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Archive for giugno, 2014

Glass Animals – ZABA

Data di Uscita: 09/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Molte storie iniziano con un nome. Per trentacinque anni mi sono portato dietro un nome che non rappresenta più la persona che sono adesso. Avrebbe poco senso svelarlo ora. Nel luogo dove adesso abita il mio spirito non si comunica con le parole e nessuno si chiama nello stesso modo per due volte di fila. Una volta un bambino africano al quale avevo appena teso la mano per allontanarlo da un mamba nero mi ha guardato e la sua bocca dai denti bianchissimi ha sillabato la parola Zaba.
Potete chiamarmi così.
Zaba.

Siamo cambiati senza che nessuno di noi l’avesse chiesto. Non vi so dire se tutti noi cominciammo a vedere le stesse cose, ad accorgerci della piega diversa che aveva preso la realtà. Quello che notai furono i volti delle persone. Come in terra straniera, mi resi conto che i lineamenti, i gesti, i colori, non erano più gli stessi degli individui che prima popolavano il mio mondo quotidiano. Ogni giorno uscivo di casa e vedevo ragazzi vestiti con pantaloni di color borgogna sfrecciare su biciclette ultraleggere. Qualcuno si calcava un cappello simile ad una bombetta sulla testa per evitare di perderlo. Tutti sorridevano parlando tra loro, ed io sembravo invisibile ai loro occhi.

L’invito arrivò pochi giorni dopo quando un uomo appoggiato ad una balaustra mi disse che l’autobus sarebbe arrivato a breve. Continuai lungo la mia strada per qualche passo per poi tornare indietro, come se i miei piedi seguissero un percorso obbligato tracciato dalla stessa mano che apre la finestra durante un temporale estivo. Il veicolo arrivò poco dopo ed era guidato da un alligatore con un’impeccabile divisa rossa da autista, che si esibì in un ampio e lievemente preoccupante sorriso.
Imparai presto che tutti, su quell’originale mezzo a quattro ruote, avevano una storia da raccontare. C’era l’energumeno dalla testa calva con la barba grigia e la pancia voluminosa e dura. Aveva le mani grosse, callose, e non potevi non notare le due dita della mano sinistra completamente tatuate di blu. Quando gli chiedevi perché avesse solo due dita colorate lui esplodeva in una sonora risata dicendo “si vede che avevano finito il colore!”. C’erano i due anziani innamorati che erano sempre rimasti giovani. Si erano promessi amore eterno stringendo nelle loro mani unite un seme di cacao. Da quel giorno non si erano più allontanati e da quell’intreccio che non avevano mai sciolto erano nati i frutti di cui si erano nutriti per tutta la loro esistenza. C’era il cuoco innamorato dei sapori della vita. Parlava con un pappagallo immaginario e scappava dalla sua nipote di tre anni, convinto che fosse in realtà una nana di ben più lunga esperienza travestita da bambina.
Viaggiammo per un tempo che poteva essere misurato solo con un miliardo di orologi, attraverso nebbia pesante che profumava di mandarino e polvere dorata.
Per raggiungere un luogo dove non esistono calendari. Dove non c’è bisogno di chiedere che giorno sia, in cui ogni istante è figlio dell’attimo precedente. Perchè i giorni vivono e le notti respirano, regalando sentimenti, stimoli, che rimangono impressi nella pellicola fotografica che appendiamo ogni sera, quando chiudiamo gli occhi, sulle pareti della nostra memoria.
Ed ora non so dirvi se io mi trovi ancora su quel carro senza ruote o se i miei piedi abbiano toccato la sabbia di quell’isola dove le persone si accorgono del tuo sorriso ancor prima che si manifesti.
Posso dirvi di aver parlato per il resto della mia vita senza che la mia bocca agitasse l’aria, in un alfabeto universale conosciuto da tutti e parlato da pochi.
Perchè il mondo risiede nel cuore degli uomini.

Filippo Righetto

Hundred Waters – The Moon Rang Like a Bell

D.d.U. 27/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Sembra che abbia appena nevicato…
Hai detto queste parole innamorandoti di ogni lettera che pronunciavi, mentre guardavi la prima fila di alberi oltre la collina. Illuminati da ombre bianche e con un cielo grigio luminoso appoggiato sopra, sembravamo all’interno di un presepe del quale eravamo protagonisti involontari.
Io vedevo la luce apparire e scomparire e tutto mutava intorno a noi tranne la mia sensazione di stare guardando la polvere di ricordi dimenticati e di desideri infranti, un pulviscolo che sfiorava quei rami trasportato da un vento che non creava pieghe nei nostri vestiti.
Ti ho guardata conquistato dalla semplicità di una pelle senza trucco… e ho ricominciato a credere in quello che tu vedevi.
You make these feelings go away

Filippo Righetto

First Aid Kit – Stay Gold

Data di Uscita: 10/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

The sun shone high those few summer days
Left us in a song, wide-eyed haze
It shone like gold

I primi trenta secondi della canzone da cui prende il titolo questo lavoro sono il luogo che meglio descrive l’orizzonte di questa raccolta di canzoni. L’istante che Klara e Johanna stavano cercando e che hanno trovato una e altre volte. La possibilità di raggiungere un momento perfetto. La capacità di saperlo cogliere anche nel suo presente e non solo riconoscerlo tale in retrospettiva. Imparare a far fruttare anche il processo della ricerca, trasformarlo in risorsa e punto d’arrivo. C’è tutto questo in questi trenta secondi. La conquista dell’eterno anche nel presente. La conquista di un’età dell’oro.

I remember sleepless nights
I remember Chicago
I remember the music
From the downstairs bar

Rae era abituata a guardare in un certo modo alle cose. Rae guardava alle cose come se stesse osservando un quadro. In bilico tra mito e vita vissuta una sera, in quel locale di Chicago, avrebbe potuto vedere due giovani sorelle suonare chitarra e tastiera e guardare lontano. Avrebbe visto le loro vesti dorate scintillare al buio della sala, e anche il pubblico assorto nelle storie raccontate dalle loro voci intrecciate. Si sarebbe girata un istante anche lei, verso l’orizzonte. La notte era lunga in quella torrida estate. Rae allora era scesa, perché mentre era affacciata alla finestra di casa aveva sentito risuonare questa musica. Così era entrata in quel bar. Stava mordicchiando il bicchiere di plastica della birra quando, ascoltando quelle voci per lei nuove ma allo stesso tempo così familiari, il suo Messico non le sembrò più così lontano.

