liberazione; ecco l’abbraccio dell’acqua cristallina e rumori ovattati: la pace, almeno per un po’.

Federica Giaccani

ROME – A Passage to Rhodesia (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 02/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

So we walk on through and beyond the failures of men
And we know there’s a void at the center of everything

Sono in ritardo perché ho ucciso.
L’ho fatto perché mi è stato chiesto.
Non sarebbe finita in questo modo se, ognuno di noi, si fosse reso conto che non può renderci felici più di quanto siamo in grado di realizzare.
Ci si accompagna con i propri simili, è la natura che lo chiede, e per i miei pari non ero altro che un bianco corrotto da quella bile scura che ti rende eretico. Al mio passaggio, ripetevano con riprovazione che preferivo circondarmi di negri insubordinati i quali, nonostante abbia dimostrato di esserlo in più occasioni, non sono mai riusciti a chiamarmi fratello. E se è vero che si possono accogliere cause che non ti appartengono, negando l’istinto che hai ereditato, per questo sarai trattato come il peggiore dei rinnegati le cui scelte sono da considerare inammissibili. L’ultima, quella che mi ha portato lontano dai miei pochi affetti, ancora la pago. Continuavo a ripetere a me stesso che si trattava di dignità, non ho pensato a quel che stavo facendo, non ne ero capace. Ho peccato violando la vita stessa, cosi come farebbe il più rabbioso dei cani che con superba ferocia è convinto di poter difendere il suo ridicolo pasto.
Non ci è dato di rivelare le nostre malattie e cosa tormenta il nostro sonno notturno, e quando non sono più sufficienti neanche quegli amici in mezzo ai quali sentirsi soli, altro non ci resta che piangere in segreto perché dal mostrarsi vulnerabili, riuscirai ad ottenere solo risposta di irriverente prepotenza.
La sua unica colpa era d’aver attraversato, scomposta, una strada in parata; era il maggio del 1971. Sette coltellate inflitte al primo ministro per difendere una donna gravida sono state più che sufficienti perché mi fosse inflitta la massima pena, la completa reclusione cui avrei preferito la morte. L’emarginazione è diventata il mio trofeo, c’è chi dice che dovrei essere fiero del mio atto, si trattava di dignità. Ma a parlarmi di orgoglio, sono uomini e donne stuprati dall’ideologia, accecati dal desiderio di vendetta che credevano di meritare. Siamo molto lontani dai sogni che predicavamo. Dei tanti che avevo, nessuno si è realizzato. La città è cambiata, il vecchio è stato ridipinto, le insegne sostituite ma le concrezioni sono rimaste immutate. I suoni sono più aspri e tu hai perso tutto, dannata povertà. La società ha nascosto ogni anima, affamata cacciatrice di vittime, anche su di me aveva inciso un marchio di depravazione. Da quando sono arrivato in questo luogo, non mi è stato concesso un momento senza che io fossi ferito. Qualcuno direbbe che è un problema esistenziale, un concetto tutt’altro che semplice l’esistenza. Sarebbe sufficiente riuscire a comunicare le ragioni per cui stiamo soffrendo, ma nessun elemento esterno può regalarci la pace. La verità è che cerchiamo nient’altro che morte. Il sole mi acceca e mi segue, come in tutti questi anni, la mia unica compagna solitudine; le sue grazie armoniche non mi hanno fatto dimenticare i miei dolori, ma continua a prendermi per compagnia e portami, ancora una volta, dove tu vorrai. Raccoglimi nel tuo abbraccio di echi di prigioni e gridiamo fino all’alba in favore di una coscienza che non sopporta più il peso robusto dei continui conflitti.

Giulia Delli Santi

Nima – See Feel Reel

D.d.U. 08/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Cose piccole, ripetute in cinquanta cassettine.
Un suono che copre più sensazioni e viaggia in modo anomalo. Entra come tutti gli altri suoni dalle orecchie ma poi devia immediatamente il percorso per entrare nell’esofago e giù fino allo stomaco. Succhi gastrici e acidi lavorano prima di rispedire il tutto al cervello. Synth direttamente da camerette che si aprono al mondo e lo studiano, voci in sottofondo che raschiano la superficie prima di venire alla luce, loop che ti circondano. Beat inspiegabili, tra simmetria e asimmetria.
Quei lavori che devi prima digerire e successivamente capire a pieno, ascolto dopo ascolto, secondo dopo secondo. Chi ha lo stomaco forte trova un piccolo capolavoro, una ricchezza straniante e alcune collaborazioni azzeccate. Tensione creativa dura e pura.
E una frase che rispecchia bene il tutto, si sente davvero che “See Feel Reel” viene da questa fonte.
“I’m inspired by people who are in love with their craft and love to share it”.

