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Dakota Suite & Quentin Sirjacq – There Is Calm to Be Done (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 11/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lay down with me

Non è banale, arrivati a questo punto, tentare di dare un ordine agli eventi e so bene che le mie confidenze indurranno i più rigorosi di voi ad una smorfia di disapprovazione, ma chiedo pazienza perché non avrei potuto fare altrimenti. Ogni passo che ho compiuto era l’ovvio effetto della precedente condizione e tra i miei umori, in questo momento non c’è posto per il pentimento.
La prima volta che ho incontrato il suo sorriso era un marzo mite e i germogli più insolenti dell’albero di siliquastro cominciavano a schiudere le loro singolari curiosità. Non davamo peso alle nostre presenze, in fondo eravamo poco più che estranei; ma le stagioni passavano in fretta e quella sera, quella in cui l’ho trovato, pioveva l’irruente pazzia che ci avrebbe resi attori al primo atto di una commedia che capivo avrebbe raccontato di morbide attrazioni. Non potevo sapere che la cosa lo riguardasse, così confessai di esserne affascinata e il disorientamento fu breve prima che le cose cambiassero. Fu sufficiente cominciare a regalarsi i dettagli più scabrosi delle nostre esistenze, quelli che non si raccontano o che si confessano solo per dimostrare gli stomaci più incoscienti; è buffo constatare che passiamo la maggior parte della nostra vita a esibire prove di solida indipendenza, eppure continuiamo ad aver bisogno di eroi.
Probabilmente il terreno era fertile, ma questo non aveva alcuna rilevanza, comprendevamo entrambi il potenziale arbitrario che si apriva di fronte a noi e il suo buon senso era di certo superiore al mio. Non era decenza a muovere il suo distacco, piuttosto prudenza, come biasimarlo, ma quella che sentivo si chiamava mancanza e non volevo altro che essere la sua scelta. M’irritava profondamente sentir dire che trovava tutto così avvilente. L’impulso che nutrivo non lo era, ma avevo a disposizione solo due cortili e una finestra e vedermi derubata di quel piccolo spazio che percepivo come un mio diritto, era un altro centimetro di corda che si stringeva attorno al mio collo e che mi privava della possibilità di respirare l’aria di cui chiunque ha bisogno. Rimaneva poco altro per noi, my sweet nothing, ero ormai decisa alla resa quando tornai con l’insegna della sconfitta tra le mani.
Non c’era vento e le foglie esauste non si muovevano, come se incollate all’asfalto. Poco lontano da noi qualcuno canticchiava una nenia d’indulgenza, come se non fosse ignaro di quel che stava per verificarsi, come se volesse immolarsi nel tentativo di fornire un sostegno. Nell’aria si percepiva un odore pregno d’autunno e si udivano con chiarezza i passi spasmodici del quotidiano in movimento. Camminavamo l’uno al fianco dell’altra in direzione della stazione e ci fermammo al solito bar a prendere un caffè. Era una serena mattina domenicale di metà novembre quando scelsi di confessare le mie insofferenze, le mie inadeguatezze, la fragile volontà di mettere fine a quella dolce agonia che sembrava offrire nient’altro che un nuovo turbamento. Ma la tensione era troppa e l’urgenza di una riappacificazione opprimente, mi avvicinai più del concesso e fu impossibile scoraggiare la naturale necessità di sfiorarsi e sussurrare quelle impercettibili nostalgie che scoprimmo essere l’inizio di un nuovo racconto.

I am he that aches with amorous love;
Does the earth gravitate? Does not all matter, aching, attract all matter?
So the body of me to all I meet or know.
Walt Whitman

Giulia Delli Santi

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