Se senti un musicista svedese o scandinavo risponderti che uno dei segreti del loro successo è saper gestire le lunghe ore di buio invernali, qualche volta puoi crederci per davvero. Il freddo è un dato reale, il loro tono durante il racconto assolutamente convincente e sincero. Basta poco così per immaginare lunghe sessioni di prove e di scrittura in stanze illuminate artificialmente, cavi e strumenti dappertutto, un giradischi sul pavimento che nelle ore di pausa manda canzoni che parlano del sole e di avventure senza fine in paesi senza nome. Chi riesce, chi è più bravo, chi ha più fortuna ha l’opportunità di andare anche oltre e di poter dire di aver abitato più estati. C’è sempre un episodio che ricorda del posto da dove si viene, ed è un episodio sempre tra i più intimisti. Il resto è tutto il risultato della scelta del paese d’adozione. Del canovaccio delle storie e delle esperienze che si vuol provare a raccontare al mondo. Three chords and the truth. Come dirlo meglio? Probabilmente Klara e Johanna non si annoiano nemmeno, a parlare ogni volta della loro scelta di suonare così americane. E’ naturale per loro, forse le loro voci esistono solo per questo. Non c’è forzatura, ma c’è passione. Per loro il neoclassicismo non è una colpa. Mettiamo le carte in tavola. Parliamo di neoclassicismo perché, in questo caso, ci sono canzoni che vogliono parlare d’America (e di una America sospesa tra passato e letteratura) ma che partono dalle radici europee delle sorelle Söderberg. Se in origine il contrasto era più netto, ora le linee geografiche iniziano a confondersi. Le terre lontane una volta cantate sono diventate conosciute, l’ideale si ritrova a fare i conti con la realtà concreta. E tutto questo avviene alla velocità della luce, tra interviste per celeberrimi giornali o esibizioni televisive e bar incontrati sulla strada e subito dimenticati o da ricordare per sempre. Così come le questioni della forma e delle lyrics non si prestano così bene ad essere identificate tra loro. Il discorso stesso della proposta di atmosfere passate e di tutto l’immaginario che ne deriva si complica se si considera che le giovani svedesi nel loro tempo ci sanno stare alla grande e basta andare a vedere un loro concerto per far cadere / dimenticarsi tutto questo. Sono andate un’altra volta fino al Nebraska per lavorare sul loro suono, il giorno della presentazione del disco erano a New York. Tre accordi e la verità. E intanto la vita prosegue il suo corso e così l’esperienza del viaggiare in tour. Le stanze d’albergo e tutta una routine da rispettare tra un palco e l’altro sono la spina dorsale delle nuove atmosfere. Girare un video a Los Angeles una mattina e sentirsi spaesati subito dopo, scrivere una canzone nostalgica una notte e il giorno seguente ritrovarsi a fare fotografie con Neil Krug a Zabriskie Point. L’orizzonte ruotato di trecentosessanta gradi rispetto all’inverno da cui siamo partiti. Collisioni da imparare a gestire tra realtà e immaginazione. L’origine del titolo, giunto come sperata quadratura del cerchio, è tratto da una poesia di Robert Frost che dice Nothing gold can stay. So Eden sank to grief, so dawn goes down to day. Di contro, come già detto, la forma delle canzoni rimane intatta, classica (o meglio – neoclassica), rispetto ai primi due album con qualche aggiunta di archi e una ballata al pianoforte – A long time ago – che, nonostante il titolo, può indicare allo stesso tempo nuove e vecchie vie, stanze abitate a lungo in tempi più giovani e sentimenti superati o camere vissute per una notte insonne soltanto, con tanto di alba con vista sul futuro. La forma rimane un luogo intoccabile, da custodire continuamente. La forma stessa è un’età dell’oro da custodire. In tutta la sua armonia. E così è rispettata e celebrata in ogni concerto. We like how—in country music, especially—there’s the contrast between the sweet and the bitter, the dark and the light, singing about something dreadful but doing it beautifully. We love the kind of tension that creates. L’intento è piuttosto chiaro. Probabilmente c’è meno naiveté di quello che si possa immaginare. Il loro è esattamente il percorso inverso di quello delle sorelle Haim che, dal cuore della California, hanno conquistato l’Europa e che, più che con Simon & Garfunkel e la nostalgia, hanno familiarità con Beyoncé. Due rappresentazioni diverse e complementari. Cedar Lane è un omaggio ai luoghi sognati e ai grandi maestri (esiste realmente? Che importa?), My Silver Lining apre con l’immagine sempre valida della strada da percorrere con corredo di riflessioni esistenziali, Waitress Song è tutto l’immaginario del caso di cui si può avere bisogno e che qui funziona alla grande, The Bell l’abbandono di tutti questi pensieri per tre minuti di divertimento, Shattered & Hollow e Master Pretender sono il punto di vista di una raggiunta consapevolezza, il tono più saldo e fiero, la seconda con tanto di apertura (riuscitissima) sul finale (a proposito di aperture, segnarsi il momento di oasi da 2.39 della title track – marmo perfettamente scolpito) che proietta immagini mischiate tra loro di strade, taxi e pioggia newyorchesi, rimpianto e gioia di aver scoperto una nuova persona sapendo di doversi incamminare su strade differenti, guardando il ponte di Brooklyn e l’idea (da allontanare) della gestione delle emozioni una volta rientrati a casa. Ma ora la strada guarda solo davanti a sé, procede solo per un’unica via. Questa è la novità. Oh, I wish for once we could stay gold. Risposta affermativa. We could stay gold.

