monthlymusic.it

Archive for luglio, 2014

Fuck Buttons @ Piazza Lusvardi, Soliera (25/07/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

L’estate perfetta: pioggia, temperature che faticano a superare i 26°, copertina a letto e lieve brezza serale.
Possono cambiare stagioni, stati d’animo, mezzi di trasporto, luoghi, relazioni umane e abitudini alimentari. Possono davvero cambiare tantissime cose, ma i punti fermi ci sono sempre. Vaffanculo Zygmunt Bauman, la sua “liquidità” e il lavaggio del cervello che ha fatto a molti. Vi sono bisogni di ben altra materia: necessità di puro granito. Rocce a cui aggrapparsi come quando non sai nuotare e cerchi un qualche salvagente, un braccio umano o uno scoglio immaginario.
I Fuck Buttons rientrano in questo ristretto gruppo di bisogni, i Fuck Buttons gratis suonano come un risarcimento divino ai patimenti e alle difficoltà di tutti i giorni. (altro…)

Land Observations – The Grand Tour

Data di Uscita: 29/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

ḫa-a-a-iṭ kib-ra-a-ti muš-te-‘-ú ba-lá-ṭi

Vi parrà assurdo il mio mestiere: osservo le terre lontane, guardo i paesaggi, studio le strade e poi racconto tutto al mio amico Gilgamesh. Per questo motivo mi hanno rinchiuso in questo manicomio che chiamano con squallido finto pudore “centro psichiatrico”.
Il povero Gilgamesh si è ammalato di cuore amando una donna che credeva pura e da allora non può più varcare i confini del mondo cercando la vita eterna. È un grande amico ed è seduto proprio qui vicino a me adesso; fumiamo la pipa.
Da quando sono rinchiuso riesco a raggiungere le terre lontane solo col pensiero –capacità che mi ha donato la luna il giorno in cui sono nato-, ma Gilgamesh è contento lo stesso, si è fatto uomo, sa di non poter essere un eroe, perché gli eroi non esistono.
Nei Paesi Bassi ho mangiato interi campi di tulipani per poi vomitare al mio amico un meraviglioso arcobaleno di petali colorati. Ho bevuto tutte le acque del Passo del Sempione per potergli raccontare le montagne –perché si sa che l’acqua e la pietra sono sorelle-. Gli ho soffiato una balaustrata di brezza per appoggiare, di sera, la sua malinconia. E Gilgamesh sorrideva, e lo fa ancora quando gli parlo gli canto gli suono le terre che ho osservato con gli occhi interiori ed esteriori, perché anche lui conosce i segreti orfici, sa incantare i serpenti, sa far piangere Ade. Conosceva i misteri ancora prima di Orfeo, aveva incontrato le aure ancora prima che esistessero i riti zoroastriani.
Ama gli indiani d’America, i nativi.
Il dottore dice che ho creato Gilgamesh per recuperare la parte di me che ho perso dopo un trauma. Sei un coglione caro dottore! Io e Gilgamesh siamo qui, reali, con le nostre trippe facilmente constatabili, coi nostri intestini segreti –come i tuoi, caro scrutatore dei cervelli- stiamo ridendo di te e recitiamo un poeta francese al contrario.
Mr G., come lo chiamo da quando gli ho raccontato gli USA, vuole sapere per la prima volta, sorprendendomi enormemente, com’è la terra in cui sono nato, vuole i paesaggi del mio paese. Te li do mio caro, li ho masticati per tanti anni e li annuso ancora.
La Terravecchia punta in direzione Est-Sud/Est come un uccello migratore che ha rubato i segreti del grande Nord; è la parte vecchia, la parte iniziale, ha un capo e dei piedi, nasconde cortiletti in pietra scolpiti dalle divinità del silenzio, ha un’arteria principale su cui è scorso il sangue dei giacobini. Ci è passato pure un Efesto giapponese a rinfrescare la nostra memoria pigra, a dirci che chiunque poteva prodursi il pane.
La Montagnola è una pietra poggiata sulla pietra, è un canto che sfocia nel cielo, guardando il mare.
Eppure tutti vanno per il Corso, vasca di pesciolini rossi.
Quella che mi trovo sempre di fronte è una montagna dalle apparenze di collina, la sua altezza ripete per tre volte (numero magico) l’otto (numero sacro, infinito rovesciato). È popolata dai boschi e schiere di rapaci disegnano linee alla Picasso sul suo corpo.
Alle spalle c’è il lago, selvaggio ricettacolo di creature devastanti, serena sede di venti di fuoco, di venti d’acqua –perché si sa che il vento e l’acqua sono amanti-.
E l’ultima cosa che riesco a dirti –il mio cranio è scrigno di stanchezze imperscrutabili- è che c’è ancora l’odore dei cartaginesi, per chi ha un olfatto acuto.

