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Glass Animals – ZABA

Data di Uscita: 09/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Molte storie iniziano con un nome. Per trentacinque anni mi sono portato dietro un nome che non rappresenta più la persona che sono adesso. Avrebbe poco senso svelarlo ora. Nel luogo dove adesso abita il mio spirito non si comunica con le parole e nessuno si chiama nello stesso modo per due volte di fila. Una volta un bambino africano al quale avevo appena teso la mano per allontanarlo da un mamba nero mi ha guardato e la sua bocca dai denti bianchissimi ha sillabato la parola Zaba.
Potete chiamarmi così.
Zaba.

Siamo cambiati senza che nessuno di noi l’avesse chiesto. Non vi so dire se tutti noi cominciammo a vedere le stesse cose, ad accorgerci della piega diversa che aveva preso la realtà. Quello che notai furono i volti delle persone. Come in terra straniera, mi resi conto che i lineamenti, i gesti, i colori, non erano più gli stessi degli individui che prima popolavano il mio mondo quotidiano. Ogni giorno uscivo di casa e vedevo ragazzi vestiti con pantaloni di color borgogna sfrecciare su biciclette ultraleggere. Qualcuno si calcava un cappello simile ad una bombetta sulla testa per evitare di perderlo. Tutti sorridevano parlando tra loro, ed io sembravo invisibile ai loro occhi.

L’invito arrivò pochi giorni dopo quando un uomo appoggiato ad una balaustra mi disse che l’autobus sarebbe arrivato a breve. Continuai lungo la mia strada per qualche passo per poi tornare indietro, come se i miei piedi seguissero un percorso obbligato tracciato dalla stessa mano che apre la finestra durante un temporale estivo. Il veicolo arrivò poco dopo ed era guidato da un alligatore con un’impeccabile divisa rossa da autista, che si esibì in un ampio e lievemente preoccupante sorriso.
Imparai presto che tutti, su quell’originale mezzo a quattro ruote, avevano una storia da raccontare. C’era l’energumeno dalla testa calva con la barba grigia e la pancia voluminosa e dura. Aveva le mani grosse, callose, e non potevi non notare le due dita della mano sinistra completamente tatuate di blu. Quando gli chiedevi perché avesse solo due dita colorate lui esplodeva in una sonora risata dicendo “si vede che avevano finito il colore!”. C’erano i due anziani innamorati che erano sempre rimasti giovani. Si erano promessi amore eterno stringendo nelle loro mani unite un seme di cacao. Da quel giorno non si erano più allontanati e da quell’intreccio che non avevano mai sciolto erano nati i frutti di cui si erano nutriti per tutta la loro esistenza. C’era il cuoco innamorato dei sapori della vita. Parlava con un pappagallo immaginario e scappava dalla sua nipote di tre anni, convinto che fosse in realtà una nana di ben più lunga esperienza travestita da bambina.
Viaggiammo per un tempo che poteva essere misurato solo con un miliardo di orologi, attraverso nebbia pesante che profumava di mandarino e polvere dorata.
Per raggiungere un luogo dove non esistono calendari. Dove non c’è bisogno di chiedere che giorno sia, in cui ogni istante è figlio dell’attimo precedente. Perchè i giorni vivono e le notti respirano, regalando sentimenti, stimoli, che rimangono impressi nella pellicola fotografica che appendiamo ogni sera, quando chiudiamo gli occhi, sulle pareti della nostra memoria.
Ed ora non so dirvi se io mi trovi ancora su quel carro senza ruote o se i miei piedi abbiano toccato la sabbia di quell’isola dove le persone si accorgono del tuo sorriso ancor prima che si manifesti.
Posso dirvi di aver parlato per il resto della mia vita senza che la mia bocca agitasse l’aria, in un alfabeto universale conosciuto da tutti e parlato da pochi.
Perchè il mondo risiede nel cuore degli uomini.

Filippo Righetto

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