Filippo Redaelli

SixToes – The Morning After (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 16/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lo scialle a coprire il naso. Il passo svelto. Incurante delle pozzanghere. L’aria madida di fredda rugiada. Infiltra i vestiti. A lungo andare fa marcire l’anima. L’approssimativa illuminazione stradale. Uniforma le ombre facendole diventare spenti acquerelli monocolore. Tutto già visto altre volte. Appiccicosa sensazione di già vissuto. Il rumore di bottiglie che si frantumano in lontananza. Suono ricorrente quanto lo squittire dei topi. Sottofondo irrinunciabile della grande città. Rumoreggiare notturno al quale non si è ancora abituata. Non ci si sarebbe abituata mai. L’odore di piscio e merda di cavalli. Unico sentore bucolico tra i rigidi contorni di quei palazzoni. Architettura fredda e funzionale a necessità meno che primarie. Squadrato rigore di menti impersonali. S’incasellano vite in quadri grigi e sterminati. Lei cammina. Un passo dopo l’altro. Un passo avanti all’altro. Arriva. Apre la porta. Entra.
L’atmosfera è bassa e pesante. Permeata dal fumo. Riempie a scendere dal soffitto un vuoto altrimenti incolmabile. Abbassa lo scialle. Respira il sudore. Almeno c’è vita. C’è vita. La piccola orchestra suona in un angolo remoto. Il pavimento in assi di legno trema al ritmo di chi balla. Il tempo di scolarsi un pessimo whiskey. Due. E poi tre. Gli indumenti pesanti vengono abbandonati. Così la speranza di ritrovarli asciutti al momento di incamminarsi per la via di casa. Quindi è tutto uno sbracciarsi per immergersi nella folla. Alienata creatura. Mossa solo dalla volontà di dimenticare. Abbandonata creatura. Ebbra di vita prima di morire nuovamente al sorgere del sole.
E sono ricordi convulsi. E sono ricordi confusi. Al riparo dal freddo. Al riparo dalla pioggia. Là sotto al sole. Dove movimenti di piedi nudi trascinano nell’aria la polvere rossa che si mescola alla sabbia del deserto portata dal vento che spira da sud. E il sole s’infrange e rifrange su mura bianche. Ora rosa. Al tramonto. Tra gli spiriti. Evocati da rituali antichi. Da chitarre pizzicate. Da percussioni improvvisate. Da corde strofinate da crini di cavallo. Antenati che si ritrovano per le strade. Affollate da volti scuri e capelli corvini. E i corpi si toccano. Le labbra si sorridono. Gli occhi si conoscono. Una bellissima illusione di pace. Ma la guerra non era ancora finita. La guerra doveva ancora cominciare.
Ed è un presente convulso. Ed è un presente confuso. Ed è un presente contuso. La pelle scura. Un anatroccolo tra i corvi. Unico sentore di un sole lontano in mezzo a quel pallore diffuso. I capelli neri. Un pedone su una tavola di backgammon. Carattere dominante solitario. Sinuoso si muove. Allarga le braccia e le porta in alto. Ruotano le mani. I polsi sono un perno adornato di ninnoli e sonagli. Memori di un cielo terso. Testimoni del vagabondare di innumerevoli generazioni. Gli occhi chiusi. Sotto le palpebre ricercano volti noti. Notti migliori. Mentre il marasma cresce. Si fa marea. Corpi sconosciuti la urtano. Senza la confidenza della risacca. I fianchi. Le cosce. Il seno. In morbide traiettorie. Cerchi concentrici. Sulle labbra il sapore è salato.
C’è chi allunga le mani. C’è chi scruta timoroso. C’è chi ha lo sguardo rivolto altrove. C’è chi non si regge più in piedi. C’è chi ordina ancora da bere. C’è chi discute di politica e cavalli. C’è chi se ne sta zitto e ascolta la musica. C’è chi ancora entra. C’è chi già esce. C’è chi ride fragorosamente. C’è chi si dispera. C’è chi litiga. C’è chi s’abbraccia. Lei. Sola. Balla.
E’ solo l’ennesimo volto scomparso dalla sua vita. Come il suo volto scomparve per tanti. Decisione necessaria. Si può morire in molti modi. Si può morire per la morte di altri. Si può morire per la propria vita. E’ solo l’ennesimo volto che è meglio dimenticare. Nella grande città le facce sono come un fiume in piena. Scorrono via. Lontano. Una goccia d’acqua non ripassa per le stesse rive. E’ solo l’ennesimo volto.
L’orchestra suona in un angolo remoto. Le assi di legno del pavimento. Si muovono ora dolcemente. S’inarcano gentili. Mentre il ritmo s’allieta per un momento. Un piede piantato al suolo. L’altro sulla punta. La caviglia fa da perno. Adornato da fili e pietre luccicanti. Che tratteggiano spirali a bassa quota. Gli occhi ancora chiusi. Rivedono la brezza gentile. E le carezze. E gli abbracci. Seduta su verdi pendii. Da dove è possibile far perdere lo sguardo.
In una grande città c’è il rischio di perdersi. Lei si era persa tante cose.
In una grande città ogni luogo è attesa. Lei non s’aspettava più nulla.

Pietro Liuzzo Scorpo

GusGus – Mexico

Data di Uscita: 23/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

“Do you remember the day when we started to crossfade?”

Questa frase in testa.
Quando un legame si spezza bisogna inventarsi qualcosa, coltivare odio nei confronti di una persona innocente, rifugiarsi nello yoga oppure distrarsi. Io invece mi sono inventata questa frase, oppure l’ho sentita da qualche parte?
Io sono la dimostrazione che non esiste alcuna soluzione, ho fatto a pezzi le foto di lui e per rimorso mi sono iscritta ad un corso di meditazione, quindi ho tentato di cambiare aria, fare quello che fino a qualche mese fa avrei solo sognato.
Un tipo mi sta ospitando da qualche giorno; è single e credo lo faccia solo perché ha bisogno di compagnia, eppure per lui sono invisibile, perché non vado a stare da qualche altra parte proprio non lo so, forse perché sono troppo concentrata su di me, sui miei desideri, su quello che potrei fare domani, l’oggi proprio non mi interessa.
Non ricordo nemmeno il momento preciso in cui sono entrata nella sua vita.