Mr G. è contento di questa terra vicina, dice che l’ho osservata bene, dice che l’ho dormita ottimamente. Che sagoma Mr G., ama far diventare transitivi i verbi intransitivi.
Mi dà molta noia essere considerato pazzo nell’unico periodo della mia vita in cui non lo sono affatto, è come iniziare un pranzo dalla frutta, ovvero banale e fastidioso. Nonché inutile.
Dottore sano, dottore caro, pronipote di un Ippocrate che non è mai esistito, lasciami andare, lasciami entrare nei boschi e ti giuro che aspirerò Gilgamesh dalle mie magiche narici.
Ti giuro che diventerò stupidamente felice come mi vuoi tu.

Marco Di Memmo

Alvvays – Alvvays

Data di Uscita: 22/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Una fresca e leggera folata di vento da trasformare in un istante perfetto.
Molly ha subito tentato di bloccare inutilmente la sua chioma, esplodendo improvvisamente in un bellissimo sorriso. I suoi denti bianchi e il rossetto rosso sulle labbra e alcune onde dell’Oceano a sovrastare le rocce della scogliera a lato della nostra nuova spiaggia. Il sole andava e veniva ma avevamo già deciso che quel pomeriggio sarebbe stato spensierato e di assoluto relax. Sabbia, mare, cielo azzurro, cielo annuvolato, turisti che girano intorno qua e là, bar pieni e bar vuoti, bibite con le cannucce, le solite palme, le solite piante, le ragazze della band che prendono il sole in maglietta e shorts di jeans per non scottarsi, i ragazzi della band che giocano a calcio in riva al mare. Kerri aveva una maglietta con su una bandiera francese, non so se c’entrasse il Quebec o qualche altra cosa. Una bambina francofona la indicò e sorrisero entrambe, suo fratello si aggiunse per qualche passaggio con i suoi pantaloncini di una squadra del campionato francese. Il sole andava e veniva ma non ci facevamo attenzione. A metà pomeriggio entravamo ed uscivamo dall’acqua senza sosta, un po’ ci riscaldavamo, un po’ nuotavamo, un po’ giocavamo ancora a calcio o a pallavolo tutti insieme, anche con le ragazze, sempre vicino all’acqua, in riva. Molly corse per prendere una schiacciata e le caddero gli occhiali da sole nel mare e si tuffò a riprenderli e non smise più di sorridere, tra la sorpresa e la soddisfazione per il recupero, e quando si rigirò verso di noi dopo averli rimessi, immediatamente ci tornò in mente una delle ultime gite a Toronto, una passeggiata per una via di negozi. Però nello stesso momento ci ricordammo anche del week end del nostro primo concerto a New York, una serata e delle giornate fantastiche, nonostante il viaggio difficile da organizzare. L’abbiamo anche immortalato in un video, quello sguardo caratteristico di Molly, con tanto di sorriso mentre si volta di lato verso di noi. Sempre con i suoi Wayfarer s’intende. Quando suoniamo li appoggia spesso su un amplificatore, quasi a voler tenere vicino a sé un oggetto che significa “punti di forza” nel suo vocabolario, raggiungibile grazie ad un solo sguardo anche nel mezzo di una canzone. I ragazzi erano andati a prendere delle bibite per tutti, le appoggiarono su una delle sedie che ci eravamo portati dietro e tutti ci sedemmo intorno ai nostri asciugamani a guardare il mare e a bere qualcosa di fresco. Hey hey, marry me Archie. Hey hey, marry me Archie. E subito ripartirono le risate. La stiamo cantando dappertutto, sembra che sia la canzone con cui stiamo finalmente riuscendo a farci conoscere a tantissima gente nuova in tantissime parti del mondo in cui non siamo ancora stati. E intanto ci fa ancora ridere di gusto, e allo stesso tempo ne siamo enormemente fieri. E’ fantastico. Tante persone che stanno ascoltando in cuffia o su vinile o chissà dove tutte le parole e le chitarre e le melodie del nostro disco, tante storie che partono dal nostro piccolo Canada. Piccolo a ben dire, perché Toronto per noi è sempre stata solo un traguardo, uno spazio in cui abbiamo conquistato risultati centimetro dopo centimetro. Ci pensate a quanto sembreranno lontane le nostre isole, che ne so, dal cuore dell’Europa? Sarà fantastico suonare là. Tanti giustamente dicono che il nostro suono è perfetto per l’estate, e non a caso Alvvays è stato fatto uscire a luglio. Siamo così orgogliosi che molti ci stanno ringraziando per avergli regalato il disco perfetto per la loro estate! Non riusciamo quasi a crederci. Ci conosciamo da così tanto tempo e finalmente siamo arrivati ad un punto di svolta del nostro ritrovarci a casa di qualcuno e provare a scrivere una bella canzone. A volte tutto si allinea meravigliosamente e tu sei lì e dici – ok, cosa faccio ora? E non ti resta che afferrarlo quell’istante e metterci tutto te stesso, e quello che hai sempre voluto essere. Le cose cambiano, e cambieranno ancora eh. Noi cerchiamo di vivere solo il presente. Ci basta che tutto sia leggero. Quest’inverno tra un concerto e l’altro sarebbe bello stupire una persona dopo l’altra facendogli capire come la nostra musica può adattarsi alla grande a tutte le stagioni. E poi Molly scrive in un modo tutto suo, e lo fa con grande talento. Quella volontà di sorridere ed essere forti con grazia e aggirare le eventuali difficoltà e sorridere ancora si sente e si sentirà sempre meglio. Kerri si alza e sparisce per qualche minuto. Noi stiamo in silenzio un secondo e subito dopo Molly e Alec ci raccontano di un’intervista che hanno fatto qualche giorno prima con un giornale di Toronto in un ristorante molto bello. Il sole non vuole tramontare, potrebbe starci un altro bagno in mare adesso. Ecco Kerri che torna, e con la sua tastiera tra le braccia. C’è meno gente in spiaggia ora, possiamo suonare qualcosa aspettando il tramonto. Magari Red Planet, per aggiungere un tappeto elettronico al sole rosso che si tuffa nell’Oceano, o anche Next of Kin per ricordarci del Canada e suonare un ritornello spensierato, o ancora Adult Diversion per ricordarci del video che abbiamo girato sempre tra passeggiate, cieli, occhiali da sole e giacche di pelle. E Ones Who Love You? Va benissimo per quest’ora del giorno! The Agency Group per la melodia che ci piace tanto e che non vediamo l’ora di suonare dal vivo, Party Police per ridere raccontando storie di noia, di bravate e di casa. E poi rimettersi in viaggio, vedere il mare scorrere dal finestrino, abbracciarci, andare in tour, vivere al meglio tutto questo. Atop a Cake. Oppure semplicemente aggiungere qualche accordo al nostro pomeriggio spensierato e alle leggere folate di vento. La casa con i mattoni rossi che vorremmo comprare in città, i posti in cui abbiamo suonato e dove andremo a suonare, le recensioni, le canzoni scartate in passato, i nostri lavori ancora da gestire, la Nuova Scozia, l’Isola del Principe Edward (i posti da dove veniamo), le sessioni di live in radio, le magliette a righe, le polaroid fuori dai locali a fine concerto, le notti lunghissime da vivere e rivivere ancora a passeggiare tra le luci delle bancarelle e il rumore del mare o di un gruppo che sta suonando poco più in là. Uno dei ragazzi sta scrivendo qualcosa sulla sabbia. “Magari servirà per un nuovo video. Magari lo prepariamo per Dicembre per quando farà freddo”. Vedo due V tracciate dal bastoncino di legno con cui sta scrivendo. Molly gli dice che la sua idea della bandiera e della nave per l’ultimo video resterà ancora per un po’ la migliore. Però il prossimo video sarà figo lo stesso. Su questo siamo tutti d’accordo. Alvvays. Kerri si sdraia con la sua tastiera a fianco, Molly sorride e si sistema la sua chioma biondissima, i ragazzi fotografano la scritta in riva al mare. Polaroid di questo racconto corale di questo gruppo che andrà molto lontano. I ragazzi ricominciano a giocare a calcio parlando di chitarre, le ragazze a parlare d’estate, occhiali da sole e a canticchiare le loro canzoni.