Preparate il vostro stomaco.

Alessandro Ferri

FaltyDL – In the Wild

Data di Uscita: 11/08/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Ci vuole un talento particolare per scrivere senza un filo conduttore. I testi del genere, dove il collante non esiste, diventano la maggior parte delle volte illeggibili. Bisogna essere decisamente abili, un vero e proprio percorso di formazione è quello che porta ad affinare l’eventuale predisposizione naturale.
L’idea che la scrittura sia una cura necessaria ai mali dell’uomo ha creato in passato mostri e la produzione non intende fermarsi. La poesia poi si presta particolarmente all’illusione, ma per fortuna non basta essere introversi/ribelli/lettori dei poeti maledetti francesi per poter comporre versi.
Drew probabilmente è consapevole di questa regola ma vista la maestria nel comporre se ne frega apertamente del caos. Sembra proprio di sentire la sua voce dire una di quelle frasi che fa arrabbiare i comuni mortali: “ehi io faccio musica perché non riesco a fare altre cose nella vita”. Steso su un divano nero in un monolocale sulla Clermont Avenue a Brooklyn, pochi passi dal Fort Greene Park. Il design funzionale ed elegante, televisioni in ogni camera e parquet color miele dappertutto, ampie finestre vista giardino interno e mondo esterno. Un piano cottura bianco e immacolato, fatta eccezione per un paio di bottiglie di vino francese lasciate al loro destino. Computer, tastiere e processori sparsi a dare quel tocco di modernità in una palazzina di non recente costruzione. Le pareti dell’edificio di un color ruggine corposo a formare una fila seriale di abitazioni, gli immancabili gradini per arrivare ad una vecchia porta vetri verde. L’ingresso con un tappeto in nylon ormai logoro e poi le scale bianche quasi immediate per ricongiungersi con l’appartamento di Drew, dove i tappeti sono identici ma in fibra di cocco. Una fantastica unità abitativa dove ogni stanza si perde nell’altra e la perversione creativa si sviluppa libera.
Il brulicare della metropoli di certo incide ma non è punto dirimente e sarà meglio tornare alla capacità di districarsi nel casino più totale. Prima di cadere nell’autoerotismo parlando dei magici “non luoghi”, invenzioni dei dipartimenti di antropologia e sociologia, è utile schivare il ridicolo.
Bene, ora immaginate Drew che cammina tra la camera da letto e il bagno deciso a radersi la barba. Il suo pensiero nel giro di pochi secondi si spezzetta e la frammentazione crea vari bozzetti creativi. Tutto è lasciato fluire, una sorta di stato brado digitale dove la ricomposizione e la centralità del progetto perdono di senso. Come le conseguenze inintenzionali delle nostre azioni e le catene causali che nulla hanno a che vedere con l’obiettivo iniziale. Quella sera in cui Drew non è uscito di casa producendo beat lunari, senza sapere di aver perso l’opportunità di conoscere una bellissima modella olandese smarrita nel suo isolato. La stessa che è finita nel letto del giovane al pianterreno dello stesso palazzo.
E allora una volta recapitato il malloppo con i preziosi 17 file non si capisce bene cosa sia questo materiale. Distinguere l’interludio dal semplice intro è impossibile, scivolare nella forma canzone è una sfida persa in partenza. Pizzicate di zanzare e carezze leggere si fondono. Bpm che possono salire vertiginosamente e poi abbassarsi nello spazio di pochi minuti. Stare al centro della pista, in un angolo di uno squallido lounge bar, in mezzo ad una strada qualsiasi o in una foresta. Tutto in uno e senza causare nessun mal di testa, praticamente un gioco da maestro. Si può salire con Frontin e In The Shit, quasi a richiamare una teklife tropicale, dove il battito si espande e il sintetizzatore è lasciato alla deriva acida. Il tormentone “Do me, do me, do me, do me, do me, huh” martella e gioca con la membrana del cervello lasciando solide impronte. Do Me. Droni dal paradiso, dalle Antille e dalla Spagna. Greater Antilles Part 1/2. Aquí, Port Lligat. Dispersione del suono e pericolo appena nascosto da un mare limaccioso che diventa nero con l’oscurità, ansia, house e distorsioni. Dos Gardenias. 2-step extra lusso. Danger. Vibrazioni calde, distacco, ballo libero e tanto sudore dappertutto. I corpi si uniscono indissolubilmente in un godimento allo stesso tempo etereo e carnale. Un paradiso lunghissimo e una progressione che resterà a lungo nelle menti. Some Jazz Shit.

Dopo c’è la consapevolezza di “non poter fare altro” spesso abbiamo anche un ottimo lavoro. Drew è l’ennesima prova di questo pensiero elementare.

Alessandro Ferri