Mi sono svegliata tardi stamane e lui è già a lavoro.
Gironzolo in una casa sconosciuta, come un fantasma, posando il mio sguardo vuoto su oggetti che non mi riguardano, libri non letti, fotografie non scattate.
In salotto ci sono diversi dipinti, macchie di colore che si sovrappongono a realizzare bozzetti dall’identità incerta, mi fisso a guardarli, forse per ore.
Entro in cucina e prendo dei biscotti da una credenza ordinata e torno in camera.
In un angolo c’è un giradischi e pile di vinili ovunque, unici oggetti disordinati di una casa rassicurante, troppo organizzata per i miei gusti, ma rassicurante.
Il nome scritto sul vinile mi è familiare, decido di posare la puntina sui solchi ed ascoltare la sua musica, dalle casse fuoriescono queste parole…

“Do you remember the day
When we started to crossfade
Our melodies lay
Harmonious soundscapes”

Pian piano rammento, la mia fuga con la macchina di un’amica, la voglia di raggiungere il Messico in auto, una follia irrealizzabile, perché proprio il Messico poi? Ah si, nel lettore cd c’era questo disco dal titolo “Mexico”, mi sembrava di stare in una pista da ballo ma con una certa malinconia di fondo… non saprei spiegare ma spingendo sull’acceleratore in autostrada mi è venuto da chiudere gli occhi e di lasciarmi andare…

“Do you remember the day when we started to crossfade?”

Maurizio Narciso

Martyn – The Air Between Words

Data di Uscita: 16/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi chiamo James e incontrai Eliza per la prima volta con l’estate alle porte e le giornate infinite. Erano passate ormai da molto le 8pm ma con gli amici di allora mi attardavo tra i binari della vecchia linea ferroviaria per terminare un nuovo murales in tempo, prima del calar della notte. Poco più in là, sul cavalcavia pedonale di ferro scuro, le ragazze passavano a sciami sopra le nostre teste, le sentivamo ridere senza freni, punzecchiarsi l’un l’altra per nuove cotte effimere, bisbigliare parole fugaci che noi di sotto non avremmo dovuto cogliere. Fatta eccezione per Mike, fratello maggiore di Dave, che ci seguiva nelle nostre scorribande perché i suoi coetanei avevano unanimamente deciso che era uno sfigato da lasciare in disparte, avremo salutato una volta per tutte il college l’indomani. Eliza procedeva solitaria sul cavalcavia e alle sue spalle gli edifici del quartiere in controluce disegnavano sagome dalla geometria frastagliata, tuttavia regolare, su un cielo caldo venato di viola e di arancio; indossava l’uniforme blu del college con la gonna a pieghe fin sotto il ginocchio, una blusa bianca e lo zaino di pelle bene inforcato sulle spalle dritte. L’espressione sicura e decisa, dettaglio che la caratterizzava e che non potrò mai dimenticare, le conferiva un’aura di superiorità e alienità indubbia: capii subito che appartenevamo a due mondi distanti, capii subito anche che non avrei avuto pace se non l’avessi abbordata prima o poi con qualche scusa ridicola. A sedici anni la mente sgombra da preoccupazioni serie è facile preda di sogni a briglie sciolte; pervaso da un frizzante turbamento lasciai scivolare la bomboletta da un lato, disegnando un’imperdonabile sbavatura degna di un principiante alla M che avrebbe dovuto chiudere in bellezza il graffito, Freedom. Pagai cara l’ingenua distrazione, niente sigarette per me per tre giorni, e fondi di birra annaquata; soltanto per i festeggiamenti del giorno seguente, accomiatatici dal college, ero riuscito a strappare una Foster’s ghiacciata d’eccezione.
Nel tedio di pomeriggi estivi esageratamente lunghi e la compagnia decimata da vacanze con le famiglie asincronizzate, quel mese mi abituai alla solitudine, spezzata da incursioni di nascosto in parchi abbandonati della periferia per sfogare la noia su uno skateboard e su pareti ancora vergini da siglare con il mio tag e le mie linee che, un tentativo dopo l’altro, acquisivano crescente sicurezza. Segretamente contavo di lavorare in incognito per stupire gli altri, una volta tornati. Poi accadde che la incrociai di nuovo, Eliza. Finimmo entrambi ad una festa privata, mi ero aggregato a conoscenti molto più grandi giusto per svoltare la serata mentre lei aveva accompagnato la sorella ventenne. Al tavolo dei cocktail sfiorai le sue esili dita per guadagnarmi l’ultimo calice pulito, anche lei aveva in mente la stessa cosa; incontrai il suo sguardo infastidito mentre sollevavo il mio dalla tovaglia di cotone a salire verso il suo volto, e non ero pronto a quella estrema vicinanza. Dapprima mi irrigidii, probabilmente arrossii pure, tant’è che ella si accorse dell’imbarazzo e provò a cedermi il bicchiere giusto per stemperare un poco la tensione. Provate voi ad affrontare senza preavviso due pozze blu profonde come l’oceano e vibranti come le sue acque; non avevo mai visto l’oceano, eppure avevo la certezza che fosse proprio così, custode di un mondo di sussulti e verità ingnote. Quella sera parlammo, poche parole essenziali e lunghe pause di silenzi spontanei mentre fumavamo sull’ampia terrazza; dentro la gente ballava al ritmo di acid house di memorie vagamente 90s, o almeno così ci ha detto un ragazzotto uscito un attimo insieme a noi e avvicinatosi per chiederci da accendere. Non so dire se sono rimasto più affascinato dalla naturalezza del nostro interagire quando scherzavamo e ci raccontavamo stupidi particolari delle nostre giornate in compagnia di noi stessi o l’aria fresca che sentivo di poter respirare tra le nostre parole.
Quella notte ci salutammo con in tasca appuntamenti pattuiti con la scusa di aiutarci a vicenda a superare indenni l’estate, stagione pericolosa per chi rimane solo in una grande città. Sapere che anche Eliza si fosse trovata bene allentò le mie difese e le mie preoccupazioni di non essere abbastanza interessante ai suoi occhi. Furono due mesi bellissimi, sull’onda dell’entusiasmo per questo miracoloso sostegno del fato; liberi e leggeri come solo a sedici anni si può essere, saltavamo da festini di acid house ad improvvisazioni di breakbeat alle fermate della metro. Andavamo molto a ballare ma una volta capitò che ci mascherammo da persone perbene per provare l’ebbrezza di immischiarci ad adulti fini e composti nel bel mezzo di una suite di jazz. La voglia e la bramosia di assaggiare un po’ di tutto, l’adolescente curiosità alimentata dalla giusta compagnia mi fecero concludere che, a differenza di quello che credevo la sera in cui mi persi tra le pieghe della gonna di Eliza, non vi erano mondi così distanti da non poter essere comunicanti. Rientravamo spesso all’alba, dopo aver visto il sole sorgere tra i binari di quella vecchia stazione, le gambe sospese nel vuoto al di sotto del cavalcavia e un’occhiata impercettibile a quella M cadente di Freedom che adesso non mi pesava più affatto.
Con settembre e l’inizio di una nuova vita dopo il college a trecento chilometri dalla mia città non vidi più Eliza, ma ora ho visto più volte l’oceano e sono certo che di esso erano fatti i suoi occhi, specie quando mi fissava dopo avermi stretto la mano, sulla via di casa, rischiarati dall’aurora.