Filippo Redaelli

Ghemon – Orchidee

D.d.U. 27/05/2014

Erano trascorsi anni blu come la sera dopo il tramonto, non fitti ma comunque tenebrosi.
C’erano stati momenti di identità multiple in cui lo specchio rifletteva immagini, in cerca della pace che portava a discorsi al limite dell’ovvietà, con le mani sulla testa e i capelli corti, sui vestiti, sulla camicia. L’armadio aveva rinchiuso troppo a lungo fantasmi ch’erano poi volati con la loro pesantissima leggerezza fuori, e la finestra mostrava Milano e le sue luci, sempre la stessa, ogni momento: diversa.
Via Tortona affollatissima in Aprile, era quel giorno piuttosto statica e sui muri, opposti ai binari, le poesie anonime di ragazzi sarcastici e un po’ innamorati.
Gianluca fece un pasto veloce, fumò la quarta sigaretta e chiamò un taxi.
Un’Orchidea al posto dei coinquilini: bianca.
C’era spazio che non era vuoto, nella nuova casa. C’era vita, che era un futuro anteriore ipotizzato e tanto discusso, in quel momento.
Nonostante tutto, nonostante continueremo a fare poi, vivendo mentre.
Tutti parlavano di “rinascita”, quando lo incontravano. Ai concerti, al teatro, in giro, in sala prove, anche durante i pomeriggi svogliati, nel fermo immagine di un culo attratto dalla gravità sul divano monocolore, comunque comodo. A gambe accavallate prima, dopo rilassate e divergenti.
Gli dicevano:
– ti vedo bene!
-sei dimagrito!
-senti Narciso, dovresti provare a far l’attore con quel tipo di viso!
La certezza di essere fuoriluogo ovunque chiedendosi che cazzo ci trovano di divertente in quelle feste piene di gente, diventò piuttosto il contorno di una personalità che dimenticava i vent’anni ma ne faceva tesoro. Una smorfia con le labbra. Sorrisi. Sguardo oltre.
Quelle erano voci, indefinite ma comunque determinanti.

