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The Antlers – Familiars

Data di Uscita: 17/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era dolce e privo di barba. I riccioli biondi ricadevano sulla fronte con grazia. Come fossero stati messi lì da uno scultore alle prese con la sua opera meglio riuscita. Le donne più anziane quando nelle sere d’estate si ritrovavano a cucire e ciarlare sedute sulle sedie di fronte alle porte di casa si riferivano a lui come il Putto. Non si sapeva chi fosse suo padre e sua madre era morta subito dopo averlo dato al mondo e questo aveva mosso di compassione tutto il Paese. Sì che divenne il figlio di tutti. Dicevano che fosse un bambino adorabile. Di un’intelligenza sottile che nascondeva dietro una timidezza quantomai sincera. Era gentile e sempre educato. E preservò questo carattere anche crescendo. Mentre la sua bellezza sbocciava piano. Senza destare sospetti. Mia madre e le sue amiche quando cadevano in argomento erano solite dire che nessuna di loro l’aveva mai guardato in quel modo per molto tempo. Poi si svegliarono una domenica di maggio teatro di una nevicata tardiva e mentre si recavano alla messa tutte lo notarono col volto arrossato ed i riccioli umidi di sudore che spaccava la legna dietro la canonica. E tutte capirono quel giorno che il Putto era cresciuto. Ed era bello. Di colpo. Lo Zio però non si sposò mai. Le donne sostenevano che non ebbe mai neanche un’amante. Le malelingue invece insinuavano che tutti noi fanciulli avremmo dovuto chiamarlo Papà invece che Zio. Ma erano discorsi di ubriachi che si ritrovavano ad affogare alla locanda l’ultima pedata ricevuta dalla moglie. E nessuno prendeva quelle dicerie sul serio. Per noi era lo Zio e basta. Ci insegnava a costruire gli aquiloni e ad acchiappare le bisce senza essere morsi. Ci mostrava i sentieri nascosti che si arrampicavano sulla montagna e che portavano sempre a qualche albero solitario grondante di frutti. E poi ci raccontava le storie dei suoi viaggi inventati. E noi lo ascoltavamo rapiti volendo credere ad ogni sua parola. Avevo dodici anni quando partì per il suo vero viaggio. Nessuno seppe come maturò quella decisione che a tutti parve cosa improvvisa ed inaspettata. Mi ricordo che era l’alba quando bussò alla nostra porta. Quando la mamma andò ad aprire se lo trovò davanti con una vecchia sacca gonfia ed il bastone che portava sempre quando andava a fare le sue lunghe camminate sul Matajur. Io lo vidi solo di sfuggita che confabulava sull’uscio con mia madre prima di abbracciarla e partire. Lei non ci riferì mai cosa si dissero. Però ripensando a quella scena anni dopo mi convinsi che negli occhi dello Zio c’era qualcosa che non avevo mai notato prima e che la sua partenza non era stata improvvisata ma invece il frutto di qualche lunga riflessione.
Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Non ce ne accorgemmo subito. No. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese ricordavamo. Solo le mani lasciavano trasparire il cambiamento di cui tutti prendemmo coscienza con ritardo. Tutti tranne mia madre. Tornò un giorno di giugno quando il sole si apprestava ormai a nascondersi nel cielo alle spalle del Matajur. Venne alla nostra porta e la mamma andò ad aprire come se già sapesse che se lo sarebbe trovato di fronte. E forse era così perché niente sul suo volto più scavato rispetto a quando lo aveva salutato anni prima lasciava trasparire sorpresa. Questa volta non si dissero niente. Lei gli prese le mani e si mise ad osservarle come fossero una pietra preziosa. Quindi mantenendo la stessa impassibilità lo baciò due volte sulle guance e gli sussurrò. Bentrovato. Si richiuse la porta alle spalle. Poi ritornò in cucina dove l’attendevamo per la cena. Ma invece di versare la zuppa nei piatti disse. Lo Zio. Il Putto. E’ tornato. Si deve fare una festa. E come se tutti in Paese avessero sentito quelle parole nel medesimo istante in cui lei le pronunciò le strade si riempirono. Ed assieme alle strade i boccali. Vennero accesi i falò. E ognuno portò qualcosa. Chi una gallina. Chi ceste di frutta. Chi il corno e chi la chitarra. Il locandiere ammazzò una pecora. E l’odore della festa si levò alto nel cielo assieme a lapilli e canti di gioia. Sì che accorsero sulle nostre strade anche donne e uomini degli altri paesi della Valle. Nessuno si