Federica Giaccani

Dergar – On​(​c​)​e

D.d.U. 05/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Non vi era mattina che non lo incrociavo per strada, imboccavo il corso velocemente per andare a lavoro e lui mi arrivava incontro per poi continuare nel verso opposto. Un fanatico delle abitudini lui, il bastone tenuto stretto con la mano destra e il giornale ben piegato sotto l’ascella sinistra; mi fermavo un istante dietro l’angolo, per spiare le sue mosse che ormai conoscevo a memoria, il passo incerto davanti al teatro, un’occhiata al cielo e poi oltre, a salire per i vicoli del vecchio quartiere. In estate la sua chierica si indorava sotto l’effetto dei raggi battenti del sole, ma l’elegante abito scuro era comunque imprescindibile.
Se ti fossi arrischiato a seguirlo, tenendoti a distanza, avresti scoperto che il giornale sarebbe rimasto chiuso e serrato sotto il braccio; l’uomo si fermava per ore affacciato al balcone sul porto per seguire le navi arrivare e partire. I suoi occhi brillavano vagheggiando storie supposte, inseguendo mete lontane. Una luce pulsante tra i labili solchi delle scie a pelo d’acqua e musica ambient a descrivere l’in(de)finito sul far della sera, ché la giornata ormai stava terminando, come sempre.

Federica Giaccani

Keaton Henson – Romantic Works (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 16/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Ha alle spalle una storia lunghissima, una di quelle in cui il tempo è in solitudine, lì nascosto in un angolo che scandisce i secondi, i minuti, le ore, i giorni, le settimane, i mesi, gli anni.
Ha alle spalle una storia di silenzi danzanti, di passi mancati, di saluti protratti attraverso un suono dolce, malinconico, triste, nostalgico, necessario.
Lo scorgo seduto su una panchina, in riva al mare. La sabbia dopo la bella stagione è stanca, bagnata, pesante, non vola via, il mio passo diventa sempre più incerto a raggiungerlo.
Ha lasciato che i capelli crescessero, ricci e ribelli, che gli coprissero il volto. Ma io i suoi occhi ancora li vedo, anche se sono distanti quanto il cielo, quanto l’orizzonte all’estremo mare, sotto quei lunghi e buffi capelli. Poggia la schiena sulla panchina con timore, come se fosse tanto fragile da poter tornare polvere da un momento all’altro. Poggia la schiena sulla panchina con timore, le spalle leggermente protese in avanti, le gambe inclinate, i piedi rigidi, pronti a scattare per la partenza. Uno, due, tre, via? No. Mi chiedo da quanti anni sia lì. Glielo chiedo, ma non mi sente. Mi concentro e urlo tanto da far uscire tutta me stessa affinché lo raggiunga, non si gira, forse non gli arriva la mia voce, forse è già altrove.

“Le nuvole e gli alberi si fondono
e il sole svela la profonda pace.
Sì grande è l’armonia del loro abbraccio,
che vuole parteciparne anche il mare,
il mare ch’è remoto, che s’approssima,
che s’ode palpitare, che già odora” –
J. R. Jiménez

Il filo d’orizzonte azzurro è nostro amico. Mi avvicino, scosto leggermente i capelli dal suo viso e gli sussurro questa poesia nell’orecchio. Il vento si agita, colpisce il mare, le onde ci raggiungono e ci travolgono e siamo persi. Perdendo ti ritrovo, mi agito, impugno sabbia che è fango, scivola, scompare, trattengo granelli ma arriva l’onda e di nuovo, ricomincio. Dove sei? Non ti vedo più. Sæglópur. La corrente è forte, annaspo, mi sento andare con la convinzione che lasciare che io vada sia l’unica condizione che ci permetterà di ritrovarci. Ritrovarci nel nulla, nel vuoto, nell’assenza. Ritrovarci per scoprirci persi, in attesa dell’altro. Ritrovarci per scoprirci persi e ritrovati. Perdendo, ti ritrovo.

“Ho capito che amare significa ringraziare l’altro di esistere.” – A. Jodorowsky

Un’opera romantica è il lavorio assillante e ininterrotto di cuori che amano.