Chi era amico doveva dirglielo in faccia, perché c’erano state vipere a tentare il morso velenoso, incontrate per caso durante un cammino un po’ dantesco, andando giù. Saturnino al basso.
Quando si è pronti ad esser feriti non si è più vulnerabili, e lui l’aveva capito. Anche perché lo si è sempre. Anche con lo scudo e la spada, anche correndo da lei nel traffico con la sicurezza di un bacio o con la malinconia della partenza.
Poter dire: questo sono io è un’autodeterminazione che comporta le tasche vuote e la mente piena, anche di certezze, però, prima precluse dai tentativi più volte falliti, dalle illusioni.
Non basta una vita intera, sia chiaro.
Tredici canzoni. Gli strumenti, mettersi in discussione sempre.
Non c’è più la rabbia di tutto ciò che è stato.
Stato in luogo: sono qui.
Gianluca non poteva più tirarsi indietro.
Quando si procede è solo in avanti.

Ilaria Pastoressa

The Raveonettes – Pe’ahi

Data di Uscita: 22/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Carla ha appena finito di leggere per la quarta volta consecutiva la biografia di Jim Morrison, le pagine hanno assunto strane pieghe sotto le giovanissime dita di una ragazza dai sudori facili e dalla scarsa pazienza. Appoggia il volume sulla mensola accanto al bow window e allunga le gambe sotto i riflettori della luce solare per stendervici la cera e renderle glabre, rituale che ripete compulsivamente più volte alla settimana in un’ossessiva ricerca della pelle perfetta. Fa attenzione a non rovinare le unghie dipinte di un nero assoluto, si appresta a stendere e strappare. Di fuori il sole è impietoso e cocente, l’estate in Arizona è priva di misericordia. Sua madre, rimasta sola dopo la dipartita improvvisa di un fidanzato donnaiolo, è ora vittima di un profondo attacco di rivincita nei confronti di una vita finora insoddisfacente, e sta vivendo una seconda giovinezza sull’onda di escursioni estreme nel Grand Canyon insieme a impavidi semisconosciuti. Carla invece non esce di casa e sopravvive grazie alle mirabolanti vite degli altri in cui perdersi nei libri, e a propositi di fughe future in via di definizione via sms con Sally.
Sally ha abbandonato l’Arizona da quasi due anni, ma Las Vegas in fin dei conti non è così distante che è saltata sul carro delle ambizioni di due genitori eccentrici e ha lasciato Carla e i sobborghi di Phoenix senza troppo rammarico. La vera amicizia resiste anche alle separazioni. E la vita è ancora talmente lunga e aperta e la California è a portata di mano e così appetibile. Dalla finestra di una sala da pranzo modesta, in una piccola casa kitsch dalle povere finiture, un deserto in Nevada appare come qualsiasi altro deserto che lei abbia mai visto, dal vivo o in tv. Da lì le Venezie e le Parigi giocattolo sembrano non esistere, e anche non ci fossero in quella città che sembra un set in cartapesta non sarebbe un dramma. Finché i cavalloni delle onde si infrangono sulla West Coast e sulle acrobazie degli splendidi surfisti vale la pena credere e spendersi in organizzare follie on the road, Carla ci sta.
Sono giovani ma da anni ci stanno pensando, e con il susseguirsi delle primavere la speranza cominciava a sfumare davanti ai loro occhi, il mare si ritirava dalle terre arse dal deserto, appariva esageratamente lontano, talvolta impossibile. Si sa che la vita è più propensa a calci in culo che a mano tese. Sventure, soldi che ogni mese finivano troppo presto, genitori in balia dei loro capricci e di un’età adulta mai sbocciata.
Ora stanno partendo, due zainetti semi-logori, due bus di linea che sobbalzano laddove il fondo stradale si presenta più sconnesso, qualche maglietta e ritagli di giornale raffiguranti spiagge paradisiache; poi ancora l’iphone, la crema solare, preservativi, un coltellino tascabile per difendersi dai guai. Le loro traiettorie si incontrano nella città degli Angeli, trovano una stanza in subaffitto a pochi passi dal mare da cui struggersi osservando le evoluzioni e le ampie spalle ben tornite dei surfisti. Di nuovo insieme eppure sole nei loro nodi da sbrogliare, alzano il volume della radio nel dopopranzo e cantano e ballano e forse piangono anche, ma non lo ammettono.
“Shy away from the real thing / You know there is no God
You shy away from everything / You shy away from me
Nowhere to run / In your dreams you are aimless”

