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Sharon Van Etten – Are We There

Data di Uscita: 27/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

In un imprescindibile film per chi ama tutta quella letteratura che può girare intorno ad una manciata di canzoni, le quattro parole che ne compongono il titolo ricordano molto da vicino quelle di questo lavoro. Cambiano i pronomi personali. I, we. Cambia la loro situazione. Nel primo la presenza è negata, al contrario di quanto accade nel secondo. Non cambia l’indicazione di luogo che chiude entrambe le proposizioni. There. Là, in lontananza. Come a dire non guardare lì dentro, tra quelle parole. Ci potrai trovare nessuna o qualsiasi cosa. Come sempre la verità sta nel mezzo. Come sempre il confine tra autobiografia, scene di vita quotidiana e tutto quello che di fatto poi entra in una canzone è una zona molto poco facilmente descrivibile. Qui però di indizi ne abbiamo tanti, che paradossalmente può diventare uno svantaggio più che un vantaggio. Certamente un segno dei tempi. Non che nei testi manchi totalmente una narrazione, è piuttosto una disarmante sincerità che ne riempie quasi tutto lo spazio. E disarmante è una parola corretta, soprattutto se associata alla reazione dell’ascoltatore, che rimane in rispettoso silenzio o in adorazione ad ascoltare, aggiungendo varie intensità di empatia a piacere. Basterà una sola risata a sciogliere o complicare definitivamente il mosaico. Ironia. Un’ironia conquistata, che non viene apparentemente da lontano. Un’ironia che si avvicina alla consapevolezza. Un certo tipo di distacco, di volta in volta o dal soggetto o dall’oggetto. Una conquista che va a rafforzarne un’altra che è precedente e che dovrebbe essere sempre sottintesa e pronta a spazzare via momenti di sconforto ma che, per motivi strutturali, della creazione artistica e della vita di tutti i giorni, non risulta mai facile da gestire e questa è la conquista raggiunta tramite lo status riconosciuto di cantautrice di talento e prospettive. Andando per un istante più in là basta sottolineare come solo un connubio tra un certa maniera di comunicare attraverso la musica e testi spesso laceranti può portare a consolare e addirittura rafforzare. E’ una sensazione di forza e fragilità. Soprattutto di forza. E, parlando di forza, si può provare a fissare una pietra miliare in questa storia. Tra i tanti tatuaggi (rigorosamente non colorati) che trovano spazio sulla pelle delle braccia della nostra cantautrice ce n’è uno, sul braccio sinistro, che da lontano potrebbe ricordare uno strano simbolo geometrico disegnato all’interno di una fascia di inchiostro nero ma che, in realtà, raffigura e incide per sempre le lettere iniziali del suo cognome, intrecciate tra di loro. Sono una V e una E, chiaramente. Van Etten. Altro che pietre miliari, verrebbe da dire. Qui c’è molto di più. Per la cronaca, sull’avambraccio destro , un compito simile tocca alla sagoma di una chitarra. Le idee sembrano molto chiare. Dire che queste canzoni parlano di una chitarra e di un cognome non sarebbe assolutamente sbagliato. Addirittura quasi esaustivo. Grazie a quello che possiamo sapere, le sue canzoni sono una perfetta radiografia delle sue relazioni amorose, dei suoi equilibri esistenziali, delle sue fughe e dei suoi rapporti con le città, spesso legate alla persona amata. Come titolo di una recente intervista a Sharon una bravissima giornalista americana ha scelto I’ll be your mirror, sottotitolato dalle parole Sharon wants to save herself, and you too. Rapportare queste parole al discorso sull’autobiografismo, alle pietre miliari e chiudere il cerchio. Forse è proprio per questo che girare tanto intorno alle parole e alle sensazioni evocate da queste canzoni non ha molto senso. Non ci sono personaggi fittizi da narrare, scene da abbellire e romanzare o immagini e nomi lontani da menzionare. O meglio, ci possono anche essere ma difficilmente considerabili in autonomia, senza prima citare la loro creatrice, e difficile risulta non pensarli vissuti da lei stessa. Più o meno