Valentina Loreto

Eno • Hyde – High Life

Data di Uscita: 30/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Sono ormai dieci anni che suono la chitarra –potrei scriverlo coi numeri arabi: 10 anni-, dieci giri della terra attorno al sole in cui mi sono unito amorevolmente o distrattamente a questo strumento-amante dal quale non riesco ancora a separarmi. Tutti i generi musicali sono passati dalla mia testa alla cassa di risonanza durante questi anni e tutti i pensieri hanno fatto lo stesso. Potrei divagare sulla mia vita, su quanto fin ora mi abbia entusiasmato, illuso, ferito, ubriacato e deluso, ma la mia vita non vale niente, mentre la musica, forse, vale ancora qualcosa.
Ascoltare questa musica -in cui la chitarra solitaria, schiva, nobile (non quella chitarra popolana, urlata e collettiva) si tuffa in un computer, unendo l’Africa agli Stati Uniti d’America, passando per l’Inghilterra, per unire molti dei generi che ho guardato in questi anni- mi mette in una disposizione di spirito della quale si può capire molto se da bambini si è passato molto tempo in mondi paralleli o a parlare con le vacche, convinti che potessero capire.
Pensavo di essere un mago che percorreva mari meravigliosi sulla sua piccola barca a vela, mentre ora mi rendo conto di essere stato solo un ingenuo, un assetato, e che navigo un oceano spesso in tempesta su una zattera che in alcune venature dei suoi tronchi è sporca, oscura e misera come la zattera della Medusa. Non che manchino cose meravigliose, ma il risveglio è stato troppo doloroso ed ora riesco solo ad accarezzare la bellezza, mentre per afferrarla di nuovo sarà necessario molto tempo.
Ora mi è difficile parlare della Vita Alta, quell’entità che viene recepita in milioni di modi diversi. Adesso mi pare un’auto-illusione considerarla anche soltanto in quelle alte creature alate che ho tanto amato e descritto in questi anni, ed è altrettanto un auto-inganno considerarla nella donna, nella bellezza, nel vino, nell’altissima Idea di tutte le cose che viene chiamata a volte Dio. La verità è che mi trovo a mettere in dubbio l’atto stesso di credere in qualcosa, anche se sono cosciente della sua necessità. Non c’è bisogno di credere nel suono della chitarra, nel battito furioso del proprio cuore di fronte agli occhi amati: sono davanti a te, si manifestano autentici e chiari, almeno in quell’istante non ti tradiscono. Io mi sento solo un po’ stanco.
Sempre dieci anni sono passati da quando ho letto Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde che ora mi torna in mente per l’ovvia omonimia; sinceramente non lo ricordo bene, ma mi riemerge vagamente la simpatia che avevo per Mr. Hyde, per la sua autentica cattiveria: ero assolutamente certo che non avrebbe mai fatto del bene in vita sua, ero affascinato dalla sua sincera mostruosità. In questo disco i ruoli e le omonimie pare che siano rispettate, con il selvaggio Hyde alla chitarra, che delira tra le strade della sua mente, e con il dottor Eno che dà un metodo e sperimenta.
Ma ora chiudete gli occhi, se volete fare da parte il vostro io per qualche minuto, e prestando fede a chi vi ha offerto questo mezzo migliaio di parole fate questo: andate al momento della vostra vita in cui siete stati felici davvero in solitudine; e se nel vostro viso, in verticale o in orizzontale scorrerà qualcosa che non sia un sorriso ironico o un ghigno, mi avrete fatto un grande dono e forse lo avrete fatto anche a voi stessi.
Amen.

Marco Di Memmo

Wu Ming Contingent – Bioscop

D.d.U. 18/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Siediti. Riempi il bicchiere con del vino. Accenditi una sigaretta. Ti verrà raccontata una Storia. Una Storia in dieci storie. Figure mitologiche quantomai reali. Impresse in un immaginario collettivo di sottobosco. Che profuma di jungla vietnamita. Di napalm. Mentre Arrigoni a Gaza respira fosforo bianco. E dall’altra parte del mondo qualcuno blatera di pazzia e fame. E ci si ritrova poi a sfogliare un album di foto per riportare alla luce le immagini in bianco e pantere nere dei giochi olimpici di Città del Messico. Accanto all’australiano più veloce di tutti i tempi il pugno chiuso è alzato al cielo. Spazza e spezza il qualunquismo invocando Robespierre (roba da far perdere il capo ai moderati!). E vola poi sull’isola di Tanna. Dove sei finito Jon Frum? Forse a Cuba? Dove la Storia sfreccia a tutta velocità superando pure El Chueco. La Rivoluzione è scesa in terra. Mentre sorride Kolosimo guardandoci dalle stelle. Forse si è ricongiunto a Marx e a Lenin. Su un’astronave. E sorvolando il Brasile osservano assieme Socrates vincere nel Corinthias al pari con tutti i suoi compagni. Tu sogni che cambieresti se potessi cambiare. Ma la maggioranza fa quel che deve fare. Fanculo a Marchionne. E fanculo ai social network.

Pietro Liuzzo Scorpo

Death Grips – Niggas on the Moon: The Powers That B Disc 1

Data di Uscita: 08/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

“Nessuno è uno yuppie negli Stati Uniti di oggi, in pratica, siamo tutti yuppie, tutti consumatissimi consumatori”.
“Anche i più improbabili soggetti del mercati, gli artisti neri che marciano alla testa di quell’esplosione pop chiamata rap: è yuppismo quello che esce dalle loro assonanze dattiliche, mentre con tutta la forza delle rime in trocheo gridano attraverso un vuoto impenetrabile che ci sono, sono qui, qui e ora: simili a Noi nel loro consapevole differenziarsi…” Il rap spiegato ai bianchi.

Ora questo discorso può tranquillamente essere trasposto dagli Stati Uniti a tutto il mondo, il sistema ha vinto ed è un dato di fatto lampante. Ci possiamo provare a fottere il sistema – fuck the system – ma alla fine vince lui. Le infinite variazioni di protesta o diserzione o antagonismo si possono misurare in vario modo, usando una moltitudine di criteri. Proprio per questo non tutto deve essere liquidato come deleterio e inutile. Senza cadere in un vuoto elogio del fato, dove il sistema vince perché una forza misteriosa e storica lo guida, si può valutare tutto attraverso i fatti.

Danny stava perdendo la sua mattina inutilmente su Twitter aspettando di uscire per acquistare cibo spazzatura e Coca Cola, gara uno delle Finals NBA era in arrivo.

This is “niggas on the moon”, featuring björk on all 8 tracks. It is the first installment of our new double album, “the powers that b”, due out later this year on Harvest/Third Worlds Records. The second disc is titled “jenny death”.
peace & love
have a sad cum bb
-us