La notte non è mai abbastanza notte per concedersi tregue, restano sveglie per vedere spegnersi le luci nelle case vicine, una ad una; si passano canne rollate alla perfezione adagiate sul pavimento del terrazzo comune, e l’aria è tiepida e carezzevole sulla pelle nuda. Conoscono ragazzi e ragazze come loro, scappati chissà da quale realtà opprimente inseguendo il medesimo miraggio di libertà dai colori azzurri dell’oceano e dalle distese sconfinate delle spiagge a perdita d’occhio. Coi primi soldi racimolati grazie a lavoretti di fortuna in qualche fast food arrivano serate nei locali, gite lungo la costa e vestiti e scarpe e tutto ciò che colma un vuoto, almeno all’apparenza, almeno sul momento. Tuttavia non vi è nulla che riappacifica Carla e Sally come il mare sotto Los Angeles, il sale medica le ferite e velocizza le cicatrizzazioni; nessuna chiamata arriva dai deserti, come fossero state totalmente dimenticate nell’istante stesso in cui son salite sugli autobus dirette altrove, come se la loro assenza avesse in qualche modo egoista alleggerito il carico di famiglie incapaci. Ricordi di infanzia affiorano pervicaci nonostante la loro voglia di voltare pagina, “remembrance of things passed”, con le cuffie nelle orecchie a volte faticano a prendere sonno ripensando alle mancanze. Poi arriva il mattino e il sole in faccia asciuga occhi assonnati, oggi non ci sono tavoli da servire ma onde pazzesche da rimirare sulla battigia vincendo il freddo delle acque del Pacifico, prima di prendere il coraggio per scomparire e riaffiorare nel blu oltremare. Le tavole colorate compiono ogni giorno i loro equilibrismi sotto il comando di giovani atletici ed esperti, le ragazze sembrano abuliche ma in silenzio si destreggiano alla meglio per preservare i loro, di equilibri, e in fondo sembra ci stiano riuscendo, dal momento che la lontananza consente di mettere a fuoco ogni cosa e a una certa distanza esorcizzare e accettare sembra possibile.
“Who rode so hard in the warm California breeze
And these kids who changed everybody’s lives
On forbidden streets with rusty knives
Who got spit upon but knew they’d arrived
To wipe out and rebuild for you and I”

Il clima mite e profumato della West Coast camuffa la fine dell’estate in un continuum di hot dog, mare e zucchero filato sui rollerblade; Sally e Carla erano scappate con l’intento di salvarsi in quei mesi dalla morsa della realtà a 40°C all’ombra, non avevano messo in conto l’evenienza di non tornare più indietro ma a quanto pare la vita stava loro silenziosamente suggerendo di fermarsi. Uscendo a notte inoltrata dall’El Rey Theatre, sotto l’assalto delle chitarre graffianti dei Raveonettes, delle loro recriminazioni musicate e urlate, della patina di synth e rabbia e malinconia, tra distorsioni e angoli scuri e scie più luminose, non vi era altra cosa da fare se non restare.

Federica Giaccani

To Rococo Rot – Instrument

Data di Uscita: 21/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

La corsa mi rende schiavo.

Ma vi prego, non confondetemi con i corridori di oggi. Non sono uno di quelli che usa la lingua inglese definendosi “runner”, che si porta dietro roba superflua per tenere sotto controllo il tempo o per misurare le calorie bruciate, non ho un cellulare che memorizza il percorso e suggerisce vie alternative né mi vesto con tute ergonomiche tagliavento. Non porto con me lettori mp3 né walkman. Non sono nemmeno un tipo introspettivo, non fatico giornalmente per “comprendermi”, superare i miei limiti o mettermi in gioco.

Io corro con dei pantaloncini corti, una canotta e scarpe da corsa comuni; più di ogni altra cosa sono interessato alle persone che incontro lungo il tracciato, sono loro la mia musica.

Osservo le esili figure che dalla distanza mi compaiono di fronte e mi concentro al massimo, entrando in una sorta di trans. Per un lasso di tempo, che non so controllare, vivo nei loro corpi, guardo dai loro occhi e sento il battito dei loro cuori che pulsa il sangue nelle mie vene da corridore. Mi è già capitato di assaporare il gelato di una bambina che ha rinvigorito il mio corpo in calo di zuccheri, di leggere le novità dal giornale ancora non stropicciato di un signore seduto alla panchina, ho addirittura marcato il territorio stando al guinzaglio di un padrone rassicurante.

