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Land Observations – The Grand Tour

Data di Uscita: 29/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

ḫa-a-a-iṭ kib-ra-a-ti muš-te-‘-ú ba-lá-ṭi

Vi parrà assurdo il mio mestiere: osservo le terre lontane, guardo i paesaggi, studio le strade e poi racconto tutto al mio amico Gilgamesh. Per questo motivo mi hanno rinchiuso in questo manicomio che chiamano con squallido finto pudore “centro psichiatrico”.
Il povero Gilgamesh si è ammalato di cuore amando una donna che credeva pura e da allora non può più varcare i confini del mondo cercando la vita eterna. È un grande amico ed è seduto proprio qui vicino a me adesso; fumiamo la pipa.
Da quando sono rinchiuso riesco a raggiungere le terre lontane solo col pensiero –capacità che mi ha donato la luna il giorno in cui sono nato-, ma Gilgamesh è contento lo stesso, si è fatto uomo, sa di non poter essere un eroe, perché gli eroi non esistono.
Nei Paesi Bassi ho mangiato interi campi di tulipani per poi vomitare al mio amico un meraviglioso arcobaleno di petali colorati. Ho bevuto tutte le acque del Passo del Sempione per potergli raccontare le montagne –perché si sa che l’acqua e la pietra sono sorelle-. Gli ho soffiato una balaustrata di brezza per appoggiare, di sera, la sua malinconia. E Gilgamesh sorrideva, e lo fa ancora quando gli parlo gli canto gli suono le terre che ho osservato con gli occhi interiori ed esteriori, perché anche lui conosce i segreti orfici, sa incantare i serpenti, sa far piangere Ade. Conosceva i misteri ancora prima di Orfeo, aveva incontrato le aure ancora prima che esistessero i riti zoroastriani.
Ama gli indiani d’America, i nativi.
Il dottore dice che ho creato Gilgamesh per recuperare la parte di me che ho perso dopo un trauma. Sei un coglione caro dottore! Io e Gilgamesh siamo qui, reali, con le nostre trippe facilmente constatabili, coi nostri intestini segreti –come i tuoi, caro scrutatore dei cervelli- stiamo ridendo di te e recitiamo un poeta francese al contrario.
Mr G., come lo chiamo da quando gli ho raccontato gli USA, vuole sapere per la prima volta, sorprendendomi enormemente, com’è la terra in cui sono nato, vuole i paesaggi del mio paese. Te li do mio caro, li ho masticati per tanti anni e li annuso ancora.
La Terravecchia punta in direzione Est-Sud/Est come un uccello migratore che ha rubato i segreti del grande Nord; è la parte vecchia, la parte iniziale, ha un capo e dei piedi, nasconde cortiletti in pietra scolpiti dalle divinità del silenzio, ha un’arteria principale su cui è scorso il sangue dei giacobini. Ci è passato pure un Efesto giapponese a rinfrescare la nostra memoria pigra, a dirci che chiunque poteva prodursi il pane.
La Montagnola è una pietra poggiata sulla pietra, è un canto che sfocia nel cielo, guardando il mare.
Eppure tutti vanno per il Corso, vasca di pesciolini rossi.
Quella che mi trovo sempre di fronte è una montagna dalle apparenze di collina, la sua altezza ripete per tre volte (numero magico) l’otto (numero sacro, infinito rovesciato). È popolata dai boschi e schiere di rapaci disegnano linee alla Picasso sul suo corpo.
Alle spalle c’è il lago, selvaggio ricettacolo di creature devastanti, serena sede di venti di fuoco, di venti d’acqua –perché si sa che il vento e l’acqua sono amanti-.
E l’ultima cosa che riesco a dirti –il mio cranio è scrigno di stanchezze imperscrutabili- è che c’è ancora l’odore dei cartaginesi, per chi ha un olfatto acuto.

Mr G. è contento di questa terra vicina, dice che l’ho osservata bene, dice che l’ho dormita ottimamente. Che sagoma Mr G., ama far diventare transitivi i verbi intransitivi.
Mi dà molta noia essere considerato pazzo nell’unico periodo della mia vita in cui non lo sono affatto, è come iniziare un pranzo dalla frutta, ovvero banale e fastidioso. Nonché inutile.
Dottore sano, dottore caro, pronipote di un Ippocrate che non è mai esistito, lasciami andare, lasciami entrare nei boschi e ti giuro che aspirerò Gilgamesh dalle mie magiche narici.
Ti giuro che diventerò stupidamente felice come mi vuoi tu.

Marco Di Memmo

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