E la bomba deflagra nella camera, ancora una volta Danny è colto di sorpresa. Quasi le stesse modalità, uscita a sorpresa, disco in download gratuito ma niente pene in copertina. A sostituirlo la voce campionata di Bjork, il fondersi di due mondi lontani che congiunti creano un nuovo paradiso, o un nuovo inferno. Comunque di novità si tratta.
Un primo ascolto rapido per farsi travolgere dalla violenza sonica dura e pura, i pugni nello stomaco del gruppo. Così a freddo senza coinvolgere le agenzie pubblicitarie, le pubblicità, i banner, i cartelloni, le avvisaglie sui magazine specializzati. Niente di tutto ciò. Il primo ascolto non è rivelatore perché Danny è ancora troppo elettrizzato dalla notizia, il non evento che crea un mega evento. La pervasività dei social network e delle condivisioni, in pochi minuti tutto si rimette nel flusso del mercato e l’evasione trova il suo modo naturale di espansione. La base solita c’è e Danny se ne accorge subito. Il sistema vince sempre cari.
Il secondo ascolto è più curato, più riflessivo pur mantenendo l’immediatezza di un ritmo che entra nel corpo dell’ascoltatore.
L’urgenza di sempre, il sample in loop che si interseca con l’altro sample in loop e la voce dell’alieno islandese. Il tutto trangugiato dalla litania declamatoria che scandisce il ritmo scarno ed ipnotico. Una nuova nevrosi delineata dalle sillabe ripetute senza una particolare logica. La chiusura battente, Up My Sleeves.
La vibrazione si fa più tipicamente rap, mantenendo il suo marchio di fabbrica sincopato ed altalenante. La cantilena addolcita ed acidificata nello stesso tempo dalla voce femminile, in un crollo quasi techno. Billy Not Really.
È tutto praticamente saturo, la furia ricopre lo scheletro frammentato e ricomposto in mille variabili che si danno forza ascoltando una voce radicale nel suo cantato. L’assalto viene da ogni direzione, è impossibile coprirsi e mettersi al riparo. Danny è assorbito. Black Quarterback.
La gravità, le mitragliatrici che diventano come aria rarefatta, tutto rallenta prima di esplodere nuovamente. E ancora suoni campionati come schegge impazzite, una melodia simil reggae che si evolve nel digitale, le piste che si disperdono e cozzano. Mille diverse sensazioni a creare un tappeto impenetrabile, una foresta scurissima. L’aggressività acuta soffocata dal beat che non si chiude mai. Have a Sad Cum.
Let’s fuck. Come in un immenso multitracking che non si interrompe mai.
L’urlo e la sensazione di essere inseguiti quando il ritmo comprende tutto il resto, tra campionamenti misti e parte vocale declamata e monocorde. It’s you lucky day. Voila.
Rigidamente scandita è questa libertà espressiva totale e totalitaria nella sua metrica straniante.

Danny passò tutta la giornata ad ascoltare questo assalto sonoro, un rap hardcore digitale ed estremo. Solo poco prima delle Finals si ricordò di uscire a comprare cibo spazzatura e Coca Cola, il sistema vince sempre cari.

Alessandro Ferri

Node Festival – Galleria Civica, Modena (06/06/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

Cos’è il contemporaneo? Quali sono i linguaggi del contemporaneo?
Bisogna tornare al chiostro ed alla sua funzione per capire che il contemporaneo è una rivisitazione del passato, si appoggia ad esso. Potrebbe essere banale ma pensandoci bene non lo è affatto. I santi ritornano in ogni tempo e ci hanno lasciato costruzioni grandiose.
Santa Margherita in questo caso e il palazzo in questione, come altri luoghi, accuratamente scelti per la sperimentazione musicale, riesce a creare quella sorta di legame fisico tra artista e pubblico. I muri e gli spazi interni ed esterni vibrano letteralmente sotto i colpi del suono.

(altro…)

A Winged Victory for the Sullen – Atomos VII

D.d.U. 29/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Pur non muovendomi mai di casa ho visto più posti di tutti, ho ascoltato tutte le voci. Gli uccelli del cielo mi hanno raccontato il mondo e gli insetti della terra mi hanno descritto i luoghi privati del sole. Gli stranieri mi hanno portato i colori che mi mancavano e le mie mani hanno vissuto intensamente. Ho capito la lezione della roccia ed ho sentito quella degli atomi. Pur non essendoci nulla di nuovo tutto è nuovo; pur essendo tutto finito tutto è senza fine.
Io sono l’uomo, la selce tagliata, il campo magnetico dominato, l’impulso nervoso preso al laccio, la meccanica, io sono la selezione e il selezionatore, sono colui che nasce con la stella del mattino.
Ho vissuto sempre nello stesso posto e non ho mai fatto male a nessuno.