La corsa mi rende schiavo perché vivo le vite altrui.

Eppure da un mese a questa parte non riesco più ad immergermi negli occhi di nessuno. Le ho provate tutte, fissando i visi di centinaia di persone, avvicinandomi a loro come non mai, in alcuni casi le ho addirittura sfiorate di passaggio, una volta ho inseguito un cane per due ore.

Forse ho semplicemente perso il mio dono, ma vorrei sapere il perché sia durato appena due mesi. Ho forse abusato di curiosità?

Ho raccontato questa storia ad un solo amico, forse per timore di essere preso per un racconta frottole o peggio, per un pazzo. Sembra aver compreso la situazione, mi ha detto più volte che ci sono altri modi per vivere le vite degli altri e che presto avrei ricevuto un suo pacchetto via posta. Oggi l’ho scartato ed è un disco dei To Rococo Rot che si chiama “Instrument”.

Ecco, ora la musica mi rende schiavo.

Maurizio Narciso

Dakota Suite & Quentin Sirjacq – There Is Calm to Be Done (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 11/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lay down with me

Non è banale, arrivati a questo punto, tentare di dare un ordine agli eventi e so bene che le mie confidenze indurranno i più rigorosi di voi ad una smorfia di disapprovazione, ma chiedo pazienza perché non avrei potuto fare altrimenti. Ogni passo che ho compiuto era l’ovvio effetto della precedente condizione e tra i miei umori, in questo momento non c’è posto per il pentimento.
La prima volta che ho incontrato il suo sorriso era un marzo mite e i germogli più insolenti dell’albero di siliquastro cominciavano a schiudere le loro singolari curiosità. Non davamo peso alle nostre presenze, in fondo eravamo poco più che estranei; ma le stagioni passavano in fretta e quella sera, quella in cui l’ho trovato, pioveva l’irruente pazzia che ci avrebbe resi attori al primo atto di una commedia che capivo avrebbe raccontato di morbide attrazioni. Non potevo sapere che la cosa lo riguardasse, così confessai di esserne affascinata e il disorientamento fu breve prima che le cose cambiassero. Fu sufficiente cominciare a regalarsi i dettagli più scabrosi delle nostre esistenze, quelli che non si raccontano o che si confessano solo per dimostrare gli stomaci più incoscienti; è buffo constatare che passiamo la maggior parte della nostra vita a esibire prove di solida indipendenza, eppure continuiamo ad aver bisogno di eroi.
Probabilmente il terreno era fertile, ma questo non aveva alcuna rilevanza, comprendevamo entrambi il potenziale arbitrario che si apriva di fronte a noi e il suo buon senso era di certo superiore al mio. Non era decenza a muovere il suo distacco, piuttosto prudenza, come biasimarlo, ma quella che sentivo si chiamava mancanza e non volevo altro che essere la sua scelta. M’irritava profondamente sentir dire che trovava tutto così avvilente. L’impulso che nutrivo non lo era, ma avevo a disposizione solo due cortili e una finestra e vedermi derubata di quel piccolo spazio che percepivo come un mio diritto, era un altro centimetro di corda che si stringeva attorno al mio collo e che mi privava della possibilità di respirare l’aria di cui chiunque ha bisogno. Rimaneva poco altro per noi, my sweet nothing, ero ormai decisa alla resa quando tornai con l’insegna della sconfitta tra le mani.
Non c’era vento e le foglie esauste non si muovevano, come se incollate all’asfalto. Poco lontano da noi qualcuno canticchiava una nenia d’indulgenza, come se non fosse ignaro di quel che stava per verificarsi, come se volesse immolarsi nel tentativo di fornire un sostegno. Nell’aria si percepiva un odore pregno d’autunno e si udivano con chiarezza i passi spasmodici del quotidiano in movimento. Camminavamo l’uno al fianco dell’altra in direzione della stazione e ci fermammo al solito bar a prendere un caffè. Era una serena mattina domenicale di metà novembre quando scelsi di confessare le mie insofferenze, le mie inadeguatezze, la fragile volontà di mettere fine a quella dolce agonia che sembrava offrire nient’altro che un nuovo turbamento. Ma la tensione era troppa e l’urgenza di una riappacificazione opprimente, mi avvicinai più del concesso e fu impossibile scoraggiare la naturale necessità di sfiorarsi e sussurrare quelle impercettibili nostalgie che scoprimmo essere l’inizio di un nuovo racconto.

I am he that aches with amorous love;
Does the earth gravitate? Does not all matter, aching, attract all matter?
So the body of me to all I meet or know.
Walt Whitman

Giulia Delli Santi

Geotic – Morning Shore (Eon Isle)

Data di Uscita: 14/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Summer Vacation in Malibu.

