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SixToes – The Morning After (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 16/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lo scialle a coprire il naso. Il passo svelto. Incurante delle pozzanghere. L’aria madida di fredda rugiada. Infiltra i vestiti. A lungo andare fa marcire l’anima. L’approssimativa illuminazione stradale. Uniforma le ombre facendole diventare spenti acquerelli monocolore. Tutto già visto altre volte. Appiccicosa sensazione di già vissuto. Il rumore di bottiglie che si frantumano in lontananza. Suono ricorrente quanto lo squittire dei topi. Sottofondo irrinunciabile della grande città. Rumoreggiare notturno al quale non si è ancora abituata. Non ci si sarebbe abituata mai. L’odore di piscio e merda di cavalli. Unico sentore bucolico tra i rigidi contorni di quei palazzoni. Architettura fredda e funzionale a necessità meno che primarie. Squadrato rigore di menti impersonali. S’incasellano vite in quadri grigi e sterminati. Lei cammina. Un passo dopo l’altro. Un passo avanti all’altro. Arriva. Apre la porta. Entra.
L’atmosfera è bassa e pesante. Permeata dal fumo. Riempie a scendere dal soffitto un vuoto altrimenti incolmabile. Abbassa lo scialle. Respira il sudore. Almeno c’è vita. C’è vita. La piccola orchestra suona in un angolo remoto. Il pavimento in assi di legno trema al ritmo di chi balla. Il tempo di scolarsi un pessimo whiskey. Due. E poi tre. Gli indumenti pesanti vengono abbandonati. Così la speranza di ritrovarli asciutti al momento di incamminarsi per la via di casa. Quindi è tutto uno sbracciarsi per immergersi nella folla. Alienata creatura. Mossa solo dalla volontà di dimenticare. Abbandonata creatura. Ebbra di vita prima di morire nuovamente al sorgere del sole.
E sono ricordi convulsi. E sono ricordi confusi. Al riparo dal freddo. Al riparo dalla pioggia. Là sotto al sole. Dove movimenti di piedi nudi trascinano nell’aria la polvere rossa che si mescola alla sabbia del deserto portata dal vento che spira da sud. E il sole s’infrange e rifrange su mura bianche. Ora rosa. Al tramonto. Tra gli spiriti. Evocati da rituali antichi. Da chitarre pizzicate. Da percussioni improvvisate. Da corde strofinate da crini di cavallo. Antenati che si ritrovano per le strade. Affollate da volti scuri e capelli corvini. E i corpi si toccano. Le labbra si sorridono. Gli occhi si conoscono. Una bellissima illusione di pace. Ma la guerra non era ancora finita. La guerra doveva ancora cominciare.
Ed è un presente convulso. Ed è un presente confuso. Ed è un presente contuso. La pelle scura. Un anatroccolo tra i corvi. Unico sentore di un sole lontano in mezzo a quel pallore diffuso. I capelli neri. Un pedone su una tavola di backgammon. Carattere dominante solitario. Sinuoso si muove. Allarga le braccia e le porta in alto. Ruotano le mani. I polsi sono un perno adornato di ninnoli e sonagli. Memori di un cielo terso. Testimoni del vagabondare di innumerevoli generazioni. Gli occhi chiusi. Sotto le palpebre ricercano volti noti. Notti migliori. Mentre il marasma cresce. Si fa marea. Corpi sconosciuti la urtano. Senza la confidenza della risacca. I fianchi. Le cosce. Il seno. In morbide traiettorie. Cerchi concentrici. Sulle labbra il sapore è salato.
C’è chi allunga le mani. C’è chi scruta timoroso. C’è chi ha lo sguardo rivolto altrove. C’è chi non si regge più in piedi. C’è chi ordina ancora da bere. C’è chi discute di politica e cavalli. C’è chi se ne sta zitto e ascolta la musica. C’è chi ancora entra. C’è chi già esce. C’è chi ride fragorosamente. C’è chi si dispera. C’è chi litiga. C’è chi s’abbraccia. Lei. Sola. Balla.
E’ solo l’ennesimo volto scomparso dalla sua vita. Come il suo volto scomparve per tanti. Decisione necessaria. Si può morire in molti modi. Si può morire per la morte di altri. Si può morire per la propria vita. E’ solo l’ennesimo volto che è meglio dimenticare. Nella grande città le facce sono come un fiume in piena. Scorrono via. Lontano. Una goccia d’acqua non ripassa per le stesse rive. E’ solo l’ennesimo volto.
L’orchestra suona in un angolo remoto. Le assi di legno del pavimento. Si muovono ora dolcemente. S’inarcano gentili. Mentre il ritmo s’allieta per un momento. Un piede piantato al suolo. L’altro sulla punta. La caviglia fa da perno. Adornato da fili e pietre luccicanti. Che tratteggiano spirali a bassa quota. Gli occhi ancora chiusi. Rivedono la brezza gentile. E le carezze. E gli abbracci. Seduta su verdi pendii. Da dove è possibile far perdere lo sguardo.
In una grande città c’è il rischio di perdersi. Lei si era persa tante cose.
In una grande città ogni luogo è attesa. Lei non s’aspettava più nulla.

Pietro Liuzzo Scorpo

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