aspettava di esorcizzare così quella nostalgia che l’assenza dello Zio ci aveva instillato senza che ce ne fossimo nemmeno accorti. La notte era tiepida ed il vino fresco. E la sete riportò a galla quella curiosità che mi aveva sempre contraddistinto quando ero bambino ma che era stata soppiantata da una taciturna diffidenza adolescenziale. Mosso da quella ritrovata innocente sfrontatezza mi ritrovai seduto a gambe incrociate di fronte allo Zio. E con me tutti quelli che erano cresciuti dei suoi racconti. Volevamo sapere dove era stato. Cosa aveva visto. Chi aveva incontrato. Volevamo nuovamente tornare a credere ad ogni sua parola. Ma lui si negò dicendo che era sopraffatto dalla stanchezza. I racconti erano rimandati al giorno seguente.
Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Non ce ne accorgemmo subito. No. Dovette passare anzi parecchio tempo. Trascorsero anni dal suo ritorno e sembrava che la vecchiaia gli scivolasse addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese avevamo sempre ricordato. A me invece la barba crebbe. E folta. Un po’ all’improvviso. Le anziane dicevano che era una cosa normale quando un ragazzo deve affrontare una scomparsa come quella che aveva toccato la mia famiglia. La mamma infatti si era ammalata di tubercolosi ed una notte priva della luna ci aveva detto addio. Essendo io il primogenito senza padre mi ritrovai sulle spalle le responsabilità di un capofamiglia. La barba mi crebbe in tre sole notti come a voler sancire il mio approdo all’età adulta. Ma io non mi sentivo ancora davvero pronto e non fosse stato per lo Zio non so come avrei fatto. Mi prese a lavorare con lui in bottega dove mi insegnò a battere il ferro e a realizzare piccoli monili che una volta a settimana andavamo a vendere al mercato a fondo Valle. In quegli anni passati al suo fianco più volte provai a carpire i segreti del suo viaggio. Ma lui sempre con garbo mi rispondeva che mi avrebbe raccontato tutto l’indomani. Ma l’indomani sembrava non arrivare mai per lui. Mentre io mi sposai. Ed ebbi due figlie. E i miei capelli cominciarono a cadere. E quei pochi che mi rimasero ogni giorno acquisivano una sempre più pronunciata sfumatura di grigio. Poi una mattina arrivai alla bottega e lo trovai con la vecchia logora sacca che avevo visto anni prima ed il bastone in mano. I riccioli biondi gli cascavano sugli occhi che ancora conservavano quella stessa luce che avevo visto quando aveva fatto ritorno al Paese. In quel momento sentii tutta la mia vecchiaia di fronte al suo spirito inquieto. Parto. Fu l’unica parola che pronunciò prima di accarezzarmi la guancia ed incamminarsi.
Quando il Putto tornò ero una persona diversa. Vecchio e stanco. Lui anche era una persona diversa. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese conoscevamo. Mi trovò sotto il pergolato della casa nella quale ero cresciuto e avevo vissuto tutti i miei giorni. Mi trovò intento ad insegnare al mio nipote più grande come realizzare i monili più belli di tutta la Valle. Quando lo vidi avvicinarsi con mio grande stupore non fui sorpreso. Come se una parte di me già sapesse che quel pomeriggio l’avrei rivisto. Il Putto. Sempre lui. Congedai mio nipote che corse via per raggiungere i suoi amici che giocavano a prendere le bisce. Il Putto si sedette di fronte a me. Ma questa volta non gli chiesi niente. Mi limitai ad osservare le sue mani come se conservassero tutti i racconti della sua assenza della quale non ci aveva mai messo a parte. Rimanemmo uno di fronte all’altro senza dire una parola per minuti interi. Poi ruppe il silenzio. Sono qui solo di passaggio. Volevo dirti addio. Quelle parole non mi suonarono strane. Né fuori luogo. E’ per questo che sei triste? Chiesi. Al che mi rispose con una nota di compassione. Il tempo scorre per tutti. Quindi sorrise. E per la prima volta notai l’affacciarsi di due impercettibili rughe sulle guance.
Quando lo Zio partì per l’ultima volta era una persona ancora diversa. Nonostante fossero passate solo poche ore dal suo ritorno sembrava che la saggeza avesse cominciato a sbocciare d’improvviso sul suo volto. Come la sua bellezza fiorita durante una nevosa notte di maggio di un’altra epoca. Ma il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese avremmo sempre ricordato.

Pietro Liuzzo Scorpo

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