L’asinello democratico vince spesso e volentieri qui. Tra Charles Bukowski e Richard Gere c’è un mondo intero da vivisezionare, una vita e mezza almeno da perdere probabilmente invano.
Passare un’estate in questo lembo di terra californiana può essere snervante, ti devi destreggiare tra innumerevoli svaghi e possibilità. L’ossessione e il sogno americano esplode in molte forme, infinite strade a senso unico che per magia si aprono. Surfisti, puoi passare interi pomeriggi ad osservare le loro acrobazie. La grande onda non arriverà ma loro sono lì, imperterriti e liberi. Con la loro barba bagnata dall’acqua, i fisici scolpiti, le tavole da surf colorate e rifinite come e più dei tatuaggi che ci piace sfoggiare seduti sulla sabbia. E poi gli stabilimenti balneari e i tanti turisti con le macchine fotografiche professionali, sempre attenti a scorgere una qualche celebrità. Costantemente con un occhio rivolto all’acqua e uno di traverso ad intercettare i movimenti nella mega villa più vicina. Vere e proprie icone, film su film a riportare questi luoghi così pieni di manie, mode e tormenti.

Puoi comunque restare in mezzo al flusso anche rifugiandoti negli spazi più intimi e sperduti. Le luci della giornata e della notte hanno un’unica patina gialla. Chi la vede dorata, chi la vede malata: entrambi le personalità si trovano d’accordo sull’unicità così ben costruita. Gli spazi alternativi non mancano, le insenature nascoste e gli ombrelloni solitari che si perdono in lunghi baci con la speranza di non essere visti. Lo sdraio condiviso e i lunghi baci che invece hanno la speranza di essere visti. Le lingue e le mani che si intrecciano in un bozzetto onirico ma piuttosto erotico.
La chitarra può essere liberamente trasportata in ogni spazio, l’elettronica di sempre lascia il posto ad un tipo diverso di loop. Tutto è rifinito, definitivo ma fragile. L’apertura e la semplicità lasciano ampi margini di manovra. Davanti ad una forma canzone ambient molto particolare, non si superano i quattro minuti e non si scende sotto i tre minuti, la copertura mentale dei suoni è libera.
Dalla colazione alle prime luci dell’alba ed il risveglio con i rumori degli animali, come faranno ad esserci davvero animali dirà l’ecologista folle. Lo sfrigolio del bacon, la glassa di grasso che cola e riempie lentamente la padella; l’uovo ed il contorno di fette biscottate integrali raccolte in uno strano negozio biologico in Europa. Il succo di frutta, strani dolcetti, come faranno davvero a mangiare quella roba dirà il salutista folle. La leggera foschia vista durante gli ultimi tour nel Nord è solo immaginata sulle colline che circondano le spiagge; tutto è fin da subito luminoso e nelle prime ore ancora quieto. È il momento ideale per lunghe pedalate sulle strade tortuose, attenti a non disturbare improbabili signori che fanno jogging in modo meccanico, con la compostezza di chi ha un piano atletico prestabilito. Chi invece è fuori dalla notte appena trascorsa, riverso su un giardino a caso con gli occhi che girano da ore. La melodia si dilata dal giro di chitarra singolo per schiudersi definitivamente in un infinito ritorno al punto di partenza. Wake With the Day, Early Drive to a Private Lagoon.
Puoi raggiungere la spiaggia e l’acqua azzurra si perde a vista d’occhio. Leggere un libro, nuotare, chiedere di eventuali avvistamenti di squali, fissare i bagnini, bere imbevibili beveroni energetici e farsi spalmare una crema solare a bassissima protezione giusto per il piacere del massaggio. Più debole ma comunque chiaro arriva il suono della solita chitarra, quasi a volersi tenere a debita distanza prima di riavvicinarsi gioioso ed impacciato come il neonato che cerca di camminare sulla sabbia. La mamma impegnata a sistemarsi un tanga invisibile, il padre che spia la situazione fingendo di leggere un quotidiano a caso. Solo successivamente leggerà con attenzione Sports Illustrated mentre la giovane moglie sarà impegnata nel difficile tentativo di mettere creme su creme sul figlio per non farlo scottare. Il bebè che nell’analizzare un nuovo mondo dorato porta nell’ambiente circostante una dose inaspettate di tenerezza e circospezione. Swim Twice, In So Little Clothing.
C’è anche la fissità del single apatico, quello che non ha voglia ma che dopo qualche primo momento di crisi si perde nei meandri della spiaggia. I colori che mutano con la posizione del sole, i riflessi delle nuvole che ricordano la panna montana delle torte nunziali dei ricchi. Nuotate al largo, felicità del naufragare lontani e consapevolezza dello star bene staccando dal mondo intero. Happy With So Little to Do.
Dodici quadretti ambient di lusso, quello semplice e un po’ campagnolo. Senza l’ebbrezza dell’eccesso ma con la certezza di aver raggiunto un equilibrio gioioso, almeno per qualche giornata. Andare incontro ad una stagione con una riflessione spensierata, una serie di giri di chitarra ad hoc. Un continuo pensare e ripensare che c’è un lusso facile da raggiungere, basta davvero poco. Una chitarra e poco altro.

