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First Aid Kit – Stay Gold

Data di Uscita: 10/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

The sun shone high those few summer days
Left us in a song, wide-eyed haze
It shone like gold

I primi trenta secondi della canzone da cui prende il titolo questo lavoro sono il luogo che meglio descrive l’orizzonte di questa raccolta di canzoni. L’istante che Klara e Johanna stavano cercando e che hanno trovato una e altre volte. La possibilità di raggiungere un momento perfetto. La capacità di saperlo cogliere anche nel suo presente e non solo riconoscerlo tale in retrospettiva. Imparare a far fruttare anche il processo della ricerca, trasformarlo in risorsa e punto d’arrivo. C’è tutto questo in questi trenta secondi. La conquista dell’eterno anche nel presente. La conquista di un’età dell’oro.

I remember sleepless nights
I remember Chicago
I remember the music
From the downstairs bar

Rae era abituata a guardare in un certo modo alle cose. Rae guardava alle cose come se stesse osservando un quadro. In bilico tra mito e vita vissuta una sera, in quel locale di Chicago, avrebbe potuto vedere due giovani sorelle suonare chitarra e tastiera e guardare lontano. Avrebbe visto le loro vesti dorate scintillare al buio della sala, e anche il pubblico assorto nelle storie raccontate dalle loro voci intrecciate. Si sarebbe girata un istante anche lei, verso l’orizzonte. La notte era lunga in quella torrida estate. Rae allora era scesa, perché mentre era affacciata alla finestra di casa aveva sentito risuonare questa musica. Così era entrata in quel bar. Stava mordicchiando il bicchiere di plastica della birra quando, ascoltando quelle voci per lei nuove ma allo stesso tempo così familiari, il suo Messico non le sembrò più così lontano.

Se senti un musicista svedese o scandinavo risponderti che uno dei segreti del loro successo è saper gestire le lunghe ore di buio invernali, qualche volta puoi crederci per davvero. Il freddo è un dato reale, il loro tono durante il racconto assolutamente convincente e sincero. Basta poco così per immaginare lunghe sessioni di prove e di scrittura in stanze illuminate artificialmente, cavi e strumenti dappertutto, un giradischi sul pavimento che nelle ore di pausa manda canzoni che parlano del sole e di avventure senza fine in paesi senza nome. Chi riesce, chi è più bravo, chi ha più fortuna ha l’opportunità di andare anche oltre e di poter dire di aver abitato più estati. C’è sempre un episodio che ricorda del posto da dove si viene, ed è un episodio sempre tra i più intimisti. Il resto è tutto il risultato della scelta del paese d’adozione. Del canovaccio delle storie e delle esperienze che si vuol provare a raccontare al mondo. Three chords and the truth. Come dirlo meglio? Probabilmente Klara e Johanna non si annoiano nemmeno, a parlare ogni volta della loro scelta di suonare così americane. E’ naturale per loro, forse le loro voci esistono solo per questo. Non c’è forzatura, ma c’è passione. Per loro il neoclassicismo non è una colpa. Mettiamo le carte in tavola. Parliamo di neoclassicismo perché, in questo caso, ci sono canzoni che vogliono parlare d’America (e di una America sospesa tra passato e letteratura) ma che partono dalle radici europee delle sorelle Söderberg. Se in origine il contrasto era più netto, ora le linee geografiche iniziano a confondersi. Le terre lontane una volta cantate sono diventate conosciute, l’ideale si ritrova a fare i conti con la realtà concreta. E tutto questo avviene alla velocità della luce, tra interviste per celeberrimi giornali o esibizioni televisive e bar incontrati sulla strada e subito dimenticati o da ricordare per sempre. Così come le questioni della forma e delle lyrics non si prestano così bene ad essere identificate tra loro. Il discorso stesso della proposta di atmosfere passate e di tutto l’immaginario che ne deriva si complica se si considera che le giovani svedesi nel loro tempo ci sanno stare alla grande e basta andare a vedere un loro concerto per far cadere / dimenticarsi tutto questo. Sono andate un’altra volta fino al Nebraska per lavorare sul loro suono, il giorno della presentazione del disco erano a New York. Tre accordi e la verità. E intanto la vita prosegue il suo corso e così l’esperienza del viaggiare in tour. Le stanze d’albergo e tutta una routine da rispettare tra un palco e l’altro sono la spina dorsale delle nuove atmosfere. Girare un video a Los Angeles una mattina e sentirsi spaesati subito dopo, scrivere una canzone nostalgica una notte e il giorno seguente ritrovarsi a fare fotografie con Neil Krug a Zabriskie Point. L’orizzonte ruotato di trecentosessanta gradi rispetto all’inverno da cui siamo partiti. Collisioni da imparare a gestire tra realtà e immaginazione. L’origine del titolo, giunto come sperata quadratura del cerchio, è tratto da una poesia di Robert Frost che dice Nothing gold can stay. So Eden sank to grief, so dawn goes down to day. Di contro, come già detto, la forma delle canzoni rimane intatta, classica (o meglio – neoclassica), rispetto ai primi due album con qualche aggiunta di archi e una ballata al pianoforte – A long time ago – che, nonostante il titolo, può indicare allo stesso tempo nuove e vecchie vie, stanze abitate a lungo in tempi più giovani e sentimenti superati o camere vissute per una notte insonne soltanto, con tanto di alba con vista sul futuro. La forma rimane un luogo intoccabile, da custodire continuamente. La forma stessa è un’età dell’oro da custodire. In tutta la sua armonia. E così è rispettata e celebrata in ogni concerto. We like how—in country music, especially—there’s the contrast between the sweet and the bitter, the dark and the light, singing about something dreadful but doing it beautifully. We love the kind of tension that creates. L’intento è piuttosto chiaro. Probabilmente c’è meno naiveté di quello che si possa immaginare. Il loro è esattamente il percorso inverso di quello delle sorelle Haim che, dal cuore della California, hanno conquistato l’Europa e che, più che con Simon & Garfunkel e la nostalgia, hanno familiarità con Beyoncé. Due rappresentazioni diverse e complementari. Cedar Lane è un omaggio ai luoghi sognati e ai grandi maestri (esiste realmente? Che importa?), My Silver Lining apre con l’immagine sempre valida della strada da percorrere con corredo di riflessioni esistenziali, Waitress Song è tutto l’immaginario del caso di cui si può avere bisogno e che qui funziona alla grande, The Bell l’abbandono di tutti questi pensieri per tre minuti di divertimento, Shattered & Hollow e Master Pretender sono il punto di vista di una raggiunta consapevolezza, il tono più saldo e fiero, la seconda con tanto di apertura (riuscitissima) sul finale (a proposito di aperture, segnarsi il momento di oasi da 2.39 della title track – marmo perfettamente scolpito) che proietta immagini mischiate tra loro di strade, taxi e pioggia newyorchesi, rimpianto e gioia di aver scoperto una nuova persona sapendo di doversi incamminare su strade differenti, guardando il ponte di Brooklyn e l’idea (da allontanare) della gestione delle emozioni una volta rientrati a casa. Ma ora la strada guarda solo davanti a sé, procede solo per un’unica via. Questa è la novità. Oh, I wish for once we could stay gold. Risposta affermativa. We could stay gold.

Filippo Redaelli

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