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Martyn – The Air Between Words

Data di Uscita: 16/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi chiamo James e incontrai Eliza per la prima volta con l’estate alle porte e le giornate infinite. Erano passate ormai da molto le 8pm ma con gli amici di allora mi attardavo tra i binari della vecchia linea ferroviaria per terminare un nuovo murales in tempo, prima del calar della notte. Poco più in là, sul cavalcavia pedonale di ferro scuro, le ragazze passavano a sciami sopra le nostre teste, le sentivamo ridere senza freni, punzecchiarsi l’un l’altra per nuove cotte effimere, bisbigliare parole fugaci che noi di sotto non avremmo dovuto cogliere. Fatta eccezione per Mike, fratello maggiore di Dave, che ci seguiva nelle nostre scorribande perché i suoi coetanei avevano unanimamente deciso che era uno sfigato da lasciare in disparte, avremo salutato una volta per tutte il college l’indomani. Eliza procedeva solitaria sul cavalcavia e alle sue spalle gli edifici del quartiere in controluce disegnavano sagome dalla geometria frastagliata, tuttavia regolare, su un cielo caldo venato di viola e di arancio; indossava l’uniforme blu del college con la gonna a pieghe fin sotto il ginocchio, una blusa bianca e lo zaino di pelle bene inforcato sulle spalle dritte. L’espressione sicura e decisa, dettaglio che la caratterizzava e che non potrò mai dimenticare, le conferiva un’aura di superiorità e alienità indubbia: capii subito che appartenevamo a due mondi distanti, capii subito anche che non avrei avuto pace se non l’avessi abbordata prima o poi con qualche scusa ridicola. A sedici anni la mente sgombra da preoccupazioni serie è facile preda di sogni a briglie sciolte; pervaso da un frizzante turbamento lasciai scivolare la bomboletta da un lato, disegnando un’imperdonabile sbavatura degna di un principiante alla M che avrebbe dovuto chiudere in bellezza il graffito, Freedom. Pagai cara l’ingenua distrazione, niente sigarette per me per tre giorni, e fondi di birra annaquata; soltanto per i festeggiamenti del giorno seguente, accomiatatici dal college, ero riuscito a strappare una Foster’s ghiacciata d’eccezione.
Nel tedio di pomeriggi estivi esageratamente lunghi e la compagnia decimata da vacanze con le famiglie asincronizzate, quel mese mi abituai alla solitudine, spezzata da incursioni di nascosto in parchi abbandonati della periferia per sfogare la noia su uno skateboard e su pareti ancora vergini da siglare con il mio tag e le mie linee che, un tentativo dopo l’altro, acquisivano crescente sicurezza. Segretamente contavo di lavorare in incognito per stupire gli altri, una volta tornati. Poi accadde che la incrociai di nuovo, Eliza. Finimmo entrambi ad una festa privata, mi ero aggregato a conoscenti molto più grandi giusto per svoltare la serata mentre lei aveva accompagnato la sorella ventenne. Al tavolo dei cocktail sfiorai le sue esili dita per guadagnarmi l’ultimo calice pulito, anche lei aveva in mente la stessa cosa; incontrai il suo sguardo infastidito mentre sollevavo il mio dalla tovaglia di cotone a salire verso il suo volto, e non ero pronto a quella estrema vicinanza. Dapprima mi irrigidii, probabilmente arrossii pure, tant’è che ella si accorse dell’imbarazzo e provò a cedermi il bicchiere giusto per stemperare un poco la tensione. Provate voi ad affrontare senza preavviso due pozze blu profonde come l’oceano e vibranti come le sue acque; non avevo mai visto l’oceano, eppure avevo la certezza che fosse proprio così, custode di un mondo di sussulti e verità ingnote. Quella sera parlammo, poche parole essenziali e lunghe pause di silenzi spontanei mentre fumavamo sull’ampia terrazza; dentro la gente ballava al ritmo di acid house di memorie vagamente 90s, o almeno così ci ha detto un ragazzotto uscito un attimo insieme a noi e avvicinatosi per chiederci da accendere. Non so dire se sono rimasto più affascinato dalla naturalezza del nostro interagire quando scherzavamo e ci raccontavamo stupidi particolari delle nostre giornate in compagnia di noi stessi o l’aria fresca che sentivo di poter respirare tra le nostre parole.
Quella notte ci salutammo con in tasca appuntamenti pattuiti con la scusa di aiutarci a vicenda a superare indenni l’estate, stagione pericolosa per chi rimane solo in una grande città. Sapere che anche Eliza si fosse trovata bene allentò le mie difese e le mie preoccupazioni di non essere abbastanza interessante ai suoi occhi. Furono due mesi bellissimi, sull’onda dell’entusiasmo per questo miracoloso sostegno del fato; liberi e leggeri come solo a sedici anni si può essere, saltavamo da festini di acid house ad improvvisazioni di breakbeat alle fermate della metro. Andavamo molto a ballare ma una volta capitò che ci mascherammo da persone perbene per provare l’ebbrezza di immischiarci ad adulti fini e composti nel bel mezzo di una suite di jazz. La voglia e la bramosia di assaggiare un po’ di tutto, l’adolescente curiosità alimentata dalla giusta compagnia mi fecero concludere che, a differenza di quello che credevo la sera in cui mi persi tra le pieghe della gonna di Eliza, non vi erano mondi così distanti da non poter essere comunicanti. Rientravamo spesso all’alba, dopo aver visto il sole sorgere tra i binari di quella vecchia stazione, le gambe sospese nel vuoto al di sotto del cavalcavia e un’occhiata impercettibile a quella M cadente di Freedom che adesso non mi pesava più affatto.
Con settembre e l’inizio di una nuova vita dopo il college a trecento chilometri dalla mia città non vidi più Eliza, ma ora ho visto più volte l’oceano e sono certo che di esso erano fatti i suoi occhi, specie quando mi fissava dopo avermi stretto la mano, sulla via di casa, rischiarati dall’aurora.

Federica Giaccani

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