Alessandro Ferri

Luluc – Passerby

Data di Uscita: 15/07/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Entanglement is a phenomenon which occurs when two systems are generated or have interacted in ways such that they cannot be described independently. Entangled bodies cannot be considered actually separated. Space-time remoteness is a fictitious distance for them because they are tangled in a deeper fashion. If you can get the answer to the question “How are you?” from one, then you will exactly know how its entangled companion feels. Spinning clockwise for one could mean counterclockwise for the other. And, whenever spinning around involves souls, tears and smiles are shared. Oh please! Wipe away those salty drops from your cheeks. This is just a melancholic dream dropping from my eyes. You know where my smile was born. I know where yours is shining.

Aprì gl’occhi su un soffitto insolito. L’usuale parvenza di quotidianità dello svegliarsi cozzava con lo sconosciuto intrecciarsi delle ombre su quello schermo improvvisato. Allestito permanentmente per l’occasione. Lo spettacolo avrebbe replicato chissà ancora quante volte. Avrebbe imparato ad apprezzarlo. Fatta mente locale sul luogo e sull’adesso rimise a posto gli ultimi tasselli del puzzle spostati durante la notte da un sonno profondo e ristoratore per la prima volta dopo settimane. Rotolò su un fianco e osservò fuori dalla finestra il frastuono di tutte quelle anime che si recavano al lavoro. Sbirciò l’ululare di un’ambulanza contrarsi e poi allungarsi nuovamente fino a scomparire nella speranza di un finale lieto ma ad ora incerto. Il tempo era scandito in maniera dubbia ed irregolare da pesanti gocce di una pioggia imminente. Come da un metronomo scarico. Come da un insegnante di musica placidamente sonnecchiante. Ed estraniandosi per un momento da quello scenario urbano si chiese. Chissà se è già il tempo della vendemmia?

No one can run faster than time and nothing can travel faster than light. Not even neutrinos. Although for a moment we desired so for the sake of challenge. Have we believed in the wrong answer for more than a century? No, my dear. We believe, today as a hundred years ago, that the speed of light is an unbreakable limit. Still. What a pity! But looking at the bright stars shining on you tenderly, you could hear the first wept of the universe. And the newborn reality remnants fill the vacuum around us. Nonetheless, it is not just a matter of causes and consequences when entanglement enters the show. So, don’t be afraid of darkness and cold. Locality trembles and then fades away. Time is passing, you’re right!, but every moment is just a point on a dense line.

Sarebbe stata una buona annata. Le vigne ormai svuotate della loro dolcezza apparivano sfinite. Ma senza versare una sola lacrima. E l’aria placida ripulita dallo scuro temporale della sera precedente appariva ora trasparente come i suoi occhi. Tremava nel rosso concludersi dell’ultimo giorno di lavoro. Tremava. L’aria placida? Svuotò l’ultimo secchio sul carro trainato dal trattore. Quindi lo poggiò capovolto sulla terra ancora umida e ci si sedette sopra per riprendere un fiato mai perso per davvero. Osservò le colline circostanti. Si sposavano fedeli all’autunno incombente. Sarebbero arrossite come colpite da un amore inatteso. E poi si sarebbero spogliate. Nude. Per non soffrire di quel consolante freddo abbraccio. Osservò le rose all’inizio di ogni filare. Avrebbero dato l’allarme morendo se solo una malattia si fosse avvicinata per minacciare la genesi del mosto. Sentinelle. Vittime sacrificali per ebbre notti a venire. Osservò innocue nuvole all’orizzonte scorrere lentamente verso le montagne. Ed estraniandosi per un momento da quel paesaggio campestre si chiese. Chissà se hai già visto l’ultimo temporale estivo?

We should never neglect interactions with the environment. Whatever we want to describe. There exist just two objects to our eyes. The one our words aim to tell something about, and the rest of the universe with which the former interacts. Sometimes happens that the rest of the universe can be approximated with something as tiny as us. If this is the case, words come naturally and worlds annihilate becoming inert background. And all the intricate laws we have to face reduce to a unitary description where the past mirrors the future and viceversa. So, don’t worry about what has been and what has to come. Are you laughing at me? Classic. But let me tell you one thing more. We won’t stop growing and we are going to lose our coherence. And this is just another step we have to take to end up as an inextricable tangle.

Pietro Liuzzo Scorpo