Marco Di Memmo

The Antlers – Familiars

Data di Uscita: 17/06/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era dolce e privo di barba. I riccioli biondi ricadevano sulla fronte con grazia. Come fossero stati messi lì da uno scultore alle prese con la sua opera meglio riuscita. Le donne più anziane quando nelle sere d’estate si ritrovavano a cucire e ciarlare sedute sulle sedie di fronte alle porte di casa si riferivano a lui come il Putto. Non si sapeva chi fosse suo padre e sua madre era morta subito dopo averlo dato al mondo e questo aveva mosso di compassione tutto il Paese. Sì che divenne il figlio di tutti. Dicevano che fosse un bambino adorabile. Di un’intelligenza sottile che nascondeva dietro una timidezza quantomai sincera. Era gentile e sempre educato. E preservò questo carattere anche crescendo. Mentre la sua bellezza sbocciava piano. Senza destare sospetti. Mia madre e le sue amiche quando cadevano in argomento erano solite dire che nessuna di loro l’aveva mai guardato in quel modo per molto tempo. Poi si svegliarono una domenica di maggio teatro di una nevicata tardiva e mentre si recavano alla messa tutte lo notarono col volto arrossato ed i riccioli umidi di sudore che spaccava la legna dietro la canonica. E tutte capirono quel giorno che il Putto era cresciuto. Ed era bello. Di colpo. Lo Zio però non si sposò mai. Le donne sostenevano che non ebbe mai neanche un’amante. Le malelingue invece insinuavano che tutti noi fanciulli avremmo dovuto chiamarlo Papà invece che Zio. Ma erano discorsi di ubriachi che si ritrovavano ad affogare alla locanda l’ultima pedata ricevuta dalla moglie. E nessuno prendeva quelle dicerie sul serio. Per noi era lo Zio e basta. Ci insegnava a costruire gli aquiloni e ad acchiappare le bisce senza essere morsi. Ci mostrava i sentieri nascosti che si arrampicavano sulla montagna e che portavano sempre a qualche albero solitario grondante di frutti. E poi ci raccontava le storie dei suoi viaggi inventati. E noi lo ascoltavamo rapiti volendo credere ad ogni sua parola. Avevo dodici anni quando partì per il suo vero viaggio. Nessuno seppe come maturò quella decisione che a tutti parve cosa improvvisa ed inaspettata. Mi ricordo che era l’alba quando bussò alla nostra porta. Quando la mamma andò ad aprire se lo trovò davanti con una vecchia sacca gonfia ed il bastone che portava sempre quando andava a fare le sue lunghe camminate sul Matajur. Io lo vidi solo di sfuggita che confabulava sull’uscio con mia madre prima di abbracciarla e partire. Lei non ci riferì mai cosa si dissero. Però ripensando a quella scena anni dopo mi convinsi che negli occhi dello Zio c’era qualcosa che non avevo mai notato prima e che la sua partenza non era stata improvvisata ma invece il frutto di qualche lunga riflessione.
Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Non ce ne accorgemmo subito. No. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese ricordavamo. Solo le mani lasciavano trasparire il cambiamento di cui tutti prendemmo coscienza con ritardo. Tutti tranne mia madre. Tornò un giorno di giugno quando il sole si apprestava ormai a nascondersi nel cielo alle spalle del Matajur. Venne alla nostra porta e la mamma andò ad aprire come se già sapesse che se lo sarebbe trovato di fronte. E forse era così perché niente sul suo volto più scavato rispetto a quando lo aveva salutato anni prima lasciava trasparire sorpresa. Questa volta non si dissero niente. Lei gli prese le mani e si mise ad osservarle come fossero una pietra preziosa. Quindi mantenendo la stessa impassibilità lo baciò due volte sulle guance e gli sussurrò. Bentrovato. Si richiuse la porta alle spalle. Poi ritornò in cucina dove l’attendevamo per la cena. Ma invece di versare la zuppa nei piatti disse. Lo Zio. Il Putto. E’ tornato. Si deve fare una festa. E come se tutti in Paese avessero sentito quelle parole nel medesimo istante in cui lei le pronunciò le strade si riempirono. Ed assieme alle strade i boccali. Vennero accesi i falò. E ognuno portò qualcosa. Chi una gallina. Chi ceste di frutta. Chi il corno e chi la chitarra. Il locandiere ammazzò una pecora. E l’odore della festa si levò alto nel cielo assieme a lapilli e canti di gioia. Sì che accorsero sulle nostre strade anche donne e uomini degli altri paesi della Valle. Nessuno si aspettava di esorcizzare così quella nostalgia che l’assenza dello Zio ci aveva instillato senza che ce ne fossimo nemmeno accorti. La notte era tiepida ed il vino fresco. E la sete riportò a galla quella curiosità che mi aveva sempre contraddistinto quando ero bambino ma che era stata soppiantata da una taciturna diffidenza adolescenziale. Mosso da quella ritrovata innocente sfrontatezza mi ritrovai seduto a gambe incrociate di fronte allo Zio. E con me tutti quelli che erano cresciuti dei suoi racconti. Volevamo sapere dove era stato. Cosa aveva visto. Chi aveva incontrato. Volevamo nuovamente tornare a credere ad ogni sua parola. Ma lui si negò dicendo che era sopraffatto dalla stanchezza. I racconti erano rimandati al giorno seguente.
Quando lo Zio tornò dal viaggio era una persona diversa. Non ce ne accorgemmo subito. No. Dovette passare anzi parecchio tempo. Trascorsero anni dal suo ritorno e sembrava che la vecchiaia gli scivolasse addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese avevamo sempre ricordato. A me invece la barba crebbe. E folta. Un po’ all’improvviso. Le anziane dicevano che era una cosa normale quando un ragazzo deve affrontare una scomparsa come quella che aveva toccato la mia famiglia. La mamma infatti si era ammalata di tubercolosi ed una notte priva della luna ci aveva detto addio. Essendo io il primogenito senza padre mi ritrovai sulle spalle le responsabilità di un capofamiglia. La barba mi crebbe in tre sole notti come a voler sancire il mio approdo all’età adulta. Ma io non mi sentivo ancora davvero pronto e non fosse stato per lo Zio non so come avrei fatto. Mi prese a lavorare con lui in bottega dove mi insegnò a battere il ferro e a realizzare piccoli monili che una volta a settimana andavamo a vendere al mercato a fondo Valle. In quegli anni passati al suo fianco più volte provai a carpire i segreti del suo viaggio. Ma lui sempre con garbo mi rispondeva che mi avrebbe raccontato tutto l’indomani. Ma l’indomani sembrava non arrivare mai per lui. Mentre io mi sposai. Ed ebbi due figlie. E i miei capelli cominciarono a cadere. E quei pochi che mi rimasero ogni giorno acquisivano una sempre più pronunciata sfumatura di grigio. Poi una mattina arrivai alla bottega e lo trovai con la vecchia logora sacca che avevo visto anni prima ed il bastone in mano. I riccioli biondi gli cascavano sugli occhi che ancora conservavano quella stessa luce che avevo visto quando aveva fatto ritorno al Paese. In quel momento sentii tutta la mia vecchiaia di fronte al suo spirito inquieto. Parto. Fu l’unica parola che pronunciò prima di accarezzarmi la guancia ed incamminarsi.
Quando il Putto tornò ero una persona diversa. Vecchio e stanco. Lui anche era una persona diversa. Nonostante fossero passati anni dalla sua partenza sembrava che il tempo gli fosse scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia. Il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese conoscevamo. Mi trovò sotto il pergolato della casa nella quale ero cresciuto e avevo vissuto tutti i miei giorni. Mi trovò intento ad insegnare al mio nipote più grande come realizzare i monili più belli di tutta la Valle. Quando lo vidi avvicinarsi con mio grande stupore non fui sorpreso. Come se una parte di me già sapesse che quel pomeriggio l’avrei rivisto. Il Putto. Sempre lui. Congedai mio nipote che corse via per raggiungere i suoi amici che giocavano a prendere le bisce. Il Putto si sedette di fronte a me. Ma questa volta non gli chiesi niente. Mi limitai ad osservare le sue mani come se conservassero tutti i racconti della sua assenza della quale non ci aveva mai messo a parte. Rimanemmo uno di fronte all’altro senza dire una parola per minuti interi. Poi ruppe il silenzio. Sono qui solo di passaggio. Volevo dirti addio. Quelle parole non mi suonarono strane. Né fuori luogo. E’ per questo che sei triste? Chiesi. Al che mi rispose con una nota di compassione. Il tempo scorre per tutti. Quindi sorrise. E per la prima volta notai l’affacciarsi di due impercettibili rughe sulle guance.
Quando lo Zio partì per l’ultima volta era una persona ancora diversa. Nonostante fossero passate solo poche ore dal suo ritorno sembrava che la saggeza avesse cominciato a sbocciare d’improvviso sul suo volto. Come la sua bellezza fiorita durante una nevosa notte di maggio di un’altra epoca. Ma il viso era quello dolce e privo di barba che tutti in Paese avremmo sempre ricordato.

Pietro Liuzzo Scorpo