questi passaggi sono validi per tantissimi suoi colleghi. Parlare di un disco però vuol dire parlare di un disco qui e ora e recensire una nuova creazione di Sharon in questo momento non può prescindere dall’identificarlo con la sua crescita e con la sua forte personalità. Il genere stesso aiuta molto. Americana è una parola francamente facile da abusare quando si scrive di musica che nasce negli States. Queste canzoni sono americane per essenza, per come si intrecciano parole e autobiografia, confessione e tormento, calma inseguita e ritrovata, ricerca di senso, luoghi raggiunti e abbandonati, vagabondaggi e radici. Questo lavoro è stato scritto interamente tra New York e New Jersey ma mai come in queste canzoni le atmosfere riportano alla mente ampi spazi, della natura e dell’animo. Sharon non ti racconta cosa vuol dire vivere a New York nel XXI secolo anche se da poco ha scelto di trasferirsi in città, lei che viene dal già menzionato New Jersey. Scrive di cosa resta delle sue relazioni e lo fa come se ogni canzone fosse appena stata scritta alla vigilia di un concerto in un bar ancora deserto del Texas o dell’Illinois, mentre le cameriere apparecchiano i tavoli e qualcuno prepara la disposizione degli strumenti sul palco. Così nascono canzoni allo stesso tempo strettamente legate a un contesto socioculturale musicale ben in vista e ad esperienze ed episodi per altri motivi universali. Un connubio oggi non così facilmente riscontrabile a questi livelli. Un connubio meno riscontrabile nel precedente Tramp, quello sì, anche se instabile per definizione, più radicato in un sentire contemporaneo e newyorchese. Prendere una canzone qualsiasi di Tramp e una di Are We There e mettere a confronto i paesaggi suggeriti e raccontati. Interni rigorosamente notte, da dietro una finestra con vista luci cittadine possibilmente, nella prima e tiepidi ma fieramente stabili esterni giorno nella seconda. Questo nella maggior parte delle combinazioni possibili. Sono una novità le canzoni al pianoforte in questo ultimo lavoro, forti punti della situazione sulla natura sua e del suo essere cantautrice. Mancano canzoni più dirette e arrabbiate, propriamente da chitarra elettrica. Crescono, come già detto, i momenti d’ironia, già abitudine nel mezzo dei concerti (il disco finisce addirittura con una piccola improvvisazione seguita da una risata di gruppo). E così i paesaggi da viaggio, che favoriscono la già citata natura essenzialmente americana, non nel senso di costituirla dove prima inesistente (chi l’ha detto che una canzone Americana oggi non può essere identificata con New York?) ma piuttosto in un suo appropriasi di un più sconfinato orizzonte. Aumentano le ondate di sole. Quale sia l’importanza del titolo rimane una questione irrisolta, come il valore del suo pronome personale e di quel there, che non si sa dove è situato. Potrebbe racchiudere la storia di una relazione, non avere un significato preciso, non avere per davvero quel significato plurale, oppure avere lo scopo di fissare un istante come, a sua volta, la polaroid in copertina ha fatto nella vita di Sharon. Citare a questo punto il titolo di una canzone sarebbe sbagliato. La scelta di una gerarchia potrebbe risultare mai come questa volta sbagliata. Si potrebbe scegliere di prediligere passaggi ad alta intensità ma questi non sono uniformi, perché alcuni possono ricordare più facilmente vecchie atmosfere mentre altri le portano da un’altra parte dove la liberazione si trova più lontana dalle parti del tormento e più vicina a quelle della serenità. A tutto questo possono essere contrapposte sensazioni decisamente più rilassate che, proprio perché (ri)conquistate, non meritano di passare in secondo piano. Ognuna può raccontare a suo modo un momento di una vita. Quale sia però il soggetto di tutta questa storia e di tutte queste parole e quanto sia imprescindibile per la loro esistenza credo sia abbastanza superfluo da specificare, e comunque di nome fa Sharon e di cognome Van Etten.

Filippo Redaelli

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